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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 10: La pace francese.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Secondo.
La conquista regia

Guerra Franco-Sarda.

L'intimazione dell'Austria al Piemonte, irritando l'orgoglio francese, agevolò a Napoleone il concorso della publica opinione. Se nelle sfere politiche e nei saloni mondani di Parigi la nuova guerra trovava vivi oppositori per complicate ragioni d'interessi, quelli fra i maggiori spiriti che per modernità di pensiero e di coscienza, da Flaubert a Quinet e da Michelet ad Hugo, rappresentavano l'iniziativa francese, vi erano favorevoli. La contraddizione del disegno napoleonico collo spirito democratico di quest'impresa non bastava a nasconderne loro la verità. L'esercito era fremente di entusiasmo; il popolo, attraverso le vanterie inguaribili della propria indole, insuperbiva di ridiscendere ad una guerra di emancipazione. L'eroica coscienza francese sentiva di riaffermare così il proprio primato sulla coscienza europea.

E la guerra incominciò.

Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Giulay passa il Ticino con 100,000 soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli: la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata, l'esercito piemontese, forte di 70,000 uomini e appoggiato sulle fortezze di Casale e di Alessandria, evita lo scontro, giacchè una dolorosa sfiducia sta per consigliare ai suoi generali una ritirata; ma Alfonso Lamarmora, cui un rancore di Vittorio Emanuele aveva negato l'onore meritato di un seggio al consiglio di guerra, riesce ad impedirla. Il 12 maggio Napoleone sbarca a Genova fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime colonne dell'esercito francese sono già calate dalle Alpi ed entrate a Torino. Il generale austriaco, che con un attacco rapido e vigoroso avrebbe potuto sgominare l'esercito sardo impedendone la congiunzione col francese, ora stenta a fronteggiare gli alleati. D'ambo i lati le forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando dell'esercito italiano umiliando l'orgoglio nazionale d'Italia, ma ottiene migliore unità di disegno e di opera; il generale austriaco deve al solito dipendere dal consiglio aulico di guerra residente a Vienna. D'altronde la sua incapacità lo predestina alla sconfitta, mentre una nobile emulazione raddoppia il valore degli alleati, e l'entusiasmo di patria muta le inesperte milizie volontarie in eroi.

A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte assalto del generale Urban, dà tempo al generale francese Forey di accorrere colla propria divisione e di respingerlo: poi le battaglie si succedono con terribile crescendo. Mentre il generalissimo austriaco si concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese coperto dalle truppe piemontesi gira inosservato il fianco destro del nemico; il Generale Cialdini con quattro divisioni italiane sostenute da un reggimento di zuavi sloggia da Palestro il presidio tedesco; poi, riassalito l'indomani da più forti colonne le schiaccia, e passa oltre. Vittorio Emanuele, umiliato come re di Piemonte dal supremo comando dell'imperatore, non è più che un soldato, ma vi ha sfolgorato di gloria improvvisa, gettandosi alla testa dei zuavi entro la Sesia rigonfia dalle pioggie e trascinandoli furenti alla vittoria. Quindi gli alleati, concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del Ticino: la battaglia ripresa presso il villaggio di Magenta si risolve in maggiore sconfitta per gli austriaci; i granatieri della guardia imperiale francese vi sfoggiano eroismo, il generale Mac-Mahon vi conquista il titolo di duca; però una sola divisione italiana col generale Fanti ha potuto cooperarvi a vittoria già sicura.

Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano simultaneamente da Milano, dai Ducati, dalle Legazioni.

Intanto Giuseppe Garibaldi nel giorno stesso della vittoria di Montebello aveva passato arditamente la Sesia per gettarsi sulla Lombardia. La sua opera contraddetta da Mazzini, quasi strangolata da Cavour quantunque bene accetta al re, era passata per tutta una triste filiera di umiliazioni e di disinganni. Garibaldi, chiamato al ministero per la costituzione di un corpo di volontari, aveva dovuto sottomettersi al comando del generale Cialdini; gli si era proibito di formare i corpi; era stato relegato a Rivoli verso Susa, mentre si stabilivano due depositi di volontari a Cuneo e a Savigliano. La commissione di arruolamento istituita a Torino sceglieva la più forte gioventù pei corpi di linea e ne abbandonava i meno prestanti ai battaglioni di volontari: poi, siccome questi aumentavano, si chiamò dalla Toscana già ribellatasi il generale Ulloa per costituire un secondo corpo di cacciatori degli Appennini. Quelli di Garibaldi si chiamavano cacciatori delle Alpi. Una feroce gelosia di caserma irritava contro di lui tutte le vanità accademiche degli altri generali: dopo il comando di Cialdini chiamato alla difesa di Casale, Garibaldi dovette subire quello del vecchio generale De Sonnaz; malgrado gli ordini del re, Cavour ricusò di concedergli i volontari rimasti inerti ai depositi; per un momento gli si fè sperare di gettarlo attraverso i Ducati per sollevare l'Italia centrale, ma Cavour si oppose ancora.

L'abile ministro comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco-sarda, ma di tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il prestigio delle future vittorie.

Il conte di Campello, ministro della republica romana, aveva decretato che la legione di Garibaldi non dovesse oltrepassare i cinquecento uomini; il conte di Cavour con migliore ragione politica la volle limitata a tremila.

Nullameno la piccola truppa riuscì mirabile. V'erano volontari d'ogni grado, d'ogni classe, d'ogni merito: veterani del quarantotto come Medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e De Cristoforis che dovevano improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio o di una mitezza poetica come Gradenigo.

Tutta la loro politica si riassumeva nell'amore di patria: non discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamento, non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La gloria del generale era la superbia di tutti: nobili e prodi come i paladini delle antiche leggende, ignoravano d'iniziarne un'altra: cavalieri di una democrazia reclutata fra tutte le classi sociali, anelavano colla più moderna delle contraddizioni alla guerra senza risentirne le malvagie passioni: e così creavano col più generoso degli eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.

Ad un ordine del re, Garibaldi passa finalmente la Sesia, delude abilmente gli austriaci al guado del Ticino, da Sesto Calende si difila su Varese. Ma nemmeno la sua presenza basta a decidere il popolo lombardo ad una vera insurrezione: i villani gli ricusano quelle spiegazioni che dànno spontaneamente agli austriaci; i paesi lo accolgono festanti come un liberatore e tacciono sgomenti appena nella sua rapida marcia li oltrepassa. Emilio Visconti-Venosta, un mazziniano convertito non troppo onorevolmente alla monarchia sarda, segue quale commissario cavouriano Garibaldi per istituire governi provvisori e sorvegliare le sue mosse.

Ma Urban, uno dei più fieri generali austriaci, è spiccato contro Garibaldi con oltre quindicimila uomini. Questi, che a Varese aveva con un pugno di volontari respinto un corpo della guarnigione di Milano, forte di tremila uomini, vi si trincera intrepidamente senza cannoni, senza cavalleria, con fucili poco servibili. Il 25 maggio fuga alla baionetta le prime colonne nemiche; quindi, ingannando con marcia coperta Urban, inteso a sorprendere la piccola città, lo persegue a San Fermo, entra a Como. Di là, padrone del lago, diffonde l'insurrezione per tutti i paesi delle sue rive fino su alla Valtellina, tenta di sorprendere con ardita fazione il forte di Laveno sui Lago Maggiore, ma fallisce perchè il maggiore Bixio non può decidere le barche doganiere della sponda piemontese a secondarlo nell'assalto. Poco dopo, stretto da nuove mosse dell'Urban vincitore di Varese e minacciante Como, può a stento fronteggiarlo, finchè alla notizia della vittoria di Magenta questi è costretto a ritirarsi; e Garibaldi risale il lago, da Lecco marcia su Bergamo, ributta una colonna austriaca a Seriate, occupa Brescia. Il suo piccolo esercito è raddoppiato, la Lombardia quasi tutta sgombra. Nello stesso giorno che Garibaldi libera Brescia, l'esercito francese proseguendo la vittoria di Magenta sconfigge a Melegnano l'ottavo corpo austriaco comandato dal generale Benedek, e Napoleone e Vittorio Emanuele entrano trionfatori in Milano.

La grossa metropoli lombarda, istrutta dai dolorosi ricordi dell'ultima rivoluzione, e conscia di essere lo scopo della guerra, appena evacuata dal nemico proclamava a delirio di popolo la propria annessione al Piemonte secondo il plebiscito del quarantotto, deputando assessori municipali al campo di Vittorio Emanuele come ambasciatori del voto popolare.

Il proclama di Napoleone III alto nei concetti e sonoro nelle frasi, indirizzandosi ai milanesi, si volgeva a tutti gl'italiani per invitarli ad arruolarsi sotto il vessillo di Vittorio Emanuele, e diceva: «Io non vengo tra voi con un sistema preconcetto, per spodestare sovrani e per imporre la mia volontà: il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri voti».

Sotto la cortesia delle parole s'intendeva già l'accento del padrone; ma la passione rivoluzionaria del momento, lusingata da quell'invocazione agli italiani, che sembrava associare alla liberazione di Milano tutti i popoli delle altre Provincie, non l'intendeva.

Per contrario il proclama di Vittorio Emanuele, invece di esprimere l'italianità di quella guerra emancipatrice, non s'indirizzava che ai Lombardo-Veneti e non prometteva loro che un libero e durevole reggimento, appena si fosse assicurata l'indipendenza della patria.

La guerra franco-sarda non era ancora italiana nè di idea nè di scopo.

Infatti, ripresa poco dopo con maggiore alacrità, doveva arrestarsi troppo presto a rovescio d'ogni previsione.

Gli austriaci, intesi a forte concentramento sul Mincio, sgombrano Pavia, Piacenza, Pizzighettone, il castello di Brescia, Bologna, Ferrara, Ancona, riordinando con nuovi contingenti l'esercito ed ingrossandolo di altri centomila uomini; lo stesso imperatore Francesco dal proprio campo di Verona assume il comando supremo. Gli alleati, sospettosi di un tranello nella troppo precipitosa ritirata, si avanzano lentamente con marcia parallela verso il Mincio. Gli austriaci chiusi nel formidabile quadrilatero avrebbero potuto resistere con molto vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece, riprendendo improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San Martino. La battaglia vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe di estensione, impegnando tutte le forze d'ambo le parti; l'accanimento più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.

Garibaldi, battuto pochi giorni prima dall'Urban a Castenedolo per aver ubbidito ad un ordine dal quartier generale di occupare Lonato in presenza di tutto l'esercito austriaco forte di duecentomila uomini, e che parve insidioso persino al generale Cialdini, era stato mandato nella Valtellina col pretesto di presidiarvi i passi delle Alpi contro una impossibile invasione di nuovo esercito tedesco, e vi aveva sloggiato le ultime guarnigioni nemiche dallo Stelvio.

La pace francese.

Mentre la vittoria di Solferino raddoppiava le speranze d'Italia, la guerra si arrestò bruscamente. La sera del 7 luglio il generale Fleury aveva portato al campo austriaco di Verona una proposta di armistizio: quattro giorni dopo i due imperatori segnarono a Villafranca i preliminari di pace; a Zurigo se ne sarebbe firmato il trattato.

Vittorio Emanuele re ed alleato non ne era stato nemmeno avvisato.

Fu uno schianto: si urlò al tradimento. Vittorio Emanuele gemè tristamente: povera Italia! Cavour, dimenticando la tanto vantata prudenza, diè nelle furie. Nullameno le necessità del proprio disegno e la logica inesorabile dei fatti imponevano all'imperatore Napoleone questo abbandono, che Mazzini solo aveva preveduto colla chiaroveggenza dell'odio partigiano.

I preliminari di pace stabilivano:

«L'imperatore d'Austria e l'imperatore dei Francesi favorivano la creazione di una confederazione italiana: questa confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del Santo Padre.

«L'imperatore d'Austria cede all'imperatore dei Francesi i suoi diritti sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera, dimodochè la frontiera dei possedimenti austriaci partendo dall'estremo raggio della fortezza di Peschiera si estenda in linea diretta lungo il Mincio sino alle Grazie e di là a Scorzarolo e a Luzzara sul Po, dove le frontiere presenti continueranno a formare i limiti dell'Austria. L'imperatore dei francesi rimetterà i territori ceduti al re di Sardegna.

«La Venezia farà parte della confederazione italiana, restando sotto la corona dell'imperatore d'Austria. Il granduca di Toscana e il duca di Modena entreranno nei loro stati concedendo un'amnistia generale.

«I due imperatori chiederanno al Santo Padre d'introdurre ne' suoi stati le riforme indispensabili.

«È concessa d'ambe le parti piena ed intera amnistia alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti».

Vittorio Emanuele, apponendovi la propria firma, v'aggiunse questa, inintelligibile riserva: «Accetto per ciò che mi riguarda»; Cavour mormorò con mal represso sdegno rivoluzionario: «Torneremo a cospirare». Napoleone III, accomiatandosi, disse al re: «Il vostro governo mi pagherà le spese e non penseremo più a Nizza e a Savoia; ora vedremo che cosa gl'italiani sapranno fare da soli».

Queste ultime parole parevano al tempo stesso una sfida ed un sarcasmo.

Nullameno la condotta politica dell'imperatore, fra l'odio dell'inattesa delusione che riuniva contro di lui moderati e rivoluzionari, non rivelava nè l'una nè l'altro. Se discendendo alla guerra di Lombardia, egli aveva promesso solennemente di respingere gli austriaci al di là dell'Adriatico, aveva del pari negato ogni unità italiana riaffermando il diritto supremo del papa su Roma e respingendo ogni partecipazione rivoluzionaria. Nel suo segreto disegno bonapartista d'insediare il principe Girolamo a Firenze e Luciano Murat a Napoli, riunendo l'Italia in una confederazione, della quale il papa sarebbe presidente onorario ed egli il padrone, la guerra all'Austria non poteva essere che una espansione dell'impero napoleonico sottoposto non già alle leggi storiche d'Italia, ma alla necessità del proprio assetto europeo. E tutto gli era mancato. Aveva lasciato in Alessandria il principe Napoleone ad organizzarvi un quinto corpo d'armata per ignota destinazione; poi lo aveva mandato in Toscana, malgrado tutte le istanze di Cavour come rappresentante di Vittorio Emanuele, dopo aver proibito a questo di accettarne la dittatura. Il principe Napoleone si era presentato a Firenze come un pretendente inviato dall'imperatore, ed aveva dovuto ritirarsi davanti all'invincibile avversione del popolo. Il ritorno dei whigs al potere, favorevoli all'unificazione italiana ed ostili all'impero, toglievano all'imperatore ogni speranza sul reame di Napoli; il suo disegno con Kossuth per sollevare l'Ungheria contro l'Austria, e pel quale erasi già costituita una forte legione ungherese con soccorsi francesi e con contratti favoreggiati a Torino da Cavour, aveva urtato nei disegni dello czar sui Principati Danubiani; la Germania, ostinata come nel '48 nelle idee della propria confederazione, considerava il possesso austriaco del Veneto come necessario alla sicurezza della sua frontiera meridionale; la Prussia, che prima della guerra aveva indarno proposto all'Austria di garantirle con una mediazione armata i possedimenti italiani secondo i trattati del 1815 se le fosse ceduta la primazia sulla confederazione, ora, sollecitata d'alleanza offensiva e difensiva dall'Austria, pur ricusandovisi, aveva ottenuto dalla dieta di Francoforte d'incorporare nel proprio esercito le milizie federali sotto il comando del reggente, e con una così rapida mobilitazione, che parve allora un miracolo del suo grande generale ancora sconosciuto von Moltke, ammassava in pochi giorni duecentomila soldati sul Reno. L'Austria, anche dopo la disfatta di Solferino, quantunque accettasse la pace per diffidenza dell'Inghilterra e per non lasciare alla Prussia il vantaggio di frenare la Francia conquistando così un primato morale nella confederazione germanica, rimaneva intatta come potenza militare. Il suo imprendibile quadrilatero le avrebbe dato tempo a rifare l'esercito e ripiombare più forte sulla Lombardia.

Il disegno napoleonico sull'Italia doveva dunque svanire, dacchè l'impero bonapartista era minacciato.

Una guerra francamente rivoluzionaria, che avesse sollevato Italia ed Ungheria associandole alla Francia, poteva solo permettere a Napoleone di correre i nuovi rischi di una coalizione europea: ed era l'impossibile idea di Mazzini. La guerra iniziata col re di Piemonte nel proposito di una federazione italica su tipo giobertiano e con minacce contro ogni iniziativa rivoluzionaria per conquistare al Piemonte tutto il Lombardo-Veneto, non poteva proseguirsi nelle mutate condizioni della politica europea.

La guerra d'Italia non era più che una brillante avventura del secondo impero da interrompersi alla massima vittoria. Vittorio Emanuele, diventato vassallo nell'alleanza e subalterno nel comando, non meritava riguardi di pari; l'Austria, cedendo la Lombardia a Napoleone, dava all'Europa la misura del proprio avversario italiano; questi, costretto ad accettarla dalle mani di un alleato, che aveva concluso la pace senza nemmeno avvisarnelo, confessava la propria impotenza; la rivoluzione italiana veniva francamente negata, dacchè la guerra iniziata dall'imperatore con una alleanza segreta, quindi da lui ritardata nelle diplomazie e guidata finalmente sino al Mincio, era stata vinta quasi dalle sole armi francesi. Il valore delle truppe sarde e l'eroismo dei pochi volontarii garibaldini non aveva potuto decidere della campagna; il numero dei francesi periti in essa non solo superava di troppo quello dei piemontesi, ma vi uguagliava l'altro di tutti gli italiani morti per la rivoluzione, dal ventuno sino alla gloriosa giornata di San Martino.

Lo smacco del disegno napoleonico produceva la catastrofe dell'idea piemontese.

Catastrofe dell'idea piemontese.

La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado una incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principii e nei mezzi, giacchè mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea per giungere ad una impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. Laonde l'idea piemontese soccombeva. Venezia restava in mano all'Austria; la confederazione dei principi colla presidenza del papa era impossibile; il duca di Modena e il granduca di Toscana, rientrando nei propri stati, dovevano scacciarne i commissari piemontesi; e il Pallieri era già stato inviato da Cavour a Parma, Luigi Carlo Farini a Modena, Massimo D'Azeglio a Bologna. Il loro ritiro secondo la convenzione di Villafranca avrebbe coperto d'infamia il Piemonte. Infatti la sua politica sottomessa agli ordini di Napoleone aveva fin troppo umiliato l'onore italiano: malgrado il voto delle popolazioni per una annessione immediata e la dittatura conferitagli, Vittorio Emanuele non aveva osato affermarsi re di quelle Provincie. Perugia, sollevatasi generosamente contro il governo papale, aveva subìto dagli sgherri pontifici saccheggi e massacri, mentre Cavour faceva insultare gli insorti dai propri giornali, e riconosceva altamente il diritto sovrano del papa; la persecuzione dei mazziniani era stata spinta all'assurdo: si era espulso Aurelio Saffi e carcerato Alberto Mario. Le grandi promesse della Società Nazionale racchiuse nel triplice motto — Unità, Indipendenza e Casa Savoia — svanivano: il trattamento usato a Garibaldi diventava ridicolo dopo quello inflitto da Napoleone III a Vittorio Emanuele. La guerra era stata inutile. Il Piemonte vi avrebbe guadagnato il Milanese, ricevendolo come una elemosina dalle mani del potente alleato che lo aveva conquistato, ma avrebbe dovuto poi cedere a questo Nizza e Savoia, giacchè l'imperatore sarebbe stato presto o tardi costretto ad esigerle, malgrado la propria rinuncia verbale, per giustificarsi davanti alla opinione publica francese.

Cavour sentiva tutto questo.

L'edificio alzato in dieci anni d'instancabile operosità crollava improvvisamente, seppellendolo sotto una rovina senza poesia. La sua mirabile politica della preparazione piemontese, il coraggio di tante iniziative parlamentari, la splendida temerità della spedizione in Crimea, il trionfo al congresso di Parigi, il forte esercito ricostituito, le Alpi traforate, l'arsenale della Spezia, la stessa guerra franco-sarda si ritorcevano contro di lui. Invano, durante questa egli aveva preso tutti i portafogli della marina, dell'interno, della guerra, delle finanze, ed era bastato a tutto compiendo ogni giorno miracoli di lavoro e di espedienti; invano il suo patriottismo non aveva indietreggiato davanti a nessun rischio del Piemonte; più invano la sua destrezza aveva sottratta al mazzinianismo i migliori elementi, ora che la sua idea piemontese cadeva miseramente davanti all'idea italiana.

Mazzini, l'indomabile suo avversario, si rialzava contro di lui come un profeta vendicatore.

La politica di Cavour, concentrata nello sforzo dì espellere l'Austria dall'Italia, mentre invece questa vi restava formidabile nel quadrilatero minacciando la Lombardia se la convenzione di Villafranca non fosse rispettata, diventava assurda. Come mai Cavour non aveva previsto che la Germania si opporrebbe alla conquista della Venezia, dichiarata intangibile dalla Dieta di Francoforte nel 1848, e, sospettando in un eccessivo ingrandimento dell'impero francese un pericolo per le proprie provincie renane, avrebbe potuto durante la guerra di Lombardia minacciare la Francia sul Reno? Come mai Cavour aveva potuto accettare il disegno della confederazione italiana tracciato da Napoleone? Perchè aveva sollecitato, ed invano, l'alleanza del Borbone e del granduca di Toscana nella guerra contro l'Austria? Perchè aveva tanto mortificato la rivoluzione italiana e sottomesso il Piemonte a Napoleone III per essere poi da questo abbandonato, e lasciare l'Italia in un disastro peggiore di quello del quarantotto, sotto la minaccia di una confederazione, che le avrebbe tolto ogni avvenire?

La pubblica opinione tempestava.

I rivoluzionarii reclamavano contro il vinto ministro colla nobiltà della loro fede unitaria e democratica: essi non avevano creduto a Napoleone III, il carnefice di Roma, l'uomo del 2 dicembre, ed avevano avuto ragione. Avevano sempre proclamato che la formula monarchica tradirebbe l'Italia, e il fatto dava loro fin troppo ragione, giacchè il Piemonte stesso veniva diminuito. La Lombardia non valeva Nizza e Savoia e il vassallaggio francese.

La fede d'Italia nel Piemonte arrivava alla stessa spasimante delusione della fede in Pio IX dieci anni prima.

L'avaro e piccolo stato non aveva mai inteso che ad ingrandire se stesso: Cavour, incredulo nell'unità ed avverso per istinto alla rivoluzione democratica, non aveva seguitato che la politica tradizionale di casa Savoia nella conquista della valle del Po. Il suo ultimo grido alla convenzione di Villafranca raccolto da Kossuth, «io sono disonorato in faccia al mio re!», mentre trattavasi invece dell'onore d'Italia, aveva tradito il segreto del suo spirito. Non si credeva più alla sua abilità, si rideva amaramente del suo patriottismo.

Mai posizione di ministro dittatore fu più triste; egli la comprese, e si dimise, abbandonando il portafoglio ad Urbano Rattazzi.

Non si comprendeva allora che gli errori della politica cavouriana erano una conseguenza inevitabile della formula monarchica, e che il fallimento dell'idea piemontese, provocato dall'abbandono di Napoleone III, era la sconfitta definitiva del federalismo. L'idea piemontese non doveva e non poteva essere l'idea italiana; la rivoluzione nazionale non poteva e non doveva esser fatta dalla Francia. L'immenso doloroso garrito della publica opinione era ancora una prova umiliante dell'insufficienza italiana. Se la Francia avesse scacciato l'Austria oltre l'Adriatico senza che l'Europa vi si fosse opposta, l'Italia sarebbe caduta dalla servitù austriaca al vassallaggio francese: il Piemonte avrebbe avuto tutto il Lombardo-Veneto; la Toscana si sarebbe mutata irresistibilmente in un grosso regno d'Etruria; a Napoli avrebbe regnato un altro Murat troppo inferiore al primo; dopo i principi prefetti dell'Austria, l'Italia avrebbe sopportato i re luogotenenti di Francia; il papa, già subordinato all'impero per l'occupazione francese di Roma, non sarebbe stato che un presidente nominale della confederazione; tutta l'Italia una seconda Algeria.

Il trionfo della politica cavouriana avrebbe concluso ad un disastro peggiore della sua sconfitta.

Così il Piemonte non veniva meno all'Italia, ma a se stesso: gl'impegni assunti colla guerra all'Austria verso la nazione lo costringevano ora a mutare di idea e di processo. Dopo le sue alleanze coi governi doveva venire quella del popolo: lo spirito di Mazzini correggerebbe l'intelletto di Cavour, e Garibaldi prenderebbe il posto di Napoleone III come alleato di Vittorio Emanuele.

Infatti, mentre il gran ministro piemontese si ritira vinto non prostrato nella solitudine di Leri quasi ad attingere altre forze in seno alla natura, Bettino Ricasoli a Firenze, e Luigi Carlo Farini a Modena riprendono intrepidamente l'idea dell'unificazione; Garibaldi, ingrossato di truppe, instà già ai confini dello stato pontificio coll'audacia di un ribelle, che non conosce altra autorità che il diritto, altra patria che la nazione, altro dovere che la guerra; Mazzini, già penetrato incognito a Firenze urla: «al centro, al centro», mirando al sud! La Sicilia sta per scoppiare in aperta rivolta; a Napoli i murattiani, atterriti dalla diserzione di Napoleone, perdono terreno, mentre il nuovo re Francesco II non trova ancora una politica per difendersi. Alla progettata confederazione nessuno crede; si comincia a comprendere che Napoleone non potrà indire guerra all'Italia se questa ricusi di seguire la convenzione di Villafranca, che l'Austria ancora indolorita dalle recenti percosse non potrà riprenderla. L'Inghilterra ora si chiarisce favorevole; di governi reazionari non restano che il papa e il Borbone, quegli fatalmente difeso dalla Francia, questi pressochè abbandonato da tutti.

Il minacciato ritorno del granduca, del duca di Modena e della duchessa di Parma diventa problematico, giacchè a Villafranca l'intervento militare per ristabilirli sul trono, qualora le popolazioni si mantenessero salde nella ribellione, non era stato deciso. Quindi, sbolliti i primi rancori contro il Piemonte, l'istinto delle masse afferra prontamente la necessità di sostenerlo: impossibile pensare adesso a Venezia, più impossibile ancora proseguire la rivoluzione nello stato pontificio. Lo sforzo di tutti, prima diretto all'espulsione dell'Austria, si riunisce ora a procurare le annessioni della Toscana e dei Ducati al Piemonte. Se qualche velleità di autonomia federale contrasta ancora, non è più che un ultimo tremito di vanità di qualche quarantottista in ritardo. Il sentimento nazionale urge tutte le coscienze; il Piemonte ingrossato della Lombardia, della Toscana, dei Ducati e delle Legazioni diventerà lo stato più forte d'Italia, e ne sarà il nucleo per un'altra riscossa.

Cavour, vinto e maledetto, sta per essere invocato direttore supremo: la sua destrezza è necessaria alle imminenti complicazioni. Mentre tutto il paese sta per abbandonarsi alla rivoluzione, egli, che ne era l'avversario, deve diventarne il complice e la guida.