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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 15: Le annessioni dell'Italia centrale.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Terzo.
Prime integrazioni rivoluzionarie

I governi provvisori nell'Italia centrale.

La situazione dell'Italia, all'indomani della pace di Villafranca, era tale che nessun diplomatico avrebbe saputo definirla e nessuno statista dominarla. Il federalismo, vinto nella coscienza nazionale, sembrava risorgere per la volontà tirannica dei due imperatori; ma una federazione di principi italiani, mentre il Piemonte aveva già commissari propri nelle provincie insorte, e Venezia restava sotto l'Austria, e il papa dopo aver massacrato Perugia arruolava nuovi crociati per tutta l'Europa, era impossibile. Se i popoli insorti odiavano i principi, questi esecravano anche maggiormente il Piemonte.

Quindi non corsero subito trattative diplomatiche d'accordi.

Nelle provincie ribelli i governi provvisorii duravano. Parma e Modena, quella compresa nel teatro della guerra, questa posta sul suo confine, avevano ricevuto i primi contraccolpi della rivoluzione. La duchessa Maria Luigia era indarno ricorsa alla protezione dell'Inghilterra, giacchè il reazionario ministero Malmesbury veniva indi a poco rovesciato: poi l'Austria, ritirando le truppe dai Ducati per concentrarle sul Mincio, l'aveva abbandonata. Laonde la duchessa esulò, dirigendo un proclama ai propri sudditi, nel quale, dopo molti vanti sulle cure del proprio governo per tutti i progressi «politici e saviamente liberali», raccomandava al solito la nomina di una commissione di governo per la tutela dell'ordine.

Il municipio aveva affidato il governo temporaneo ad un triumvirato composto del conte Girolamo Cantelli, Pietro Bruni ed Evaristo Armani, richiamando in vigore l'atto solenne di annessione al Piemonte decretata dal plebiscito del 1848. Dei triumviri, il Cantelli aveva servito insino allora alla Corte della duchessa, gli altri non valevano molto meglio di lui. Si abrogarono tosto lo stato d'assedio e i tribunali straordinari. A Piacenza, appena sgombrata dagli austriaci, si improvvisò un uguale triumvirato; poi le due città deputarono oratori a Torino, perchè si accettasse il loro voto di annessione. Ma il veto di Napoleone a Vittorio Emanuele lo impedì, benchè i Ducati fossero compresi negli ingrandimenti stipulati a Plombières. Quindi venne mandato commissario governativo nelle provincie parmensi il conte Pallieri, abile magistrato. A questi, richiamato per ordine dell'imperatore, successe il triumviro Giuseppe Manfredi.

Se la duchessa Maria Luisa aveva esulato senza resistenza, il duca Francesco di Modena tentò di sbraveggiare da Brescello alla testa di settemila uomini, ma alla notizia del concentramento sul Mincio delle truppe austriache fuggì a Mantova. I suoi ultimi atti di governo furono degni dei primi: vuotò l'erario, saccheggiò musei e biblioteche, ed emanò un supremo editto di minaccia contro tutti coloro che avessero attentato ai suoi diritti sovrani.

Nullameno la città, risaputa la partenza del presidio austriaco da Bologna, tumultuava e traeva con bandiera italiana al palazzo ducale. I reggenti cedettero. Una eptarchia di cittadini riunitasi a governo richiamò in vigore l'atto d'annessione al Piemonte del 1848 per dimettere poco dopo ogni suo potere nelle mani dello storico Luigi Zini, primo commissario governativo. Quindi giungeva governatore regio Luigi Carlo Farini (20 giugno 1859).

Nelle legazioni e nelle Marche il pacifico moto insurrezionale si era allargato facilmente. Mentre la Corte Romana, cullandosi nella fiducia di una vittoria austriaca, respingeva burbanzosamente le istanze francesi per una rinnovazione delle sue proteste del 1815 contro la nuova occupazione di Ferrara e di Comacchio, appena i presidi tedeschi si ritirarono dalle provincie (11 giugno) vide rovinare silenziosamente il proprio governo. A Bologna s'instituì una Giunta provvisoria di quinqueviri, che sfrattò il cardinale legato Milesi: la Romagna, le Marche, l'Umbria s'associarono a Bologna nominandola metropoli. Nessuno spargimento di sangue: solo ad Ancona il presidio pontificio minacciò la moltitudine e conservò il castello.

Con unanime voto tutte le città insorte invocarono inutilmente la dittatura di Vittorio Emanuele.

Allora la Corte Romana, irritata dalla sorpresa, benchè scarsa di soldatesche, precipita a reazione. Il popolo non insorge; Ancona e tutte le altre città delle Marche ricadono senza sangue sotto il dominio pontificio; solo Perugia, assalita con 2500 mercenari dal colonnello svizzero Schmid, resiste debolmente ed infelicemente. Gli ordini di Roma contro di essa sono atroci: la Giunta improvvisata di governo si smarrisce invece nell'inazione: i magistrati municipali l'abbandonano timidamente, lasciando ad alcuni gruppi di popolani più risoluti preparare la battaglia. Ma pochi, male armati, peggio guidati, fra lo sgomento della moltitudine e l'odio dei villani, che in tutte le campagne parteggiavano ancora per il papa, debbono soccombere. Un osceno e truce saccheggio insanguina la città, si profanano chiese, si violano ospedali, orfanotrofi, monasteri, mentre da Roma escono vanti ribaldi dell'impresa, e il vescovo della città, oggi papa col nome di Leone XIII, celebra pompose esequie ai pochi sgherri caduti, scrivendo sul loro catafalco con satanica ironia: Beati mortui qui in Domino moriuntur. Con non meno crudele insensibilità il conte Cavour accusa i caduti di faziosi e riconosce solennemente il diritto sovrano del papa.

Ma la reazione pontificia rattenuta dalla stessa volontà di Napoleone, che frenava l'espansione piemontese, non osò invadere le Romagne; la Cattolica, meschino villaggio marittimo fra Rimini e Pesaro, segnò il limite della rivoluzione: da questo vigilava il generale Luigi Mezzacapo coi volontari romagnoli arruolati in Toscana. Napoleone III gli aveva permesso di difendersi e proibito di assalire.

Pareva allora che lì sarebbe il confine del nuovo stato piemontese. L'incertezza politica, che confondeva dolorosamente le provincie insorte, si sbrogliava, ma più dolorosamente in Toscana. Mentre i Ducati e le Legazioni, vedendo ricusato il loro voto d'annessione al Piemonte, cominciavano a tremare nella fede al nuovo re, in Firenze s'apriva la prima scena del dramma bonapartista. L'urto delle diplomazie europee v'era cresciuto di giorno in giorno dalla fuga del duca Leopoldo: Russia, Prussia ed Inghilterra si ostinavano a riconoscerlo ancora sovrano: Vittorio Emanuele ricusava la dittatura, promettendo un protettorato indefinibile; il Buoncompagni, mandatovi commissario, male si accontava coi governanti provvisori ancora ammalati di autonomia amministrativa e intenti colla tradizionale avarizia del paese ad economizzare fatica e denaro per la guerra dell'indipendenza. Finalmente potè deciderli a ritirarsi e a nominare un altro governo, del quale divenne mente e volontà il barone Bettino Ricasoli: nell'impossibilità di convocare tosto il parlamento si costituì una consulta di quarantadue membri per aiuto e sindacato dei ministri; ne fu presidente venerato per sventura di cecità e lustro di vita Gino Capponi.

I momenti erano difficili. I duchisti mestavano fra la plebe delle campagne e dei borghi, il partito francese capitanato dal Salvagnoli aumentava d'iniziativa, all'annessione col Piemonte non si vedeva modo, un moto republicano repugnava, l'Europa proteggeva il granduca. Improvvisamente il principe Girolamo Bonaparte si presentò a Firenze come pretendente inviato dall'imperatore, in assisa di generale, guidando un corpo d'esercito con ipocrito pretesto di guerra nazionale. Ma Bettino Ricasoli, Gino Capponi e il tribuno popolano Dolfi organizzarono una mirabile resistenza morale intorno al principe, che dovette presto persuadersi dell'impossibilità di crescere a re d'Etruria. Quindi venne invitata la Consulta a decidere sulla proclamazione della sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, e il decreto ne era già redatto, quando da Torino il conte di Cavour, soccombendo da capo alle pressioni imperiali, vi oppose il veto. Allora il popolo eccitato da Dolfi, mazziniano moderato ed agitatore instancabile, forzò le troppe prudenze dei governi torinese e fiorentino coll'ottenere che tutti i municipi deliberassero per l'immediata unione della Toscana alla monarchia di Savoia. I municipi votarono con patriottica unanimità la subita fusione dei due paesi. Il voto popolare inanimì la Consulta, alla quale il commissario potè finalmente proporre tre schemi di legge per l'istituzione della milizia cittadina, per la riforma del codice penale e per il rinnovamento degli ordini municipali.

L'inaspettata pace di Villafranca venne a sgominare il pacifico lavoro. Il popolo tumultuò devastando per insana vendetta la stamperia, donde era uscito il giornale colla triste novella; il governo, cresciuto d'animo nel pericolo, affermò invece solennemente che per qualsiasi dolorosa traversia mai la Toscana sarebbe ricondotta sotto il giogo lorenese od austriaco.

Ma alla pace di Villafranca il problema delle annessioni si complicò.

Iniziative dittatoriali.

Il Piemonte dovette subire l'umiliazione di richiamare i propri commissari e di abbandonare una insurrezione compiutasi nel nome di Vittorio Emanuele. Il conte di Cavour si dimise per sottrarsi abilmente ai tristi risultati della propria politica; però, mutando di tattica con robusta agilità, dopo aver tanto mortificato la rivoluzione, l'incuorò. A prevenire tentativi di ristorazione nei Ducati, mandò Lodovico Frappolli a Modena per ordinarvi la difesa con Farini, dicendogli: «Fate arma di ogni palo: respingete i soldati del duca quando egli tentasse di rientrare; sono italiani, che hanno rinnegato la patria; cacciateli nel Po». Farini, sprigionando improvvisamente l'energia rivoluzionaria deposta nella sua coscienza dal mazzinianismo giovanile, si dimise da commissario regio per proclamare l'indomani la propria dittatura, alto gridando dal vecchio palazzo Estense: «Avanti colla stella d'Italia, perchè l'Italia non ha contrassegnato la pace di Villafranca».

Cavour dimissionario gli rispose: «Il ministro è morto, l'amico applaude alla vostra risoluzione».

D'Azeglio, richiamato da Bologna, disobbedì generosamente, mandando novemila soldati alla frontiera romagnola della Cattolica contro un possibile attacco degli svizzeri di Perugia, e non si ritirò che dopo munita la città di un altro governo. Sciaguratamente, a lui successe Lionetto Cipriani, bonapartista disonoratosi al quarantotto nella repressione di Livorno.

I reggitori provvisori di Toscana mandarono a Torino il segretario Celestino Bianchi, al quale il re promise di ritentare a primavera la guerra con le sole forze italiane, mentre Cavour gli consigliava di costituire subito un governo deliberato di resistere a pressioni diplomatiche e ad assalti armati. Di Firenze rimase ministro dittatore Bettino Ricasoli.

Mentre a Zurigo stava per riunirsi il congresso della pace, bisognava che le provincie abbandonate dai principi e dal Piemonte affermassero vigorosamente il proprio diritto italiano e la propria maturità civile, reggendosi da sole senza dare in eccessi. Un'altra guerra sarebbe quindi stata necessaria per ricondurvi i principi spodestati; ma l'imperatore Napoleone, ancora alleato del Piemonte e compromesso da troppe affermazioni favorevoli alla nazionalità italiana, non avrebbe potuto ridiscendervi; l'Austria, non ancora rimessa dal disastro patito, col rivincere un'altra guerra avrebbe riconquistato sull'Italia l'antica supremazia, mentre la Francia non poteva consentirlo. Restava il pericolo della costituzione nell'Italia centrale di un grosso stato sotto un Bonaparte: a questo doveva opporsi il voto delle popolazioni, secondato dall'interesse delle diplomazie europee.

La nuova politica delle provincie insorte era fatalmente designata entro i due termini della rivoluzione e della monarchia.

Quindi Luigi Carlo Farini a Modena, quasi sotto il tiro dei cannoni austriaci, vi si caccia risolutamente. Deciso a convocare i comizi e a costituire parlamenti regionali, li previene con superba arditezza promulgando subito lo statuto, i codici e le leggi del regno sardo: apre gli archivi e getta al pubblico senza un commento le prove infami delle passate signorie. Il 14 agosto raduna i comizi modenesi; il 18 il Ducato di Parma gli offre la dittatura, ed ambo le assemblee unanimemente deliberano la decadenza dei duchi e l'annessione a Casa Savoia, riconfermando la dittatura al forte rivoluzionario. Quindi i due parlamenti si prorogano per non essere riconvocati che per chiamata del dittatore.

A Bologna Lionetto Cipriani, riuscito governatore per opera del marchese Gioacchino Pepoli, uno dei tanti parenti cui l'imperatore Napoleone aveva assegnato un piatto di cinquantamila lire annue, costretto ad inaugurare col 1º settembre il congresso dei rappresentanti delle Romagne, arrivava al medesimo risultato: l'assemblea eleggeva Marco Minghetti a presidente, votando l'abolizione del governo temporale e l'annessione al regno sardo di Vittorio Emanuele.

A Firenze, nella tornata del 20 agosto, l'assemblea uscita dai comizi popolari decretava unanimemente la decadenza dei Lorenesi e l'annessione della Toscana al Piemonte, raccomandando la giustizia della propria causa allo stesso senno di Napoleone III e delle altre maggiori potenze. Infatti si erano già mandati oratori a Londra, Parigi, Berlino e Pietroburgo.

Quindi i quattro piccoli stati si stringono a lega militare. Farini, più ardente e teatrale, vorrebbe raddoppiarla con una lega politica, ma Ricasoli vi si oppone. Nella lega militare erano tosto cominciati gli screzi: Farini stesso temeva di ammettervi le Romagne che in una rivendicazione pontificia consentita dai grossi governi avrebbero potuto trascinare nella propria rovina gli altri stati. Marco Minghetti, plenipotenziario per la Toscana, trovò col Farini questo meschino ripiego, che Bologna dovesse formulare la propria domanda di accessione alla lega militare in guisa che Modena e la Toscana rimanessero svincolate verso di essa da qualunque impegno, nel caso di un intervento militare europeo nello stato pontificio «o di gagliardo assalto dell'esercito papale». Così l'egoismo regionale e lo spirito regio viziavano ancora l'idea rivoluzionaria. Alla lega politica Ricasoli si oppose con profonda sagacia per non offrire alle diplomazie maggiore facilità di costituire un regno nell'Italia centrale. Capitano della lega militare il Piemonte mandò in Manfredo Fanti il proprio generale migliore; Garibaldi, preso congedo il 7 agosto dall'esercito sardo, aveva assunto, per invito di Ricasoli, il comando delle truppe toscane, sotto gli ordini di Fanti.

Al quesito del come presentare al re i voti delle popolazioni, Farini rispose colla proposta di una sola deputazione, Ricasoli si ostinò alle quattro: vinse Ricasoli. Ma Vittorio Emanuele non osò accettarli e si limitò a promettere poveramente di patrocinare la causa delle provincie presso l'Europa. L'iniziativa piemontese era dunque cessata. Le assemblee dei quattro stati riconvocati proclamarono allora il principe di Carignano loro reggente in nome di Vittorio Emanuele (6-9 novembre); Napoleone sempre avviluppato nelle stesse ambagi, dopo aver risposto che non si farebbe violenza alla volontà degl'italiani, telegrafò al re di ricusare la reggenza poichè manderebbe a monte il congresso di Zurigo e gli farebbe perdere l'Italia. Cavour nella solitudine di Leri fu invocato consigliere. Naturalmente il problema così posto essendo insolubile, si dovette bizantineggiare: d'accordo con Napoleone Vittorio Emanuele invece di accettare i voti delle popolazioni li accolse, e il Boncompagni fu nominato reggente per il principe di Carignano reggente pel re.

Mentre la diplomazia piemontese discendeva a così umili sofisticherie, le popolazioni fremevano d'impazienza, ma senza passione di guerra. Mazzini, penetrato in Toscana, aveva dovuto chiudersi prigioniero incognito in casa del tribuno Dolfi sotto sicurtà data da questo al Ricasoli che niuno lo avrebbe saputo. Aurelio Saffi, arrestato a Torino, aveva dovuto ripassare la frontiera; Alberto Mario e sua moglie, nobile scrittrice inglese fervida d'entusiasmo italiano, erano incarcerati a Bologna per ordine di Lionetto Cipriani. Altri illustri mazziniani venivano espulsi o imprigionati. Mazzini, aiutando generosamente il moto, avrebbe voluto dal paese qualche prudente riserva prima di abbandonarsi alla dinastia di Savoia, che non osava nemmeno accettarlo; e non comprendeva come ogni riserva essendo un passo verso la republica, ne fosse parimenti un altro contro la monarchia. Tutta la elasticità del suo sentimento patriottico non poteva vincere l'inflessibilità del suo sistema republicano. Il disegno da lui proposto di fondere i quattro piccoli stati in uno e di trasformare la loro assemblea in nocciolo di futura assemblea nazionale, proseguendo la guerra contro l'Austria e spingendo la rivoluzione nel reame per decidere poi, dopo la vittoria, se l'Italia dovesse reggersi a monarchia o a republica, esautorava anticipatamente il Piemonte. Le annessioni non potevano essere allora che incondizionate: la monarchia discussa avrebbe conchiuso alla republica, la quale era impossibile. Egli stesso, intransigente eroico, comprendendo la necessità per l'impero napoleonico di conservare Roma al papa consigliava alla grande urbe di non muoversi per non complicare il già troppo aggrovigliato problema italiano.

Ma se il suo spirito rivoluzionario manteneva le Provincie salde nel proposito di formare col Piemonte un grosso regno nazionale, il suo sistema, reso più inapplicabile dalle complicazioni diplomatiche, accresceva le difficoltà delle annessioni colla trascendenza di una democrazia republicana, che si risolveva in una critica sanguinante di tutte le necessarie affermazioni del momento. La generosità del suo sacrificio in favore della monarchia savoiarda, pur di sottrarre le provincie al pericolo di un regno buonapartista, non era creduta; la sua propaganda esorbitava fatalmente la sua popolarità; i suoi seguaci, il suo genio stesso, lo rendevano altrettanto necessario allo spirito nazionale che impossibile nell'azione politica.

Quindi dovette riprendere la via dell'esilio, scrivendo una lettera a Vittorio Emanuele per eccitarlo con malinconica eloquenza all'impresa d'Italia.

Garibaldi, sorvegliato da Ricasoli, tenuto a bada da Farini, sottomesso a Fanti, quasi prigioniero del proprio stato maggiore, abbindolato con buone parole dal re, insisteva indarno a Modena per aprire la campagna contro il papa. La politica cavouriana, che lo aveva chiamato a Torino per la guerra contro l'Austria senza lasciargli nè iniziative nè glorie, lo perseguitava abilmente nei nuovi governi: si voleva la sua presenza, non la sua opera. Cipriani per ordine di Napoleone III lo angariava; si bistrattavano i Cacciatori delle Alpi; i generali Mezzacapo e Rosselli, subordinati a Garibaldi, avevano ordini dal ministero piemontese di non ubbidirgli, mentre lo si mandava al confine di Rimini come ad iniziarvi la guerra. Le popolazioni si agitavano; dalle incertezze crescevano i sospetti. Finalmente, l'opera antipatriottica del Cipriani offese, l'Assemblea lo costrinse a dimettersi, ed acclamò dittatore Farini proposto prima da Garibaldi stesso. Allora la lotta scoppiò fra i due rivoluzionari: Farini, incredulo dell'unità italiana, non mirava che a costituire col Piemonte un più grosso stato; Garibaldi, sprezzante di tutte le difficoltà diplomatiche, voleva appunto nell'inerte imbroglio di tutti i governi compiere la rivoluzione italiana marciando al sud. Questi gl'intimò di cedergli la dittatura, ma il dittatore resistè, il re s'interpose e Garibaldi si dimise.

La sua grande ora non era suonata.

Intanto la destituzione del Cipriani a Bologna finiva di persuadere a Napoleone III l'impossibilità di un regno d'Etruria: le popolazioni dell'Italia centrale vi erano francamente avverse e contraria l'Europa. La sua doppia politica, colla quale faceva costringere insolentemente dal ministro Walewski il Piemonte e le altre provincie all'osservanza dei preliminari di Villafranca, mentre lusingava personalmente i legati italiani sul rispetto ai voti delle popolazioni, si sbrogliò: bisognava cedere l'Italia centrale al Piemonte e trarne come prezzo la già rinunciata cessione di Nizza e di Savoia. Il congresso di Zurigo, al quale l'Austria si presentava col linguaggio di Metternich, non doveva dunque riunirsi, giacchè Prussia e Russia l'avrebbero irresistibilmente sostenuta. Laonde, mentendo il proprio pensiero, scrisse a Vittorio Emanuele una lettera, nella quale peggiorava la confederazione proposta dall'Austria, col tramutare Modena dalla casa d'Este alla duchessa di Parma, col riconsegnare la Toscana accresciuta di alcuni territori pontifici all'arciduca Ferdinando, e col dichiarare Mantova e Peschiera fortezze federali. Vittorio Emanuele e l'Austria protestarono. Poco dopo, in un opuscolo come quello ispirato al Laguerronière sul principio della guerra, esortò la Santa Sede a contentarsi d'un dominio più ristretto, poichè l'imminente congresso avrebbe dovuto fatalmente toglierle le Legazioni: all'ultimo giorno dell'anno (1859), in una lettera autografa a Pio IX, con frasi più miti ripetè la stessa idea. L'Austria chiese al gabinetto francese se sosterrebbe tali proposte al congresso, e dietro risposta affermativa dichiarò di non intervenirvi, protestando a nome dei principi spodestati: il papa svillaneggiava in un discorso solenne l'opuscolo imperiale. L'imperatore sostituì nel ministero il Thouvenel al Walewski; quindi il congresso abortì.

Contemporaneamente il conte di Cavour risaliva sulla scena politica.

Le annessioni dell'Italia centrale.

Già nel proprio ritiro di Leri aveva conservato la direzione spirituale del moto. Corte, ministero, deputazione lo consultavano. L'atteggiamento risoluto delle provincie contro l'installazione di un principe buonapartista a Firenze, la forzata inazione dell'Austria, l'impossibilità per la Francia di un'altra guerra contro l'Italia, la gelosia di tutta Europa contro ogni ingrandimento napoleonico, gli scopersero la possibilità di ottenere l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte. Il mazzinianismo era troppo debole per contrastarla republicanamente, Garibaldi troppo generoso per ribellarsi al re, i governatori delle provincie insorte troppo abili per lasciar sviare il moto annessionista.

La stella di Cavour risorgeva, tutti sentivano in lui il più destro dei negoziatori.

Il ministero Rattazzi-Lamarmora, succeduto al suo, aveva stentato a fronteggiare la situazione. Sessantamila francesi accampavano ancora in Lombardia a difesa contro l'Austria e dei patti di Villafranca, fors'anche a nuova conquista napoleonica nell'Italia centrale; l'Austria domandava oltre l'indennità di guerra 600 milioni come quota del debito generale dell'impero e di quello particolare di Lombardia; le provincie insorte basivano sotto l'incubo di una minacciata restaurazione; tutte le diplomazie d'Europa insistevano per l'esecuzione della pace di Villafranca.

Naturalmente il ministero, colla tradizionale ambiguità della politica savoiarda, dovette favoreggiare segretamente le annessioni ed osservare apertamente i patti di Villafranca. Bisognava anzitutto negoziare la pace coll'Austria imbaldanzita dal contegno remissivo dell'impero francese. Il Piemonte, vincitore subalterno, veniva trattato come un vinto. Dacchè la Lombardia era stata ceduta a Napoleone III, Vittorio Emanuele doveva pagarne il prezzo; dopo molte trattative si convenne che il Piemonte assumesse ⅗ del debito del Monte Lombardo-Veneto e una quota di 40 milioni di fiorini sul prestito nazionale del 1854. Il letto del Mincio restò diviso fra le frontiere dei due stati, e il raggio della fortezza di Peschiera fu ridotto da sette a tre chilometri.

Il 10 dicembre si segnarono i tre trattati di pace: il primo tra Francia ed Austria risolveva la questione politica e territoriale d'Italia, riconfermando il disegno di una confederazione sotto la presidenza onoraria del pontefice e mantenendo intatti i diritti dei principi spodestati: però non si stabiliva intervento militare per ricondurre costoro sul trono, quantunque il Piemonte avesse dovuto aderire a tale disegno federativo. Il secondo tra Francia e Piemonte trattava della cessione della Lombardia a quest'ultimo. Il terzo fra le tre potenze unite assettava tutti gl'interessi estranei alla clausola posta dal re di Sardegna ai preliminari di Villafranca. Colla stipulazione della pace di Zurigo cessavano i pieni poteri accordati dal parlamento subalpino alla Corona; ma il ministero, fingendo di non accorgersene, proseguì a legiferare per decreto reale.

Però, se una rapida unificazione legislativa era il maggior bisogno del momento, il ministero nell'abbandonarvisi impetuosamente commise un triplo errore; anzitutto volle applicare tosto alla Lombardia le leggi amministrative piemontesi, non solo inferiori a quelle sopravissute della sua antica vita municipale e rispettate persino dall'Austria, ma peggiori della medesima amministrazione austriaca. Così falsavasi ogni originalità paesana per vanità di un cattivo modello. Poi le leggi emanate a fasci generarono una indicibile confusione e un maggiore dispendio, mentre il paese doveva sopportare l'aumento di spese per la guerra patita e per l'impianto del nuovo governo. Finalmente le leggi piemontesi, nella loro asprezza monarchica e col carattere reazionario del passato, parvero dettate da un pensiero di conquista regia: l'arbitrio ministeriale, col prescindere in esse dal concorso del parlamento, finiva d'esasperare la publica opinione. L'antagonismo regionale rifermentò; i lagni di Lombardia echeggiarono nell'Italia centrale.

Il conte di Cavour, tutto inteso a riaffermare la direzione degli affari, sollevò la questione della riconvocazione del parlamento, ponendola come ultimatum alla sua accettazione di ministro plenipotenziario al congresso di Parigi; ma per meglio offendere i ministri, invece di scrivere loro, dettò la lettera a sir James Hudson. Questo stratagemma decise della ritirata del ministero, che vide nella lettera del legato inglese una insolente ingerenza di diplomatico straniero nelle cose di stato.

Cavour chiamò seco al ministero il generale Manfredo Fanti per la guerra, Stefano Jacini pei lavori publici, Terenzio Mamiani per la publica istruzione. Il suo disegno politico era semplice: barattare francamente Nizza e Savoia coll'Italia centrale; ma la politica annessionista aveva d'uopo del concorso parlamentare per perdere l'arbitrario carattere regio.

Così Cavour, passando sopra ogni regolarità di procedura, decise di ammettere al parlamento i deputati dell'Italia centrale.

Napoleone stesso suggerì a Cavour l'idea di un nuovo plebiscito delle provincie. Il risultato ne fu splendido. I comizi della Toscana e dell'Emilia convocati (11-12 marzo 1860) per pronunziarsi tra l'unione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele e il regno separato diedero questi risultati: nell'Emilia su 526,258 elettori iscritti votarono 427,512, dei quali 426,006 per l'unione alla monarchia sarda; in Toscana votarono 386,445, dei quali 366,571 per l'annessione e 14,925 pel regno separato. Il voto fu a suffragio universale, mentre l'elettorato politico nello statuto piemontese era il più ristretto d'Europa. In questa contraddizione stava il riconoscimento della sovranità nazionale tanto caldeggiato da Mazzini; lo statuto era la monarchia, il suffragio universale la rivoluzione; quella la forma, questa l'idea: il cittadino votando pel re si affermava sovrano, così che la monarchia costituzionale non avrebbe mai più potuto soverchiare il diritto popolare.

Compita l'annessione dell'Italia centrale, facendo riaffermare dal re la propria devozione al pontefice come principe cattolico, Cavour potè sciogliere finalmente la vecchia camera sarda ridotta da oltre un anno a poco più di un nome, e bandire le elezioni in tutte le provincie del nuovo regno. Farini passò al ministero dell'interno, Ricasoli rimase come governatore generale al fianco del principe di Carignano luogotenente del re a Firenze.

Cessione di Nizza e di Savoia.

Senonchè, ottenute le provincie, si dovette subito pagarne il prezzo. La Savoia, fino dal trattato di Brosolo considerata come scotto alla Francia per un qualunque ingrandimento piemontese nella valle del Po, sebbene situata al di là delle Alpi, e francese di spirito, e annessa alla Francia dalla grande rivoluzione del'89, aveva dato il nome, la bandiera e la storia alla dinastia che stava per diventare nazionale: Nizza, conquistata dal Conte Rosso nel 1388, era doppiamente italiana come patria di Garibaldi; poi la loro cessione da re ad imperatore negava tutto il diritto politico della nuova rivoluzione. Fra i trionfi della sovranità popolare ricominciavano i mercati di popolo. Napoleone, col disertare la causa italiana al Mincio e col cercare ogni via ad impedire le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte, aveva perduto anche i diritti stipulati a Plombières.

Tutta la democrazia italiana si scosse: il popolo ne fu malinconico. Invano i giornali del ministero affettarono il più mercantile cinismo per persuadere la cessione; l'offesa alla coscienza nazionale anzichè placarsi s'inveleniva. Re Vittorio mormorò con poetica tristezza, alludendo a Napoleone: «Dopo avergli data la figlia bisognerà cedergliene la culla!»; Garibaldi ruggì; Mazzini moltiplicò articoli, invettive, proteste; alle Camere l'opposizione si disciplinò a battaglia. Per un momento parve che l'Europa medesima si opponesse alla cessione: l'Inghilterra per poco non trascorse a minaccie; Thouvenel la vinse, rispondendo che l'annessione della Savoia alla Francia non era politicamente diversa da quella della Toscana al Piemonte; l'Austria invece per dispetto la favoreggiò; la Svizzera invocò indarno i trattati di Vienna, pei quali alcuni territori savoini essendo stati introdotti nella sua neutralità, essa resterebbe così colle frontiere indifese.

Napoleone ammansì l'Inghilterra con un trattato di commercio libero-scambista, non tenne calcolo della Svizzera, minacciò coi propri giornali il Piemonte. La fatalità della politica cavouriana costrinse questo a cedere: il conte di Cavour stesso, assumendo arditamente alla Camera la responsabilità del triste atto, ebbe il coraggio di confessarlo.

Alla Camera, ove sedevano per la prima volta i deputati delle provincie annesse, la discussione fu tempestosa: Guerrazzi vi gettò lampi di eloquenza fra scrosci di sarcasmi, ai quali nullameno Cavour potè efficacemente rispondere; Urbano Rattazzi riapparve terribile di logica e di abilità, accusando i ministri dell'inutile ed indegno mercato; ma la fatalità del sistema regio prevalse: 229 voti su 262 votanti approvarono la cessione (22 maggio 1860).

Il trattato era stato sottoscritto il 24 marzo dal ministro Benedetti e dal principe di Talleyrand per l'imperatore, da Cavour e da Farini per Vittorio Emanuele; siccome però statuiva che l'annessione delle due provincie alla Francia dovesse effettuarsi col consenso dei popoli, a larvarlo nella publica opinione s'indissero a Nizza e nella Savoia plebisciti, che oro e pressioni di governo fecero riuscire a favore della Francia.

Così finiva la conquista regia: nel suo primo giorno Vittorio Emanuele non aveva osato accettare la Toscana, nell'ultimo cedeva la Savoia; l'iniziativa francese aveva voluto la guerra, l'iniziativa piemontese vi si era associata; la Francia aveva respinto l'Austria dalla Lombardia, il Piemonte aveva ricevuto in regalo dal vincitore il campo di battaglia; l'Italia centrale era sfuggita mercè la propria energia alle lusinghe e alla minaccia di un regno bonapartista, ma la dinastia sarda, che non aveva ardito nè conquistarla nè accettarla, la otteneva ora dalle mani del proprio prepotente alleato col baratto di altre due provincie. La rivoluzione soccombeva alla monarchia, il Piemonte alla Francia, mentre l'Italia rimaneva divisa in quattro stati coll'Austria, il papa e il Borbone.

La politica regia non poteva andare oltre, l'Italia non pareva capace di sforzo maggiore.

Lo scarso numero de' suoi volontari alla guerra, che non superò i cinquantamila, la sommissione mostrata nel periodo annessionista, l'inerzia del reame che nemmeno le vittorie sui campi lombardi avevano potuto sollevare, l'atonia di Roma, la fiacchezza delle provincie pontificie riconquistate da un pugno di sgherri fra l'indifferenza di tutte le altre, l'abbandono dell'ideale republicano come troppo costoso di denaro e di sangue, la pazienza per tutte le prepotenze francesi, la stessa calma, che aveva reso ammirabile all'Europa il contegno del popolo, tradivano la debolezza della nazione.

Mazzini veniva abbandonato da tutti. Garibaldi non era ancora seguìto che da pochi.

Si era fidato nella Francia e nel Piemonte, accettando da entrambi quanto potevano dare. Invece di eserciti improvvisati ed irresistibili di passione si erano mobilizzate le guardie nazionali, innocua ed inartistica parata di teatro. L'esercito regolare sardo era stato bello di disciplina e di valore, i volontari garibaldini incomparabili di originalità e di eroismo, ma della guerra popolare era mancato persino il fermento. Mazzini aveva sperato in cinquecentomila volontari; Garibaldi ne chiedeva centomila, e non era arrivato che ai dodicimila. L'iniziativa regia aveva in certo modo disinteressata l'iniziativa popolare.

Rivoluzionari, regii e republicani non erano che una minoranza, la quale senza l'intervento francese non avrebbe mai potuto fare nè la guerra nè la rivoluzione.

Il Piemonte, uscendo ingrossato dall'una e dall'altra, aveva di poco migliorato la propria condizione. L'Austria non aveva che a ripassare il Mincio per riprendere in una settimana tutta la Lombardia; verso Francia il nuovo stato era senza frontiere, mancava di comunicazioni col sud; il vassallaggio all'impero napoleonico gli scemava l'antica indipendenza; l'ostilità alla rivoluzione lo indeboliva all'interno; aveva esauste le finanze, fallito il programma, assunti impegni ineseguibili. L'unità d'Italia era negata come al quarantotto.

Le prime integrazioni rivoluzionarie non avevano potuto attuare che una parte dello stesso disegno regio di Plombières: ma senza Venezia, senza la Sicilia, senza Napoli e senza Roma l'Italia non era. La prodezza di Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour, non bastavano all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile dell'unificazione nazionale; ma poichè nè Roma era insorta, nè Napoli si era sollevata durante la guerra franco-sarda, a fonderle coll'Italia bisognava conquistarle.

L'iniziativa regia non era da tanto. Infatti il primo atto della nuova politica piemontese fu di sollecitare l'alleanza di Francesco II, per impedire a Napoli ogni moto rivoluzionario.

Solo un'impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione, irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo, con un esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la vittoria, altro amore che di patria, altra probabilità che di morte, con un capitano invincibile come un messia, senza danaro, quasi senz'armi, poteva approdando in Sicilia appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire fortezze, liberare città, moltiplicare le battaglie come spari di festa; quindi più forte, più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti, stordendo popoli, ministri, re, e, sollevando tutto un regno, che sentimenti, idee, costumi, storia rendevano tanto dissimile dal resto d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una patria sola.

Giuseppe Garibaldi doveva guidare quest'impresa.