Capitolo Secondo.
La proclamazione di Roma capitale
Trattative diplomatiche.
Colla resa di Gaeta, cui seguì poco dopo quella del castello di Messina e di Civitella del Tronto, la conquista regia era compita. La nuova camera adunata a Torino si componeva di 443 deputati, ma nel primo fervore di adesione monarchica Guerrazzi, Bertani, Cattaneo, Montanelli ne rimasero esclusi. Il discorso di apertura corteggiò tutte le nazioni d'Europa per trarle al riconoscimento ufficiale del nuovo regno, tacque di Roma e di Venezia ammonendo severamente i volontari a non agitare ulteriormente il paese per una guerra.
La prima legge fu di un solo articolo: «Re Vittorio Emanuele II prende per sè e pe' suoi successori il titolo di re d'Italia», formula infelice, giacchè il titolo di secondo, conservato dal re nella cronologia della propria stirpe, ribadiva il concetto della conquista piemontese: Vittorio Emanuele non poteva essere che il primo re d'Italia. Un'altra legge gli riconobbe il diritto dalla grazia di Dio e dalla volontà della nazione; e fu espressione assurda ma inevitabile ad un regno costituzionale, in cui la sovranità nazionale si amalgamava al diritto divino.
Alla proclamazione del regno fioccarono le proteste dell'Austria, del papa e degli altri principi spodestati. La Francia sembrava tenere il broncio: nullameno ricusò la proposta spagnuola ed austriaca di convocare un congresso delle tre primarie potenze cattoliche per assicurare i diritti sovrani della chiesa. La Prussia si manteneva sul diniego, la Russia proseguì nelle ostilità: solo l'Inghilterra fra i grandi stati aveva riconosciuto il nuovo regno.
Cavour, raddoppiando di attività, si accinse ad assettarlo. Allontanato Garibaldi, mantenuto in esilio Mazzini, impedito a Cattaneo il parlamento, domata la rivoluzione e scompaginato il partito rivoluzionario, egli rinunciò abilmente ad insistere per il ricupero della Venezia, sulla quale la Germania manteneva ancora troppe pretese, per tentare invece il problema di Roma. Il tumulto dei nuovi elementi parlamentari non lo stordiva. Egli comprendeva benissimo, quantunque monarchico e piemontese, che il nuovo regno non poteva organizzarsi intorno a Torino: tutto il mezzogiorno avrebbe recalcitrato contro questa eccessiva preponderanza piemontese, mentre una pericolosa incertezza come di provvisorio avrebbe sempre pesato sul nuovo regno. L'italianità era in Roma. Ma dinanzi a questo problema il suo destro ingegno di statista doveva fatalmente venir meno.
Già prima dell'occupazione delle Marche e dell'Umbria, nel subito tumultuare della rivoluzione, egli aveva mandato a Roma l'abate Stellardi, elemosiniere del re, con una lettera di Vittorio Emanuele al pontefice e con facoltà di esibire queste proposte: il papa conserverebbe l'alto dominio sulle Romagne, le Marche e l'Umbria, e ne affiderebbe il governo al re di Sardegna come vicario. Era un'esumazione dei concetti medioevali, che naturalmente abortì, e una rinuncia a Roma capitale. Cavour, sempre incredulo nell'unità d'Italia, insidiando queste provincie al papa, non mirava che ad un'altra forma d'annessione. Infatti l'alto dominio del pontefice si sarebbe nel fatto ridotto a meno che nulla.
Ma la rivoluzione avendo con Garibaldi conquistato le due Sicilie e prodotto il regno d'Italia, il problema di Roma capitale s'imponeva alla politica monarchica. Il conte di Cavour, troppo grande statista per non sentirlo, non lo era nullameno abbastanza per comprendere che solo la rivoluzione avrebbe potuto idealmente risolverlo. Quindi tentò. La sua formula: «libera chiesa in libero stato», avrebbe dovuto fare il miracolo. Diplomatico in queste trattative entrò il dott. Diomede Pantaleoni, residente in Roma e ben ricevuto nei circoli vaticani: il padre Passaglia, gesuita cresciuto di nome per la difesa del dogma dell'Immacolata Concezione, e più tardi di fama per una mezza apostasia, assecondava.
Il disegno era una specie di alleanza fra il papato e l'Italia col principio: «libera chiesa in libero stato»; quindi abolizione di tutte le leggi giuseppine, tanuccine, leopoldine; tutti i vescovi eletti senza intromissione del governo, assoluta libertà alla chiesa d'insegnare e predicare, il patrimonio ecclesiastico dichiarato intangibile, garantita al Santo Padre ogni immunità nell'esercizio spirituale, assicurata ai fedeli di tutto l'orbe la comunicazione col Vaticano, ministri e nunzi pontifici inviolabili, creato un lauto patrimonio alla Santa Sede.
In compenso essa rinuncierebbe al potere temporale.
La curia Vaticana resistè.
Allora il conte di Cavour si torse verso Francia: questa volta intervenne diplomatico il principe Girolamo Napoleone, genero del re. Non potendo ottenere Roma dal papa, l'astuto ministro cercava di sottrarre Roma al protettorato francese: le basi delle nuove convenzioni, senza adesione della corte romana, erano: la Francia, garantito il papa da qualsivoglia intervento straniero, ritirerebbe da Roma le proprie truppe; l'Italia s'impegnerebbe a non aggredire e a non permettere aggressioni esteriori contro il territorio attuale del pontefice, non reclamerebbe contro l'organamento di un esercito pontificio con volontari cattolici stranieri, purchè non superasse i diecimila soldati e non trascorresse a minacce contro il regno; infine accetterebbe di trattare col governo romano per assumere la propria parte proporzionale nelle passività delle antiche provincie pontificie. Ma nemmeno questa convenzione fu conchiusa, giacchè l'imperatore non voleva ancora nè abbandonare il papa, nè emancipare al tutto l'Italia. Con tale convenzione, che pochi anni dopo doveva generarne una ben più triste, il conte di Cavour senza rinunciare formalmente a Roma nè proclamarla officialmente capitale, avrebbe ottenuto di potersene facilmente impossessare appena ne capitasse il destro, senza rompere guerra alla Francia.
Poi, nel dicembre dell'anno 1860, rimandò a Roma Omero Bozzino a ritentare la prova delle prime offerte sulla fede di qualche cardinale, come il Santucci, che sembrava mantenersi propizio agli accordi. Lo stesso segretario Antonelli si prestò furbescamente al giuoco per meglio umiliare la politica piemontese; ma, dopo aver finto di patteggiare persino il prezzo delle proprie condiscendenze, troncò bruscamente la pratica esiliando il Pantaleoni.
Questa volta il fino diplomatico piemontese aveva trovato nel prelato romano una scaltrezza anche più perfida.
L'ordine del giorno Buoncompagni.
Intanto la parte rivoluzionaria agitava vivamente nel paese la questione di Roma: si moltiplicavano indirizzi e proteste al re e all'imperatore; l'Inghilterra per gelosia del cesarismo bonapartesco insisteva officialmente per lo sgombro da Roma del presidio francese; il governo doveva uscire dal silenzio con più alta affermazione italiana sotto pena di soccombere nella coscienza nazionale.
Cavour ebbe tutta l'audacia consentitagli dal proprio sistema e dal proprio temperamento politico: combinò col deputato bolognese Audinot un'interpellanza e coll'ex-ministro Buoncompagni un ordine del giorno, nel quale era scritto: «La camera, udite le dichiarazioni del ministero, confidando che, assicurata l'indipendenza, la dignità e il decoro del pontefice e la piena libertà della chiesa, abbia luogo di concerto colla Francia l'applicazione del principio di non intervento e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa all'ordine del giorno» (27 marzo 1861).
Tutta l'insufficienza e l'astuzia italiana erano riassunte in questo ordine del giorno. Il diritto nazionale su Roma vi diventava opinione, quello del non intervento cessava di essere un principio per ridiventare materia di accordi, la sudditanza alla Francia nella ragione più intima della vita e della storia nazionale era proclamata in faccia a tutto il mondo; ma con questo così umile ed umiliante ordine del giorno il governo persuadeva al paese di aver compiuto un atto magnifico di audacia. Nella coscienza confusa della borghesia Roma diventava legalmente capitale d'Italia, l'occupazione dei francesi vi era segnalata come un arbitrio, l'agitazione rivoluzionaria perdeva quasi totalmente ogni efficacia di persuasione per una nuova impresa su Roma, che la monarchia si appropriava rimettendone la presa di possesso alla prima favorevole occasione.
Infatti la publica opinione esultò: solo Mazzini e Garibaldi, il genio e il cuore d'Italia, sentirono l'ineffabile offesa. La pace di Villafranca non aveva tradito che il Piemonte, troppo piccolo allora per resistere solo contro Austria e Francia: il riconoscimento officiale del diritto alla Francia di occupare militarmente Roma, e la proclamazione di non ricevere questa che dalle sua mani, annullava la neonata individualità dell'Italia.
Nullameno tacere di Roma sarebbe stato impossibile ed altrettanto miserevole per il governo, che nei primi dubbi delle annessioni meridionali per propiziarsi la Francia aveva dovuto lusingarla con un'altra possibile cessione della Sardegna: per fortuna le veementi proteste dell'Inghilterra, irritata dal pericolo che il Mediterraneo si mutasse così in lago francese, salvarono questa isola all'Italia, e il ministro potè in seguito mentire alteramente respingendo tale accusa.
Ma colla proclamazione di Roma capitale d'Italia il conte di Cavour otteneva l'incomparabile vantaggio di consacrare italiana la monarchia sarda: l'umiliazione di quell'ordine del giorno, così profonda che sfuggì al sentimento delle masse, ne impediva una peggiore di una rinuncia a Roma capitale. La monarchia trionfava un'altra volta della rivoluzione, la quale conquistando Roma non avrebbe potuto che conquistarla per essa. La politica regia era da troppi secoli abituata a vincere colla sola astuzia e a guadagnare anche con la sola viltà, perchè quella formale abdicazione del più alto fra i diritti nazionali potesse sgomentare la sua coscienza; la giovane nazione era troppo poco rivoluzionaria per imporle una politica più nobile, e troppo memore della passata servitù per offendersi di un vassallaggio ideale, cui sentiva nel proprio istinto di potersi fra non molto sottrarre.
Il conte di Cavour in questa campagna parlamentare manovrò colla stessa prontezza di decisione e rapidità di cangiamenti tattici che in quella dell'invasione nel territorio pontificio per impossessarsi di Napoli: difetti di forma e insufficienza d'idea vi derivavano meno dal suo spirito che dal sistema monarchico. Se egli lo avesse trasceso coll'ingegno o col carattere, non ne sarebbe stato il massimo politico: quindi stretto in un'antitesi insolubile, invece di lasciarvisi schiacciare, italianamente scivolò fra i due termini.
La nazione, che aveva con Garibaldi e con Mazzini mostrato al mondo il più eccelso esempio di epica semplicità, poteva giovarsi impunemente della doppiezza di Cavour.
Ultima lotta fra Garibaldi e Cavour.
Intanto le difficoltà politiche del primo assetto urgevano: bisognava abbreviare con ogni mezzo possibile i governi luogotenenziali, pacificare il mezzogiorno ove il brigantaggio era già scoppiato, assimilare politicamente ed amministrativamente tante provincie diverse, fondere sette bilanci in uno solo e già oberato da un passivo di mezzo miliardo, organizzare il nuovo esercito.
Il conte di Cavour fu ammirabile di destrezza e di coraggio. Il suo profondo acume politico gli scoprì che di tutti gli elementi rivoluzionari il più pericoloso per la monarchia era allora il più nobile, quello che con prodigi di valore e di fortuna aveva conquistato più che mezzo il regno. I mazziniani battuti idealmente e politicamente non erano ormai altro che una setta; i garibaldini invece rimanevano ancora maggiori di un partito. La loro incorporazione nell'esercito piemontese vi avrebbe dissipato il prestigio monarchico e distrutta la devozione al re: la politica, entrando nelle caserme, avrebbe resa la sinistra parlamentare arbitra della camera, tristissimi pronunciamenti alla spagnola sarebbero scoppiati ad ogni difficile questione di governo. Bisognava dunque rifiutare nell'esercito le bande garibaldine, accogliendovene quei capi più illustri che si convertissero alla monarchia: così, prive dei migliori capitani e disorganizzate dalle defezioni, non potrebbero che difficilmente riordinarsi per una ribellione. Questa politica era la conseguenza della campagna delle Marche e dell'ingresso delle truppe piemontesi nel Napoletano per soffocarvi la anarchia rossa: dopo aver disonorata l'impresa garibaldina in faccia all'Europa, era d'uopo esautorarla nell'opinione d'Italia col respingere dall'esercito nazionale i reggimenti vincitori.
Garibaldi, rinunciando nelle mani del re la dittatura, gli aveva raccomandato con passione di capitano i propri soldati; quindi, conscio delle nuove trame, aveva già protestato da Caprera e minacciava di venire in parlamento a farvi uno scandalo pericoloso. Tutta la sua magnanimità non poteva tollerare che gli eroi di Calatafimi e del Volturno fossero peggio trattati dei loro prigionieri borbonici. Egli poteva sorridere vedendo generali d'Italia Nunziante e Pianell, l'uno ferocemente reazionario prima della rivoluzione e vilmente disertore del proprio re nell'ora delle battaglie, l'altro ministro di Francesco II durante la conquista del regno napoletano, entrambi a lui preferiti dalla nuova politica ministeriale; ma per coscienza di generale e di cittadino, per carità di soldato e di patriota, non doveva sopportare che le ferite e i gradi guadagnati dai propri soldati sul campo di battaglia fossero senza valore per quello stesso governo, che profittava delle loro vittorie.
Nullameno una più alta ragione imponeva agli eroi delle sue imprese questo nuovo sacrificio.
Garibaldi coll'impetuosità del proprio carattere soldatesco, e stimolato da molti partigiani, aveva esorbitato nei primi attacchi al ministero. Egli, nizzardo, non poteva perdonare a Cavour la cessione di Nizza; egli, italiano e democratico, odiava eroicamente Napoleone III, che dopo aver tradito il Piemonte a Villafranca, impedendo la liberazione della Venezia ed esigendo come prezzo del tradimento Nizza e Savoia, negava ancora Roma all'Italia.
Nella superba ingenuità del proprio istinto rivoluzionario egli non comprendeva nulla delle difficoltà diplomatiche del nuovo regno: per lui ottenere il riconoscimento officiale dalle grandi potenze monarchiche d'Europa non era nemmeno un problema. Esaltato dall'entusiasmo delle ultime vittorie, domandava ad alte grida l'armamento di tutta la nazione, confidando di battere con essa tutta l'Europa. Cavour con più sicuro senso della realtà giudicava invece l'Italia incapace di sostenere altra guerra con l'Austria e, siccome questa cercava di esservi provocata, non voleva fornirle pretesti. Nei primi giorni del 1861 per l'incoronazione del principe reggente e futuro imperatore, Guglielmo I, aveva mandato a Berlino il generale Lamarmora per sedurre la Prussia coll'esempio della rivoluzione italiana a conquistare contro l'Austria l'egemonia germanica; ma il nuovo re, tardo di mente e di cuore, non ne rimaneva persuaso, quantunque il ministro Schleinitz si lasciasse piegare. La Russia rimaneva pur troppo ostile, la Francia sempre oppressiva nella propria politica tergiversante tardava a rannodare col governo piemontese le relazioni officiali, mentre una vera anarchia reazionaria scoppiava nel mezzogiorno in mezzo al più scandaloso disordine dei partiti, compromettendo all'estero la dignità del nuovo regno. Il Farini, il principe di Carignano, poi il conte Ponza di San Martino, mandati l'uno dopo l'altro a reggere Napoli, vi avevano ripetuto lo stesso infelice esperimento; il Napoletano pareva diventare una nuova Irlanda saldata dalla rivoluzione ai fianchi del regno d'Italia.
Cavour, malgrado la coraggiosa elasticità del proprio ingegno, piegava ogni tanto sotto il peso dell'enorme problema: l'intervento di Garibaldi nella politica interna poteva produrre la guerra civile. Il dittatore rappresentava in quel momento la passione rivoluzionaria della nazione, non ancora domata dalla proclamazione e dall'assetto della monarchia: le sue invettive al ministero, giuste nel concetto rivoluzionario, esaltavano la publica opinione malcontenta della troppa viltà di quell'ora; l'aureola di tante vittorie lo rendeva un rivale pericoloso pel re.
Intanto il parlamento frustato dalle accuse di Garibaldi nella coscienza della propria servilità s'impennava, minacciando di voler mettere il generale in accusa: ribellione di liberti contro il liberatore, che nessuna regolarità di procedura costituzionale avrebbe potuto giustificare! Il parlamento era allora troppo poca cosa in Italia per farsi arbitro della contesa fra rivoluzione e monarchia. Il conte di Cavour già vincitore di Garibaldi alla camera, quando questi da Napoli aveva chiesto al re di cacciare il ministero, trovò anche questa volta un ottimo espediente. Fra tutti gli uomini parlamentari di allora il più illustre per nome, per opera, per carattere, era il barone Bettino Ricasoli. La sua austerità aristocratica, la sua alterezza patriottica, il suo coraggio politico, lo rendevano altrettanto stimato che temuto: in quella gazzarra di conversioni e di transazioni, nella quale i migliori caratteri si dissolvevano, egli restava fermamente saldo nel proprio concetto rivoluzionario e monarchico, impaziente contro il vassallaggio francese, favorevole per ingenita intrepidezza ad una ripresa di guerra.
Il conte di Cavour oppose Bettino Ricasoli a Giuseppe Garibaldi.
Con profonda abilità di parlamentare Ricasoli, anzichè accusare Garibaldi, affermò in una interpellanza di crederlo calunniato. «Io, disse, gli ho stretto la mano dal momento, in cui prese il comando dell'esercito dell'Italia centrale: noi eravamo allora animati dagli stessi sentimenti, noi eravamo tutti e due egualmente devoti al re. Noi abbiamo giurato entrambi di fare il nostro dovere: io ho fatto il mio. Chi dunque potrebbe reclamare il privilegio di patriottismo e d'innalzarsi sopra gli altri? Una sola testa fra noi deve dominare su tutte le altre, quella del re. Davanti al re tutti debbono inchinarsi, ogni altro atteggiamento sarebbe di ribelle... Chi ebbe la fortuna di compiere il proprio dovere più generosamente, in una più larga sfera d'azione, in una maniera più proficua alla patria, e l'ha veramente compito, questi ha un dovere anche più grande, di ringraziar Dio d'avergli accordato così prezioso privilegio, concesso a pochi cittadini e di poter dire: ho servito bene la mia patria, ho interamente compito il mio dovere».
Garibaldi da accusatore diventava accusato: la solennità dell'intimazione fattagli dal Ricasoli lo costringeva a venire in parlamento per sostenere quanto aveva scritto. Garibaldi, che non voleva e non poteva ribellarsi, era già vinto: prima ancora di giungere a Torino pubblicò una lettera, smentendo ogni intenzione di attacco contro il re e il parlamento. Non gli restava quindi di fronte che il ministero, il quale nella camera era sicuro della vittoria.
Nullameno la giornata fu aspra.
Il parlamento, costretto dalla propria dedizione incondizionata a seguire una politica servile all'estero ed ingiusta all'interno, era tuttavia affollato di uomini illustri per ingegno e per sacrifici, che sentivano di non meritare le accuse di Garibaldi. Il loro risentimento, giustificato dall'orgoglio delle opere compiute ed inasprito dalla coscienza del torto presente, degenerava in aperta ed ingenerosa ostilità. Si dimenticavano i titoli di Garibaldi alla riconoscenza nazionale per non vedere più in lui che un volgare vanesio ed uno scapigliato ribelle.
Quando entrò nella sala colla camicia rossa e il solito poncho americano, la singolarità dell'abito parve una brutta teatralità. Il suo primo doloroso rimprovero a Cavour per la cessione di Nizza provocò la tempesta; alla sua accusa contro il ministero di avere arrestato la rivoluzione trionfante nel mezzogiorno con ogni maniera d'insidie e colla provocazione di una guerra civile l'uragano scoppiò. Solo Garibaldi rimase calmo. L'accusa era troppo vera perchè non bisognasse smentirla. Ma Garibaldi non poteva andare oltre. La stessa ragione, che lo aveva sottomesso in Napoli agli ordini del re, lo costringeva ad accettare ora le spiegazioni di Cavour. Il generale Fanti, ministro della guerra, si destreggiò abilmente nell'esposizione dei motivi, che impedivano la incorporazione in massa dei garibaldini nell'esercito; si respinse l'altro progetto di Garibaldi di formare coi giovani non compresi nell'esercito dai 18 ai 35 anni una guardia nazionale mobile, cui lo stato fornisse d'armi, di cavalli e di materiali inscrivendo in bilancio una somma di trenta milioni. Cavour, pronto a servirsi di tutta la propria superiorità in quel momento, riassunse con sobrietà magistrale la propria politica, chiudendo il parlamento nel dilemma o di accettarla intera o di buttarsi ai rischi immediati di un'altra guerra o di un'altra rivoluzione.
Garibaldi piegò: i garibaldini furono sacrificati. Invano, nell'abboccamento con Cavour procuratogli dal re, egli tornò malinconicamente ad insistere per un migliore trattamento dei propri soldati; l'abile ministro rimase inflessibile.
L'indomani il generale Cialdini, tristamente ammalato d'invidia per l'eroe, credendo propizio il momento per levarsi contro di lui come campione della monarchia, lo apostrofò con una lettera altrettanto assurda che arrogante.
Cavour con questa suprema vittoria assicurava la propria politica di moderazione. Ma egli stesso era fiaccato dalla immensa opera.
Le Regioni.
Nel disegno di riforme amministrative presentato al parlamento, appena risoluta la questione militare, il suo ingegno parve rimettere del solito coraggio. Quel potente senso di accentramento governativo cresciutogli dal fatto dell'unità nazionale, che lo spingeva alla più rapida delle unificazioni legislative, gli venne improvvisamente meno nel maggior problema delle circoscrizioni. Forse in nessun paese d'Europa per troppe complesse ragioni di storia la divisione e l'aggruppamento dei comuni e delle provincie era più assurda che in Italia: tutta la lunga guerra federale era ancora visibile nei loro reparti: nè monti, nè fiumi determinavano i confini. Divisioni politiche e diocesane intralciavano gli scambi reciproci, la mancanza di strade rendeva spesso impossibili molti esercizi di doveri e di diritti, rivalità municipali e provinciali si alimentavano tuttavia di odii storici, che la pacificazione dell'unità sembrava riconfermare nella teatralità di un perdono reciproco. Alcune città si barattavano come pegno di pace trofei di guerre medioevali.
Le nuove circoscrizioni avrebbero dovuto distruggere tali differenze spersonalizzando parecchi comuni ed alcune provincie. Invece il ministero proponeva una nuova istituzione di regioni, tagliate nello stato a capriccio, senza nè fondamento di tradizione, nè ragioni di modernità. L'idea era stata del Farini, che prima delle annessioni meridionali aveva proposto di dividere il regno in sei regioni: ma innanzi a lui, fino dal 1833, Mazzini nell'opuscolo sull'Unità Italiana proponeva di sopprimere le provincie, riducendo gli ottomila comuni a milleduecento con circa ventimila abitanti ciascuno e spezzando l'Italia in dodici regioni di cento comuni. Così, per combattere il federalismo storico, si creava un federalismo artificiale. Nell'impossibilità di correggere subito i limiti dei comuni e delle Provincie era miglior sistema negli inizi del governo nazionale raggrupparli il più naturalmente possibile sotto le prefetture. Nelle regioni gli antagonismi federali si sarebbero serviti delle nuove libertà contro l'unificazione: le facoltà legislative, loro concesse inevitabilmente, vi avrebbero creato tanti piccoli stati nello stato in opposizione col governo centrale.
L'istinto rivoluzionario del parlamento supplì al difetto di Cavour, che aveva permesso al Minghetti, ministro dell'interno, di ripresentare raffazzonato e peggiorato il primo disegno di Farini; la legge fu scartata. L'unità trionfava attraverso tutti gli errori. Poco dopo lo stesso ministro proponeva che la festa dello Statuto dichiarata civile si solennizzasse col clero, il quale vi si ricusò.
Il ministero scopriva già le proprie tendenze bigotte.
Improvvisamente il grande statista morì. La divorante attività di una vita politica, per dieci anni senza un'ora di riposo, aveva logorato il suo superbo temperamento di atleta; ma fino agli ultimi giorni pensò e lavorò con lo stesso impeto. La moltitudine rinascente dei problemi non potè mai sopraffarlo: contemporaneamente rannodava le relazioni diplomatiche colla Svezia, colla Danimarca e col Portogallo; spingeva le trattative con Napoleone III per l'evacuazione di Roma, vegliava sui disordini di Napoli, dirigeva le finanze, preparava la marina, lottava nelle camere per tutte le questioni. La maggioranza docile ma inesperta aveva d'uopo della sua presenza. Il 28 maggio respingeva ancora un disegno di legge in favore dei veterani delle repubbliche del quarantotto, nel quale si ripresentava la questione pericolosa sollevata da Garibaldi. «La sola ragione, per cui il governo non può riconoscere il grado degli ufficiali veneti è perchè non vuole riconoscere anche quelli della republica romana... Non credo che si debba andare incontro a tutti quelli, che hanno combattuto sotto una bandiera, che non era la nostra. Non tutti fecero adesione alla monarchia... Possiamo rispettarli, ma per noi sono avversari, nemici. Non consentiremo mai che si faccia nulla a pro di loro». Queste intrepide parole furono la sua ultima bravata di ministro monarchico.
Una febbre violenta lo colpì: ogni rimedio fu presto inutile, il delirio sorprese il suo pensiero, che aveva resistito a tutti i turbini della rivoluzione. Però anche nell'agonia il grande politico riaffermò il proprio sistema: «L'Italia del nord è fatta, non vi sono più nè lombardi, nè piemontesi, nè toscani, nè romagnoli: ma vi sono ancora napoletani. Oh! vi è molta corruzione laggiù nel loro paese! Bisogna moralizzarli... ma non stato d'assedio, non mezzi violenti di governo assoluto. Tutti sanno governare collo stato d'assedio».
Agli ultimi momenti chiamò un frate, col quale sette anni prima si era accordato per non vedersi negati i conforti della religione come il ministro Santa Rosa: volle morire cristianamente e che tutta Italia lo sapesse. Il frate raccontò poi che il conte Cavour gli avesse risposto nelle estreme preghiere degli agonizzanti: «Frate, frate, libera chiesa in libero stato». Così morì (6 giugno 1861).
Il dolore d'Italia fu profondo, la costernazione maggiore del dolore. L'Europa suonò d'encomii; lord Palmerston vinse ogni altro oratore tessendogli l'elogio funebre; Napoleone III ne trasse argomento per accordare finalmente all'Italia il riconoscimento officiale; la monarchia trepidò; gli avversari democratici, vinti ed oppressi dal ministro vivo, s'inchinarono al suo feretro come ad una delle più grandi ed improvvise rovine della storia moderna. Allora la sua gloria, balenando come una rivelazione fra uno sgomento di ammirazione e di rimpianto, diede all'opera della sua politica così prepotentemente personale l'apparenza di un miracolo.
Ma attraverso le generose ed inevitabili esagerazioni d'un'ammirazione, che cercava già nel solco tracciato dal suo pensiero nel passato la sola via sicura dell'avvenire, si riaffermava nella coscienza nazionale il sentimento dell'unità. Per la prima volta dopo tanti secoli un dolore italiano era veramente nazionale: Cavour era stato l'unità vivente della rivoluzione, organizzando nella realtà immortale della propria opera i risultati di tutte le iniziative.
Come Cesare, egli aveva dominato il maggiore periodo politico d'Italia: l'antico impero romano non aveva mai potuto uscire dall'orbita cesarea, la moderna monarchia italiana conserverebbe fino all'ultimo giorno l'impronta cavouriana.
L'Italia, collocando Cavour fra Mazzini e Garibaldi, comporrebbe la triade politica più perfetta del secolo decimonono.