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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 28: Difficoltà politiche.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Primo.
Il primo assetto

Insufficienza storica della nuova monarchia.

Il nuovo regno non era ancora l'Italia.

Se il principio della nazionalità aveva trionfato, riunendo intorno al Piemonte la maggior parte delle province italiche, Venezia rimasta soggetta all'Austria e Roma sottoposta al papa toglievano alla nazione la coscienza della propria integrità individuale. Attraverso la clamorosa vicenda di tante vittorie si intendevano tuttavia i lamenti di una grande speranza caduta. Un doloroso peccato d'origine turbava la conquista regia anche nella gloria degli insperati trionfi. L'alleanza offerta dada Francia al piccolo Piemonte e la discesa in Lombardia per cacciarne l'Austria avevano tolto all'egemonia piemontese la simpatica originalità dei primi ardimenti. Quindi la pace imprevista di Villafranca l'aveva umiliata: re Vittorio Emanuele vi era sembrato appena un vassallo, come gli antichi suoi avi, che gl'imperatori si associavano nelle guerre, donando o ritogliendo loro qualche provincia.

Mentre il Piemonte, prima della guerra lombarda, era un minimo stato ammirabile di iniziativa e di patriottismo, che, improvvisando tra le servitù millenarie d'Italia una nuova epoca di libertà costituzionale, si metteva all'avanguardia d'Europa ancora impacciata nei trattati della Santa Alleanza, dopo la guerra lombarda era caduto come un satellite nell'orbita del secondo impero napoleonico. La fortuna delle prime annessioni era così poco bastata a ridargli l'antica libertà che l'impresa garibaldina nel mezzogiorno, raddoppiandogli il problema, lo sottoponeva ora più supinamente all'arbitrio dell'imperatore. Nullameno il fatto nazionale aveva potuto concretarsi in una rudimentaria organizzazione.

La nuova monarchia vincitrice quasi senza vittorie proprie, giacchè nessuna battaglia piemontese era stata decisiva, restava in difetto dinanzi all'Europa e dinanzi alla rivoluzione: per quella, la soggezione alla Francia le toglieva di essere considerata potenza di primo ordine come per grandezza di storia e di territorio avrebbe meritato; per questa, l'abdicazione verso il papa e il vassallaggio a Napoleone le scemavano tristamente la necessaria legittimità.

Il profondo mutamento avvenuto nella storia nazionale cogli ultimi fatti non era ancora abbastanza visibile.

La monarchia piemontese, annullando in se stessa i Ducati e il regno delle due Sicilie, non aveva sollevato la nazione nella modernità di un fatto pari a quello di Francia e d'Inghilterra. Certo la dinastia di Savoia si era mostrata incomparabilmente migliore di ogni altra lorenese o borbonica, ma l'idealità italiana non aveva potuto incarnarsi in essa. Il moto rivoluzionario ispirato da Mazzini e guidato da Garibaldi la trascendeva; la spontaneità popolare, quantunque scarsa, era bastata a sopraffare la sua iniziativa; quindi la sua opera vi era stata più necessaria che benefica, la sua abilità più egoistica che feconda, i suoi guadagni più grossi che legittimi. Nessuna grandezza epica consacrava i suoi trionfi, nessuna superbia di pensiero o di carattere poteva dare alle sue prime parole in Europa quell'accento baldo dei popoli, che si affacciano alla storia. Anzi il suo atteggiamento era anche più umile di prima, le diplomazie le negavano tuttavia il riconoscimento ufficiale, la rivoluzione le rifiutava persino quel rispetto, che tutti i vinti sentono involontariamente pel vincitore.

Garibaldi, malgrado il divieto dell'Europa, aveva potuto conquistare il regno delle due Sicilie; la monarchia, per bloccare l'ultima fortezza di Gaeta, aveva dovuto implorare il permesso di Napoleone III.

Alla servitù austriaca sarebbe quindi succeduto il vassallaggio francese; dopo una politica di schiavi un'altra di liberti; ad una rivoluzione provocata da un'avventura napoleonica e compita da una avventura garibaldina seguirebbe fatalmente una monarchia senza tradizione e senza principii, costretta a ridere dell'idealità rivoluzionaria e a carpire i modi della propria resistenza ad un imperatore, più sensibile ai pericoli che alle vergogne, con poco credito in Europa, senza frontiere a ponente e a levante, con uno straniero nemico sul petto, uno straniero protettore sulle spalle, uno straniero indigeno nel cuore.

Non pertanto il nuovo regno doveva funzionare come se fosse tutta l'Italia: dal 1849 al 1859 si era svolto il periodo della preparazione piemontese; dal 1860 al 1870 si svolgerebbe quello dell'organizzazione nazionale.

I suoi dati ne erano immutabili come in tutti i periodi storici.

I dati della politica monarchica.

La nuova monarchia doveva per necessità della propria forma combattere con ogni mezzo la rivoluzione, assorbendone i migliori elementi per creare nel popolo la fede a se medesima, e nullameno subire il programma rivoluzionario, che metteva a scopo immediato di ogni azione la conquista di Venezia e di Roma. La fatalità dell'unità spingeva a queste due ultime annessioni senza che la monarchia potesse nè sottrarsi alla politica clericale di Napoleone, nè combattere da sola contro l'Austria. Il suo programma si dibatteva in un'antitesi insolubile a qualunque abilità di statista. La monarchia, come risultato dell'insufficienza rivoluzionaria della nazione, era destinata a fallire dinanzi ai due problemi nei quali la stessa rivoluzione si era infranta. Per conquistare Roma bisognava rovesciare l'impero napoleonico, per liberare Venezia era d'uopo sconfiggere l'impero austriaco.

La politica monarchica si sarebbe dunque trascinata d'espediente in espediente, aspettando in Europa un'altra alleanza che le permettesse di combattere l'Austria, ed augurando un caso indefinibile che le concedesse Roma. Intanto all'interno, dopo l'unificazione plebiscitaria, bisognava ricominciare quella più efficace delle leggi e dei costumi: la nuova dinastia, assorbendo il prestigio di tutte le altre dalla millenaria servilità del popolo, doveva conservare l'aureola rivoluzionaria. A ciò era prima difficoltà lo stesso carattere dell'egemonia piemontese e della conquista regia, che, irritando la vanità delle altre provincie, dava al piccolo stato sardo un'ombrosa sembianza di usurpatore. Torino era troppo piemontese per poter restare la capitale d'Italia: la casa di Savoia, più antica che illustre, non era mai penetrata abbastanza nella storia italiana per iniziarne la nuova epoca da Torino, ove aveva molto regnato nel più chiuso egoismo dinastico e con tendenze antinazionali. La tradizione monarchica e il diritto statutario non bastavano a risolvere il problema ideale di Roma: il re era piccolo in faccia al papa, l'idea regia vaniva dinanzi all'idea cattolica. Solo la rivoluzione poteva proclamare Roma capitale d'Italia, giacchè proclamarla tale e non conquistarla sarebbe la più dolorosa e ridicola confessione d'impotenza; solo l'idea democratica era maggiore dell'idea cattolica. La monarchia ricadeva quindi in una seconda antitesi per l'impossibilità di restare a Torino e di andare a Roma.

D'altronde la rivoluzione, forzata a vivere di idealità dopo la sconfitta toccata alla republica mazziniana, si sarebbe giovata di questa impotenza monarchica per compromettere il governo con vani tentativi di guerra contro Venezia e contro Roma; così che la monarchia, impedendoli con le armi, avrebbe pericolato nel disonore della guerra civile.

Se la monarchia non aveva nemici terribili all'interno, non contava dai piemontesi in fuori altri sudditi devoti: tutta la sua forza stava nella necessità di una maggiore unificazione politica e nell'impossibilità di una republica mazziniana.

Il popolo non afferrava ancora il significato della rivoluzione. Accettava piacevolmente lo sfratto degli austriaci e degli altri tirannelli, ma non sentiva vergogna di doverlo all'intervento della Francia; applaudiva le vittorie di Garibaldi, ma non si era levato e non si leverebbe in massa per seguirlo, trovando naturale che la monarchia arrestasse la sua opera per meglio sfruttarla. La rivoluzione non era per la maggior parte della gente che un buonissimo affare politico, dal quale bisognava trarre il maggior profitto senza compromettersi in nuovi rischi. Il magnanimo idealismo della minoranza rivoluzionaria pareva rettorica all'ottuso senso morale e alla istintiva furberia della moltitudine. Cavour, massimo rappresentante degli interessi, soverchiava Mazzini, supremo apostolo delle idee. La rivoluzione non si chiariva ancora nella propria opposizione coll'idea cattolica del papa; non si capiva che il principio della sovranità popolare doveva tradursi nella sfera della religione come sovranità del pensiero civile; che emancipandosi dal diritto divino bisognava liberarsi dal diritto papale; che la regalità dell'elettore in faccia al re produceva la libertà del credente contro il papa.

Il clero italiano, antinazionale a cagione del potere temporale, avrebbe dovuto essere considerato doppiamente nemico.

Invece dopo le vittorie in quasi tutti i paesi si cantarono Tedeum per le piazze; l'esercito piemontese doveva ancora recitare le orazioni mattina e sera nelle caserme, ed assistere tutte le feste alla messa; Garibaldi medesimo a Napoli aveva dovuto visitare San Gennaro, che colla solita compiacenza a tutti i vincitori ripetè per lui il miracolo della ebullizione del sangue. Il popolo tutt'altro che rivoluzionario sembrava invece non volere accettare la rivoluzione che consacrata dalla religione. Quindi la teatralità dei trionfi si spiegava nelle più grottesche forme: molti preti liberaleggiavano, la maggior parte degli elettori dopo il plebiscito andavano ad accusarsi del voto come di un peccato, e ne ricevevano la penitenza. Appunto perchè il popolo aveva dato un numero troppo scarso di volontari imbizzarriva ora sotto le assise della guardia nazionale chiamandola al palladio della nazione. E queste guardie nazionali furono mandate a guarnigione da paese a paese come una specie di presentazione che ogni città facesse all'altra dei propri cittadini. Invece la coscrizione venne accolta con tristissima ripugnanza: nella sola Sicilia i renitenti alla leva giunsero presto a seimila, nelle Romagne superarono il migliaio; e se ad essi si aggiunga, come purtroppo si aggiunsero, quelli delle altre provincie e le innumerevoli bande di briganti che infestarono lungamente il Napoletano dandovi combattimenti quasi grandi come battaglie, nell'indomani trionfale della rivoluzione il numero dei ribelli reazionari pareggiò quasi quello dei volontari. Certamente Garibaldi non ne ebbe seco di più.

Eppure la coscrizione a lunga ferma secondo l'antico sistema non colpiva che un numero ristretto di giovani, conservando l'ignobile privilegio borghese della surrogazione per denaro.

Le campagne erano specialmente ostili al nuovo governo per la coscrizione e per l'immediato aumento delle imposte. Si sarebbe voluta la libertà senza pagarne le spese: i preti aizzavano, la borghesia chiusa nell'egoismo economico dubitava ancora di affidarsi in massa al nuovo governo, che nessuna potenza d'Europa aveva riconosciuto. Sotto la baldoria delle feste si sentiva un certo scoramento; poichè la rivoluzione non era frutto dell'energia nazionale, solo coloro che avevano combattuto erano forti nella sua fede. Però nella rivoluzione il capo più saldo essendo la monarchia piemontese, non si credeva che ad essa. Garibaldi aveva piuttosto colpito le immaginazioni che persuaso gli intelletti. Le sue incredibili vittorie erano in gran parte risultate, come nel Napoletano, dalla viltà dei nemici: i suoi volontari erano o giovani colti e signorili, o spostati di piazza pronti sempre ad accorrere in tutti i tumulti. Quindi l'avaro buon senso della borghesia ricusava di credere a queste forze rivoluzionarie, se maggiori complicazioni avessero ricondotto l'Italia ad una guerra contro l'Austria o contro la Francia. Il programma rivoluzionario pareva assurdo, il principio democratico diventava paradossale in un paese, ove il popolo non esisteva ancora come classe politica.

Bisognava quindi disfarsi al più presto degli elementi rivoluzionari.

Dopo aver ottenuto l'indipendenza per un aiuto francese, era suprema necessità carpire all'Europa il riconoscimento ufficiale con una politica di moderazione che non desse ombra alle maggiori potenze: i rivoluzionari, indispensabili alle prime vittorie, diventavano adesso d'impaccio e di pericolo. Sola la borghesia dietro la scorta infallibile degli interessi materiali poteva, entrando nella rivoluzione, assodarne la base e regolarizzarne il governo. I suoi istinti commerciali ed industriali avrebbero mirabilmente assecondato il moto di unificazione nelle leggi; l'abitudine dell'ordine, antica in essa, avrebbe creato la nuova disciplina politica; la sua chiaroveggenza finanziaria avrebbe permesso nella necessità di un nuovo immenso debito il meno disastroso esercizio di spese. Però la borghesia avrebbe voluto naturalmente arricchirvisi.

Il conte di Cavour lo comprese mirabilmente.

La sua prima politica interna fu di seduzione ai borghesi e di ostilità ai rivoluzionari. Per passare dalla rivoluzione alla organizzazione era d'uopo accogliere nel governo il maggior numero dei più forti interessi; l'esercito dovrebbe funzionare come un crogiuolo assimilatore per le differenze morali delle varie provincie, disciplinando la tradizionale insubordinazione italiana. La burocrazia, ingrossata celermente ed elefantescamente, avrebbe fornito un altro esercito d'impiegati, più mobile, meglio aderente al governo perchè cointeressatovi come in una azienda commerciale. Da questi due corpi bisognava escludere tutti i rivoluzionari, che per altezza d'ingegno o purezza di carattere o riottosità di sentimento non si convertissero alla monarchia: e a questi irreconciliabili infliggere quel disprezzo che tutte le società hanno per i propri scarti.

Il moto di condensazione intorno alla monarchia riuscì poderosamente.

Nessuno si preoccupò che Mazzini, ancora sotto l'onta dell'ultima condanna a morte per la spedizione di Pisacane, restasse in esilio: a Garibaldi l'istinto borghese cercò un rivale prima nel Fanti, poi nel Cialdini; malleabile e destro il primo, satrapesco e pretoriano il secondo, ambedue mediocri d'ingegno e di opere. I giornali moderati crebbero d'importanza, di numero e di abilità; naturalmente difendendo il fatto attuale del governo, la loro argomentazione fu sempre nella realtà, mentre i giornali radicali condannati ad una critica intransigente caddero nella rettorica: quelli furono satanicamente abili nel denigrare le glorie della rivoluzione aggravando il pervertimento morale della nazione; questi stancarono anche i buoni intelletti colla ripetizione monotona di idealità incompatibili colla vita reale.

La rivoluzione non ebbe quindi espressione artistica nel trionfo. Il popolo non vi trovò ispirazioni: l'inno garibaldino e l'inno reale furono due marcie peggio che volgari; di maggior estro la fanfara dei bersaglieri, truppa ammirabile di severa eleganza, creata dal Lamarmora, e che la monarchia oppose invano alle bande rosse destinate a rimanere il tipo più originale di soldato nel secolo decimonono. La poesia ammutolì. Vittorio Emanuele in tanta aureola di fortuna non commosse la fantasia nazionale; tutti sentivano che l'uomo, quantunque onesto d'intenzioni, non era pari nè all'idea nè al fatto della rivoluzione: il suo valore di soldato non bastava a compensare la sua sommissione di re a Napoleone III; l'inevitabile egoismo dinastico, avendolo subordinato a tutte le umiliazioni politiche del governo durante il periodo delle annessioni, gli toglieva ogni carattere eroico. Finalmente la sua necessaria e mostruosa ingratitudine a Garibaldi, che più tardi cortesie intermittenti ed ineleganti non poterono velare, mentre l'incomparabile eroe seguitava a tributargli il più affettuoso rispetto, finirono di scoprire il fondo volgare della sua natura. L'eccesso medesimo della fortuna lo perdè nel sentimento poetico della nazione: Manzoni e Niccolini tacquero, Giosuè Carducci, allora giovinetto e poco dopo non meno grande di loro, lo salutò tribuno armato del popolo, ma quel saluto fu complimento peggiore del silenzio. Oggi stesso, dopo molti anni dalla sua morte, non una pagina immortale della moderna letteratura è ispirata dal suo nome. Il re di Savoia, diventato re d'Italia, non ebbe quindi la consacrazione della poesia perchè l'elemento poetico era tutto nella rivoluzione, dalla quale la monarchia usciva come un fatale processo prosastico. Le dinastie cadute non destarono lamenti, il papa non eccitò entusiasmi, Napoleone al di fuori dei circoli officiali non ottenne riconoscenza avendo guastato il beneficio col contrastarne le conseguenze.

Caratteri parlamentari.

Il primo parlamento italiano, radunatosi a Torino nell'ambito angusto del parlamento subalpino, non potè organizzare costituzionalmente i propri partiti.

La destra raccolse fra i vecchi monarchici tutti i nuovi convertiti alla monarchia; la sinistra, prigioniera del governo nei propri scanni, non seppe e non volle essere francamente antidinastica, avendo implicitamente accettato la monarchia col giurarle fede. Quindi il suo programma, suggerito dai comitati rivoluzionari, che si affaccendavano ancora per le piazze, riuscì assurdo nelle idee e grottesco nei mezzi. Mentre il governo rifaceva ogni giorno con nuovi espedienti una politica di sommissione all'estero e di compressione all'interno, la sinistra per combatterlo efficacemente avrebbe dovuto oppugnare la monarchia; ma poichè la sua posizione di partito parlamentare subordinato ai plebisciti lo vietava, ne usciva una critica qualche volta eloquente, sempre inutile. D'altronde in quelle prime e multiple difficoltà di governo la sinistra non ebbe uomini di abbastanza pratica abilità per influire potentemente nella discussione: la stessa povertà della stampa radicale, senza nè economisti, nè finanzieri, nè giuristi, nè tecnici di altra maniera, intristiva la sinistra parlamentare. I suoi migliori personaggi, cresciuti nelle congiure e nelle battaglie, non erano che magnanimi d'intenzioni e rettorici nei mezzi, quando le condizioni della politica esigevano caratteri supini ed ingegni destri, coscienze elastiche e sentimenti volgari. La destra parlamentare, accampata nella devozione monarchica e nell'egoismo borghese, appariva incomparabilmente più forte. Il suo programma fu semplice: sommissione all'estero evitando qualunque nuova guerra che compromettesse le sorti del giovane stato, ed esautoramento della rivoluzione all'interno. Nelle sue file s'addensarono per coscienza di necessità storica ed avidità di lucro o di potere gli uomini più colti e più abili. Naturalmente i nuovi convertiti alla monarchia furono più aspri dei vecchi monarchici contro i rivoluzionari intransigenti: la compressione giunse spesso alla persecuzione; si ebbero ribalderie poliziesche, leggi di sospetto, che parvero richiamare i tempi borbonici. La misura, suprema gloria dei governi parlamentari, mancò troppo spesso anche per l'ignavia del paese, che lasciava maltrattare inutilmente i suoi eroi più ammirati.

Nell'unificazione legislativa la destra per istinto di governo fu più rivoluzionaria della sinistra, la quale per necessità di opposizione oppugnò la violenta centralizzazione e quel sopprimere subitaneo tutte le consuetudini e gli statuti locali sovente migliori dei nuovi. Ma senza questa violenta ed affrettata unificazione, la coscienza unitaria avrebbe forse pericolato. Il modello legislativo, al solito accattato in Francia dai tempi del primo impero, non poteva in quel momento essere più adatto. Bisognava al governo un maneggio rapido ed assoluto di quasi tutta la vita publica per dominarla, giacchè la reazione clericale avrebbe potuto appiattarsi nemica in ogni istituto indipendente, o la rivoluzione farsi di questo una cittadella, dalla quale compromettere o sfidare la monarchia. I comuni, antica gloria italiana, vennero quindi mortificati sotto le prefetture; ogni autonomia provinciale inceppata; contese tutte le attività e le iniziative singole a pro dell'opera governativa. In questa inevitabile frenesia di rinnovamento legislativo le leggi grandinarono informi, disformi, deformi: fu un tumulto, nel quale la verità degli studi si confuse, la proporzione dei fatti colle idee si alterò. Il governo, invece di rappresentare la vita nazionale nella varietà delle sue tendenze e de' suoi atteggiamenti, parve una immane azienda nella quale pochi direttori manipolassero uomini e cose. Ma se la destra era politicamente reazionaria osteggiando la rivoluzione, che esigeva la conquista immediata di Roma e di Venezia, e mantenendo nel vecchio statuto l'elettorato così assurdamente ristretto che appena cinquecentomila erano gli elettori politici, nella sua opera penetrarono largamente i principii rivoluzionarii. Lo stesso assorbimento governativo ne fu causa. Così, presto si fe' strada la gratuità e obbligatorietà della istruzione elementare, la giurìa fu applicata dappertutto anche nelle provincie meno atte a così alto magistrato. Le strettezze del bilancio spinsero all'abolizione degli ordini religiosi coll'incameramento dei loro beni; la necessità di combattere il clero condusse a restringerne i privilegi; la promulgazione di tutti i codici nuovi, alla accettazione di moltissimi principii liberali non ancora accolti nella maggior parte delle legislazioni europee. Burocrazia ed esercito riuscirono efficaci strumenti di livellazione democratica; si dovettero moltiplicare con paradossale energia strade, ferrovie, telegrafi, scuole; ogni creazione conteneva fatalmente un'idea democratica per quanto smezzata; ogni mutamento anche sbagliato era un progresso. Il passato, respinto da sforzi prodigiosi, dileguava a perdita d'occhio.

Urgeva rinnovare tutto e rinnovare presto: poi si sarebbe ricorretto e migliorato.

Altro terribile strumento di livellazione e di unificazione fu la imposta. Nel crescendo fantastico di spese e di debiti, malgrado le più dolorose sproporzioni di quote, i contribuenti sentirono la solidarietà italiana cui venivano sacrificati. Naturalmente le provincie del nord più ricche e civili, ove per ragioni di catasto o di altri congegni amministrativi era molto più facile colpire il contribuente, pagarono per le provincie meridionali più povere, e nelle quali mancavano le più necessarie opere pubbliche e i redditi erano di più difficile accertamento.

Così l'ignavia di coloro, che avevano assistito come spettatori alla liberazione d'Italia, trovò la pena nel trionfo; quelli, che non avevano sofferto sui campi di battaglia, patirono nel campo economico; chi non pagò di sangue pagò di borsa. Ma in questa crisi economica, nella quale perirono molte industrie e si disfecero parecchie classi di proprietari, altre ne crebbero: sotto la pressione del bisogno aumentò il lavoro; le vie di comunicazione, la soppressione di tutte le dogane interne, la diffusione delle idee, degli scambi e delle forze, le opere pubbliche, la concorrenza straniera e sopra tutto l'energia della nuova coscienza nazionale trionfarono delle micidiali esazioni. La ricchezza si sviluppò. Dall'arringo parlamentare, ove si discutevano publicamente gli interessi della nazione, derivò a questa la passione della vita publica: si cominciò a comprendere che il governo non era più un nemico come pel passato e che nel popolo, sebbene ancora amministrato da pochi borghesi, stava tutto il diritto. Entro i partiti belligeranti per le grandi idee politiche se ne formarono altri con intendimenti minori di economia e di libertà interna: la partecipazione al governo diventò mano mano desiderio anche nelle masse; il nuovo assolutismo borghese trovò presto degli avversari.

Difficoltà politiche.

Ma le questioni politiche soverchiavano. Mentre il governo a forza di procrastinarla rinunciava quasi alla conquista di Venezia e di Roma, si doveva nullameno sacrificare il paese all'improvvisazione di un esercito e di una marina capaci di maggior guerra appena se ne presentasse il destro. Il problema della riorganizzazione militare, già difficile in un periodo nel quale la scoperta di sempre nuove armi impone radicali e subiti mutamenti, diventava difficilissima in Italia per la fusione dei vecchi eserciti in quello piemontese. Mancavano illustri generali ed abili organizzatori: v'erano rivalità pericolose di milizia, tristissime abitudini da sradicare, odiosi privilegi da concedere.

Si dovevano accogliere reggimenti e generali, che avevano combattuto contro l'Italia o tradito i propri sovrani all'ultima ora, riformare i quadri, sottomettere gelosie, graduare meriti male definibili, fabbricare un numero immenso di armi, stabilire una nuova disciplina, creare la fede nella bandiera tricolore, profondere denaro, e nullameno dar paghe esigue fino al ridicolo.

Il partito piemontese, più forte ancora nell'esercito che nella camera, poteva diventare pericoloso; però l'esercito piemontese, per conseguenza della propria monarchia, doveva essere nucleo e tipo dell'esercito italiano. La flotta napoletana, maggiore della savoiarda, pretendeva al primato e lo meritava; ma non si poteva concederglielo per lo scarso patriottismo e la mala condotta del suo personale. Bisognava schiacciare nelle bande garibaldine il fiore della vita militare italiana. perchè il suo profumo non inebriasse pericolosamente le altre milizie.

Sotto l'insistente proclamazione di idee e di sentimenti militari il morto federalismo risorgeva odiosamente, formandosi in camorre regionali, che la cresciuta facilità di lucri e di onori stimolavano avaramente. Se i piemontesi affettavano la loro conquista sino ad irritare in molte provincie il sentimento politico, di rimpatto queste si gettavano sul governo nazionale come sopra una preda: in tanto inevitabile sperpero di milioni e di miliardi ognuno voleva accaparrarsi la parte più grossa.

E questa rapacità e vanità provinciale intralciava l'opera già difficile del governo: nel parlamento destra e sinistra si scindevano per interessi regionali; nei ministeri bisognava proporzionare il numero dei ministri all'importanza delle regioni, cui appartenevano come deputati, sotto pena di una coalizione di opposizione altrettanto assurda che invincibile. Nessun ministero si sarebbe sostenuto, se composto di uomini nati a caso in una sola parte d'Italia. Naturalmente nei ministeri preponderava l'elemento piemontese, cui contrastava poderosamente l'elemento napoletano come il più numeroso e compatto nella camera. Al senato invece, nell'assenza di un'aristocrazia davvero dirigente come in Inghilterra, la battaglia si risolveva in una accademia, giacchè il privilegio di nomina regia permetteva di non introdurvi che senatori o nulli o della più ortodossa devozione monarchica. Esso non funzionava quindi che come una valvola di sicurezza per dare sfogo ai troppi vapori della camera, e come un magazzino di scarti politici, dai quali trarne ancora qualcuno servibile.

L'opposizione francamente antimonarchica rimasta a combattere il governo perdeva terreno ogni giorno, poichè la quantità possibile di rivoluzione pel paese penetrava abbastanza facilmente nelle leggi e nei costumi della vita nuova. Già le defezioni di coloro, che si sentivano o si credevano atti alla vita parlamentare, e quelle dei moltissimi attirati dall'esercito, dalla burocrazia o da altri interessi trionfanti nei governo l'avevano miseramente assottigliata. Il mazzinianismo si restringeva sempre più a setta, l'ingrossare dell'esercito nazionale scemava l'importanza di altre future milizie garibaldine.

L'epopea era finita: alla rivoluzione non rimaneva che la sublime risorsa di qualche ultima tragedia.

Gli stessi disertori della rivoluzione nobilitavano contro di essa la monarchia agli occhi delle masse giudicanti sempre coll'istinto: nessun tentativo di rivolta avrebbe quindi trovato ribelli; Mazzini stesso non osava predicarla, Garibaldi non l'avrebbe capitanata. La parte rivoluzionaria era costretta a pretendere sulla monarchia una priorità d'iniziativa, alla quale il buon senso e la fiacchezza delle moltitudini si ricusavano; il nuovo regno d'Italia, entrando nel sinedrio delle potenze d'Europa, doveva d'ora innanzi agire diplomaticamente.

Le temerarie iniziative del momento venivano dall'opera legislativa, che sommoveva violentemente l'antico assetto italiano, pareggiando politicamente provincie differentissime per periodi di civiltà, per indole di storia e per irrigidimento di carattere. Lo stesso confuso e febbrile lavoro di costruzioni, comunicato dal governo alle provincie e ai comuni a guisa di un contagio, nascondeva all'occhio dei più iniziative non meno ammirabili delle più temerarie imprese garibaldine, come l'impianto delle ferrovie a rovescio d'ogni ragione economica e scientifica attraverso regioni quasi prive di ogni altra strada e quindi incapaci di alimentarle. Solo l'America aveva osato questo, ma l'America era ricca: l'Italia povera, in ritardo con ogni produzione, costretta ad improvvisare tutti i propri organi politici a un tempo, moltiplicando i debiti oltre qualunque elasticità di credito, esagerando le imposte, preparandosi ad altre guerre, coi terribili problemi di Roma e di Venezia insoluti, ancora smembrata e pericolante in uno stato provvisorio, era magnifica di ardimento nel gettare miliardi per ferrovie che saldando la sua unità dovevano, anzichè coronare il sistema stradale, svilupparlo ove era appena abbozzato.

Scientificamente e finanziariamente quelle ferrovie erano un errore; politicamente furono il maggiore dei vantaggi, e resteranno malgrado gli immensi difetti una delle migliori glorie del nostro risorgimento.