WeRead Powered by ReaderPub
La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 56: Il Conte di Cavour.
Open in WeRead

About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo secondo.
La preparazione Piemontese

Prime difficoltà parlamentari.

Forma dell'unità nazionale italiana doveva essere la monarchia piemontese.

I suoi inizi dopo la rotta di Novara erano stati lugubri: invaso il territorio, l'esercito disfatto, Carlo Alberto costretto ad abdicare e ramingo, il nuovo re trascinato al campo del maresciallo per ratificare un armistizio umiliante, la democrazia italiana e piemontese tumultuante di sdegno magnanimo ed inconsulto, i popoli sfibrati e diffidenti, tutta l'Europa ostile ed in preda ad una reazione trionfante. Il nuovo re non isbigottì: valoroso nelle battaglie, parve anche più intrepido nella sventura. Le sue prime parole raccogliendo la corona insanguinata sul campo di una delle più grandi sconfitte toccate al Piemonte furono un giuramento di fedeltà alla nazione, superbo in quell'ora come una sfida gettata al nemico vittorioso. Mentre tutti i principi trascinati nella più abbietta reazione stracciavano gli statuti accettando persino di essere preteriti nei feroci proclami dei generali austriaci, Vittorio Emanuele II con abile intuizione affidava la gloria del proprio regno all'inviolabilità di quelle istituzioni, che suo padre aveva concesso a malincuore e avrebbe forse finito coll'abrogare.

Ma i rancori lasciati nei liberali dai tradimenti di Carlo Alberto tolsero nella sfiducia di quel momento angoscioso di ammirare la prima dichiarazione del nuovo re. Genova eccitata dai più ardenti fra i patriotti proruppe a ribellione: Giuseppe Avezzana che doveva poco dopo illustrarsi a Roma come ministro della guerra, ne fu il capo; gli antichi odii di rivalità fra la grossa metropoli ligure e la forte capitale piemontese rifermentavano avvelenando lo sdegno popolare per la capitolazione di Novara senza bastare nullameno a una proclamazione di distacco dal Piemonte; Torino stessa, agitata da troppe passioni democratiche, pareva vogliosa d'insorgere all'appello dei republicani, che incorreggibili nella rettorica quanto indomati nel coraggio promettevano una nuova guerra popolare. La sollevazione genovese degenerò in guerra civile: il presidio piemontese fu bloccato, fatto prigione, cacciato, ma il generale Lamarmora accorrendo colla divisione più vicina sopraffece i ribelli, indarno fiduciosi d'aiuti dal generale Fanti. Al disastro di una guerra perduta contro lo straniero s'aggiungeva così la sciagura di un eccidio fraterno. La città bombardata, sottoposta a stato d'assedio fu desolata da condanne: l'amnistia che successe a queste, non esentò nè tutti i più illustri nè tutti i più innocenti.

Parve che il Piemonte pure avvallasse nella reazione universale.

Infatti il generale De Launay, chiamato a presiedere il ministero, ispirava per la meschinità aristocratica del carattere e la nota antipatia agli ordini costituzionali nuove diffidenze. I mali umori raddoppiavano, i fuorusciti ospitati in Piemonte spingevano a guerra disperata con diatribe eloquenti a forza di essere passionate, il sommovimento prodotto in tutte le classi dal doppio tumulto della rivoluzione e della guerra favoriva il disordine, il parlamento novizio e composto di novizi, subendo gli influssi della pubblica opinione, sembrava ubbidire alle irresistibili fluttuazioni d'una marea, nella quale naufragavano disegni e riputazioni.

Nullameno urgeva anzitutto stabilire le condizioni della pace coll'Austria. Nessun assetto era componibile mentre gli eserciti nemici occupavano ancora il suolo della patria, e la possibilità di una ripresa di guerra permetteva alle reciproche ostilità dei partiti ogni più pazza o malvagia speranza. Il ministero deputò negoziatori a Milano col plenipotenziario austriaco barone De Bruck gli ex-ministri Buoncompagni e Dabormida. Le trattative furono scabre. L'Austria, resa arrogante dalla vittoria e intesa con abile politica a sminuire il Piemonte per togliere all'Italia ogni ulteriore speranza di riscossa, pretendeva 230 milioni come indennità di guerra, si restituisse l'antico assetto territoriale non solo pei propri domini ma per quelli dei duchi di Parma e di Modena, dei quali si vantava mandataria, si abrogasse la legge pel sussidio a Venezia ancora assediata e si catturassero tutte le navi mercantili, che le recassero soccorso. I buoni uffici di Francia e d'Inghilterra invocati dal Piemonte non bastarono a piegare il vincitore. Intanto Vincenzo Gioberti mandato oratore a Parigi, lasciandosi abbindolare dal ministro Drouyn de Lhuys accettava che la Francia per impaurire l'Austria occupasse militarmente Genova: rimedio peggiore del male e che al disastro di un nemico ancora accampato sul territorio della patria aggiungeva l'intervento pericoloso di un nuovo padrone. Il ministero sardo sostituì il Gioberti col Gallina, che rifiutata l'insidiosa proposta potè ottenere finalmente dalla Francia alcune minacce all'Austria, se questa si ostinasse a pretendere l'annichilimento del Piemonte.

Questo bastò. Alla pubblica opinione sovreccitata dalla incessante battaglia dei partiti e dal dolore dell'occupazione nemica, che facevano persino sospettare delle intenzioni del governo, si diè qualche conforto sostituendo il D'Azeglio al De Launay nella presidenza del ministero. Nessuno aveva allora in Piemonte tanta popolarità quanta il nuovo presidente, simpatica figura di gentiluomo e di artista, di soldato e di politico, che la tormenta della rivoluzione e la seguitane carneficina delle migliori riputazioni non avevano potuto guastare. Il trattato si conchiuse: per esso si mantenevano fra i due stati i medesimi confini stabiliti dal congresso di Vienna, anzi il Piemonte si avvantaggiava presso Pavia sino al canale Gravellone, l'indennità di guerra era ridotta a 75 milioni, l'Austria aboliva l'ultima sopratassa del 1846 sui vini piemontesi e i due stati si promettevano reciprocamente una prossima convenzione di commercio; otto giorni dopo la ratifica avverrebbe lo sgombro delle truppe austriache.

L'eroica Venezia veniva abbandonata all'Austria; ai patriotti lombardi questa prometteva un indulto, e il Piemonte si accontentava di tale platonica promessa.

Lo stato era salvo, ma l'onore compromesso; nullameno bisognava al parlamento ratificare il trattato. I comizi erano stati convocati per il 15 luglio, la Camera doveva riunirsi il 30. Malgrado il proclama abbastanza eloquente e schietto del re le elezioni furono disordinate. Il publico fermento seguitava a crescere, l'Austria trionfante in Toscana e a Venezia, la Francia padrona di Roma, la tirannide restaurata dovunque, i principi fedifraghi insolenti nel ritorno, un lutto di oppressi, di feriti, di morti per tutte le terre d'Italia, impedivano al popolo la calma necessaria alle difficili decisioni del momento. La libertà costituzionale del nuovo stato, non ostante le molte proteste del governo e i suoi stessi sforzi a mantenerla, non ispirava fiducia; l'abbandono all'Austria del resto d'Italia nel trattato, avvelenando il cordoglio dei fuorusciti ricoverati in Piemonte, li spingeva ad eccessi d'opposizione, che la necessaria ed insieme sospetta resistenza del governo sembrava giustificare. La nuova Camera elesse presidente Lorenzo Pareto, già ministro, poi uno dei capi dell'insurrezione genovese; parve una sfida, ma le bizze vanirono nella rettorica appena sì seppe la morte di Carlo Alberto; il parlamento sospese le sedute e prese il lutto per quindici giorni. L'abitudine monarchica vi era dunque più forte del sentimento rivoluzionario. Poco dopo Giuseppe Garibaldi sbarcato a Genova, solo, vinto, dopo l'epica difesa di Roma e l'incomparabile ritirata per le campagne pontificie, fu imprigionato. Il ministro Pinelli giustificava tale cattura coll'avere Garibaldi preso servizio sotto la republica romana senza autorizzazione del governo incorrendo così nella perdita dei diritti di cittadinanza e delle franchigie costituzionali. Atto codardo, logica assurda in un ministero presieduto da Massimo d'Azeglio! L'opposizione parlamentare si levò: l'arresto di Garibaldi significava molto più che il reazionario Pinelli non avesse pensato ordinandolo; Massimo D'Azeglio vinto da un voto del parlamento dovette dimettere Pinelli e liberare Garibaldi. Non pertanto s'impose all'eroe di scegliere un asilo fuori di stato.

Il rimpasto ministeriale operato dal D'Azeglio non valse a quetare l'opposizione. Se colla tradizionale ed ora più che mai benefica ambiguità piemontese, mentre s'imprigionava Garibaldi e s'abbandonava Venezia all'Austria, si era osato chiamare al ministero il veneto Paleocapa, illustre emigrato e più illustre idraulico, accennando così ad un indirizzo nazionale nella politica, la nomina dei Lamarmora, malviso ancora pel feroce bombardamento di Genova, a ministro della guerra, sembrò un guanto gettato all'opposizione. Così la proposta dignitosa di Cesare Balbo di votare il trattato colla sola protesta del silenzio fallì. La discussione invece inviperì agli articoli: il deputato Mellana, forzando la mano ai ministri con intempestiva ma abile proposta, ottenne che il trattato non si approvasse «finchè non si fosse per legge provveduto a regolare in modo conforme all'onore dello stato i diritti di cittadinanza dei cittadini originari delle provincie annesse per la legge del 1849, i quali all'epoca del 30 settembre 1849 avevano, e tutt'ora conservavano, la residenza in questi medesimi stati». Quest'affermazione d'italianità compensava in certo modo i tradimenti di Carlo Alberto e l'ultimo inevitabile abbandono all'Austria delle generose provincie insorte, ma sovvertiva la costituzione sottoponendo l'approvazione del trattato all'accettazione di un'altra legge e vincolando il voto del Senato. L'idea italiana e la tradizione piemontese cominciavano così quel lungo duello, che doveva costringere il piccolo stato a mutarsi colla propria sconfitta in regno italico.

Naturalmente il re sciolse la camera dirigendo al popolo il proclama, che fu poi detto di Moncalieri.

In esso Vittorio Emanuele uscendo dalla mitica irresponsabilità di re costituzionale fece un caldo appello all'antica affezione dei sudditi, e li affidò sul proprio onore che le nuove libertà non correrebbero alcun rischio nella politica necessaria di quel momento. L'urgenza di ratificare il trattato di pace per uscire da una situazione che il più piccolo incidente poteva precipitare nella peggiore delle crisi, si scoprì finalmente alla publica coscienza: non si badò all'incostituzionalità del proclama, non si avvertirono le equivoche minaccie di Massimo D'Azeglio in una lettera ai propri elettori quasi a commento del proclama e a sciupo della sua buona impressione: il decreto reale alla vigilia delle elezioni, facilitante il conseguimento della cittadinanza agli emigrati delle provincie annesse al regno, parve garanzia bastante al diritto di questi e all'onore dello stato. E si votò con migliori intenzioni. Quindi la camera approvò senza discussione il trattato di pace.

Pochi giorni dopo il Piemonte sgombrato dalle truppe austriache diventava l'unico stato italiano rimasto all'Italia.

Il problema della sua politica era allora così intricato che nessuno fra i migliori spiriti avrebbe saputo precisarlo.

Accettando nobilmente lo statuto Vittorio Emanuele aveva singolarmente aumentate le difficoltà del momento: la libertà piemontese in tanta furia di restaurazioni assolutiste sembrava ai più un'anomalìa e a molti un pericolo. L'Austria designava Torino come ultimo focolare d'incendi, l'imperatore di Russia troncava con essa ogni rapporto diplomatico, nella Francia medesima il trionfo momentaneo degli estremi partiti conservatori, pei quali serpeggiava segreta ed irresistibile la preparazione imperiale, crescevano l'antipatia al nuovo regno che scrollato, non rovesciato, dalla guerra si riaffermava francamente nell'ideale della rivoluzione italiana. Torino era mutata in ospizio di tutti gl'italiani illustri per ingegno, per prudenza, per sventura: alcuni fra essi, acquistata la cittadinanza, sedevano nel parlamento e reggevano persino ministeri; i più lavoravano modestamente o gloriosamente nelle industrie o nelle cattedre, nei giornali o nell'esercito. La nuova monarchia, chiudendosi con astuto coraggio entro lo statuto quasi ultima rocca, doveva però sapervi vivere ampliandola e fortificandola così che non solo tutto il popolo piemontese ma il resto d'Italia potesse capirvi a un dato momento.

L'opposizione dei partiti veniva quindi a rinnovellarsi inconsapevolmente.

Al dualismo monarchico e repubblicano, che aveva riempito di tumulti l'estreme ore della rivoluzione succedevano le antinomie parlamentari delle parti che accettando lo statuto volevano serbarlo intatto come un'egida, o affinarlo come un'arma contro l'Austria e a pro' dell'Italia. La tradizione piemontese e l'idea italica, mascherandosi con ogni più fragile drappeggio parlamentare, dovevano fatalmente combattersi in qualunque proposta di legge. Pei vecchi piemontesi lo Statuto concesso da Carlo Alberto per beneplacito, e conservato da Vittorio Emanuele per magnanimità non poteva mutare l'assetto politico dello stato; l'aristocrazia del nome e del censo vi sarebbe rimasta negli aviti privilegi imperando, quella con più lustro, questa con maggior comando: il clero conserverebbe nello stato e nella società l'indiscutibile primazia; il Piemonte abituato da secoli ad essere il migliore principato italiano, durerebbe sicuro e felice entro i propri confini abbandonando alla tragica fortuna della storia il resto d'Italia. La cattiva prova della recente rivoluzione, che pesava e peserebbe ancora a lungo sul Piemonte, persuadeva così al suo prudente orgoglio la piccola antica autonomia colla gerarchia intatta delle classi, cogli ordini politici inalterati, cogli usi sociali escludenti il popolo da ogni alta funzione politica. Lo statuto doveva cristallizzarsi in un ambiente di rispetto religioso e col sottinteso furbesco d'un egoismo ricusante di slargare i propri privilegi per tema di maggiori pericoli. Il re costituzionale ridiventerebbe così re assoluto, servito da una oligarchia parlamentare di censiti: l'idea democratica, sepolta nella gloria dello statuto, come i Faraoni in quella delle piramidi, non disturberebbe il facile e proficuo impero sul popolo. Del governo non restava quindi che un'amministrazione: il parlamento, anzichè assemblea di rappresentanti popolari, si riuniva come un collegio di padroni nello studio dei propri interessi.

Per gli altri costituzionali occorreva invece la consacrazione d'un nuovo ordine nello stato. Comunque concesso e redatto, lo statuto affermava la sovranità popolare: il re v'era bensì parte integrante ma non più superiore; bisognava consultare il popolo, farlo a poco a poco capace di maggiori libertà, idoneo a più alti diritti. Lo statuto svolgendosi aveva a correggersi e ad ampliarsi; era non il presente ma l'avvenire, e non solo del Piemonte d'allora ma d'un altro possibile Piemonte che dall'Alpi giungesse all'Adriatico. L'irresistibile senso di modernità, ond'erano spinti questi più abili conservatori ad un graduato progresso delle istituzioni, si spaventava però al solo nome di rivoluzione, mentre questa si appiattava non vista sotto ogni più anodina riforma, si scopriva in ogni urto di discussione, s'allargava ogni giorno in minuti ed incalcolabili mutamenti della vita. Se i vecchi piemontesi avevano nella loro conservazione dello stato il sottinteso di mantenerlo immobile per passione di antiche idee e di più antiche abitudini, e però non erano in fondo che aristocratici; gli altri parlando sempre d'Italia e di libertà non osavano precisare a se medesimi l'idea dell'uno e dell'altra nella necessità d'una nuova rivoluzione nazionale.

Gli estremi partiti clericali e radicali, pari nell'odio e nella energia, affettavano invece il disprezzo dello statuto: quelli qualificandolo d'empietà, questi d'ipocrisia: gli uni accusandolo di negare la religione, gli altri di perdere l'Italia; i preti minacciavano la dinastia dei castighi di Dio, i mazziniani la denunziavano alle assise della nazione, affermando in ogni necessaria contraddizione della sua politica un tradimento. Nessuna idea era ancora chiara, quantunque l'istinto procedesse già sicuro.

Le annessioni provocate da Carlo Alberto e ottenute con suffragio universale a rovescio di quello ristrettissimo dello statuto, il vessillo tricolore sostituito alla bandiera azzurra dei Savoia, la costituzione conservata, legavano il Piemonte alla rivoluzione italiana, mentre l'idea rivoluzionaria costretta ad essere republicana oppugnava sopratutto il nuovo regno costituzionale. Così il Piemonte aveva contro di sè tutti i principi italiani, l'Austria e Mazzini, non trovandosi in questa lotta disuguale altra arma che il proprio statuto. Bisognava isolare l'Austria in Europa, annullare col confronto del proprio esempio tutti i principi d'Italia alzando il principio della monarchia fino a quello di nazionalità, assorbire dall'eroico ed inorganico partito democratico tutta la verità della sua idea e l'inesauribile forza della sua passione per darle corpo in uno stato costituzionale e nazionale; e ciò venne fatto con processo sovente inconsapevole, con mezzi quasi sempre contraddittori. Il risultato ne riuscì anche maggiore delle intenzioni; il favore delle circostanze dovette compensare molte inabilità politiche.

Ma le prime difficoltà apparivano terribili.

Anzitutto era d'uopo esistere. Guerra e rivoluzione avevano stremato il paese, quella rivelando i pessimi ordini dell'esercito, questa sconvolgendo le idee e scrollando sulle vecchie basi tutti gl'interessi. Le finanze erano esauste, disfatta la milizia, poche le risorse, le istituzioni economiche sbaragliate, le politiche mal certe: bisognava ricreare non ripristinare. La conservazione dello statuto obbligava il Piemonte ad una preparazione rivoluzionaria più costosa della guerra passata per potersi rimettere in un momento ancora imprecisabile alla testa della nazione contro l'Austria. Ma il paese era povero: aggravandolo di nuove tasse bisognava schiudergli altre ricchezze; spingendolo sulla via della rivoluzione conveniva mantenerlo inflessibilmente nell'orbita monarchica; togliendogli l'entusiasmo democratico si doveva dargli un'ardente fede monarchica; limitandogli lo sviluppo della libertà era sopratutto necessario assicurargli in una prossima rivincita il trionfo della indipendenza nazionale.

Mai problema politico si presentò più avviluppato e grandioso.

Vittorio Emanuele, malgrado la volgarità della propria natura, ne assicurava buona parte della soluzione, giacchè accettando lo statuto non aveva conservato sottintesi. Prode, fremente della sconfitta, lealmente operoso, era pronto a tutte le conseguenze di questa prova ancora mal compresa di costituzionalismo rivoluzionario; nessun principe d'Italia, nessun re d'Europa aveva forse allora migliori intenzioni di lui e più salda volontà di mantenerle. Il parlamento incomparabilmente superiore a quelli di Napoli di Firenze e di Roma, era nullameno inetto al difficile esperimento. La sua destra, capitanata dal conte Solaro della Margherita, era ancora più dinastica che monarchica; lo statuto non le pareva che una prepotenza rivoluzionaria mantenuta nel governo da una irragionevole necessità, e della quale bisognava limitare lo sviluppo. La sinistra, guidata da Brofferio, avvocato, retore sino all'eloquenza, tribuno e letterato, irrequieto ed impetuoso, nobile ed imprudente, capace di grandi idee ed inabile nella pratica, democratico intransigente e non pertanto costituzionale arrendevole, si componeva di radicali. Fra essi molti fuorusciti diffidenti ancora della monarchia o feriti dalla rivoluzione spasimavano di rivolta, pronti a scambiare ogni prudenza di governo per una viltà e qualunque manovra diplomatica per un tradimento; impazienti nella preparazione ed eccessivi nei dibattiti, altrettanto ingiusti nelle accuse quanto magnanimi nelle intenzioni, più italiani che piemontesi, mentre bisognava essere più piemontesi che italiani per poter un giorno essere solamente italiani.

La maggioranza governativa, mobile e indeterminata, non avea programma esplicito. Balbo, ultimo e più illustre fra i neo-guelfi, rappresentava i vecchi liberali ora incompresi ed incomprensibili. Alfonso Lamarmora, cavaliere antico, più nobile di un re e più austero d'un cenobita, era la speranza dell'esercito, ma fanatico di fede costituzionale non vedeva l'Italia che attraverso la dinastia. Molti insigni emigrati si tenevano pronti a servire. Genova era rientrata nella calma, ferita e pensosa; Torino non comprendeva ancora se stessa, sollevata dal soffio ardente d'italianità che infiammava tutte le sue vie; la Sardegna, una volta così importante pel Piemonte, non era adesso che la sua più remota provincia.

Massimo D'Azeglio governava. Leale e generoso nella nuova pratica costituzionale, procedeva nullameno lento ed impacciato sentendosi spinto e temendo d'inoltrare troppo. Una nervosità di artista gl'impediva la destrezza e la calma d'una politica naturalmente bordeggiante fra gli scopi per riannodare i rapporti diplomatici con tutte le potenze e dominare i partiti. Quindi era più amato, che stimato, si credeva meglio alla sua parola che alla sua forza, valeva piuttosto nella diplomazia per qualità personali che nel parlamento per sicurezza di metodo o abilità d'espedienti.

La prima grossa battaglia parlamentare dopo la legge sulla ripartizione dei collegi elettorali, che la sinistra osteggiò per malata diffidenza verso il governo, s'accese per l'abolizione dei privilegi ecclesiastici. La legge fatalmente rivoluzionaria discendeva dallo statuto e ne slargava il principio reintegrando la sovranità civile contro le viete dominazioni del diritto canonico. I partiti vi si accanirono: la vecchia destra si schierò francamente all'opposizione; i più condiscendenti fra essa arrivarono sino ad un nuovo concordato con Roma, infelice negazione del nuovo diritto statutario che ne avrebbe sottomesso la parte migliore agli arbitrii della curia papale. La sinistra si strinse intorno al governo; Roma, che sopportava l'occupazione francese ed austriaca senza protestare nemmeno alle esorbitanze dei generali stranieri malmenanti vescovi e paesi, sentì la minaccia e minacciò. I suoi giornali politici, guidati dalla Civiltà Cattolica, apersero una campagna furibonda d'insolenze, nauseante di perfidia. Il ministero vacillò, scese a tentare accordi: il conte Siccardi fu mandato a Portici, allora residenza papale, ma indarno. Quindi D'Azeglio con abile intrepidezza lo chiamò al ministero commettendogli di presentare al parlamento un disegno coordinato di leggi sull'abolizione del fôro e delle immunità ecclesiastiche, sul divieto alle manimorte di acquistare beni senza l'autorizzazione regia e sulla riduzione delle feste religiose. Senato e parlamento approvarono, il re sanzionò, il popolo esultante proruppe a tali eccessi di dimostrazioni che si dovettero frenare colla forza, mentre la curia inviperita s'abbandonava alle peggiori escandescenze, negando persino i conforti religiosi al morente ministro Santarosa. I vescovi di Torino e di Cagliari vennero imprigionati.

Il conte Camillo Benso di Cavour sostenendo validamente quelle leggi si mostrò per la prima volta sulla scena politica, che doveva poi riempire di se stesso; Vittorio Emanuele trovava finalmente in lui il proprio grande ministro.

Il Conte di Cavour.

Questo torinese era nato (1810) fra le tempeste del primo impero.

La sua casa, una fra le più antiche del Piemonte, aveva imperato sulla piccola repubblica di Chieri, nella quale componeva l'eptarchia dei B, i Balbo, i Balbiano, i Biscaretti, i Bruschetti, i Broglio, destinati agli splendori di una lunga illustrazione in Francia, i Bertone e i Benso. Razza e parentela erano molto miste; san Francesco di Sales era un suo antenato; fra i suoi congiunti più intimi, tutti legittimisti piemontesi e francesi della più ostinata intransigenza nella fede cattolica ed aristocratica, brillavano anche dei protestanti svizzeri dallo spirito colto e di tradizioni liberali. La sua educazione fu quella della sua famiglia e del suo tempo. A dieci anni entrò cadetto nell'accademia militare dei nobili, a diciotto ne uscì ufficiale col solito leggero bagaglio di istruzione, ma sospetto già ai superiori per aver servito mal volentieri fra i paggi del principe di Carignano. Poco dopo, le giornate di luglio a Parigi gli strappano frasi così liberali da meritargli la relegazione in un forte e da costringerlo a dare le dimissioni.

Giovane, alacre, ignorante ma superbo di confidenza in se medesimo, si butta agli affari: compra senza denaro una vasta terra, ne muta la coltura, s'improvvisa agricoltore e sindaco del proprio villaggio, scruta la vita nei più umili particolari, impara uomini e cose, mescola relazioni signorili, borghesi e popolane, si correda di studi pratici, viaggia in Francia e in Inghilterra, non sospettando ancora se stesso e nullameno scherzando sulla possibilità di essere un giorno primo ministro d'Italia. Se scarseggia tuttavia di idee, i suoi istinti sono molti e sicuri: è un liberale e un aristocratico intento ad assimilarsi la modernità della borghesia. Le sue opinioni originali per difetto di coltura derivano dall'esperienza e mirano alla pratica: l'equilibrio delle sue facoltà mezzane togliendolo al pericolo delle grandi ascensioni del pensiero lo salva pure dalle incertezze, anche più perigliose delle discese dai sistemi alle applicazioni quotidiane della vita reale. Mentre Parigi seduce in lui il giovine libertino, l'Inghilterra attira già l'uomo colle meraviglie della sua industria e i miracoli del governo parlamentare. Involontariamente le sue lettere di viaggiatore tradiscono il progresso del suo spirito: la politica vi domina, ma piana, senza ideali e senza sistemi, liberale d'istinti e di metodi, parca d'entusiasmi, pronta a subire le cose dopo averne valutata la forza irresistibile, con un'antipatia quasi irragionevole per tutte le forme ed anche le grandezze rivoluzionarie. La sua sola passione è la libertà parlamentare misurata da leggi regolarmente votate, espressa da partiti ordinati, praticata dal paese come un'abitudine di benessere materiale e morale.

Nella sua ignoranza di ufficiale, di agricoltore, di gentiluomo e di sindaco, che istruendosi non riflette se non a quanto gli cade sott'occhio e non mira che ad acquistare nozioni scientifiche praticabili, la storia e la nazione, che conosce meno, è quella d'Italia; pensa, parla, scrive in francese. Intravede confusamente il moto ascendente delle plebi, e improvvisa un opuscolo volgare di pensiero, povero di dottrina ma sicuro di buon senso sul modo di combattere lo sviluppo delle idee comuniste; avverte l'agitazione accresciuta allora dal grande tribuno cattolico O' Connell in Irlanda contro la tirannia inglese, e temerariamente in un libercolo, che la sua gloria di statista rese poi celebre, affronta il problema della conciliazione fra i due paesi con un sistema di riforme che non sfiorano nemmeno il nocciolo della questione, ma accennano già alla futura destrezza dell'uomo di governo altrettanto scarso di principi quanto fertile d'espedienti, più abile a coordinare una rivoluzione che a sorprenderne l'idea e a suscitarne le forze.

Se da principio il suo liberalismo è tale da strappargli in una lettera l'augurio di poter dare persino ai gesuiti il quadruplo della libertà, che essi concedevano ai popoli sui quali imperavano; mentre invece tutto l'eroismo dei rivoluzionari lo lascia nella più perfetta insensibilità, e i prodigi di pensiero accumulati nei prodromi della grande rivoluzione federale del 1848 sfuggono alla sua così penetrante attenzione sino a permettergli di rallegrarsi con Michelangelo Castelli della caduta della republica romana; presto un implacabile buon senso lo arresta. Della propaganda e della guerra rivoluzionaria egli non vede che l'arruffio dei propositi, la sproporzione goffa dei mezzi, l'inconsistenza degli ordini, l'inanità tragica e spesso ribalda delle sètte, l'assoluta mancanza di senno pratico e politico. Il segreto ideale della rivoluzione gli si nasconde, ma nessuna delle sue chimere lo inganna. La vecchia società aristocratica, donde è uscito, non vuole avanzare; la nuova, ove sta per entrare, non sa ancora procedere.

Mentre Gioberti delira nella lirica filosofica del Primato, Balbo s'inganna a studiare per l'Italia Speranze di risorgimento fuori della sua storia e della sua vita, D'Azeglio si conforta e conforta scrivendo romanzi migliori di patriottismo che di arte, Cavour nè filosofo, nè storico, nè letterato, non ancora mescolatosi alla vita pubblica, osserva e critica. Egualmente lontano dalla rivoluzione e dalla reazione egli è già un giusto mezzo; ma in questo limbo, ove il pensiero dovrebbe per forza farglisi dottrinario e l'azione diminuire gradatamente in una improba inefficacia, il suo spirito operoso si salva collo studio e collo stimolo degli interessi. Come tutti i veramente forti egli è paziente. Anzichè scomporsi indarno per inoltrare sulla scena politica affrettando la propria ora, si mette fra i fondatori della Società agraria, ne redige gli statuti, provoca comizi, nei quali sotto pretesto di agricoltura s'aguzza lo spirito di discussione, e i problemi più vitali si famigliarizzano anche alle intelligenze volgari; col conte di Salmour diffonde la istituzione delle Sale d'Asilo, col marchese Alfieri fonda un club liberale dal titolo inoffensivo di Società del Whist, commenta i viaggi agronomici del marchese di Châteauvieux, s'addentra in tutte le questioni finanziarie senza preparazione di studi economici, guidato dalla luce del proprio ingegno e ricorreggendolo continuamente nella pratica universale, s'appassiona a disegni ferroviari, a trattati di commercio, a istituti di cambio, con una superba trascuranza di ogni teoria e una sicurezza d'analisi e una costanza di preferenze, che nel liberalismo economico preparano un più vasto liberalismo politico.

Mentre intorno a lui la rettorica dell'italianità vaneggia nelle più sciatte e pericolose pretensioni, a trentasei anni, nel 1847, prima che la costituzione sia concessa, si preoccupa già della necessaria abilità parlamentare. Naturalmente simpatie e modelli sono per lui in Inghilterra. Le riforme di Robert Peel lo esaltano, la livida minacciosa figura di Pitt lo ammalia benchè troppo a lui opposta di natura, Canning, Fox, Burke gl'ispirano il desiderio di quell'eloquenza infallibile nella misura, nutrita di fatti, altrettanto temuta nelle repliche quanto ammirata nelle esposizioni, così necessaria ad un uomo di stato, e che l'inartistica aridità della sua natura gli contenderà sempre, anche nella foga più veemente delle battaglie o nella più esuberante prepotenza delle vittorie.

Nessuno lo sospetta ancora, molti lo dileggiano per quel continuo vantare le istituzioni inglesi, e lo chiamano milord.

Ma le tempeste dell'azione lo attirano irresistibilmente. Con D'Azeglio e con Balbo fonda un giornale, il Risorgimento, per sostenere l'accordo necessario fra popoli e principi; se non che questa tesi dei riformisti gli si muta improvvisamente fra le mani. Genova alle prime aure calde del quarantotto manda una deputazione a Carlo Alberto per chiedere l'espulsione dei gesuiti, e l'antico paggio del principe di Carignano diventato re, ricordandosi lo spirito del suo signore, con pronta e meditata temerità sorpassa i più democratici, e propone si domandi la costituzione. Questa concessa, mentre la rivoluzione scoppia in tutta l'Europa e la Lombardia è già in fiamme e a Torino i più saggi titubano ancora, Cavour insta perchè si passi subito il Ticino; combatte l'ipocrisia democratica di subordinare l'unione della Lombardia col Piemonte alla chimera di un assemblea costituente, sostenendo energicamente la necessità della loro fusione immediata. Finita la guerra nei più dolorosi rovesci, non perde la calma e s'oppone a coloro che vorrebbero pazzamente proseguirla con un esercito disorganizzato, senza tener conto nè della forza irresistibile dell'Austria, nè dell'opinione dell'Europa.

Poco dopo Gioberti sale al ministero sul vento di una pericolosa popolarità e Cavour temendo pel Piemonte un disastro di nuove follie lo combatte aspramente; ma Gioberti staccandosi dal proprio partito vuole invece fare del Piemonte uno strumento nazionale per la restaurazione, riconducendo colle armi il granduca a Firenze e il papa a Roma, e Cavour ingannandosi questa volta lo sostiene. Così egli ha già fissa e matura la propria idea: la rivoluzione deve accadere ma senza nè idee nè mezzi rivoluzionari portando il Piemonte alla conquista d'Italia. Solo in tal modo l'unità nazionale sarà possibile. Ma questa unità per lui non significa che l'espulsione dell'Austria; dopo l'egemonia del Piemonte farà il resto. Il suo disegno si arresta alla ricostruzione del primo regno italico. Egli non immagina nemmeno come disfarsi del granducato di Toscana; il problema dello stato pontificio gli si presenta insolubile: tutto al più si potrebbe staccarne quelle legazioni, che gli austriaci posseggono militarmente; il regno di Napoli così lungi è appena italiano per lui e non conta nel calcolo della sua politica. Per ora egli non è che piemontese; l'Italia sarà una conseguenza del Piemonte.

Quindi nessuno lo comprende.

La sincerità del suo patriottismo ristretto non è riconosciuta, la temperanza delle sue idee pare insufficienza, la precisione dei suoi propositi pratici volgarità: gli aristocratici sospettano di lui novatore, i democratici diffidano di lui costituzionale, il suo vivo senso piemontese contrasta all'italianismo effervescente ed insieme profondo dell'ora: nascita, educazione, concetti, modi, tutto gli è contro. Lo si accusa di codinismo, lo si isola nell'inazione. Ma la sua fibra si tempra nei contrasti, l'elasticità della sua natura si raddoppia, l'infallibile sicurezza del suo buon senso costringe grado grado alla stima: mentre tutti sono sbaragliati egli solo confida, quando piazza e corte recriminano egli solo è già inteso alla nuova preparazione. Qualche cosa dell'antica scienza politica italiana è rimasta in lui. Se nel patriottismo di Mazzini vi è del Machiavelli, in quello del conte di Cavour traspare Guicciardini: per l'uno la politica è una lotta di idee, per l'altro una guerra di fatti. Per Cavour tutto è mezzo, e il problema impostogli dalla scena politica va risolto coi dati della scena stessa; Mazzini fida nei popoli, Cavour non crede alla loro forza rivoluzionaria e si prepara a destreggiarsi coi governi. Nel proprio calcolo deve tener conto dell'Europa, nell'azione sorpassare il Piemonte senza comprometterlo. Così gli occorre anzitutto il potere, ma in esso bisogna risolvere prima il difficile problema di una dittatura parlamentare e ministeriale, non esorbitando mai dalle funzioni e creando la fede nella monarchia col rispetto alla libertà statutaria. Se ai tempi di Guicciardini nei mezzi della politica entrava anche l'assassinio, Cavour nel tempo moderno non potrà che assassinare moralmente l'avversario per meglio sfruttarne l'opera; ma lo farà con ammirabile perfidia disonorando Mazzini in faccia all'Italia e accusando Garibaldi davanti all'Europa. Questa facile e terribile abilità, che all'ingenuo D'Azeglio strapperà come in un grido di sdegno la parola: «empio!», congiunta sempre al più aristocratico disinteresse personale, lo renderà a certi momenti un enigma per amici e nemici. E la sua ambizione sarà così bonaria, il suo orgoglio così duttile, la sua ingratitudine così sensata, il coraggio de' suoi mercati così malizioso, la prontezza al guadagno così fulminea che disegni insufficienti o sbagliati gli trionferanno imprevedibilmente fra mano, mentre il mondo stupito li crederà concetti nell'infallibilità e il genio de' suoi stessi avversari ne parrà sopraffatto.

Nessuno come Cavour avrà vivo il senso della realtà. La sua sfiducia nel popolo italiano è sorprendente di verità e di costanza: egli solo nella rivoluzione del quarantotto aveva misurato il vôto di tutte le imprese. Federazione di principi, egemonia papale, republiche regionali, insurrezioni municipali, eserciti regolari e milizie di volontari, tutto gli si era rivelato del pari insufficiente. Tutto era fallito, e solo il Piemonte restava. Il popolo d'Italia non era nè rivoluzionario nè guerresco; il popolo non si batteva; tutto lo sforzo della guerra e della rivoluzione era stato sopportato da appena trentamila volontari; eroismi parziali non contavano: la massa dei ventidue milioni, che componevano la popolazione d'Italia, non s'appassionava nè di rivoluzioni nè di guerra. L'Italia era incapace di espellere l'Austria liberandosi contemporaneamente di tutti i principi e costituendosi in republica: il problema del papato, ora che la Francia vi si era annidata stanziando a Roma, era peggio che impossibile all'iniziativa italiana.

La rettorica nazionale malgrado la sublime verità di certi particolari non aveva fatto presa sullo spirito di Cavour. Nullameno questo scettico aveva una fede ancora confusa ma salda; poichè l'Italia incapace di compiere la propria rivoluzione aveva pure per una necessità dell'assetto europeo a mutare di condizione e ad essere conquistata, il Piemonte si doveva a questa conquista. Quindi prima l'indipendenza e poi la libertà; invece di costituente, annessioni e fusioni immediate, a stimolo di queste l'esempio della libertà costituzionale; ma siccome il Piemonte non bastava nè solo, nè aiutato da volontari italiani a lottare contro l'Austria, bisognava ingrandirlo nella stima italiana ed europea, aspettando dal caso l'aiuto di sufficienti alleanze.

Il grido di Giulio II «fuori i barbari!» diventa tutto il programma del nuovo statista.

Il genio italiano, che aveva delirato in Gioberti risognando col papa il primato universale d'Italia, e che errava ancora attraverso l'Europa con Mazzini predicando una impossibile iniziativa italiana per una terza epoca europea, s'impiccioliva solidificandosi nella ragione di Cavour sprezzante di ogni sistema, italiano a forza di essere piemontese, liberale per necessità di conservatore, rivoluzionario nell'orbita dei parlamenti e delle diplomazie, conquistatore per influenza di alleanze e per destrezza manipolatrice degli stessi inconciliabili elementi rivoluzionari.

Nessuno forse in questo secolo lo pareggiò come organizzatore all'infuori di Napoleone I, e questi lo era in modo diverso.

Così Cavour spiegando nel ministero la miracolosa attività di Mazzini nella propaganda rivoluzionaria, prenderà singolarmente e cumulativamente tutti i portafogli: una inesausta scienza dei particolari lo renderà ammirato e temuto da subalterni e da avversari senza che la stanchezza fra tante battaglie parlamentari e brighe diplomatiche lo sorprenda mai appesantendogli la mano o velandogli l'intelligenza. Nell'amministrazione anzi brillerà tutto il suo ingegno: in essa rinnovando tutti i trattati di commercio e mutando arditamente la politica da protezionista in libero-scambista si mostrerà rivoluzionario; spingerà il moto ferroviario colla stessa rapidità e sicurezza di Frère Orban nel Belgio; primo in Europa, colle finanze sempre stanche e nullameno sempre alacri di uno stato costretto ad una disastrosa preparazione di guerra, oserà il grande foro del Cenisio, riprenderà il concetto di Napoleone I sul golfo della Spezia creandovi il massimo arsenale piemontese all'ultimo confine dello stato con temeraria e superba affermazione italiana. La concentrazione nel Piemonte delle migliori forze nazionali, se non avrà con lui quel largo concetto di Mazzini, sarà non pertanto un capolavoro di destrezza e di costanza; l'altalena della sua politica ora favorevole ai moti di ribellione ora repressiva sino all'ingiustizia, esprimendo le insufficienze del suo pensiero davanti alla rivoluzione, rivelerà tuttavia un diplomatico sempre capace di riguadagnare in nuova combinazione il troppo concesso durante una crisi inevitabile alle recriminazioni di governi alleati: ma sopratutto un alto sentimento di libertà parlamentare e d'indipendenza piemontese lo salverà dalle quasi inevitabili dedizioni dei piccoli stati costretti a muoversi nell'orbita delle maggiori potenze.

Mentre Mazzini è prima riformatore che rivoluzionario, Cavour si presenta subito come un politico di governo, intento ad ingrandirlo moralmente e materialmente: quelli riassume tutta l'idealità italiana, questi nè unitario nè federalista condensa nella propria opera tutta la praticità possibile, oppugnando anzitutto lo straniero e preparando nell'inconfutabile superiorità del Piemonte la possibilità all'Italia di agglomerarvisi in un modo o nell'altro. Se Mazzini vede più lontano, Cavour vede più giusto; l'uno vuole l'Italia in una rivoluzione così liberale che la rimetta alla testa d'Europa con un miracolo di genio popolare, l'altro riconoscendo impossibile questo disegno e giudicandone pazzi o criminosi tutti i mezzi, non mira che all'alta Italia per costituirvi un forte regno del nord che potrà poi un giorno avvallare oltre il Po. La politica, che per Mazzini è la sintesi di una educazione spirituale, per Cavour non sorpassa un calcolo di combinazioni diplomatiche parlamentari, militari ed economiche; Mazzini vede per l'Italia un disastro quasi peggiore della divisione in tanti stati e della servitù allo straniero nella possibilità di ricostruirsi entro una conquista regia; Cavour pone il proprio supremo trionfo nel conseguimento della indipendenza dall'Austria e nella formazione di uno stato parlamentare, che armonizzandosi ai migliori governi europei fonda la tradizione monarchica colla libertà popolare, distribuendo equamente il potere fra le varie classi sociali e limitando al minimo lo spostamento degli ordini stabiliti.

Ma diffidente della rivoluzione per indole e per ufficio, Cavour saprà qualche volta osarne le temerità impadronendosi de' suoi metodi e de' suoi uomini avvolgendosi nelle più intricate contraddizioni senza che nè l'impresa gli si svii, nè l'opera gli si indebolisca.

In faccia al problema politico e religioso di Roma Mazzini appellerà dal Papa al concilio e dal concilio a Dio, dichiarando morto il papato in nome di una nuova rivoluzione cristiana: Cavour affermerà da Torino Roma capitale d'Italia, subordinandone la conquista al beneplacito della Francia e guarantendo il papato colla formula «libera chiesa in libero stato». Cavour morirà precocemente nel sogno di Vittorio Emanuele regnante al Quirinale; Mazzini, che lo vedrà realizzato, verrà vecchio e sconosciuto a morire in Toscana profetando con fede sublime la republica in Campidoglio.

Ma l'Italia non si sarà costituita che per l'opera loro; l'uno sarà stato il suo genio, l'altro il suo intelletto; questi le avrà inspirato la rivoluzione, quegli le avrà dato la costituzione; ma la trascendenza di Mazzini e l'insufficienza di Cavour, egualmente necessarie e fatalmente antagoniste, non si saranno conciliate che nell'istinto e per l'istinto di Giuseppe Garibaldi.