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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 21: Campagna piemontese nelle Marche.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Quarto.
La conquista rivoluzionaria

I mille di Marsala.

Il vasto reame delle due Sicilie sembrava assistere con ignava curiosità al grande dramma della liberazione d'Italia: dopo tanto fervore di congiure, non vi restava abbastanza passione patriottica per osare d'insorgere contro il governo borbonico in tanta facilità di momento. L'Austria vinta non avrebbe potuto soccorrere re Francesco II; la Francia sarebbe stata favorevole per ambizione di un altro regno murattiano; l'Inghilterra per antagonismo coll'impero napoleonico avrebbe invece favorito un moto nazionale; Garibaldi era pronto ad accorrere colle bande rosse; il Piemonte, volente o nolente, avrebbe dovuto spingere sino al mezzogiorno la propria politica annessionista.

Re Francesco II, salendo al trono, aveva dichiarato all'ambasciatore russo Kisselef di ignorare che cosa potesse significare la indipendenza italiana; quindi, sollecitato d'alleanza dal Piemonte prima e dopo la guerra, aveva ricusato per chiudersi in una sprezzante neutralità; più tardi, costretto a mutare i vecchi cattivi ministri, ne aveva scelti di peggiori; e fingendo colla duplicità paterna di cassare la legge sugli attendibili o sospettabili politici l'aveva invece mantenuta con una circolare segreta del direttore di polizia, che poi dovette sconfessare. Un ignobile egoismo ed una insensata alterigia gli toglievano di comprendere il significato fin troppo evidente di una situazione politica, nella quale la sua corona era minacciata da nemici di ogni sorta. La sua fede all'Austria e al papa, che avrebbe potuto essere cavalleresca alleandosi con loro contro la rivoluzione, non era che servilità di bigotto e di vassallo; la sua avversione alla libertà non derivava che da una vanità di despota senza carattere e senza ingegno. Ultimo di una famiglia di tiranni e di malvagi, al pari di tutte le vittime designate all'espiazione di una decadenza, non era più che un melenso, cui la rivoluzione trionfante spazzerebbe fra poco come un'immondizia, invece di spezzare come un ostacolo.

La sua sola idea politica in tanto frangente di guerra fu di una spedizione a favore del papa per aiutarlo a risottomettere le Romagne, ma nemmeno questa eseguì. Quindi, essendosi ammutinati gli svizzeri pel decreto del governo federale elvetico, che dopo le stragi di Perugia vietava il nome patrio e gli stemmi cantonali ai mercenari militanti per la Santa Sede e pel Borbone, egli disciolse il loro corpo grosso di 14,000 soldati, e lo sostituì portando la leva ordinaria della milizia stanziale a 18,000 coscritti. Al finire dell'anno (1860) l'esercito borbonico sommava a 100,000 uomini, ma senza merito negli ufficiali, senza valore nei soldati, senza patria, senza ideale. Una indescrivibile indisciplina no sconnetteva gli ordini: i volontari vi erano ribaldi di piazza o di polizia, i coscritti piuttosto fantocci che fanti, poco disposti a battersi, incapaci di morire combattendo.

Nullameno il loro numero bastava per togliere ai rivoluzionari del paese, così pronti a contarsi per migliaia, ogni velleità di rivolta. I più forti fra questi credettero far molto costituendo coll'inguaribile bizantinismo delle loro procedure un comitato a doppia assemblea dei iuniori e dei seniori, che più tardi si mutò in quello dell'Ordine per spargere qualche bollettino anonimo o gettare nei teatri qualche nastro tricolore col motto: «Italia e Vittorio Emanuele».

D'altronde il conte di Cavour, mandando il Villamarina a Napoli, gli raccomandava vivamente di sconsigliare i liberali da moti violenti, «giacchè qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie riuscirebbe rovinosa all'Italia». Allora l'illustre statista non vedeva altra salute alla politica nazionale contro le tendenze republicane che nell'alleanza del Piemonte col Borbone.

Ma la rivoluzione urgeva. La prima mossa ne venne dalla Sicilia.

Già dopo i casi del '57 essendosi sciolto il comitato di Londra, nell'impossibilità di ritentare efficacemente altra insurrezione in Lombardia, il partito rivoluzionario non tardò a comprendere, che per resistere all'egemonia piemontese bisognava creare una forte base alla politica unitaria nel Reame. Nicola Fabrizi, Alberto Mario, Francesco Crispi, Maurizio Quadrio, Michele Amari si diedero con forte proposito al difficile lavoro: comitati aiutavano da Malta e da Genova; patrioti come Emilio Sceberras, Giorgio Tamaio, Onofrio Giuliano, Emanuele Pancaldo cooperavano con nobile coraggio all'interno. Ma le difficoltà erano troppe. Le popolazioni bigotte e svogliate, ignoranti e servili; mal compreso il nome d'Italia, incompreso affatto quello di democrazia; difficili le comunicazioni fra paesi e paesi separati ancora da fieri odi municipali; il feudalismo economico e politico tuttora vigile nell'angustia dei propri privilegi; i Borboni più temuti che odiati; nessuna abitudine di guerra malgrado il costume del brigantaggio; gli stessi liberali divisi nelle fazioni murattiana e piemontese. Di questa era capitano attivo e di molto seguito il La Farina. Nè il continente nè l'isola erano pronti a vera rivoluzione: nullameno colla guerra franco-sarda si spinse più vivamente il lavoro delle cospirazioni. Francesco Crispi, aiutato dal Fabrizi reduce in Modena sua patria dal lungo esilio, ne tenne discorso al dittatore Farini, che si mostrò favorevole ad un'impresa nel sud: già cimentando intrepidamente la vita, Crispi era penetrato parecchie volte nella Sicilia per introdurvi armi e bombe all'Orsini. Ma la politica cavouriana venne ad impedire l'opera, facendo dal La Farina dissuadere ogni moto violento per non imbrogliare il problema già difficile delle annessioni al nord. Questo consiglio bastò naturalmente a scusare la troppa prudenza dei più; i pochi intrepidi rimasero abbandonati e sbandati. Oramai l'insurrezione era piuttosto contrastata dal partito moderato che dal borbonico.

Un'ispirazione giovanile trionfò della ragione di tutti. Un gruppo di giovani scrisse spontaneamente e segretamente a Garibaldi, scongiurandolo «ad affacciarsi sul loro continente con un pugno di uomini e una bandiera consacrata dal suo alito». Il generale da Bologna (2 settembre 1859) rispose incoraggiando e promettendo. Intanto Crispi coi comitati di Genova, di Firenze e di Malta ordiva per il 4 ottobre (1859) un'insurrezione a Palermo; Messina e Catania dovevano seguire; ma anche questa volta la cospirazione abortì, e la colpa al solito ne fu gettata sui contrordini del partito lafariniano. Allora Crispi e Fabrizi ritentarono l'animo di Farini: si convenne fra loro di una spedizione di volontari nel sud. Farini promise un milione, previo il consenso del ministero piemontese; siccome i Cacciatori delle Alpi potevano facilmente formare il nuovo corpo di spedizione, si pensò di radunarli all'isola d'Elba, mentre Garibaldi era già ritornato a Caprera. Ma Crispi non potè persuadere il ministro Rattazzi all'impresa: fu negato ogni denaro, conteso ogni aiuto. Cavour risalito al potere si chiarì anche più ostile, vessando così indegnamente colla polizia il Crispi da costringerlo ad abbandonare Torino.

Garibaldi, conscio di tutti questi maneggi, addolorato della cessione di Nizza e Savoia, isolato dalla vita politica con ogni intrigo da Cavour, meditava incerto del risolvere. Mazzini invece, spinto all'ultimo sacrificio di se medesimo dalla rovina di tutti gl'ideali, insisteva per una pronta azione del sud, rinunciando alla republica pur di raggiungere l'unità della patria. Le sue lettere ai palermitani, nelle quali scopriva con mano sicura i viluppi della politica cavouriana e bonapartesca, non parlavano più che di unità nazionale: il republicano era vinto, il patriota lottava ancora.

L'abdicazione di Mazzini, l'impotenza di Cavour, l'inerzia forzata di Napoleone, il fermento di tutta la penisola, la fatalità della rivoluzione affrettavano silenziosamente l'azione di Garibaldi.

Oramai tutte le gradazioni dei partiti politici si fondevano in lui. La sua formula «Italia e Vittorio Emanuele», rimasta inalterata malgrado l'esosità dei trattamenti usatigli dal governo, riuniva le forze regie e democratiche per un programma, che, esorbitando dall'angustia della politica piemontese, ne riconfermava l'idea di una conquista regia. Il suo primo disegno della nazione armata, per organizzare militarmente davvero le guardie nazionali e pacificare i partiti, aveva naturalmente fallito, giacchè una organizzazione politica e militare d'Italia con metodo popolare era impossibile; nullameno egli restava programma vivente della nazione, altrettanto infallibile nell'intuizione che malleabile nell'eroismo.

All'alleanza franco-sarda, che aveva battuto l'Austria senza cacciarla da tutti i confini d'Italia, doveva succedere l'alleanza sardo-italiana, che caccerebbe i Borboni senza poter rovesciare il papa. Napoleone III aveva bistrattato Vittorio Emanuele: questi maltratterebbe Giuseppe Garibaldi.

La rivoluzione italiana, ispirata da Mazzini, guidata da Cavour, concentrata da Vittorio Emanuele, signoreggiata da Napoleone, si era arrestata fatalmente alle annessioni dei Ducati nell'imbroglio della propria politica, per ritornare nazionale e popolare con Garibaldi, unitario come Mazzini, monarchico quanto Cavour, più prode di Vittorio Emanuele e più avventuriero di Napoleone III. Mentre tutte le diplomazie d'Europa si spiavano temendo di nuova guerra, egli solo poteva riaccenderla per conquistare un regno al Piemonte, che avrebbe cercato sino all'ultimo d'impedirlo; egli solo, sotto tanto cumulo di pregiudizi, di dolori, di viltà, poteva trovare il cuore del popolo italiano e, infiammandolo coll'entusiasmo di una fede indefinibile, dargli la trionfatrice energia delle più incredibili fra le vittorie di questo secolo.

Infatti la necessità di questa impresa meridionale lo stringe più forte ogni giorno. Mentre il governo piemontese contrasta, i patrioti siciliani incalzano. Rosolino Pilo e Giovanni Corrao si offrono per un viaggio nella Sicilia, esploratori di libertà fra pericoli ed episodi degni di un poema. Il 4 aprile (1860) Palermo tenta una rivolta presto soffocata nel sangue; la polizia trionfa ancora; i congiurati, raccolti nel convento della Gancia e soccorsi dagli stessi frati, sono trucidati o imprigionati. Nullameno qualche banda di essi può guadagnare i monti. A Genova le notizie dell'insurrezione si ripercotono in tumulto, le fantasie si esaltano, i cuori si scaldano. La Legione Sacra composta di vecchi patrioti e di giovani volontari vi si aduna, proclamandosi disposta a partire con Garibaldi ed anche senza lui: Mazzini offre a Nino Bixio e a Giacomo Medici il comando dell'impresa, se Garibaldi ricusi: Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla, rappresentando tutto il popolo italiano; Ribotti non è che un prode venturiero della libertà; Nino Bixio, coraggioso sino alla demenza, non può essere che un luogotenente; Medici, caduto nell'orbita della politica cavouriana, non saprebbe capitanare la rivoluzione.

Ma Garibaldi, cui la coscienza della grande responsabilità non scema il coraggio, tituba ancora: dopo le vittorie franco-sarde in Lombardia, il disastro di un'altra spedizione Pisacane annullerebbe la rivoluzione. Nullameno la grande ora sta per discendere sul quadrante della storia; l'impresa è inevitabile. Il colonnello Frappolli e Giacomo Medici mandati da Cavour la combattono: Nino Bixio invece minaccia di andarvi solo. Garibaldi si decide.

A Crispi, che, ostinato nello spronarlo, pure temeva di un incontro colla flotta nemica, Garibaldi risponde:

— Io vi garantisco sul mare.

— E io vi garantisco per terra.

Epilogo di una scena degna di Eschilo!

Ma il governo piemontese moltiplica taccagnerie ed obbiezioni. Poichè nel primo slancio della rivoluzione si era iniziata una sottoscrizione per comperare un milione di fucili, le armi e i primi denari non sarebbero mancati all'impresa; sciaguratamente Cavour ordinò a Massimo D'Azeglio di sequestrare le quindicimila carabine depositate a Milano e Massimo D'Azeglio, persuaso che l'annessione del regno napoletano al Piemonte sarebbe la maggiore delle disgrazie possibili, ubbidì. Rubattino, ricco armatore di Genova, prestò due vecchi vapori, nascondendosi mercantilmente dietro il nome di Segrè, austero patriota. La Farina, stretto dagli esuli siciliani, diede finalmente mille fucili quasi inservibili e ottomila lire; Agostino Depretis, prefetto a Brescia, violando gli ordini ricevuti, consegnò a Giuseppe Guerzoni mandatario di Garibaldi, qualche altro denaro.

Cavour, osteggiando e permettendo al tempo stesso l'eroica avventura, ne calcolava con terribile freddezza di statista tutte le conseguenze. Se Garibaldi falliva, il governo piemontese si pompeggierebbe presso il resto d'Italia e le cancellerie europee delle difficoltà oppostegli; ma la rivoluzione avrebbe così perduto il suo grande capitano, e alla nazione non resterebbe più altra speranza che il Piemonte: con Garibaldi periva il fiore della democrazia italiana, che non aveva ancora accettato o subiva non senza riserve la preponderanza della monarchia piemontese. Se Garibaldi conquistava la Sicilia, il motto «Italia e Vittorio Emanuele» scritto sulla sua bandiera lo avrebbe costretto a cedere l'isola al Piemonte, cui il voto del parlamento siciliano nella rivoluzione del quarantotto aveva in certo modo aderito, offrendo la corona al duca di Genova. L'ammirabile perfidia, che dall'epoca dei comuni sino al finire del rinascimento aveva dato alla politica italiana così irresistibile ascendente su quella di Francia e di Germania da rendere a queste grandi potenze impossibile la conquista d'Italia, e più tardi aveva permesso al Piemonte di crescere nel decadimento d'Italia fra le voraci gelosie dei più grossi vicini, trapelava dalle contraddizioni del conte di Cavour, rimasto ministro piemontese in piena rivoluzione italiana. Egli, primo in Italia a giudicare il Guicciardini molto miglior politico del Machiavelli, ne seguiva i criteri anche in questo supremo momento di epica iniziativa: per lui la monarchia piemontese non aveva in Italia peggior nemico della democrazia e maggior pericolo di una vittoria rivoluzionaria.

L'impresa era unitaria. Garibaldi intendeva sbarcare in Sicilia, gettando un corpo d'armati nello stato pontificio. Non si osava ancora l'idea di marciare direttamente su Roma, ma si voleva sottrarle tutte le provincie. Bisognava come Cesare passare un'altra volta il Rubicone: si sperava che Medici o Cosenz potessero invadere il territorio pontificio; Cavour pareva secondare il disegno. Il papa era in armi, il generale Lamoricière ne guidava l'esercito più grosso che valoroso; il conte De Pimodan capitanava gli zuavi volontari, ribaldi o legittimisti di gran nome, raccolti per tutte le contrade d'Europa. All'ultima crociata papale si contrapponeva così la crociata garibaldina: entrambe nel nome di un'idea mondiale, quella senz'altro principio che il privilegio ed altra virtù che la superstizione, questa colla fede della libertà e un entusiasmo di amore che perdonava ai nemici anche prima di averli vinti.

A Genova Agostino Bertani, medico già celebre, costituì il comitato di soccorso all'impresa, spiegandovi la più prodigiosa energia. I volontari eran quasi tutti giovani colti, ricchi, fanatici di libertà, superstiziosi d'amore al generale come i sicari del Vecchio della Montagna; fra essi brillavano illustri stranieri: Türr e Tuköry ungheresi primeggiavano per nome già famoso di capitani; Sirtori era capo di stato maggiore; Nino Bixio doveva guidare una delle navi, il Lombardo; sull'altra, il Piemonte, precederebbe Garibaldi. Ippolito Nievo, poco più che giovinetto, già immortale per scritti d'arte, era il poeta della spedizione, e doveva perirvi al ritorno miseramente annegato come Shelley; Giuseppe Cesare Abba, quasi un fanciullo, allora ignoto anche a se stesso, doveva invece scriverne i commentari fra il pericolo delle battaglie e la poesia delle veglie; v'erano Acerbi, Mosto, Schiaffino, Nullo bello ed avventato come un moschettiere da romanzo, Fabrizi austero come un duce biblico, i Cairoli, tutti i più prodi, i superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati, di principi e di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici che cessavano di pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontese, di republicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un getto dalle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva voluto altro numero, giacchè anche decuplo sarebbe stato insufficiente, se il popolo laggiù non avesse poi secondato l'impresa. Allora non portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna provvigione, non salmerie. La bandiera, dono d'italiani residenti a Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.

Il motto era: «Italia e Vittorio Emanuele».

Il 3 maggio (1860), anniversario della morte di Napoleone I, salpavano silenziosamente da Quarto. Il governo piemontese, pur fingendo d'ignorarla, cercò con inutile inganno di contrastare l'imbarcazione; il mare fu propizio. A Talamone, ove approdarono per rifornirsi d'acqua, non rinvennero che poche armi quasi disutili; ad Orbetello un gruppo di republicani intransigenti, capitanati da Brusco Onnis, si separò per non combattere sotto bandiera piemontese; un altro più grosso manipolo s'inoltrò nel territorio pontificio con Zambianchi sanguinario trucidatore di monaci a Roma nel '48 per sollevare le popolazioni; e fu indi a poco disperso dai dragoni papalini.

Ma non ostante le vigili crociere napoletane, Garibaldi potè sbarcare a Marsala. Allora la Sicilia, dapprima attonita, si solleva: Rosolino Pilo e Corrao tengono la campagna con forti bande; a Salemi Garibaldi proclama la propria dittatura e riceve il saluto di una truppa d'insorti, forte di quasi tremila uomini; a Calatafimi rovescia alla baionetta una colonna di cinquemila borbonici; la giornata terribile di ardimento prostra l'animo del nemico; alcuni monaci e qualche picciotto si sono mescolati ai garibaldini, ma i tremila siciliani hanno assistito dalla cima dei colli circostanti alla battaglia, sinistramente equivoci, coll'arma al piede. Presto l'odio popolare contro borbonici e napoletani esplode, scene atroci di sangue vituperano le prime vittorie; ma Garibaldi, raddoppiando di audacia, si drizza su Palermo. I borbonici tengono l'isola con trentamila uomini; ventimila difendono la capitale. Con abili marcie egli inganna quindi il nemico, accenna ad assalire la città dalla parte di Monreale, vi rumoreggia intorno tre giorni, sfianca su Corleone, si tira dietro il generale Bosco con una falsa ritirata, lo allontana da Palermo, lo tiene a bada con pochi legionari, finchè il 27 maggio per vie impraticabili ricompare dinanzi alla città già percossa dalla voce erronea della sua disfatta.

Però la sorpresa essendo fallita, l'assalto diventa al tempo stesso impossibile ed inevitabile.

La guerra, appena incominciata, sta per essere finita colla presa della capitale; la battaglia si muta in delirio. I garibaldini stremati, male armati, poco ordinati, si slanciano all'assalto; tutto cede al loro impeto; entrano travolti dalla fuga del nemico nella città. Ma il presidio, forte di quindicimila uomini, resiste ancora dominando e tuonando dal castello colle artiglierie; la popolazione tituba; s'improvvisano barricate. I borbonici bombardano; per tre giorni una bufera di fuoco e di sangue rugge per l'antica metropoli, drammi sublimi ed orribili vi si amalgamano, monaci e suore incuorano i ribelli; i regi sguinzagliati nelle vie si ostinano alla difesa e si vendicano colla strage. I generali Bosco e Mekel delusi a Corleone ritornano su Palermo, la flotta dal porto fulmina le vie diritte della città; le munizioni scarseggiano; i palermitani, malgrado il crescente entusiasmo, non si armano e non combattono abbastanza. Per un momento tutto parve perduto. Una fregata sarda, alla quale Garibaldi chiese aiuto di munizioni, lo rifiutò mentre l'ammiraglio inglese Mundy con magnanima improntitudine imponeva alla flotta borbonica di cessare il fuoco contro la città. Fortunatamente la viltà del generale borbonico Lanza ridonò la vittoria a Garibaldi, domandandogli un armistizio per ventiquattro ore e prolungandolo poi per tre giorni. In questo tempo venne da Napoli l'ordine di capitolare, sgombrando Palermo. Lo sgombro durò tredici giorni, dal 7 al 20 giugno.

Allora a Palermo tra una festa frenetica, nella quale il popolo smantella notte e giorno l'antica fortezza, si allestisce il governo. Francesco Crispi, il più ostinato persuasore dell'impresa, ne diviene braccio e mente. Anzitutto bisogna spingere oltre la rivoluzione, propagandone l'entusiasmo che alla necessità dei primi sacrifici sta per agghiacciarsi, e domare ripetute atroci reazioni di brigantaggio, nelle quali si prepara forse una regia sollevazione. La minaccia della coscrizione sureccita già gli animi della moltitudine; l'egoismo di una mal celata autonomia vorrebbe sottrarsi alle spese di denaro e di sangue necessarie al compimento della rivoluzione. Fortunatamente, i comitati organizzati per tutta Italia e diretti da Agostino Bertani suppliscono miracolosamente ai bisogni. La Società Nazionale del La Farina, d'accordo con Cavour non aveva dato che poche migliaia di lire: Bertani ne raccolse presto ottocentocinquantamila. Fra difficoltà politiche, economiche, commerciali, militari, tecniche, questo medico nel quale la scienza sperava un illustre e la patria trovò un eroe, seppe improvvisarsi organizzatore come Carnot. Alla prima spedizione dei Mille ne seguirono a minimi intervalli altre. Il disegno, suggerito da Garibaldi prima della partenza e caldeggiato con disperato amore da Mazzini, di una invasione negli stati pontifici per discendere dagli Abruzzi nel Napoletano, mentre il dittatore vittorioso lo risalirebbe dalla punta delle Calabrie, diventava l'inevitabile corollario della spedizione di Marsala, dopo la vittoria di Palermo. Per assicurare la Sicilia bisognava assalire il Reame.

Il fermento aumentava nel paese: volontari accorrevano da ogni parte a Genova per salpare verso il sud, e s'addensavano sui confini dello stato pontificio a minaccia; nell'esercito piemontese spesseggiavano le diserzioni; ufficiali e colonnelli entrativi colla rivoluzione si dimettevano per cacciarsi nella nuova guerra; il moto unitario si dilatava veemente ed irresistibile. Mazzini, sempre più infervorato per un pronto assalto nello stato pontificio, s'era condotto a Genova, e vi operava, nascosto dall'amore dei popolani alla vigilanza della polizia piemontese; d'accordo con Bertani, cercava un altro capitano, cui affidare l'impresa del centro. Medici era già partito con 2000 uomini per la Sicilia; il 2 luglio Cosenz lo seguì con altrettanta truppa; poco dopo il colonnello Corte vi sbarcò con un terzo reggimento.

Garibaldi, agile fra tante difficoltà politiche del governo improvvisato, si sbarazza del La Farina. Poichè la gelosia dell'ascendente guadagnato da Crispi nell'isola spingeva questo agente cavouriano a precipitare le annessioni, per impegolare la rivoluzione entro un immediato impianto di governo piemontese, il dittatore lo imprigiona, lo rimanda in Piemonte, e nomina al suo posto Agostino Depretis, abile parlamentare, più atto ad intendersi col Crispi. Naturalmente questa improvvisazione di governo procede sbattuta fra le contraddizioni delle tendenze piemontesi e rivoluzionarie: quelle, temendo di una dichiarazione di autonoma o di una proclamazione republicana malgrado la ripetuta abdicazione di Mazzini e il motto di Garibaldi: «Italia e Vittorio Emanuele», tirano a sminuire l'opera e l'importanza del dittatore. Si teme il contagio dell'entusiasmo, si diffida sopratutto dei consiglieri di Garibaldi, tutti republicani o quasi; ma questi, più generosi e trascinati dalla fatalità dell'impresa, badano invece ai mezzi di compierla; hanno forse in cuore riserve democratiche, ma sentono già che la monarchia è invincibile.

La guerra ricomincia. Colla stessa rapidità della prima mossa da Calatafimi a Palermo, Garibaldi si dirige dalla capitale su Messina: il suo esercito diviso in tre colonne, traversando l'isola con marcia convergente, deve riunirsi all'assalto della grossa città, dalla quale il generale Bosco, unico prode fra i regi, s'inoltra minacciosamente. La battaglia scoppia (20 luglio) a Milazzo, ostinata, sanguinosa, perchè i borbonici questa volta si battono davvero entro formidabili posizioni: Garibaldi stesso ci resterebbe prigioniero, se Missori e Statella, due ufficiali delle sue guide, con valore ariostesco non lo salvassero da un viluppo di cavalieri; ma finalmente l'irresistibile valore dei volontari trionfa. Milazzo è presa, Messina poco dopo capitola.

Ultime resistenze dei governi borbonico e piemontese.

La Sicilia è conquistata; ma staccata dal Reame e annessa al Piemonte non sarebbe che un'altra Sardegna. L'impresa di Napoli diventa fatale, l'unità italiana è imminente. A Napoli il meraviglioso approdo di Marsala, la presa di Palermo, la cacciata dei 30,000 regi esaltano le fantasie; gli echi della stampa europea, sonante di inni al vincitore, coprono le critiche più ostinate; l'esercito, diffidente dei generali e mal disposto a guerra, tituba; la corruttela di tutti gli impiegati moltiplica i tradimenti alla vigilia del pericolo; la corte in preda al terrore non osa alcun partito. Russia e Prussia non le prestano più che un appoggio morale, l'Austria non ardisce ridiscendere in guerra, Napoleone III le consiglia di ridare la costituzione secondando l'idea nazionale. Troppo tardi! Il giovane re, incapace di mettersi alla testa dell'esercito e di gettarsi alle campagne per infiammarne la superstizione politico-religiosa, soffoca fra l'imbroglio dei partiti. La costituzione concessa il 25 giugno non contenta e non persuade alcuno; nel ministero composto dallo Spinelli compaiono uomini ignoti; De Martino, scaltro diplomatico, assume il portafoglio degli esteri, don Liborio Romano, settario amnistiato da Ferdinando II nel 1854, prende la direzione della polizia. Naturalmente i dissidenti liberali aumentano d'importanza e di numero; patrioti esuli o prigionieri ritornano frementi di vendetta e di libertà; la plebaglia venduta ai sanfedisti tenta indarno una delle solite reazioni al grido di: «Viva il re e abbasso la costituzione!», irritando maggiormente gli animi di tutti i partiti contro la corte. In questa pure scoppiano dissidi: i conti di Aquila e di Siracusa liberaleggiano, quello di Trapani invece si accanisce a reazione. La milizia civica, tosto costituita, tutela la sicurezza publica, mentre il ministro di polizia si acconta coi liberali, e mercenari stranieri difendono ancora la reggia. I comizi indetti pel 19 agosto e il parlamento convocato pel 10 settembre sembrano a tutti l'ultima insidia e l'estrema farsa della decadenza borbonica; le defezioni aumentano tutti i giorni; il generale Nunziante, già insanguinatosi tristamente in repressioni contro i patrioti e poco dianzi offertosi al re per spazzare dalla Sicilia i filibustieri di Garibaldi, per gelosia del generale Pianell nominato ministro della guerra, si dimette con ignobile teatralità dall'esercito, dirigendogli un proclama di rivolta.

Naturalmente la politica del nuovo governo napoletano non poteva essere che un'alleanza col Piemonte per resistere a Garibaldi. Il ministro Manna e il barone Winspeare, mandati a Torino per concertare una lega, offerivano di riconoscere le annessioni dell'Italia centrale alla Sardegna, di costituire nello stato pontificio due vicariati, uno delle Legazioni pel re di Piemonte e l'altro delle Marche pel re di Napoli, libera la Sicilia di convocare il proprio parlamento secondo la costituzione del 1812 per darsi governo proprio con un principe della casa regnante per vicerè, alleanza offensiva e difensiva contro l'Austria per la futura liberazione di Venezia.

Era l'antico disegno cavouriano, riproposto a Cavour quando già l'impresa dell'unità cominciava a trionfare; ma l'abile statista, pur fingendo di non respingere quest'alleanza, seguitava a trattare coi liberali di Napoli, per tenersi aperta la via a maggiori speranze. Puntellare il trono dei Borboni in tal momento sarebbe stato uno scrollare le basi di quello del Piemonte, scriveva egli apertamente in una nota al legato sardo a Pietroburgo. La sua intensa preoccupazione era invece la rivoluzione di Sicilia. Garibaldi, per forzare la mano al governo piemontese, vi ritardava le annessioni, dichiarando che si farebbero ad impresa finita: bisognava ancora conquistare Napoli, e dopo Napoli, Roma. Il partito rivoluzionario faceva miracoli d'organizzazione e di valore; esercito e governo borbonico non potevano presentare oramai seria resistenza; la conquista di tutto il Reame, compiuta in due mesi da Garibaldi, avrebbe potuto produrre un ultimo duello fra republica e monarchia. Cavour sapeva Garibaldi incapace di tradire; ma il solo principio politico del grande dittatore era il rispetto della volontà popolare, e se questa avesse proclamata la republica, Garibaldi ne sarebbe stato l'invincibile generale. Quindi il disegno di Cavour non poteva essere che doppio: impedire a Garibaldi il passaggio sul continente, lasciando compiere ai Borboni l'ultimo esperimento costituzionale ed aspettando dalla prima complicazione che il Piemonte potesse impadronirsi di Napoli, o promuovervi, prima ancora che Garibaldi vi entrasse vittorioso, una rivoluzione in senso monarchico-unitario.

Cavour spiegò indarno tutta la propria abilità; l'ora delle scaltrezze diplomatiche era passata.

Napoleone III, per un'ultima speranza di regno murattiano, aveva mandato una flotta per impedire a Garibaldi il passaggio sul continente; ma era rattenuto dalle dichiarazioni dell'Inghilterra, minacciante di entrare nella contesa se la Francia violasse nel Reame il principio del non intervento. Cavour, dietro ordine di Napoleone, fece scrivere da Vittorio Emanuele una lettera per imporre a Garibaldi di non valicare lo stretto; il dittatore rispose con magnanima semplicità che compirebbe l'impresa e deporrebbe ai piedi del re l'autorità conferitagli dalle circostanze. Cavour, che avrebbe voluto l'impresa senza Garibaldi, proseguì negli intrighi, scrisse al Villamarina e al Persano «facessero ogni possibile per impedire la dittatura di Garibaldi. Se la dittatura veniva offerta al Villamarina accettasse... Se si presentasse certo pericolo di veder cadere il governo in mani perfide od inette, Persano assumesse il maneggio della cosa publica. In caso estremo si costituisse un governo provvisorio con a capo il principe di Siracusa. Che ove il re (Francesco II) o il corpo diplomatico desiderassero di sottrarre Napoli all'occupazione di Garibaldi, si accettasse di occupare i luoghi più minuti della città coi soldati (piemontesi). Se la rivoluzione non si compie prima dell'arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime. Ma per ciò non ci turberemo punto. L'ammiraglio Persano s'impadronirà, potendolo, dei castelli del porto, riunirà alla sua la flotta napoletana e farà che si presti subito giuramento di fedeltà al re e allo statuto. Poi vedremo».

Già poco prima aveva indirizzato al Villamarina in Napoli una specie di questionario: «Nel caso di un moto insurrezionale quale sarà il partito che avrà il sopravvento? Credete voi alla possibilità di un moto annessionista, simile a quello compiutosi in Toscana? Il murattismo novera esso molti partigiani nell'esercito e nella borghesia? I republicani sono ancora numerosi e influenti nelle Calabrie? Voi comprendete, signore, quanto mi debba interessare di conoscere questi diversi elementi di una soluzione, alla quale non possiamo rimanere estranei. Voi sapete che io non bramo minimamente di sospingere la questione napoletana ad uno scioglimento prematuro. Credo al contrario, che ci converrebbe che lo stato attuale delle cose durasse ancora per qualche anno».

L'illustre statista era non solo impreparato, ma avverso ad una rivoluzione del sud.

Nell'angustia della propria decennale politica non si era procurato nè contatti nè precedenti nel mezzogiorno: l'impresa garibaldina lo sorprendeva al pari dei Borboni; ma, troppo maggiore di essi, non potendo impedirla cercava sfruttarla. La sua attività in questo periodo fu tanto meravigliosa di accanimento quanto vana nel risultato. A Napoli tutti gli sforzi per suscitarvi una rivoluzione riuscirono vani: i liberali del comitato dell'Ordine non osarono muoversi, mentre i patrioti radicali, più generosi e più coraggiosi, pure non ribellandosi apertamente, riuscirono ad impadronirsi dello scarso moto liberale e a dirigerlo verso Garibaldi. Bertani da Genova spingeva la rivoluzione. Dopo la spedizione di Medici e di Cosenz nella Sicilia, gli arruolamenti proseguiti con maggiore alacrità avevano prodotto un altro esercito: duemila volontari erano pronti nelle Romagne e nella Toscana; altri novemila dovevano partire da Genova per scendere nello stato pontificio. Bertani aveva saputo provvedere armi, munizioni, vestiti, vascelli. Si era offerto il comando al celebre Charras, rivale di Lamoricière, ma quegli aveva ricusato, perchè ancora troppo debole il numero delle truppe: poi si pensò di affidarlo al Pianciani, mettendogli a fianco il Rüstow, allora eccellente ufficiale e più tardi insigne scrittore di guerra, come capo di stato maggiore; Giovanni Nicotera, superstite capitano dell'impresa di Pisacane, uscito allora di carcere, guiderebbe la legione toscana. Ma Cavour, spaventato da siffatto aire, vi si opponeva in mille modi. Poichè non poteva apertamente contrastare a questo moto divenuto nazionale, cercava di togliergli anzitutto il significato: la sua stampa ministeriale bersagliava ogni giorno con satanica malvagità Mazzini e Bertani, come intesi a cospirare per la republica e a smembrare così l'Italia: li accusava di feroce giacobinismo e d'ignobili ladrerie. Nullameno Bertani poteva seguire nell'opera, mentre Mazzini era costretto a nascondersi. Cavour, infatuato di arrestarlo, ne aveva dato l'ordine a Medici, che ricusò generosamente di ubbidire, e a Persano, che non seppe ubbidire.

A questo, da lui spedito in Sicilia, scriveva: «Il governo del re non farà chiassi, ma non intende di lasciarsi giuocare in tal guisa; quindi, dopo la spedizione di Cosenz già in corso, disporrà che nulla più per parte sua vada in Sicilia, sino a che non sia affatto tolta al Bertani ogni sua ingerenza negli invii». Farini, mandato a Genova, cercò di persuadere al Bertani come riguardi diplomatici costringessero il governo ad impedire che i novemila volontari sbarcassero da Genova nello stato pontificio; veleggiassero invece al golfo degli Aranci, poi toccassero la Sicilia.

Allora Bertani corse al Faro ad avvisarne Garibaldi: questi, sentendo la necessità di una più pronta operazione nel Reame, invece d'invadere lo stato pontificio, ebbe per un momento l'idea di un colpo ardito su Napoli; ma dei novemila volontari cinquemila soli erano al golfo degli Aranci; gli altri, per ordine del governo piemontese, erano già sbarcati a Palermo. Giovanni Nicotera, col consenso di Ricasoli, aveva radunato in Toscana un corpo di duemila volontari, pattuendo ai primi contrordini da Torino di non sbarcare nè sul litorale toscano, nè sul romano, se prima non avesse preso terra nello stato napoletano; ed invece poco dopo sentiva intimarsi di sciogliere la brigata. Il fiero rivoluzionario ricusò, i volontari rumoreggiarono così forte che Ricasoli dovette riconsentire il primo patto: senonchè la brigata a Livorno non trovò che due bastimenti francesi sprovveduti di viveri e noleggiati dal governo per condurli in Sicilia. Un bastimento sardo da guerra, entrato nel porto, strinse d'appresso i due vapori; la batteria del molo puntò contro di essi le proprie batterie: il Nicotera, per evitare una battaglia fratricida, dovette cedere e andare in Sicilia, protestando con veemenza di republicano contro il tradimento del governo.

Ma il conte di Cavour, sospinto dalle circostanze, precipitava la propria azione monarchica: nel costringere tutto lo sforzo della rivoluzione al sud, si manteneva aperto l'adito a penetrarvi primo e solo per lo stato pontificio. Le sue vessazioni al partito rivoluzionario, mentre le vittorie garibaldine lo illuminavano di poesia, gli avevano svelato tutta la debolezza della rivoluzione. Il ministro Farini in una circolare aveva potuto calunniare e minacciare impunemente i comitati rivoluzionari, si erano bistrattati i volontari, si domandavano loro i passaporti da paese a paese italiano, si erano sequestrate cartucce quando Garibaldi ne mancava al fuoco; a Genova si erano persino imprigionati alcuni fabbricanti di polvere, senza che alcuno dei rivoluzionari osasse reagire; Garibaldi seguitava nella fede al re, Mazzini non chiedeva più che «lasciateci fare anche per voi». Le provincie romane tacevano sotto le minacce di Lamoricière forte appena di ventimila uomini; il Napoletano ciarlava, guardando Garibaldi armeggiare invano per passare lo stretto.

Il Piemonte dominava sempre l'Italia coll'apparenza di forte stato nazionale.

Ma la sua politica si sbrogliava al soffio della rivoluzione. L'impresa ormai inevitabile di Garibaldi su Napoli obbligava il Piemonte ad intervenirvi. Garibaldi vittorioso dei Borboni potrebbe marciare su Roma, attirando sull'Italia una guerra colla Francia.

Per salvare il papa e schiacciare contemporaneamente la rivoluzione, bisognava dunque invadere lo stato pontificio, cansare Roma, arrivare su Napoli a tappe forzate, e, prima ancora che l'Europa si riavesse dallo sbalordimento, risponderle collo spettacolo del governo costituzionale già stabilito, e del papa libero entro più ristretto territorio.

Di questo era d'uopo però persuadere anzitutto Napoleone.

Impresa di Napoli.

Intanto Garibaldi la notte del 9 agosto, sopra settanta barchette lancia in mare 200 volontari guidati da Mario, da Nullo, da Missori, e da Musolino, per sorprendere il forte di Alta Fiumara all'estrema punta di Calabria, e assicurarsi così il passaggio con tutto l'esercito: ma la temeraria impresa fallisce, onde quei prodi possono appena inerpicarsi sui gioghi dell'Aspromonte destinati alla gloria di maggiore tragedia. La piccola banda, soccorsa dai villani, malissimo armata, scaramuccia all'intorno sfuggendo al nemico e perseguitandolo, finchè Garibaldi, reduce con nuova truppa dal golfo degli Aranci, sopra due piroscafi sbarca il 20 agosto colla divisione Bixio a Melito. L'esercito borbonico supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni eccellenti; Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.

La guerra ricomincia, ma non pare nemmeno più guerra. Reggio, attaccata dalle divisioni Eberhardt e Bixio, capitola subito; al rombo delle prime cannonate Medici e Cosenz rimasti in Sicilia traghettano fra Scilla e Bagnara, a Villa S. Giovanni cinquemila garibaldini accerchiano e fanno prigionieri quasi senza colpo ferire novemila regi, mentre il generale Vial si ritira con altri dodicimila su Monteleone. Nel Cosentino, nella Basilicata, nella Capitanata, nelle Puglie tumultua la sommossa. Garibaldi, con avvedutezza politica di condottiero, anzichè aspreggiare il nemico, ne seduce i soldati prosciogliendo i corpi prigionieri. Allora le defezioni si moltiplicano: invece di combattere le truppe fraternizzano, scene di romanzo dànno alla guerra l'apparenza d'una innocua e divertente teatralità, capitani ed aiutanti garibaldini intimano soli o con scarsi drappelli a generali nemici la resa, e l'ottengono. Il generale Ghio, crudele trucidatore di Pisacane a Padula, si arrende con dodicimila uomini a Soveria, il generale Caldarelli ha di già capitolato a Cosenza, una fiamma d'entusiasmo si leva per tutti i paesi ove passano i volontari, mentre i soldati regi si sbandavano con allegria brigantesca, obliando egualmente i doveri verso il proprio re e verso la patria. Ma se nella Sicilia il popolo aveva salutato i garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria napoletana, nel Regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la veemente immaginazione popolare; il valore dei volontari, meraviglioso nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle marcie che precedono persino il grido delle vittorie, la singolarità d'un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine di Garibaldi, che dinanzi al proprio esercito, con una scorta piuttosto d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galoppa verso Napoli, finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo. Tutta la parte meridionale del Regno è già conquistata: i calabresi, ardenti di odio verso i Borboni, sono i soli napoletani che si battano. La marina regia, colpita dalla stessa defezione dell'esercito, lascia avvicinare a Napoli i piroscafi, che portano i garibaldini.

Nella capitale terrore ed entusiasmo sconvolgono le coscienze. La corte allibisce, i sanfedisti si rimpiattano, la plebe attende con ansia fantastica il nuovo Messia. Invano il generale Pianell consiglia a Francesco II di mettersi alla testa dei quarantamila uomini che ancora gli rimangono, per tentare un colpo supremo o almeno perire gloriosamente: fortunatamente la viltà del re paralizza l'intelligenza del ministro. Infatti, se Francesco II si fosse messo alla campagna, la superstizione religiosa e politica era ancora tale in molta parte di questa, da ristabilire le sorti della guerra. Bastava una sola sconfitta per dissipare il prestigio di Garibaldi. Il Regno si lasciava solcare dalla rivoluzione senza parteciparvi, i patrioti v'erano in minoranza debolissima, la moltitudine non intendeva gran cosa al nome d'Italia e meno ancora a quello di libertà. La inettitudine del popolo veniva ora rivelata dalla codardia dell'esercito regio, contro il quale non si era osato alcun tentativo di rivolta, e che poche bande garibaldine erano bastate a sopraffare.

Intanto il sentimento della paura universale invade il partito di corte. Mentre il conte d'Aquila e la regina vedova vorrebbero scatenare lazzaroni e mercenari a furibonda reazione, il conte Leopoldo di Siracusa consiglia il re, suo nipote, ad uscire dal Reame sciogliendo i sudditi dall'obbedienza, e, non ascoltato, parte sfrontatamente per Torino a ricevervi da quella corte le congratulazioni del vile tradimento. Don Liborio Romano perfeziona con scaltrezza settaria il consiglio del conte di Siracusa col suggerire al re di allontanarsi e d'investire della reggenza un nuovo ministero: lo stesso generale Bosco caduto d'animo scongiura il re a salvarsi nella Spagna. Tutto è perduto.

Nullameno il partito moderato non si leva ad alcuna iniziativa nel nome di Vittorio Emanuele, prima che tutta Napoli si accalchi intorno a Garibaldi vittorioso. Le vivissime istanze di Cavour, che in quei giorni apriva arditamente la campagna contro il papa passando il Rubicone, non valsero a comunicargli il coraggio di ribellarsi ad un re che fuggiva, ad un esercito che non combatteva, ad una polizia complice nel tradimento. Nè i patrioti radicali furono più audaci. Francesco II, dopo molto titubare, abbandonò la capitale per chiudersi nella fortezza di Gaeta. Il giorno dopo (7 settembre) don Liborio Romano scriveva a Garibaldi per invitarlo a Napoli, e Garibaldi con temerità indefinibile, mentre la guarnigione borbonica teneva ancora la città, vi entrava con soli quattordici compagni. Le milizie regie vedendoli passare presentavano attonite le armi, il popolo urlava, la guerra si riassumeva in un chiasso di trionfo, il dramma delirava nell'apoteosi finale.

Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di quaranta navi, un esercito di centomila uomini, coll'appoggio di tutte le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare nè dalla rivoluzione francese nè dall'impero napoleonico, cadevano in potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio da un comitato di Genova malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva appena combattuto e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie; era un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio. Intanto che i generali dei suoi scarsi reggimenti marciavano ancora contro i resti dell'esercito borbonico concentrati tra le fortezze di Capua e di Gaeta, egli, dimentico di loro, assettava già dittatoriamente la capitale e tutto il Regno. Pareva un sogno. Fra i garibaldini si udivano favelle di tutta l'Europa: polacchi, francesi, ungheresi, spagnuoli, vinti in patria combattendo per la libertà, avevano seguito Garibaldi quasi ad imparare da lui la vittoria. Alessandro Dumas, il maggiore novelliere di avventure, era capitato a questa, incredibile e vera come le più belle de' suoi capolavori: così, dietro il più grande eroe, brillava la più eroica fantasia del secolo.

L'impresa era davvero un romanzo fatto di storia, di poema, di dramma, di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena lo sfondo e l'ambiente.

Un giorno avrebbero dovuto chiamarla conquista garibaldina; allora con ingenua vanteria il popolo la diceva rivoluzione napoletana.

La giovane democrazia europea, riunita dall'apostolato di Mazzini, trionfava per la prima volta nel campo di Garibaldi.

Il dittatore, comprendendo la necessità di rivoluzionare immediatamente il Regno per rendervi stranieri i Borboni e più difficile l'intervento della diplomazia europea, allentò la guerra. I suoi primi decreti furono decisivi. Aggregò la flotta napoletana alla squadra piemontese comandata da Persano; chiamò al ministero il Pisanelli, lo Scialoia, il Conforti, liberali cavouriani; tolse la polizia a don Liborio Romano, cui sottopose alla vigilanza di Bertani, venuto a Napoli primo segretario di governo; ordinò che ogni editto emanasse nel nome di Vittorio Emanuele, vietò il cumulo degli uffici pubblici stipendiati; proclamò l'intangibilità del debito pubblico. Quindi con assennato arbitrio abolì l'ordine dei gesuiti, dichiarando nazionali i loro beni e cassando ogni loro contratto fino al giorno del primo sbarco in Sicilia; incamerò i patrimoni della casa reale e dei maggioraschi regi; instituì i giurati; invece di assalire i forti ancora tenuti dalle milizie regie, le prosciolse, e allora queste si sbandarono: qualche battaglione si unì al resto dell'esercito borbonico, la maggior parte rincasarono e si buttarono a brigantaggio.

Il conte di Cavour, con agile mutamento di tattica, ordinava intanto al proprio partito di circuire Garibaldi, allontanando da lui o sopraffacendo i più attivi consiglieri democratici. Cattaneo, Mazzini, Saffi erano già accorsi a Napoli: ogni speranza di republica era svanita; ma, democratici inflessibili, volevano almeno salvare nella procedura delle inoppugnabili annessioni il principio della sovranità popolare. Così domandavano illuminato e cauto il voto delle provincie meridionali, o per mezzo di un'assemblea transitoria o con plebiscito veramente sovrano, nel quale fossero punti fondamentali del patto fra popolo e re il compimento dell'unità della patria con Roma e Venezia e la convocazione d'una costituente deputata a dar forma alla nuova vita della nazione. Sciaguratamente era troppo e troppo tardi, dopo che Garibaldi aveva già preso possesso di Napoli in nome di Vittorio Emanuele, e questi si avanzava attraverso lo stato pontificio per cacciare il dittatore. Un patto fra popolo e re con riserve e procedura democratica diventava assurdo: se il popolo ne fosse stato capace, avrebbe poi dovuto votare la republica.

Ora di tutta Italia il paese più superstiziosamente monarchico era appunto il napoletano.

Ma la guerra mossa dal partito moderato ai consiglieri democratici fu atroce: Bertani svillaneggiato, accusato di furto dopo i prodigi dell'organizzazione rivoluzionaria, dovette dimettersi; si mandò la plebaglia a gridare sotto le finestre di Mazzini: mora, mora! e s'indusse l'ingenuo Pallavicini a scrivergli una lettera, perchè riprendesse la via dell'esilio. Cattaneo fu coperto d'obbrobrii; Crispi cacciato da Palermo e sostituito col Mordini prodittatore. Nemmeno Garibaldi rimase rispettato. Mentre popolo, borghesia, aristocrazia coll'ignobile servilità dell'antico costume s'addensavano nelle sue anticamere prosternandosi a domandare impieghi ed onori, si accusavano i più puri eroi garibaldini di scroccheria: sembrava che la viltà universale, offesa dal loro coraggio, avesse d'uopo di negarlo. Il dittatore inetto a così laida guerra e mal destro in amministrazione, perdeva terreno: l'avvicinarsi dell'esercito piemontese trionfante scemava prestigio alle sue vittorie. D'altronde si rifletteva che a Francesco II restavano ancora quarantamila uomini e due fortezze inespugnabili alle milizie volontarie per difetto d'artiglierie.

Lo stesso disegno, publicato temerariamente dal dittatore di marciare su Roma sfidando la Francia, atterriva. Ogni volgare politico sentiva che quest'impresa avrebbe riattirato l'Italia in una conflagrazione europea, poichè l'impero buonapartesco non poteva abbandonare il papa. Quindi il pensiero di Cavour avviluppava e dominava l'opera di Garibaldi.

Questi però, fra tante cure di governo, non dimenticava il nemico ingrossante ogni giorno sul Volturno: così verso la metà di settembre, riprendendo l'offensiva, mandò il Türr con tre brigate a Santa Maria e San Leucio. Si tentò felicemente l'occupazione di Caiazzo ad oriente di Capua, ma avendovi lasciato troppo debole presidio, i borbonici ripresero la piazza. Era la prima sconfitta. Garibaldi, richiamato a Palermo per placarvi i dissensi politici fra democratici e cavouriani, non aveva potuto impedirla. Intanto una reazione selvaggia di superstizione s'accendeva nelle campagne del regno, ove il clero aizzava i villani: le soldatesche prosciolte vi si raccozzavano a bande di briganti; un odio feroce scoppiava contro i garibaldini conquistatori, ora che s'avanzavano a più stabile conquista i piemontesi. Si faceva con assurde dicerìe temere al popolo per le proprie case; lo si lancinava coll'idea della coscrizione oltre i confini del Reame, come se il resto d'Italia fosse stato un altro mondo lontano; lo si fanatizzava a difendere i vecchi idoli di villaggio minacciati d'imminente distruzione. Ariano e Avellino erano insorte; ad Isernia un manipolo di volontari capitanati da Mario e da Nullo era stato rotto dai cafoni che si erano battuti con bravura di antichi Sanniti, infellonendo poi sui cadaveri.

Bisognava quindi riattirare i regi in una suprema battaglia e prostrarli.

Dopo il disastro di Caiazzo, Garibaldi, per meglio ingannarli, finse di accerchiare Capua, fortificandosi a Santa Maria, San Tommaso e Sant'Angelo, e munendo invece la via di Napoli: il suo esercito era appena di ventimila uomini con trenta cannoni, i borbonici menavano in campo quarantamila uomini con quaranta cannoni. Questa volta (1º ottobre) la mischia fu aspra; i borbonici si batterono accanitamente, respingendo su tutti i punti i volontarii; ed avrebbero forse vinto, se i loro generali meno inetti avessero dato una battaglia obliqua anzichè parallela, e Garibaldi, volando su tutti i punti più combattuti, non avesse raddoppiato il valore dei propri soldati, mentre il maggiore Bronzetti con duecento uomini rinnovava a Castel Morone il prodigio di Leonida, arrestando per tutta la giornata un corpo di quattromila borbonici. Non un solo dell'eroico manipolo volle rendersi prigioniero, quasi nessuno sfuggì alla morte. Garibaldi vincitore al Volturno sperdeva l'indomani quella regia brigata sulle alture di Caserta vecchia con un'ultima vittoria.

Il generale Cialdini era già penetrato nel Reame sconfiggendo al Macerone quegli stessi cafoni, che avevano rotto il drappello di Nullo ad Isernia.

L'intervento piemontese mutava l'impresa garibaldina in conquista regia.

Campagna piemontese nelle Marche.

Infatti il problema italiano non poteva avere allora altra soluzione.

L'annessione del Napoletano, ritardata nella procedura del voto da Garibaldi, minacciava di compromettere tutti i risultati della rivoluzione. Il disegno del dittatore di procrastinare i plebisciti sino alla conquista di Roma implicava una intimazione di guerra alla Francia e una sottomissione del re a Garibaldi. La monarchia piemontese, già vassalla dell'imperatore francese, perderebbe ogni prestigio in Italia, se Garibaldi potesse non solo conquistarle un regno, ma ritrascinarla a guerra contro Napoleone. Il dittatore, alla testa di ventimila volontari, circondato da un ammirabile stato maggiore, con un consiglio di grandi democratici intorno, trattando con diplomatici esteri, nominando prodittatori, maneggiando il denaro dello stato, legiferando e battagliando, era più re del re. Il partito moderato napoletano, che non aveva osato insorgere prima del suo ingresso in Napoli, non poteva ora dominare il vincitore; anzi, obbedendo alle istruzioni di Cavour, non riusciva che a precipitare la crisi.

Solo l'esercito piemontese poteva fermare Garibaldi sulla via di Roma. Quindi Cavour, sapendo Napoleone a Chambéry, gli aveva mandato oratori Farini e Cialdini: la missione era stata difficile. Forse l'imperatore non aveva ancora abbandonato tutte le speranze di un regno murattiano, fors'anco questo eccessivo ingrandimento del Piemonte contraddiceva a tutti i calcoli della sua politica generale. Ma Garibaldi aveva spinto così oltre la rivoluzione nazionale nel Reame, da rendervi impossibile l'impianto di una dinastia straniera, mentre una sua marcia su Roma poteva gettare l'impero in male prevedibili complicazioni. L'imperatore non voleva abbandonare il papa, e non poteva combattere la rivoluzione italiana per non ridestare le questioni sopite di Villafranca. D'altronde il Piemonte per annettersi il Napoletano aveva bisogno di una linea di comunicazione per terra: ad esautorare Garibaldi anche in faccia all'Italia nessun miglior modo che di far conchiudere la sua guerra da Vittorio Emanuele: fortunatamente n'era ancora il tempo. L'impresa di Garibaldi, aiutato da tutta la democrazia europea, riaccendeva le speranze della democrazia francese: se una rivoluzione republicana scoppiasse in Italia, la Francia non vi resterebbe forse estranea. L'impero non era abbastanza sicuro per trascurare questa possibilità. Intanto l'anarchia tempestava già a Napoli, secondo le bugiarde notizie dei giornali moderati; i più ardenti republicani circuivano il generale, la marcia su Roma determinerebbe lo scoppio della rivolta: poichè il Piemonte non avrebbe potuto allearsi con Garibaldi contro la Francia, nè con questa contro Garibaldi per non accendere una guerra civile, una seconda republica italiana diventava inevitabile.

I legati piemontesi insistevano vivamente, dipingendo a foschi colori la situazione del Piemonte condannato a diventare tutta l'Italia o perire.

L'imperatore non acconsentì senza dichiarare che, se l'Austria fosse intervenuta, la Francia non sarebbe discesa a combatterla.

Contro tal pericolo il conte di Cavour, riprendendo il disegno già combinato l'anno prima con Kossuth per eccitare la rivoluzione in Ungheria, mandò da Genova alla volta del Danubio cinque bastimenti carichi d'armi e il Klapka a Costantinopoli.

Quindi precipitò gl'indugi.

Il generale Lamoricière, dopo aver paragonato la rivoluzione italiana all'Islamismo e dichiarata la causa del papa essere quella della civiltà e della libertà del mondo, con editti crudeli seguitava a terrorizzare le provincie: ordini di morte fioccavano dappertutto e contro tutti. Questa demenza di repressione facilitò al conte di Cavour i pretesti di guerra. Quindi con nota del 7 settembre, nel giorno medesimo dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, aveva già chiesto al cardinale Antonelli lo scioglimento della bande mercenarie rese infami dall'eccidio di Perugia. Naturalmente il cardinale aveva ricusato con alterigia. La Santa Sede si credeva allora in condizioni migliori del Piemonte: l'imperatore Napoleone, sempre ravvolto nelle stesse ambiguità, richiamava da Torino il proprio ambasciatore ed ingrossava il presidio francese a Roma, facendo dichiarare dal duca di Grammont al papa che si opporrebbe ad ogni aggressione del re di Sardegna. Ma quando il 9 settembre il generale Fanti, nominato comandante supremo, aveva annunziato al Lamoricière che occuperebbe le Marche e l'Umbria nel caso che le truppe pontificie vi contrastassero le manifestazioni nazionali, e questi aveva scritto all'Antonelli di far avanzare il presidio francese, il duca di Grammont vi si era ricusato. L'imperatore Napoleone non aveva inteso che di difendere Roma e il territorio occupato dai propri soldati.

Intanto il conte di Cavour aveva diramato un Memorandum a tutte le cancellerie, spiegando come, per liberare le popolazioni dalle tirannidi secolari e per impedire alla rivoluzione di sciorsi nella peggiore delle anarchie, nell'interesse d'Italia e di Europa, fosse costretto a questa nuova guerra.

I nemici questa volta erano Pio IX e Garibaldi, la Santa Sede e la rivoluzione.

La campagna era stata rapida.

L'esercito papalino arrivava appena a ventimila uomini, quello sardo quasi al doppio. Il Lamoricière, prode generale educato alla scuola d'Africa, invece d'afforzarsi in Ancona, tentò d'impedire la congiunzione dei due corpi nemici; ma Cialdini con celere marcia oltrepassò Ancona, mentre Fanti, prostrato lo Schmid a Perugia, scendeva ad incontrarlo. Tutti i presidii della città avevano capitolato quasi senza colpo ferire, arrendendosi sino a bande di volontari romagnoli, mescolate in abito borghese e con armi da caccia a questa guerra come ad un'ottobrata. Lamoricière prima di avere combattuto era già chiuso fuori d'Ancona. Cialdini occupava Castelfidardo: il conte De Pimodan comandante degli zuavi pontifici volle attaccarlo, e morì bravamente nella battaglia colla fede di un antico crociato; il suo corpo si sbandò, molti riparati a Loreto vi si arresero l'indomani; Lamoricière potè a stento guadagnare Ancona.

Tutta la guerra si era così costretta ad un assedio. La piazza, fortissima per natura e ben munita, aveva ancora un presidio di 7000 uomini; nullameno, bersagliata vivamente dalla squadra del Persano, aveva dovuto soccombere indi a poco (29 settembre).

La campagna non era durata che diciotto giorni, e non aveva costato che seicento soldati tra morti e feriti.

Contemporaneamente Garibaldi, esasperato dalla guerra dei moderati al suo governo, aveva mandato il marchese Pallavicino al re, per chiedergli le dimissioni del ministero di Cavour e di Farini. Questa esorbitanza, giustificando tutte le accuse dei monarchici, aveva permesso a Cavour di perdere facilmente l'ingenuo e pericoloso avversario: infatti, mentre questi si affermava francamente in una dittatura rivoluzionaria, l'abile ministro, contro ogni consiglio di sospendere la costituzione, si era appellato al parlamento. La libertà dal campo di Garibaldi era passata in quella di Cavour. Il parlamento, convocato il 2 ottobre, aveva votato: «Il governo del re è autorizzato ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio universale diretto la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra monarchia costituzionale».

Nella relazione su tale disegno di legge il conte di Cavour, dopo alcuni elogi di Garibaldi, attribuiva con audace sofistica alla politica di Casa Savoia, iniziata da Carlo Alberto, anche le ultime mirabili conquiste del mezzogiorno: quindi, dichiarata impossibile ogni nuova guerra per la liberazione della Venezia o per la conquista di Roma, denunciava l'anarchia settaria già scoppiata a Napoli per la colpa di Garibaldi nel ritardare l'annessione, e chiamava giudice il parlamento nella propria contesa col dittatore, pindareggiando nullameno sulla generosità di lui.

Infatti Garibaldi, coll'infallibile buon senso della propria natura, che la passione di patria e l'entusiasmo della vittoria avevano esaltato per un momento, prima ancora che la legge fosse sancita, convocava con decreto dell'8 ottobre tutti i comizi del Reame a votare su questa formula: «Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti».

Il plebiscito era a suffragio universale: agli squittini risultarono nelle provincie napolitane 1,302,064 sì e 10,312 no, nella Sicilia 432,053 sì e 667 no; nelle Marche 133,807 sì e 1212 no; nell'Umbria 97,040 sì e 380 no.

Frattanto re Vittorio Emanuele, commessa la luogotenenza generale del regno al principe di Carignano, annunciava da Ancona, in un primo proclama ai popoli del mezzogiorno, il suo prossimo arrivo per tutelare l'ordine e far rispettare la loro volontà. Tale proclama era il commentario della lettera, colla quale Farini comunicava all'imperatore Napoleone la marcia su Napoli per sottrarre la grande città all'anarchia delle bande rosse.

L'epopea garibaldina era finita. Bertani, tanto calunniato, aveva già votato generosamente nella camera piemontese la legge proposta da Cavour per fare le annessioni con decreti reali; Mazzini riprendeva più desolato la via dell'esilio, lasciando stretta a Napoli una vasta colleganza popolare col titolo di Associazione Unitaria Nazionale, e affidando al Nicotera la direzione del nuovo giornale L'Italia del Popolo. Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, restava inerte. Il disprezzo, col quale la monarchia affettava di trattarlo, lo isolava nell'ingratitudine dei più.

La monarchia trionfava.

Annessione del Reame.

Nessuna delle molte querele diplomatiche fioccanti allora sull'Italia potè ritardare il compimento della nuova conquista regia.

L'Austria tentò di riunire una conferenza a Varsavia per abolire il non intervento, ma Napoleone III ne dissuase lo czar Alessandro; la Prussia rumoreggiò più a lungo, però Cavour, proclamandosi con giusta vanteria unico restauratore in Italia del principio monarchico quasi cancellatovi dalla rivoluzione, potè rispondere finalmente al ministro Schleinitz di dargli un esempio che egli sarebbe ben fortunato di imitare fra poco; l'Inghilterra invece era così favorevole alla rivoluzione italiana che il suo primo ministro lord Russell potè affermare con superba originalità di diplomatico in una nota al legato inglese a Torino il diritto dei popoli all'insurrezione.

Intanto Vittorio Emanuele era già penetrato nel regno napoletano passando il Tronto (15 ottobre); Garibaldi venne ad incontrarlo a Teano; il generale borbonico Ritucci stava non molto lontano, schierato a battaglia. La situazione era epica: un mattino freddo, Capua antica e minacciosa da lungi, alta sovra di essa l'ombra immensa di Annibale; Garibaldi con un fazzoletto annodato sotto il collo e ravvolto nel povero mantello dinanzi alle bande rosse, Vittorio Emanuele sulla fronte del primo esercito italiano: la rivoluzione e la tradizione, la democrazia e la monarchia; un popolano che donava un regno ad un re, il quale accettandolo creava una nazione.

Garibaldi, mostrando Vittorio Emanuele al proprio esercito, gridò: — Ecco il re d'Italia!

Vittorio Emanuele, incapace di comprendere la grandezza di quella scena e la generosità di quel riconoscimento, tacque villanamente, e più villanamente ingelosito degli applausi, che i contadini accorsi levavano dinanzi a Garibaldi, spronò il cavallo. Più tardi la letteratura cortigiana sentì il bisogno di raccontare diversamente tale incontro.

Il generale Ritucci, per non sostenere da solo l'urto dei due eserciti riuniti, si ripiegò dietro la linea del Garigliano, lasciando diecimila uomini a presidio di Capua. Vittorio Emanuele, dietro l'esempio di Garibaldi, mandò Cialdini al Salzana, generalissimo dei borbonici, per tentarlo, ma invano; allora s'investì Capua e s'incalzò l'esercito borbonico, che nella notte ripassò il Garigliano. Garibaldi venne messo alla coda, mentre l'ammiraglio francese De Tinau, mandato da Napoleone nelle acque di Gaeta ad impedire che le navi sarde la distruggessero per mare, vietò alla squadra italiana di correre da Terracina alla foce del Garigliano per proteggere la strada della marina.

Vittorio Emanuele, dopo l'umiliazione del vietato investimento di Gaeta per mare, dovette nuovamente abbassarsi a pregare l'imperatore di un contrordine all'ammiraglio Tinau. L'imperatore, nell'impossibilità di ritardare più oltre la conquista piemontese, acconsentì. Poco dopo il Garigliano era guadagnato; la legione De Sonnaz rompeva il campo del Salzana, che si rifugiava vilmente oltre la frontiera pontificia; Capua s'arrendeva dopo quattro giorni d'assedio; il 7 novembre Vittorio Emanuele entrava trionfalmente in Napoli, e Garibaldi, dimessosi dalla dittatura ricusando ogni ricompensa, ne usciva nel cuore della notte, povero come quando v'era entrato conquistatore, ravvolto nell'ingratitudine dei partiti, ma col gran cuore d'Italia nel petto, gridando ai pochi compagni dal ponte del vascello che lo riconduce a Caprera: — Arrivederci sulla via di Roma!

Alla fine di novembre Vittorio Emanuele ricevette le deputazioni delle Marche e dell'Umbria; il 1º decembre visitò Palermo, emanandovi un proclama, nel quale, dopo molti vanti sul regno di Vittorio Amedeo II, si taceva con scempia ingratitudine di Garibaldi. Al prodittatore Mordini, malviso, fu sostituito il marchese di Montezemolo col Cadorna e La Farina, come consiglieri di luogotenenza. A Napoli governava Luigi Carlo Farini, ma per maggior lustro monarchico vi fu mandato il principe di Carignano.

Tutto il regno era già annesso al Piemonte, mentre Francesco II resisteva ancora a Gaeta. L'assedio, incominciato il 6 novembre, malgrado tutti gli sforzi dei generali Menabrea e Valfrè, procedeva lentamente a cagione del mare mantenuto aperto agli assediati dalla flotta francese. Questo tardo intervento napoleonico umiliava il governo italiano, senza salvare la dinastia borbonica. L'imperatore, stretto dalle istanze dell'Inghilterra, dovette finalmente persuadersene e consigliare al re di rendere la piazza; questi, fiducioso in una reazione delle campagne, rispose alteramente; allora Napoleone propose un armistizio di quindici giorni, che Francesco II ricusò ancora e, atterrito dal bombardamento, accettò poco dopo per raccomandarsi in quell'intervallo a tutti i governi d'Europa. Spirato l'armistizio e riprese le ostilità, cominciò il blocco per mare: il bombardamento seguitò, una polveriera della fortezza scoppiò, un altro armistizio di quarantotto ore fu concesso per seppellire i morti; ma gli assediati essendosene giovati proditoriamente per riparare la breccia delle mura, Cialdini spinse così vigorosamente l'attacco che la fortezza dovette capitolare (13 febbraio).

Re Francesco II esulò: i Borboni avevano finalmente cessato di regnare sull'Italia.

La grande annessione delle due Sicilie creava politicamente la nazione italiana: Venezia restava sotto l'Austria, Roma in mano del papa, ma un regno di ventidue milioni d'italiani era cresciuto nell'Europa. Le diplomazie dovevano riconoscerlo. La sovranità popolare vi aveva sconfitto il diritto divino; la rivoluzione, giovandosi di tutte le forme e di tutte le forze, vi aveva costretto a rimutarsi in se medesima principato e democrazia; i plebisciti a suffragio universale vi contrastavano ancora coll'elettorato incredibilmente ristretto dello statuto; lo stato, emancipatosi dalla chiesa, le aveva ritolto prerogative e territori; le guerre avevano rimessa una certa energia nel popolo; il federalismo era cessato; l'unificazione aveva condotto all'unità. La monarchia piemontese, forzata dalla rivoluzione a diventare monarchia italiana, aveva dovuto accettare la base democratica dei plebisciti, ed ora il cittadino sovrastava al re: la regalità era mutata in funzione dello stato, la dinastia in una rappresentanza resa simpatica dal coraggio mostrato. Se l'alleanza del Piemonte colla Francia aveva aperto a questo l'adito al consesso delle grandi potenze d'Europa, l'altra della monarchia colla rivoluzione, di Vittorio Emanuele con Garibaldi, aveva creato la nazione.

Il re, secondando e più spesso subendo gli avvenimenti, aveva meritato dal popolo in tanto discredito della regalità il titolo originale di galantuomo; ma Garibaldi, solo fra l'impossibile republica unitaria di Mazzini e l'impotente monarchia piemontese, opponendosi ad entrambe, abbassando l'idea dell'una e slargando la realtà dell'altra, sfidando le diplomazie e sollevando il popolo, era stato tutta l'Italia. Vittorio Emanuele, Cavour e Mazzini non vi significavano che particolari tendenze fra contraddizioni, che limitavano la loro opera ad un sistema. Così, nell'infallibilità dell'istinto, Garibaldi aveva invece operato più di tutti loro quando la rivoluzione pareva esaurita; ma, troppo grande per aspirare a ricompense e troppo forte per serbare rancori, aveva resistito persino al proprio trionfo, ritirandosi dalla guerra appena le battaglie vi diventavano inutili, pronto a ricominciarla l'indomani con una sconfitta maggiore di ogni vittoria. Ora, nell'inevitabile gazzarra dell'improvvisazione monarchica, si era ritirato a Caprera, non trasportando sulla piccola barca, frutto di tante conquiste, che pochi legumi da seminare fra gli scogli dell'isola vigilata dalla sospettosa ingratitudine della monarchia.