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La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 2 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 57: Capitolo Terzo. La politica dell'egemonia
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About This Book

The volume traces Italy's nineteenth-century political struggle, detailing secret societies and early uprisings, the spread of liberal and nationalist ideas through literary and political circles, and the evolution from insurrectionary attempts to broader popular revolts. It examines ideological currents and organizers, the mid-century revolutionary wave with its regional republics and papal reaction, the ensuing military campaigns and defeats, and the emergence of Piedmont as the leading force through diplomatic maneuvering and annexations. Throughout, cultural shifts, the decline of some revolutionary strains, and the rise of new political schools are evaluated.

Capitolo Terzo.
La politica dell'egemonia

Ministero di Cavour.

Malgrado ogni buona volontà l'opera della ricostituzione piemontese si scopriva ogni giorno più difficile.

Mentre D'Azeglio usando del proprio ascendente personale s'affaticava a rifare la situazione diplomatica dello stato, e il conte Siccardi prendeva l'iniziativa delle riforme ecclesiastiche, e Alfonso Lamarmora accogliendo nell'esercito ufficiali di tutte le provincie italiane si dedicava con incomparabile costanza al miglioramento degli ordini militari, i partiti politici dentro e fuori del parlamento non avevano ancora trovato il proprio assetto. Cavour, salito al ministero del commercio, iniziava con prodigiosa destrezza ogni maniera di riforme economiche, piuttosto sbalordendo compagni ed avversari che traendosi dietro un partito capace di sorreggerlo. Le questioni di politica generale si ripetevano ad ogni incidente, giacchè le frequenti dissoluzioni delle Camere non avevano bastato ancora a schiarire negli elettori il grande problema del momento. La destra, subendo la legge sulle immunità ecclesiastiche, aveva esaurita ogni condiscendenza; l'estrema sinistra teneva sempre il broncio o declamava; solo al centro sinistro un forte gruppo capitanato da Urbano Rattazzi, abile avvocato e più abile parlamentare, che il coraggio di affrontare al potere le massime crisi della futura rivoluzione doveva poi rendere illustre, manovrava destramente per accostarsi al governo.

Il colpo di stato del 2 dicembre 1851, scoppiato in Francia rovesciandovi la republica, scrollava i piccoli stati vicini. Napoleone III per proclamarsi imperatore dovette necessariamente iniziare un'altra reazione. Il Piemonte fra le nuove pressioni francesi e le costanti minacce dell'Austria, non più coraggioso della Svizzera, piegò violando l'ospitalità accordata ai fuorusciti e restringendo la libertà della stampa. Con una legge improvvisata nella paura si tolse quindi ai magistrati d'appello, congiunti ai giudici del fatto, i giudizi sui reati di stampa per offese ai sovrani esteri, e si attribuirono ai tribunali ordinari colla condizione della richiesta della parte offesa, affermata ma non esibita dall'accusatore pubblico. Era una dedizione della miglior parte della sovranità e per la quale si sottoponeva all'arbitrio di governi esteri la libertà dei cittadini e dei fuorusciti; i nuovi processi con denuncie estere e segrete avrebbero tolto ogni rispettabilità alle sentenze. Nullameno la destra guidata dal colonnello Menabrea pretendeva di peggio; il centro sinistro s'accostava invece al governo purchè la reazione non andasse oltre. Cavour con ardita manovra, profittando dell'assenza del D'Azeglio presidente del gabinetto, volse le spalle alla destra. L'antico partito savoiardo rimaneva così distanziato come un battaglione di veterani incapace di reggere alla fatica di tappe forzate; il nuovo partito italiano arrivava al potere per scoprire alla nazione il segreto della grande preparazione piemontese. D'Azeglio, sorpreso e sorpassato, recalcitrò a questa prepotenza di Cavour, che avendo già preso i portafogli del commercio e delle finanze, esautorava con un colpo di stato parlamentare la presidenza del gabinetto. La dittatura cavouriana cominciava con una combinazione di partiti, ai quali il conte Revel reazionario dette il nome, rimasto poi celebre, di connubio. Ma il ministero ne rimase scosso. Luigi Carlo Farini romagnolo vi era dianzi succeduto nel dicastero della pubblica istruzione al conte Gioia piacentino, come a mantenervi il carattere italiano colla propria qualità di fuoruscito: quindi i clericali costrinsero con una carica disperata D'Azeglio a nuovi rimpasti per dar tempo ai partiti di riorganizzarsi. Un Alessandro Pernati clericale toccò un momento il ministero dell'interno per rendervisi ridicolo con severe ordinanze sulla chiusura dei fondachi nelle domeniche; ma la scissura fra Cavour e D'Azeglio, allargandosi ogni giorno, rendeva necessaria una separazione. D'Azeglio si credette per un'ultima volta vittorioso col costringere l'abile avversario a ritirarsi, mentre invece la rivoluzione parlamentare compìta da questo era già tale che egli solo avrebbe dovuto padroneggiarla. Infatti allontanandosi momentaneamente dalla Camera per saggiare in un viaggio a Parigi e a Londra la pubblica opinione sul problema italiano, Cavour parve anche più necessario di prima: il ministero D'Azeglio sbattuto dalle istanze insolenti del legato francese His de Butenval sulla solita questione degli emigrati e della stampa arenò nella questione del matrimonio civile. La Camera aveva votato quasi con entusiasmo questa nuova emancipazione dall'autorità sacerdotale nell'atto più importante della vita, ma il senato del quale le riforme siccardiane avevano già consumato il liberalismo, s'impuntò. Roma tempestava da tempo: la legge sul matrimonio civile raddoppiò quindi l'accanimento della sua resistenza. Invano il guardasigilli piemontese fece pompa di dottrina svolgendo in una memoria le ragioni dello stato nel contratto del matrimonio; più indarno e peggio Vittorio Emanuele si umiliò al pontefice sino a chiedergli in una lettera autografa l'assenso alla legge: Pio IX rispose sprezzante, il cardinale segretario Antonelli eccitò i vescovi alla rivolta contro la nuova eresia, il partito aristocratico minacciava, nelle campagne cresceva l'ostilità, i liberali aspreggiavano le titubanze del ministero, quindi D'Azeglio si dimise additando in Cavour il solo uomo politico capace di fronteggiare la situazione.

Questi, benchè anelante al potere, ebbe l'avvedutezza di lasciare tentare un ultimo esperimento di accordo con Roma da Cesare Balbo, che naturalmente fallì. Quindi riafferrò con mano sicura la direzione del governo. Ma risoluto a frangere tutte le resistenze del partito clericale non volle momentaneamente rompere l'equilibrio parlamentare col largheggiare verso il centro sinistro: così mantenne al ministero il Lamarmora, che gli guarentiva la riorganizzazione militare, il Paleocapa, ingegnere di grandissimo merito, che rappresentava lo spirito di progresso nelle opere materiali, e il Buoncompagni calmo e sensato intelletto, che vi conserverebbe la necessaria misura nella questione religiosa. Solo qualche mese dopo, per gli accordi stabiliti nel connubio, a questi successe il Rattazzi.

Il ministero D'Azeglio all'indomani della rotta di Novara era stato un'amministrazione di tregua; questo di Cavour era una giunta di combattimento. Infatti Gioberti morente a Parigi nella povertà di un illustre esilio, quasi profetando, tracciava nel Rinnovamento civile la strada che si sarebbe corsa per raggiungere l'unificazione nazionale.

Ormai la reazione paesana era vinta: la resistenza di Roma non impedirebbe certo il progresso della nuova legislazione.

Quindi Cavour comprendendo «l'impossibilità pel governo di avere una politica nazionale e italiana in faccia allo straniero, senza essere all'interno liberale e riformatore», si accinse febbrilmente a mutare la situazione del Piemonte. Perchè il piccolo stato potesse sotto l'insidiosa sorveglianza dell'Austria mettersi alla testa delle speranze nazionali, doveva non solo umiliare colla propria libertà costituzionale ogni altro principato italiano, ma spiegando in esiguo quadro tutte le energie di un grande paese riconquistare la stima dell'Europa con opere superiori alle proprie forze.

Bisognava anzitutto per salvare il Piemonte farne un istrumento della rivoluzione nazionale. Le sue finanze oberate dalle spese della guerra e dell'indennità parevano esauste. Il bilancio delle sue spese, prima non maggiore di 80 milioni, era salito nel 1849 sino a 216 milioni per fissarsi tra i 130 e i 140. Il paese era povero di manifatture, scarso a commerci. Invece di restringere le spese con meschini criteri di economie, che assestando il bilancio avrebbero lasciato il paese nell'inerzia e nella miseria di ogni avvenire italiano, Cavour osò raddoppiarle moltiplicando imposte, debiti ed opere pubbliche per farlo grande. Il suo bilancio, che nessun finanziere avrebbe potuto approvare, venne da lui stesso chiamato con frase superba «bilancio dell'azione e del progresso».

Col coraggio di un ingegno egualmente libero da sistemi e da pregiudizi, respingendo e correggendo ogni altra proposta, conquistò sul patriottismo della Camera un certo numero di tasse minute per 70 milioni, e ne impiegò tosto 200 per la costruzione delle vie ferrate di Genova, Lago Maggiore, Novara, Susa, Savoia: sviluppò lo spirito di intrapresa, ridestò la vita nelle provincie con ogni mezzo di comunicazione. Quindi, malgrado l'ingrossare del deficit, ridusse la tassa del sale, compì la riforma delle tariffe postali. Una fede incrollabile nei miracoli della libertà e del lavoro lo sosteneva: però miglior uomo di stato che economista contraeva debiti per aumentare la somma circolante di denaro a favore delle industrie, e cresceva loro le tasse per stimolarle con sapiente gradazione a migliore attività, mentre colla rinnovazione libero-scambista di tutti i trattati apriva nuovi sbocchi alla produzione e annodava relazioni diplomatiche capaci un giorno di frutti politici. Per questo riguardo il suo trattato colla Francia, dalla quale sentiva la necessità di comprare a qualunque prezzo simpatie politiche, fu più scarso pel Piemonte di vantaggi materiali che non quello coll'Inghilterra. Ma come tutto ciò non bastasse, prodigava denaro all'esercito su ogni istanza del generale Lamarmora, muniva Casale, fortificava Alessandria, riforniva magazzeni, aumentava i quadri delle milizie. Un'incomparabile attività si ridestava nel Piemonte: Torino formicolava d'insigni fuorusciti; nelle scuole ogni giorno cresceva il numero delle cattedre; l'orgoglio nazionale si rianimava alla fede, che il ministro mostrava nel paese.

Pochi anni dopo la rotta di Novara nessuno sapeva più riconoscere il vecchio Piemonte. Il parlamento assorbito nell'unità di una politica altrettanto varia nei mezzi che fisa in una sola idea, sempre destra negli espedienti e fertile nei risultati, non era più che una maggioranza docile ed operosa: l'estrema destra vi si mostrava in rari fossili, l'estrema sinistra in pochi declamatori. Un forte partito liberale sosteneva il ministro, anche sembrando talora osteggiarlo. Tutto piegava presto o tardi sotto lo sforzo della sua ferrea volontà.

La rivoluzione indigata nella costituzione avanzava rapida e sicura. Naturalmente se nella politica estera tutta l'abilità era usata a conquistare simpatie per mutarle in alleanze, in quella interna le difficoltà dovevano venire dai rapporti con Roma. Questa cresciuta a centro della reazione austriacante combatteva in Torino la nuova capitale morale d'Italia, giovandosi delle questioni religiose per sconvolgere la coscienza popolare divisa fra esigenze cattoliche e speranze italiane. Ma Cavour, cogliendo con pronta intuizione la necessità di tagliar corto ad accordi impossibili, spinse alacremente le riforme. Le leggi sul matrimonio civile, sulla riorganizzazione dei beni ecclesiastici, sulla soppressione degli ordini monastici mendicanti, incalzarono vivamente la curia vaticana. La rottura fu clamorosa, le lotte in parlamento e in paese animatissime. Tutti sentirono confusamente che si combatteva una suprema battaglia: sovranità civile e potere ecclesiastico, chiesa e stato, dopo un duello di quindici secoli erano agli ultimi colpi: nella vittoria dello stato trionfava la nazione, nella sconfitta del Vaticano Torino, provvisoria capitale d'Italia, salvava il diritto di Roma, eterna, futura capitale d'Italia.

Mentre i reazionari si scalmanavano contro queste leggi nell'ingenua convinzione di salvare da esse il cattolicismo, e i radicali si estenuavano a spingere il ministero in una guerra religiosa contro i preti per vendicare i millenari dolori inflitti all'Italia dal papato, Cavour nè rivoluzionario, nè reazionario, cattolico in fondo alla coscienza, di quell'indefinibile cattolicismo che transige coi dogmi riconoscendoli, dominava la battaglia col motto d'ordine — Libera chiesa in libero stato. — Questa formula indeterminata gli diede la vittoria. Lo stato invece di dichiararsi più alto della chiesa si affermò più vasto, e la contenne. Matrimonio civile, abolizione degli ordini mendicanti, riorganizzazione di una parte dell'asse ecclesiastico furono votati. Ma Cavour arrestò la soppressione degli ordini monastici ai più inutili, e s'oppose all'incameramento dei beni ecclesiastici. La sua coscienza di liberale rifuggiva dall'idea di un clero salariato e quindi assoldato dallo stato; la sua fede di cattolico non ardiva risalire all'antica idea cristiana del clero vivente colle sole elemosine dei fedeli.

Pio IX e il cardinale Antonelli, dopo aver maltrattato gli ambasciatori del Piemonte durante la guerra, gettarono alte grida nella rotta: il pontefice diramò un'enciclica e lanciò la scomunica; il cardinale pubblicò un sordido libello contro i ministri sardi, al quale rispose con dignitosa eloquenza Massimo D'Azeglio.

Cavour uscì ingrandito dalla lotta.

Oramai il Piemonte doveva combattere colla stessa impossibilità di transazione Austria e papato: la sua egemonia sull'Italia conquistava così un riconoscimento unanime.

Alcune sventure domestiche, malvagiamente interpretate dal clero come castighi divini, diedero quindi alla dinastia una più nobile aureola di dolore: la fede al ministro si mutò in fanatismo pel re, cui il popolo diede l'incredibile nome di galantuomo. E fu meritato.

Intanto l'Austria, esasperata dalla crescente fortuna del Piemonte, esagerava l'oppressione nelle Provincie del Lombardo-Veneto pei moti del 6 febbraio 1853 in Milano. Dopo aver nauseato l'Europa colla quantità e colla ferocia dei supplizi, violando ogni giure internazionale sequestrò i beni degli emigrati divenuti piemontesi per naturalizzazione. Il conte di Cavour, cui l'infelice tentativo mazziniano veniva a disordinare i lenti ma sicuri approcci della nuova politica monarchica, fu questa volta inferiore a se stesso nell'improvvido zelo di persecuzione spiegato contro i rivoluzionari a richiesta dell'Austria: chiuse le frontiere piemontesi ai fuggiaschi, imprigionò, sfrattò, deportò, svillaneggiò a mezzo della stampa ministeriale illustri patrioti con sì ribaldo accanimento da provocare nobili proteste a loro favore persino nell'esercito tutt'altro che rivoluzionario. Francesco Crispi, oggi (1888) presidente dei ministri, fu allora fra gli espulsi; Benedetto Cairoli, primogenito di cinque fratelli che dovevano poi diventare i Maccabei dell'imminente rivoluzione, anch'egli salito più tardi alla presidenza del ministero, venne condannato a domicilio coatto. L'odio al partito mazziniano spingeva l'illustre ministro a disonorarlo con ogni mezzo nell'opinione d'Italia a benefizio del Piemonte. Nullameno, compiuto l'atto malvagio, pensò tosto a sfruttarlo col denunziare all'Europa la ingiustizia dell'Austria nei sequestri sui beni degli emigrati, e col troncare con essa le relazioni diplomatiche. L'Italia, sbigottita nella propria novella fede monarchica dallo spietato trattamento del Piemonte verso i ribelli, si riconciliò immediatamente coll'ambiguo ed ardito ministro. I patrioti malmenati e dispersi non ottennero nemmeno la solita pietà per tutti i vinti: il ministro dell'interno Ponza di San Martino si vantò alla Camera d'aver fatto sequestrare a Genova una risposta di Mazzini prima che stampata, subornando con denari gli stampatori.

La profezia di Cesare Balbo, che la pace del 1849 fra Piemonte ed Austria sarebbe un semplice armistizio, pareva realizzarsi, quando il conte di Cavour memore dell'antico Scipione osò per meglio combattere l'Austria entrare momentaneamente nella sua alleanza coll'Inghilterra e colla Francia contro la Russia.

Guerra di Crimea.

Dal 1815 al 1848 la Russia aveva sempre rappresentato nella Santa Alleanza la maggior forza materiale, il più arcaico assolutismo politico. Pronta a rovesciare mezzo milione di soldati ovunque scoppiasse una rivoluzione, aveva nullameno secondata quella di Grecia contro il sultano nel disegno secolare di conquistare la sublime Porta: più tardi alla rivoluzione del quarantotto scrollante tutti i troni essa sola rimase salda; ma per quanto la situazione europea le fosse propizia, colla Francia sconvolta dalla republica, l'Austria in preda alle sommosse, la Prussia disordinata da ribellioni, la Germania assorbita nella dieta di Francoforte, l'Inghilterra isolata ed incerta, non osò gettarsi sulla Turchia. Parve che l'imperatore Niccolò si preoccupasse: anzitutto, di salvare il principio monarchico: quindi soccorse l'Austria contro l'Ungheria, e minacciò tutte le rivoluzioni congedando persino il legato sardo da Pietroburgo. Ma col ritorno della pace lo rimorse il desiderio della conquista. L'idea russa lo traeva irresistibilmente ad accaparrarsi la sovranità di quei Principati Danubiani, che la Turchia aveva già cominciato a cedere da tempo con una mezza emancipazione e un incerto protettorato. Quindi la questione, così detta d'Oriente, si riaccese: tutte le diplomazie europee n'andarono sossopra. L'Inghilterra, costretta alla rivalità colla Russia nell'Asia, intese a frenarla in Europa; questa col vanire dell'impero ottomano entro una conquista russa perdeva ogni equilibrio politico. L'Austria, eteroclita federazione di popoli antagonisti riuniti nella servitù dell'antica dinastia Asburghese, si sentiva minacciata dall'espansione slava, che avrebbe riaccese le ribellioni appena spente infiammandone altre; la Francia tornata all'unità imperiale con Napoleone III, e però smaniosa di riprendere in Europa la perduta preponderanza, vedeva con terrore estendersi un impero già occupante mezza Europa, e che affacciandosi al Mediterraneo vi avrebbe incontrastabilmente dominato. La Grecia invece si preparava con patriottica esultanza a un'altra guerra contro i turchi.

Le preparazioni s'allungarono, corsero trattative, si tesserono i soliti imbrogli diplomatici per guadagnar tempo. La Russia minacciava la guerra al sultano come a difesa dei cristiani disseminati e soggetti all'impero turco: le potenze occidentali invece dichiaravano questo ancora barbarico impero necessario all'assetto europeo malgrado tutti i recenti principii rivoluzionari. Per una delle solite antitesi storiche la Russia ieratica della Santa Alleanza diventava improvvisamente fautrice dei popoli e vessillifera della rivoluzione; Francia ed Inghilterra, la nazione dell'89 e la patria della libertà parlamentare, si facevano d'un tratto sostenitrici della più ribalda ed arcaica tirannide contro la civile emancipazione di popoli cristiani.

Dopo tanti secoli i discendenti delle crociate si preparavano a morire per la salvezza dell'impero maomettano; ma la guerra determinata da ragioni di storia universale non doveva produrre grandi risultati immediati. L'Austria, ristabilitasi per l'aiuto della Russia, nicchiava ora alle sollecitazioni francesi ed inglesi per gettarsi forse meglio sulla preda maggiore o dal canto del più forte: Napoleone III trascinato dalla tradizione militare bonapartista ad avventure militari secondava l'Inghilterra atterrita per l'avvenire delle proprie colonie asiatiche; l'uno e l'altra, incapaci a sostenere coll'immane potenza russa una guerra così lontana, corteggiavano l'Austria numerosa di soldati e accampata sul confine del nemico.

Ma questo precipitando gl'indugi occupa (3 luglio 1853) i principati Danubiani e poco dopo a Sinope assale la squadra turca: Francia ed Inghilterra gl'intimano indarno lo sgombero dei Principati entro un mese con un ultimatum del 27 febbraio 1854; poi il 12 marzo si alleano alla Turchia guarantendole l'integrità del territorio in Asia e in Europa e non chiedendole in ricambio che di non scendere a trattative col nemico senza il loro consenso. Il 10 aprile a Londra le due grosse potenze stipulano un secondo trattato di alleanza per ristabilire su basi durature la pace fra la Russia e la Turchia, valendosi di ogni mezzo più efficace a liberare il territorio del sultano dall'invasione straniera e ad assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Laonde dichiaravano di rinunciare a qualunque conquista nell'interesse dell'equilibrio europeo e di essere pronte ad accogliere nella loro alleanza qualunque altra potenza europea.

Quest'ultima dichiarazione era una riserva ed un complimento per l'Austria, che rispose colle solite tergiversazioni di non potersi cimentare ad una guerra d'Oriente coll'Italia alle spalle pronta ad insorgere per istigazione del Piemonte. L'argomento abbastanza buono per sè trasse le due grandi potenze a trattare l'Austria come il sultano assicurandole l'incolumità di tutte le sue provincie.

Il Piemonte aombrò. Il suo legato a Parigi nel leggere queste assicurazioni all'Austria sul giornale ufficiale credette di doversi lagnare per la sospettata lealtà del Piemonte; gli si rispose ipocritamente coll'accusare il partito rivoluzionario italiano, ed egli ribadì l'accusa. Ma l'Austria anche così garantita, proseguendo nel giuoco di stancheggiare le diplomazie per meglio accreditare i propri timori del Piemonte, fece proporre dal governo toscano all'inviato inglese in Firenze una temporanea guarnigione di truppe austriache in Alessandria. La grossolana manovra fallì, specialmente per opera di James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, che smentì a Londra i denunciati apparecchi del Piemonte.

Nullameno questo sentivasi minacciato. Così ad una improvvisa domanda dello stesso ambasciatore, se il Piemonte fosse mai per partecipare alla guerra mandando nella Crimea un corpo di esercito, il conte di Cavour annuì prontamente. La sua penetrazione di statista gli scopriva nella temerità la sola via della prudenza: ma ritorcendo contro l'Austria il giuoco diplomatico, chiedeva garanzie per l'indipendenza del Piemonte. L'ardita idea parve poco dopo arenare nelle secche della diplomazia. Francia ed Inghilterra nell'invito al Piemonte non avevano mirato che a decidere l'Austria coll'assicurarle la pace in Italia. Infatti i ministri inglesi Clarendon e Russell, proponendo più tardi al governo sardo l'accessione al trattato del 10 aprile, intendevano patteggiare con un subalterno, del quale l'esercito sarebbe stipendiato e comandato dal generalissimo britannico. Cavour, solo al ministero nell'idea di così temeraria avventura, cansò con nobile avvedutezza il pericolo anche maggiore di questa umiliazione, pretese trattamento d'alleato, e mutò il soccorso inglese di due milioni di sterline in un prestito al 3%. Pure le difficoltà crescevano. La pubblica opinione avvertita del trattato, vi si chiariva contraria: i vecchi piemontesi se ne sdegnavano come di una follia rivoluzionaria, i rivoluzionari invece come di un tradimento all'Italia per lo sperpero delle vite e del danaro italiano fuori di essa e nell'alleanza indiretta dell'Austria ancora ostinata nei sequestri sui beni degli emigrati. Una scusa italiana era necessaria a questa guerra; quindi il ministro degli esteri generale Dabormida fu inflessibile sull'aggiunta di due articoli al trattato, che obbligassero anzitutto le potenze alleate ad ottenere dall'Austria la revocazione dei sequestri e a prendere più tardi in considerazione nel futuro trattato di pace le condizioni d'Italia.

Era giusto, ma impossibile diplomaticamente.

Gli emigrati, per iniziativa di Achille Mauri, con magnanima abnegazione firmarono una lettera, nella quale chiedevano di essere trascurati per l'interesse d'Italia; Francia ed Inghilterra, intente a trascinare l'Austria riluttante, non osavano accettare simili condizioni: finalmente la cancelleria austriaca in un nuovo trattato (2 dicembre 1854), così ambiguo che le riserbava libera azione nella guerra e i maggiori diritti ad ogni probabile negoziato di pace, mentre rigettava sulle altre due potenze tutto il peso della guerra, le rese impossibili. Ma nemmeno qui finirono le ambagi tedesche; si dovette tenere una grande conferenza a Vienna per un tentativo di componimento colla Russia, che abortendo per l'opera subdola dell'Austria permise a questa di esimersi dalla cooperazione delle armi. Così la guerra non pareva più che un ostinato capriccio della Francia e dell'Inghilterra. Nonpertanto l'Austria restava loro alleata.

La posizione del Piemonte peggiorava. Se l'Austria coll'invocare contro di esso la garanzia della Francia e dell'Inghilterra lo aveva di primo tempo esposto alle ostilità di una coalizione europea, ora il Piemonte ritirandosi dalla guerra come l'Austria avrebbe trovato contro di sè tutti egualmente nemici. La sua crescente importanza in Italia ne sarebbe scossa, le nascenti simpatie in Europa mortificate. Cavour lo comprese. Comunque l'impresa fosse per riuscire profitterebbe al Piemonte; se l'Austria rimanesse inerte, il piccolo stato la soverchierebbe colla gloria di aver ardito concorrere in tanta guerra europea; se spingendo all'estremo la propria perfidia si alleasse colla Russia, la questione italiana scoppierebbe spontaneamente.

Ma osando bisognava abbandonare ogni riserva.

Vittorio Emanuele lo aveva confessato francamente al duca di Grammont, legato francese; il ministro Dabormida più generoso si ostinava nei due articoli addizionali: Cavour soppresse articoli e ministro assumendo anche il portafoglio degli esteri e presentando il trattato alla Camera. La lotta parlamentare fu così violenta che il ministro per vincere dovette scoprire la corona, già moralmente impegnata colle due grandi alleate, e solleticare il patriottismo della sinistra col parlare degli interessi della nazione invece di quelli del Piemonte. Lo czar sdegnato aveva già dichiarata la guerra al Piemonte prima che le Camere ratificassero il trattato.

L'opinione pubblica, incerta fra l'entusiasmo e la paura, fremeva: Mazzini da Londra mandò un infelice manifesto ai soldati per spingerli alla rivolta chiamando la loro impresa una deportazione.

Il 21 aprile 1854 il corpo di spedizione salpò da Genova; nel maggio era già attendato sotto Sebastopoli. La guerra mal disegnata, peggio condotta per gelosia di comando fra i generali inglesi e francesi e per contraddizioni di propositi politici negli stessi governi, volgeva al termine. Dopo una serie di errori, che avevano sollevato a sdegno la pubblica opinione inglese contro i ladroni dell'amministrazione militare e l'arrogante insufficienza di lord Raglan, generalissimo imposto dalla corte, le truppe alleate stringevano d'assedio la terribile fortezza. L'Austria occupati i Principati Danubiani, spiava coll'arma al piede: Kossuth, il grande agitatore ungherese rifugiatosi a Costantinopoli, tentava invano secondato da Omer Pascià, il migliore generale turco, una sollevazione di patrioti contro di essa. Gli alleati in questo concordi, non volevano guerra di popoli per timore di nuove rivoluzioni; quindi fiaccarono prontamente la Grecia insorta, disdissero la Polonia, contraddissero alle aspirazioni dei Principati.

La guerra, ormai concentrata sopra Sebastopoli, era mortificata da sventure di ogni sorta. Triste l'inverno, più triste l'estate, malsano il clima, colèra e tifo imperversanti. Alfonso Lamarmora, generalissimo dei piemontesi, seppe conquistarsi tosto nel consiglio di guerra la dignità di voto non assicuratagli dai trattati di Cavour. In tanto sfacelo di ordini la sua piccola truppa, appena un quindicimila uomini, parve un capolavoro: i soldati, consci di difendere l'Italia in quelle plaghe lontane e frementi di rivalità colle famose milizie d'Inghilterra e di Francia, si copersero di gloria. Alle prime arroganze di lord Raglan, che pretendeva assegnargli come a subalterno ausiliario dell'esercito britannico il posto da presidiare, il generale Lamarmora rispose con orgoglio tranquillo facendo radunare il consiglio di guerra e ottenendo di guardare Kadikoi, villaggio pericoloso, dal quale i russi potevano sboccare nel mezzo delle trincee nemiche.

Quindi la guerra precipitò. Il generale Pelissier, succeduto al Canrobert con ordine di prendere la fortezza a qualunque costo, raddoppiò di vigore ed ammassò tutte le forze contro la torre di Malakoff, massimo fra i baluardi di Sebastopoli: i russi guidati da Gortschakoff avanzarono verso la linea della Cernaia per costringere il nemico ad abbandonare gli approcci. All'alba del 16 agosto 1855 i russi protetti dalla nebbia discendendo dal colle Makensie, assalirono violentemente: difendevano la valle della Cernaia le milizie sarde e circa quindicimila francesi: questi piegarono sulle prime, poi sostenuti dai piemontesi ressero all'assalto. Era battaglia e fu vittoria decisiva. Lamarmora aveva vinto salvando gli assedianti, resistendo, respingendo con un pugno di uomini tutto lo sforzo della Russia.

La vergogna di Novara era cancellata.

A distanza di secoli la vittoria di Traktir pareggiava quella di Zama: Scipione aveva liberato Roma in Africa, Lamarmora riscattava l'Italia in Crimea; nessun'altra vittoria della lunga storia italiana, fra le molte ottenute fuori d'Italia, potrà mai paragonarsi loro per l'arditezza dell'idea e la grandezza dei risultati politici.

Tre settimane dopo la torre di Malakoff rovinava fulminata dalle artiglierie francesi, e i russi evacuavano Sebastopoli dopo averla incendiata secondo il loro barbaro patriottismo.

La guerra tornò a languire. Le perdite erano enormi da ambo i lati: la Russia contava seicentomila morti, la Francia oltre centomila. Napoleone III contento della vittoria, che gli otteneva vero riconoscimento d'imperatore da tutti i grandi stati d'Europa, non intendeva spingersi oltre nel pericolo di una guerra, che poteva sviare da un giorno all'altro; l'Inghilterra, rassicurata sull'incolumità della Turchia, era stanca; l'Austria, dopo aver perfidamente nicchiato durante la grande impresa, stimò giunto il momento di trarne profitto imponendosi arbitra fra i belligeranti.

Quindi con prepotente iniziativa sottopose ai gabinetti di Parigi e di Londra alcune proposizioni di pace: neutralità del mar Nero chiuso a tutte le navi da guerra e aperto a tutte le bandiere, rinuncia della Russia al protettorato dei Principati Danubiani che ricadrebbero con nuovo assetto sotto quello della Turchia, libero il commercio del Danubio sino alla foce, limitato il dominio russo alla sponda sinistra del fiume stesso, guarentigie dalla Turchia pei suoi sudditi cristiani. Francia ed Inghilterra annuirono: la Russia vinta, piegò all'impreveduta intimazione austriaca. L'armistizio si concluse il 1º febbraio 1856; il congresso europeo a Parigi era indetto pel 25 dello stesso mese.

Congresso di Parigi.

Dopo tanto armeggio diplomatico e tanta guerra di armi, l'Austria giganteggiava arbitra della situazione. La magnifica temerità del conte di Cavour conchiudeva contro di lui. La democrazia esasperata denigrava adesso nel disastro dei risultati la magnanimità delle intenzioni, giacchè la guerra d'Oriente immorale, costosissima di sangue e di denaro, aveva conculcato ogni principio di rivoluzione e di civiltà per la sola difesa d'inconfessabili interessi materiali. L'astro di Cavour sembrava tramontare: si buccinava che il Piemonte sarebbe escluso dal congresso, il pericolo anche troppo probabile di questa umiliazione avrebbe ridotto l'impresa di Crimea ad un parricidio per il Piemonte.

Ma il conte di Cavour pronto al riparo aveva già consigliato a re Vittorio Emanuele un viaggio in Francia e in Inghilterra, che si mutò in trionfo: le simpatie alla causa italiana crescevano, l'Europa cominciava a sentire la grandezza morale del piccolo stato. Ad una enigmatica ed allora scettica frase di Napoleone III «que peut-on faire pour l'Italie?» che al D'Azeglio era sembrata come quella di Pilato «quid est veritas?» il conte di Cavour, sempre inteso ad annodare col proprio incomparabile ascendente personale relazioni politiche in favore dell'Italia, rispose in una lunga lettera del 21 gennaio 1856, dieci giorni innanzi alla segnatura dei trattati di pace. In essa chiedeva all'imperatore d'indurre l'Austria a rendere giustizia al Piemonte, osservando gli obblighi con esso contratti e persuadendole meno aspro governo nelle provincie del Lombardo-Veneto; di frenare l'anarchica tirannide del re di Napoli e di ristabilire in Italia l'equilibrio del trattato di Vienna collo sgombro delle truppe austriache dalla Romagna, e colla costituzione delle Legazioni sotto un principe secolare.

Questo disegno così povero d'italianità e nel quale il grande liberalismo unitario doveva necessariamente riconoscere un tradimento dell'idea nazionale, fu nullameno scartato dal conte Walewski, primo ministro francese, per riguardi all'Austria e per non complicare il lavoro già difficile del congresso.

La politica piemontese procedeva di smacco in smacco. L'Austria, abusando della propria preponderanza, pretendeva di escludere il Piemonte dal congresso quale potenza di second'ordine, poichè il trattato d'alleanza firmato audacemente da Cavour come non aveva assicurato al Lamarmora la dignità di un posto nel consiglio di guerra, così non aveva guarentito al Piemonte parità di trattamento al congresso di pace. La tradizione diplomatica era ostile all'ammissione della Sardegna, stato minuscolo, alleato fatalmente secondario che non avendo deciso la guerra non poteva stabilire la pace. Ma l'astuto ministro superò il Lamarmora guadagnando a forza di maneggi la propria entrata al congresso. La prontezza del pensiero, l'a proposito delle osservazioni, un tatto fascinatore, gli ottennero ben presto nel solenne consesso simpatie ed importanza: con generosa avvedutezza egli sostenne la Russia contro le pretese intrattabili dell'Austria, sedusse lord Clarendon, persuase a Napoleone III e al conte Walewski, presidente del congresso, di toccare malgrado ogni impossibilità di procedura al problema italiano.

Un Memorandum era già stato presentato ai ministri francesi ed inglesi.

Tutto lo scopo dell'impresa di Crimea si condensava pel Piemonte in questa presentazione al congresso della questione italiana; naturalmente il congresso non potrebbe parlarne che platonicamente, ma il Piemonte otteneva così il riconoscimento della propria egemonia sull'Italia; e questa uscendo finalmente dal cerchio tempestoso delle insurrezioni saliva a quello più fecondo dei governi. Tutta la destrezza del conte di Cavour bastò appena per vincere le difficoltà che l'Austria moltiplicava per sottrarsi a tale discussione. In un congresso per una guerra combattuta contro tutti i principii di libertà e di nazionalità, il miglior argomento per Cavour era la propria politica francamente liberale ma risolutamente antirivoluzionaria: il suo spietato contegno contro gl'insorti pei moti del 6 febbraio in Milano, la sua prudenza nella questione religiosa con Roma, la sua guerra al mazzinianismo, gli ordini ammirati ed ammirabili costituiti nel Piemonte, gli valsero il permesso di parlare dell'Italia ad un congresso, nel quale l'Austria primeggiava. Si credè o si finse di credere che i suoi propositi fossero non già per una rivoluzione ma contro una possibile rivoluzione italiana.

Infatti le sue proposte avrebbero piuttosto nociuto che giovato all'Italia: le fruttò invece moltissimo l'aver sollevato il suo problema interno a problema europeo.

Durante la discussione, alla quale il conte Buol plenipotenziario austriaco si ricusò e dalla quale i legati russi finirono per ritirarsi, il conte Walewski fu guardingo e rispettoso per lo stato pontificio, giacchè il papa aveva in quei giorni tenuto a battesimo il principino imperiale, limitandosi ad auguri di componimento fra sudditi e principi italiani; il generale Manteuffel prussiano si mostrò scettico e riservato, il solo lord Clarendon condannò impetuosamente i governi papale e borbonico additandoli al disprezzo d'Europa. La sua foga fu tale che per poco non ne nacque aspro diverbio col conte Buol, anzi corsero fra essi tali frasi che non si vollero affidare al protocollo. Il conte di Cavour illudendosi, malgrado la solita perspicacia, sull'appoggio dell'Inghilterra in una guerra immediata contro l'Austria, spinse più oltre l'attacco; ma una visita a Napoleone e un'altra a Londra lo guarirono dell'illusione.

Naturalmente il congresso si limitò ad inutili consigli di minore tirannide all'Austria e al re di Napoli: quindi al suo sciogliersi Cavour presentò al conte Walewski e a lord Clarendon un memoriale, ove riassumendo tutti gli esposti argomenti minacciava l'Europa di nuove perturbazioni rivoluzionarie italiane per gl'insoffribili trattamenti dei governi reazionari verso i sudditi, e lamentava ancora una volta l'insostenibile posizione fatta al Piemonte fra le indomabili agitazioni mazziniane e le pressioni minacciose dell'Austria.

In tutta l'Italia l'opera del conte di Cavour al congresso di Parigi parve di vittoria: fioccarono indirizzi al grande ministro, crebbero le dimostrazioni verso il Piemonte. I toscani mandarono all'abile diplomatico un busto scrivendovi sotto il fiero verso di Farinata: A «colui che la difese a viso aperto». Non si avvertì e non si potè avvertire quanta insufficienza d'idea italiana e quale abbandono di patriottici propositi importassero i disegni esposti da Cavour nel Memorandum col quale non osava nemmeno domandare lo sgombero degli austriaci dal Lombardo-Veneto. Bastò alla coscienza nazionale il fatto non piccolo che un congresso di diplomatici avesse condannato tutti i governi dell'infelice penisola. Si comprese che il Piemonte come stato non poteva usare il linguaggio nè proporre la rivendicazione della patria coll'eroica ed intransigente formula di Mazzini; s'indovinò che, qualunque fossero i suoi disegni pel futuro, aveva dovuto allora non solamente mascherarli ma nasconderli; si sentì sopratutto che parlando in nome d'Italia contro tutti gli altri governi in un congresso, al quale essi non potevano entrare, il Piemonte iniziava quell'unificazione della patria attribuitagli da Manin.

A conferma di questa interpretazione il conte di Cavour, non contento delle frasi pronunziate alla camera contro gli ostinati oppositori della sua politica, spezzando i vecchi metodi diplomatici pubblicò per le stampe il proprio memoriale come una sfida: l'Austria presa al laccio fu pronta a rispondere in egual modo con un altro più insolente, mentre tutti i governi condannati tacquero come riconoscendo in essa il proprio difensore.

Il conte di Cavour abilmente non replicò.

Adesioni al Piemonte.

Evidentemente la sua politica cominciava a fruttare. Mentre il grande partito democratico capitanato da Mazzini proseguiva indomabile nell'opera rigeneratrice della coscienza nazionale, il Piemonte, pur combattendolo e serbandosi impassibile dinanzi ai dolori della patria, allargava la propria influenza. La nazione incapace d'insorgere al grido di Mazzini si rivolgeva consolata a questo governo parlamentare così forte da parlare all'Europa d'una politica italiana.

L'epoca eroica del metodo rivoluzionario era consunta: un'altra più fortunata ne cominciava.

Molti fra i più illustri rivoluzionari l'intesero, e chiudendosi in cuore i magnanimi ideali democratici, pensarono di aiutarla malgrado le sue inevitabili contraddizioni forse più dolorose dei martirii sofferti. Al grande distacco parve primo Manin nobilmente esule e silenzioso a Parigi da molti anni. Poichè John Russell, uno dei migliori statisti inglesi, a proposito dell'insurrezione greca nel 1854, consigliava gl'italiani a tenersi tranquilli sotto l'Austria, perchè solo così questa avrebbe potuto un giorno essere più umana verso di loro, con sdegno eloquente Manin respinse il prono consiglio per riaffermare anche una volta il diritto alla fede nella libertà e nell'unione d'Italia; quindi facendosi interprete del pensiero di molti disperati in cuor loro del programma mazziniano, sospinto da Giorgio Pallavicino, il venerato martire dello Spielberg, coll'assenso di Garibaldi più capace d'ogni altro a giudicare della potenza rivoluzionaria d'Italia, lanciò il nuovo verbo in una serie di lettere politiche che fecero il giro di tutta la stampa europea. La sua doppia formula: «Italia e Vittorio Emanuele — Indipendenza ed Unificazione», era la consacrazione dell'egemonia piemontese. Il passo era così decisivo che per nessun avvenimento si sarebbe poi potuto ritrarsene. «Io repubblicano — egli scrisse a Lorenzo Valerio nel settembre 1855 — pianto il vessillo unificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque vuole che l'Italia sia. Il partito repubblicano dice alla casa di Savoia: fate l'Italia e sono con voi; se no, no». E ai costituzionali dice: «Pensate a fare l'Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate italiani e non municipali, e sono con voi; se no, no». Poi scende a spiegare la parola unificazione: «Io dico unificazione — scriveva — e non unione o unità; perchè la parola unità sembra escludere la forma federativa, e la parola unione sembrerebbe escludere la forma unitaria. Un'unificazione; può esser unitaria o federativa. L'unitaria può essere monarchica o repubblicana. La federativa non può essere che repubblicana: monarchica non sarebbe che una lega di principi contro i popoli. Accetto la monarchia, purchè sia unitaria: accetto casa Savoia, purchè concorra lealmente ed efficacemente a fare l'Italia».

Fu uno strappo nel grande partito rivoluzionario, che Manin accusò ingiustamente in una lettera di fondarsi particolarmente sulla teoria del pugnale. Così lo si rendeva responsabile delle solitarie vendette, e gli si toglieva nell'opinione d'Europa la poca stima rimastagli dopo tanti rovesci d'insurrezioni e tante calunnie di governi. Mazzini ferito al cuore rispose con lettera intenerita e severa, sfolgorante di logica e di fede, ma non potè impedire lo sbandarsi di molti fra i migliori del partito, nè ristabilire nelle masse la confidenza distratta dal nuovo programma di Manin.

Nullameno questo programma così logico appariva pochissimo pratico.

La mossa politica di Manin nel passare dalla repubblica alla monarchia, dalla iniziativa rivoluzionaria alla direzione regia, siccome trascinava alla dedizione di quasi tutto il partilo liberale così non poteva conservare ad esso vero programma. La saldezza degli ordini liberali era oramai indiscutibile nel Piemonte, la sua facoltà d'iniziativa più che provata al congresso di Parigi. Ma la sua politica di destreggiarsi coi governi per cercarvi un alleato contro l'Austria lo costringeva fatalmente alla rinunzia di ogni affermazione unitaria italiana. Il Piemonte non poteva sognare che la conquista del Lombardo-Veneto, sola regione limitrofa in mano allo straniero e che potesse venire annessa senza rivoluzioni.

Quindi Manin, tracciando il programma della nuova Società nazionale fondata a Parigi contro il grande partito nazionale riordinato da Mazzini dopo la caduta di Roma, cadde nelle più misere contraddizioni. La sua bella affermazione di libertà e di unificazione italiana per mezzo del Piemonte, concluse a «continuare l'agitazione in Italia, diffondere l'idea nazionale, esigere dai napoletani e dai siciliani l'esecuzione delle costituzioni del 1848 ed organizzare il rifiuto delle imposte; i toscani e i popoli dello stato pontificio sottoscrivere petizioni pel ristabilimento delle costituzioni abolite; i lombardo-veneti agitarsi come meglio potranno, prepararsi agli eventi, non fare alcuna sommossa che non abbia probabilità di rivoluzione. Appena scoppiata la rivoluzione, chi ne è alla testa proclami Vittorio Emanuele re d'Italia e convochi un'assemblea nazionale italiana, che rappresenti l'Italia insorta e possa, in caso di esitazione o ritardo per parte del Piemonte, continuare l'opera del riscatto, usando tutti gli elementi di forza che può somministrare la nazione».

Così l'unificazione d'Italia diventava impossibile in questo sogno rinnovato dei riformisti e dopo la tristissima esperienza delle restaurazioni.

Del problema di Roma non altra parola che questa da Manin: «Roma non si muova». Egli sentiva bene che Roma era il cardine della rivoluzione italiana, e che la sua questione risorgeva sempre improvvisa su tutte le altre; ma republicano veneto, che non aveva osato applaudire alla republica romana e aveva trattato col papa a Gaeta, non osava nemmeno ora la proclamazione di Roma capitale d'Italia.

Nullameno l'efficacia della dichiarazione di Manin fu immensa. Tutti coloro che aspettavano un illustre esempio per passare dal campo disperato della repubblica in quello trincerato della monarchia piemontese, si affrettarono sulle orme dell'esule glorioso contro il quale nessuna accusa era possibile. Se il congresso di Parigi aveva riconosciuto l'egemonia del Piemonte all'estero, Manin la consacrava all'interno; il suo programma naturalmente assorbito da quello di Cavour, non era più che l'ultima eco della grande declamazione rivoluzionaria.

Alla Società nazionale di Parigi, che alla morte di Manin (22 settembre 1857) perdette naturalmente d'importanza, ne corrispose un'altra a Torino per opera del La Farina, republicano preso recentemente nell'òrbita di Cavour come un satellite. Con essa si mirò a disciplinare entro metodi ed intenti regi quei republicani che dietro l'esempio di Manin s'arrendevano alla monarchia piemontese pur conservando maggior larghezza di propositi e più italiano ideale.

Invano Mazzini e Cattaneo, l'uno unitario, l'altro federalista, sostennero con pari nobiltà d'ingegno e di fede la tradizione republicana contro la tradizione regia: invano accusarono il Piemonte di conquista, sperando così sollevare contro di esso gl'istinti democratici moderni; più invano con logica inesorabile e stile luminoso esumarono tutti gli errori e i tradimenti di casa Savoia, e cacciando con feroce pietà la penna nelle ferite ancora sanguinolenti aperte da Carlo Alberto nel corpo della nazione italiana tentarono sottrarla al fascino della nuova illusione monarchica: storia e vita davan loro torto. L'ultima tradizione italiana era regia. Da quando le signorie tramontando nei principati e questi nei regni l'Italia si divise in quattro o cinque stati, dei quali la Sardegna e le due Sicilie soltanto ebbero vera importanza, il Piemonte dominando la valle del Po ed essendo a contatto con tutta la maggiore varietà di spiriti e d'interessi italiani rappresentò l'Italia in Europa. Le guerre e le catastrofi incessanti invece di rovinarlo lo ampliarono: esso solo fu stato militare ed indipendente. Le due Sicilie, maggiori di territorio e di popolazione, vissero e soffrirono quasi straniere al resto d'Italia. La rivalità storica di questi due stati si era risolta colla rivoluzione del '48: il Piemonte col mantenere lo statuto aveva assunto di costituire l'Italia conglomerandola in un solo grosso regno. Tre secoli di storia esprimevano questa tendenza monarchica, giacchè le ultime repubbliche di Venezia e di Genova erano perite nella peggiore inanizione, e quelle improvvisate dalla grande rivoluzione francese erano state una conquista altrettanto straniera che violenta.

L'ultima grande tradizione italiana era regia; in essa si verificava il passaggio dalla forma federale all'unitaria colla forma obbligatoria della conquista. Che se gl'istinti e i principii democratici moderni sembravano contrastare a questa fatalità, la storia abituata da tempo a procedere per contraddizioni si serviva di essi come di elementi piuttosto atti a difendere il vecchio edificio italico che a dare forma al nuovo: la democrazia nell'imminente rivoluzione italiana doveva essere idea ed avvenire, la monarchia tradizione e forma.

Quindi Cavour crebbe gigante nell'opinione universale.

La sua politica non mirava che all'espulsione dell'Austria dal Lombardo-Veneto: nel Piemonte governo, camere, costituzione, secondo un motto giusto e spiritoso, tutto non era più che il conte di Cavour. L'opposizione del conte Solaro della Margherita e del Brofferio, dell'estrema destra e dell'estrema sinistra, passavano nell'aria satura di passioni politiche senza determinarvi il più piccolo scoppio. La dittatura parlamentare del grande ministro si consolidava ad ogni scossa, saliva sempre più alto ad ogni discussione, come quei picchi che paiono alzarsi all'occhio del viaggiatore che vi si inerpica. La lunga pratica e la facile natura avevano identificato il conte di Cavour col Piemonte: vi reggeva tutti i ministeri, vi assorbiva tutte le idee, vi dava tutti gli ordini, vi portava tutte le responsabilità. Metternich, vecchio ed esule dalla politica, diceva di lui: «L'Europa non ha più che un diplomatico e questo è contro di noi». Alessandro Manzoni con più fine penetrazione seguitava: «Egli ha tutto dell'uomo di stato, le prudenze, e le imprudenze».

Alere flammam, era la sua divisa. Il Piemonte già povero ed ora più impoverito dalla guerra di Crimea e dalla preparazione ad una guerra maggiore, pareva a tutti oramai incapace di altre temerità economiche; ma Cavour, profittando della sottoscrizione aperta da Manin a Parigi per cento cannoni da regalarsi alla fortezza d'Alessandria, ne raddoppiava le opere militari, le riallacciava a quelle di Casale e di Valenza sul Po: sarebbe la prima barriera contro l'Austria e salverebbe il Piemonte, dando tempo al suo alleato di accorrere. Così fu. Il Piemonte è la regione più montanara d'Italia, ma questa il paese più marittimo d'Europa, e quindi ha d'uopo d'un grande arsenale. Cavour risuscita quindi il concetto napoleonico della Spezia, allora ai confini del piccolo regno, e vi prodiga milioni, avventurandovi il massimo arsenale dello stato. Il Piemonte aveva già sbalordito l'Italia per lo sviluppo delle proprie ferrovie: nullameno Cavour, secondato da Paleocapa, confida primo nel genio di Sommeiller e vuole stupire l'Europa forando il Moncenisio.

Tutto piega alla sua volontà. In questa febbre d'iniziativa il suo scopo più immediato è di esautorare la rivoluzione. Accetta i cento cannoni per Alessandria dalla sottoscrizione aperta a Parigi da Manin e permessa da Napoleone III, perchè torna a gloria del nuovo partito nazionale e accenna già ad un non lontano accordo colla Francia; ma si oppone tirannicamente ad un'altra aperta dai mazziniani per diecimila fucili da offrirsi alla prima città capace d'insorgere: bersaglia di sequestri incessanti il giornale repubblicano Italia e Popolo: profitta dell'attentato di Agesilao Milano contro re Ferdinando di Borbone e dell'infelice moto insurrezionale di Francesco Bentivegna in Sicilia, per disapprovare tutti i disegni rivoluzionari e gittare replicatamente sul partito republicano ogni più orribile accusa; prodiga persecuzioni poliziesche, sguinzaglia la stampa contro Mazzini, contrapponendo astutamente lo splendore dei propri risultati al suo fecondo e segreto lavoro, la regolarità della propria preparazione diplomatica e parlamentare alla necessaria anormalità della sua propaganda rivoluzionaria; mescola ignobili arbitrî a replicate affermazioni liberali, mescendo alla nazione, nel vino del nuovo entusiasmo monarchico, il veleno d'una diffidenza sprezzante contro le più grandi anime republicane intese a mantenere nelle ultime congiure la passione patriottica necessaria fra non molto ad integrare con ribelli iniziative i suoi stessi disegni di guerra falliti.

È la grande vigilia monarchica. Il partito republicano sta per morire. Il Lombardo-Veneto si è acquetato, le Romagne sempre agitate si calmano, gli ultimi tentativi nella Lunigiana hanno conchiuso ad una insignificante follìa: nel Piemonte l'opposizione si volge appena distratta ad ascoltare qualche brano di declamazione parlamentare verso le alture dell'estrema sinistra: Garibaldi ansioso di nuova e vera guerra ha disapprovato gl'inutili ammutinamenti con frase più terribile di tutte le insinuazioni cavouriane: «Ingannati ed ingannatori!». Genova sola, patria di Mazzini, fermenta. Se Torino è la capitale della rivoluzione monarchica, Genova è la capitale della rivoluzione republicana. Quindi Carlo Pisacane, esule, illustratosi nella difesa di Roma, vi concepisce una suprema spedizione per sollevare le due Sicilie, sventandovi le mene murattiane ed impadronendosi di mezza Italia per controbilanciare così l'influenza monarchica del Piemonte. La polizia piemontese non sa nè sorprendere la congiura nè impedire la spedizione. Allora Mazzini tenta di sollevare Genova contro il governo piemontese, per sostenere con nuovi invii di armati l'impresa di Pisacane; senonché tutto gli fallisce e la sommossa conclude alla occupazione di un solo fortilizio colla morte di un solo sergente, mentre il battaglione di Pisacane è massacrato a Sapri.

Cavour, al quale lo smacco del suo grande avversario avrebbe dovuto bastare, sembra invece perdere la solita prudenza. Quasi dubbioso della sicurezza dello stato, sfoggia rigori, cerca a morte gl'innocui ribelli, li ammassa nelle carceri, impalca un enorme processo per alto tradimento, conduce una sozza campagna di calunnie contro gli accusati. L'opinione lo seconda, ma questa volta egli, così abile a maneggiarla, vi si ferisce. La persecuzione salva i ribelli dal ridicolo; Mazzini sfuggito per miracolo agli agguati della polizia, rimbecca da Londra le contumelie; le violenze infamanti del pubblico accusatore e le servili parzialità dei giudici durante il processo mutano il collegio della difesa in un'accademia di tribuni, che alla propria volta accusano il governo e possono appaiarlo con quello di re Ferdinando, allora egualmente occupato a disonorare i superstiti compagni di Pisacane; finalmente le truci sentenze, che condannano Mazzini ed altri cinque alla pena di morte, finiscono di compromettere il governo nella stima degli onesti. Nullameno le condanne a morte, per un resto della solita abilità, non colpivano che i soli contumaci; per gli altri si era abbondato negli anni di galera.

Contemporaneamente Cavour mandava l'ex-ministro Boncompagni ad ossequiare Pio IX, che tentava un viaggio nelle Romagne (1857), per arrestarvi colla propria presenza il progresso delle idee liberali.

Il grande ministro piemontese s'impiccoliva ogni qualvolta per necessità della propria politica s'affrontasse coll'idea republicana. Se Mazzini, trascinato dall'antica rivalità col Piemonte, commetteva uno dei soliti errori, tentando di sollevare Genova in aiuto di Pisacane, invece di ribellare piuttosto Livorno o qualche altra città di uno stato reazionario per non mostrare di cominciare l'attacco dall'unico governo liberale d'Italia; Cavour, scendendo a persecuzioni peggiori delle borboniche contro di lui, mentre nella politica interna si umiliava indarno a Pio IX e nell'esterna subiva il disegno di Napoleone III per un secondo regno murattiano nelle due Sicilie, scopriva il lato debole della propria italianità.

L'eccesso della reazione fu tale che le elezioni generali, seguite poco dopo, diedero un pericoloso sopravvento ai clericali: a Genova certo avvocato Bixio, una nullità reazionaria, riuscì eletto contro Giuseppe Garibaldi; molti canonici entrarono in parlamento; il conte Solaro della Margherita trionfò contemporaneamente in quattro collegi. Il vecchio Piemonte risorgeva contro il nuovo Piemonte italiano, per tentare una suprema rivincita dopo otto anni di sconfitte. Cavour dimise dal ministero dell'interno il Rattazzi, e ne assunse egli medesimo il portafoglio, raddoppiando coraggiosamente la propria responsabilità per meglio resistere al nuovo assalto.

Fortunatamente i tempi maturavano con benefica rapidità, e i successi nella diplomazia estera riavvaloravano il ministero scrollato dalle imprudenze commesse all'interno.

Poichè la pace del 30 marzo 1856 aveva lasciato molti punti indecisi nella questione d'Oriente, e la loro questione facevasi ogni giorno più difficile coll'Austria sempre più ostile, e la Francia sempre più condiscendente alla Russia, Cavour si assunse destramente la parte di paciere. Favorì l'unione della Moldavia colla Valacchia, secondo il principio di nazionalità contro l'Austria; conquistò le simpatie dello czar, al quale concesse una specie di diritto costante di rifugio in pieno Mediterraneo nella rada di Villafranca; s'affaccendò a mantenere l'Inghilterra unita alla Francia per averle più probabilmente entrambe favorevoli; ma sopratutto corteggiò in Napoleone III le tendenze avventuriere e la tradizione bonapartista, che lo traevano inconsciamente d'impresa in impresa.

Così rifece con lui un disegno di ricostituzione del primo regno italico con due principi francesi regnanti a Firenze e a Napoli. Mazzini era sempre stato l'unità; Cavour non era ancora l'unificazione d'Italia.