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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 37: Empirismo legislativo.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Terzo.
I luogotenenti di Cavour

L'ambiente politico.

La morte del conte di Cavour tolse al governo quella potente unità d'azione che, dopo i miracoli della preparazione piemontese gli aveva permesso di assimilarsi senza scosse tutta l'opera rivoluzionaria. La paura fu tale nei primi momenti che corte e paese dubitarono della propria fortuna: si temette che la rivoluzione insorgente per il ricupero immediato di Roma e di Venezia travolgesse l'Italia ad irreparabile ruina. Il parlamento inesperto, frazionato da rivalità d'interessi regionali, affollato di recenti convertiti alla monarchia, impotente ad assorbire la rivoluzione con una politica indipendente all'estero e liberale all'interno, non era abbastanza forte per dominare il trambusto dell'opinione: la dinastia, amata per la gloria degli ultimi fatti ed ammirata dalla moltitudine per il tradizionale rispetto a tutti i re, non poteva esorbitare efficacemente dalla costituzione senza eccitare pericolosi sospetti di dispotismo dopo il trionfo della propria conquista piemontese: nessun uomo politico aveva allora abbastanza autorità per sostituire il conte di Cavour.

Nullameno nè la monarchia, nè la nazione dovevano pericolare dopo la morte del grande statista. L'Italia era essenzialmente monarchica.

Malgrado le vanterie rettoriche di tutti i partiti unanimi nell'esagerare la grandezza della rivoluzione italiana, questa era stata piuttosto una insurrezione contro gli stranieri per conquistare l'indipendenza che una vera rivoluzione. Anzitutto la stessa insurrezione non aveva potuto scoppiare che dopo l'intervento francese: l'impresa garibaldina non aveva trovato ostacoli politici alla propria espansione; l'esercito borbonico si era pochissimo battuto; il popolo aveva assistito festeggiando alla caduta delle vecchie dinastie e all'impianto della nuova. I partigiani dei governi abbattuti come non li avevano difesi nel pericolo, così non erano stati attaccati nè prima nè dopo dai pochi rivoluzionari combattenti; nessuno spostamento di classe era avvenuto, nessuna idea originale aveva cangiato col proprio trionfo la fisonomia storica della nazione. Tale comoda e simpatica rivoluzione senza spargimento di sangue era l'argomento più evidente contro la rivoluzione: la storia non ebbe e non avrà mai rivoluzioni incruente. La passione democratica vi si era condensata nello sforzo militare, acquetandosi sotto una monarchia costretta alla più mostruosa delle ingratitudini. La sola idea originale della rivoluzione italiana sarebbe stata l'abolizione del regno papale, ma la rivoluzione non aveva osato tampoco assalirlo.

La rivoluzione italiana non poteva paragonarsi a nessuna vera rivoluzione popolare, nè alla inglese, nè alla olandese, nè alla americana, nè alla francese, nè alla greca.

L'Italia era essenzialmente monarchica. Nello stesso partito rivoluzionario, Mazzini era il re dell'idea e Garibaldi l'imperatore della spada: il partito volontariamente soggetto alla più rigorosa disciplina s'unificava nei due capi; nessuno aveva osato mai una vera mossa politica senza il consenso di Mazzini; nessuno avrebbe tentato un moto militare senza la guida di Garibaldi. L'incapacità del popolo si rivelava in questa dedizione di tutta la propria parte migliore ai due maggiori individui: Mazzini era sinonimo di republica, Garibaldi di guerra.

Però la morte di Cavour toglieva al governo la superba consapevolezza della propria superiorità sul partito mazziniano e garibaldino: dopo Cavour nessun altro uomo della monarchia poteva affrontare il paragone con Mazzini e con Garibaldi.

La politica cavouriana doveva nullameno proseguire non solo come inevitabile illazione della grande opera dello statista, ma come un risultato fatale dell'ambiente nel quale la monarchia si era formata. I dati della sua politica restavano immutati. I successori del conte di Cavour, definiti da Giuseppe Ferrari con fine ironia i generali di Alessandro, avrebbero nella loro altalena ministeriale subìto le oscillazioni di questi dati senza poterli modificare: la varietà dei loro caratteri personali si presterebbe alle antinomie del progresso, che trionfa sovente coll'errore; le loro parziali ed ammirabili facoltà si addestrerebbero nei molteplici particolari delle grandi questioni, creando una scuola politica e spremendo le proprie primizie spirituali senza potersi irrigidire nei propri falli. Così, dopo la potente unità politica di Cavour, che a lungo andare avrebbe colla propria supremazia ritardato il progresso del parlamento, apparvero meglio le correnti della pubblica opinione: i ministeri diventarono crogiuoli, ove gli interessi nazionali neutralizzandosi dovettero fondersi nell'interesse nazionale; la medesima incertezza di criteri concesse più facile il saggio di tutti i problemi: la partecipazione alla vita pubblica fu più intensa dacchè la mediocre autorità dei successori di Cavour mise nella nazione come uno sgomento vigilatore: le insufficienze della monarchia nelle quistioni di Roma e di Venezia servirono a ridonare prestigio all'idea democratica; le impotenze del sistema mazziniano persuasero che la republica non poteva derivare da un uomo per quanto sublime di spirito; le tragedie patriottiche di Garibaldi ridiedero al popolo la coscienza che l'eroismo è la verità suprema della storia.

Il partito cavouriano, intitolandosi dalla moderazione, fu come tutti i partiti impropriamente definito. La sua moderazione nei grandi problemi di Roma e di Venezia non era fatalmente che sommissione alla prepotenza straniera; nelle questioni interne la febbre della unificazione lo rendeva talvolta più che rivoluzionario. L'opera politica della ricostituzione nazionale subì quindi l'influsso di due metodi antagonisti: si cercò con ogni studio di tener lontano il popolo dagli uffici pubblici, e si spinse la rivoluzione nelle leggi. Mentre i governi passati erano stati sempre contro il popolo, il nuovo fu pel popolo ma non del popolo. La violenta unificazione, cassando molti errori, molti ne produsse: la burocrazia invece di essere un organo di tutela e di trasmissione, limitato al minimo di personale e di spese, crebbe smisuratamente per la necessità di assettare gli spostati, di compensare i vincitori, di sedurre gli avversari. Nei salarii specialmente imperversò l'ingiustizia, sebbene tutti rimanessero sproporzionati ed esigui. Si dovette subire una seconda più disastrosa preparazione di guerra; le finanze parvero diventare un problema insolubile; le imposte depauperarono molti campi di produzione, mentre le spese nelle opere pubbliche ne fecondavano altri; i trattati di commercio subirono i contraccolpi dell'inferiorità politica; l'agricoltura, così sproporzionata in Italia da raggiungere in alcune provincie il reddito di duemila lire per ettaro e in altre di cinque, sofferse anche maggiormente per la sproporzione anche più assurda delle aliquote.

Il governo, ridotto ad una clientela, venne sfruttato dalla classe governante; la plutocrazia germogliò vigorosamente dalla politica.

Nullameno il rinnovellamento della nazione procedeva. Era una guerra incessante, minuta, universale, nella quale era impossibile contare i morti e i vincitori: idee e fatti fermentavano e sparivano come in una improvvisazione fantastica, per riprodursi con sempre nuovi aspetti; le attitudini si svegliavano, la esistenza nazionale maturava la vita politica.

I primi ministeri.

Se nella cronologia del regno d'Italia il primo ministero era stato quello di Cavour, l'assorbente preponderanza del grande ministro lo rendeva nullameno troppo simile agli altri del piccolo regno sardo per cominciare da esso la nuova storia parlamentare. Così il primo ministero veramente italiano fu di Bettino Ricasoli, eletto dal re fra i tanti luogotenenti di Cavour. La scelta, eccellente in quanto toglieva al ministero l'eccessivo carattere piemontese, non modificò la situazione parlamentare: il Minghetti, il Bastogi, il Peruzzi, il De Sanctis vi rimasero: il Ricasoli tenne gli esteri, la presidenza e l'interim della guerra, dando la marina al Menabrea. Per una malsana imitazione del conte di Cavour, che nel periodo della preparazione piemontese aveva assunto quasi tutti i portafogli, si cominciò ad attribuirli fuori d'ogni criterio tecnico: Ricasoli, agricoltore e diplomatico, successe al Fanti, il migliore organizzatore militare d'Italia. Più tardi questo difetto giunse a tale che si videro avvocati e generali di cavalleria al ministero della marina, criminalisti ai lavori pubblici, filosofi al commercio.

Nell'impossibilità pel governo di un vero programma politico abbracciante Venezia e Roma, il nuovo ministero non fece che promesse generiche e contraddittorie per l'interno: fortificare l'esercito, instaurare la finanza, unificare leggi e governo, decentrare l'amministrazione. Dal bilancio 1861, nel quale non erano comprese le provincie del mezzogiorno rette ancora da governi luogotenenziali, risultava già un deficit di 344 milioni: il governo propose un debito di 500 milioni al tasso di 75 lire per 5 di rendita, che detratte tutte le spese non diedero poi che 495 milioni di incasso. Quindi s'unificarono i debiti dei singoli stati nel gran Libro del Debito pubblico, malgrado le loro differenze, giacchè quelli del Piemonte essendo maggiori avevano pure la scusa di essere stati contratti per fondare il regno d'Italia, mentre gli altri di Napoli e della Toscana non avevano servito che a pagare le soldatesche straniere. Scartato il disegno delle regioni, il ministero dichiarò di fondare gli ordini interni sulle basi naturali dei comuni e delle provincie, affermando alteramente, a proposito delle voci circolanti intorno ad una possibile cessione della Sardegna alla Francia, di non conoscere «palmo di terra italiana da cedere, bensì un territorio nazionale da ricuperare». Tale nobile dichiarazione dissipò molte paure nella pubblica opinione, ma non potè essere che una frase. Tutto l'orgoglio baronale ed italiano del Ricasoli non bastava a trovare una soluzione pei problemi di Roma e di Venezia. Il suo stesso altero contegno verso la Spagna, ricusantesi alla consegna degli archivi consolari del già regno delle due Sicilie, e dalla quale richiamò minacciando l'ambasciatore; le severe parole onde alla camera e in una nota diplomatica denunciò al mondo civile le orribili trame ordite dal Vaticano per alimentare il brigantaggio scoppiato in alcune provincie napoletane, non facevano che rendere più umiliante la posizione del governo costretto a subirle, mentre Garibaldi agitava il paese per un'impresa immediata su Roma, e il Minghetti con una infelicissima circolare proibiva una protesta contro l'occupazione francese. Un'altra ripresa di trattative col papa a mezzo del padre Passaglia, dal quale per rivincita dello smacco si fece poi combattere con inutile pompa di erudizione il potere temporale promuovendo persino fra il clero un'assurda sottoscrizione per indurre il pontefice alla cessione di Roma, tolse alla politica di Ricasoli la simpatica originalità del suo carattere aristocratico e patriottico.

Mentre la diplomazia francese lo faceva svillaneggiare dalla propria stampa, la corte male lo sopportava per la sua poca arrendevolezza, i moderati lo sospettavano per le sue simpatie garibaldine e i rivoluzionari lo urgevano di critiche magnanime, egli era segretamente il più vivo oppositore di se stesso: in lui le qualità del gentiluomo e la generosità del patriota contrastavano dolorosamente colle remissività inevitabili pel ministro. Abbastanza destro negli affari, rotto alla diplomazia, atto al comando, pronto a grandi cose se l'ora le avesse consentite, egli era fra gli eredi di Cavour il meno idoneo alla politica di quel periodo. La sua posizione parlamentare non poteva consolidarsi. Mancavano tempo e mezzo a misure potenti: non si erano ancora potuti abolire i governi luogotenenziali nel sud, il brigantaggio vi assumeva proporzioni di vera guerra, in Sicilia un moto separatista era scoppiato al grido assurdo di: viva la republica e morte ai liberali, ed era durato tre giorni, malgrado le milizie avessero dovuto inferocire per reprimerlo; la sinistra tempestava per l'accatto pontificio dell'Obolo di San Pietro destinato a combattere l'Italia; la destra inveiva pei Comitati d'azione instituiti da Garibaldi collo scopo di forzare il governo alla guerra. Il ministero, composto di elementi discordi e sprovvisto di vero programma, invece di stringersi intorno al Ricasoli, oscillava scompaginandosi all'urto delle correnti. Il fermento dei rivoluzionari cresceva, le pressioni estere si aggravavano sulla corte. Urbano Rattazzi, natura subdola e temeraria, avido di potere e di azione, combatteva il ministero da Parigi, ove si era recato a corteggiare l'imperatore, di là spaventando il re con una relazione machiavellicamente arguta.

Ricasoli si dimise prima di essere costretto ad arrendersi.

In questo secondo periodo decennale di preparazione italiana, tra i luogotenenti di Cavour, Ricasoli rimase il carattere più nobile, e il suo esperimento fu il più generoso: dopo di lui Urbano Rattazzi, che da Cavour aveva ereditata l'arditezza delle combinazioni equivoche, si arrischiò tristamente a Sarnico, ad Aspromonte e a Mentana opponendo la monarchia alla rivoluzione, mentre Cavour con quella era sempre riuscito a signoreggiare questa; ma i problemi di Venezia e di Roma rimasero insoluti. Marco Minghetti, salito alla presidenza a cagione della follìa di Luigi Carlo Farini, ritentò la questione romana per concludere colla Convenzione di settembre al trasporto della capitale a Firenze, abdicando a Roma e decapitando la nazione; Alfonso Lamarmora, alleato colla Prussia, condusse il primo esercito italiano alla sconfitta, ed umiliò nuovamente l'Italia a Napoleone, ricevendo dalle sue mani Venezia. Giovanni Lanza, solo fortunato tra tutti, alla caduta del secondo impero napoleonico, potè entrare vittorioso a Roma per la breccia di Porta Pia. La tradizione di Cavour fu il principio direttivo di tutti i ministeri, ma la sua prodigiosa abilità non si rinnovò in nessuno de' suoi successori. Solamente Quintino Sella, geologo improvvisatosi finanziere, parve rinnovare coll'arditezza di alcune imposte e la tenacia del volere il suo mirabile empirismo, mentre economisti illustri come lo Scialoia, il Ferrara e il Minghetti si mostrarono nel ministero poco più che mediocri; nella diplomazia ebbe vanto di destrezza Emilio Visconti-Venosta, ma alle sue combinazioni mancò la grandezza dell'idea e la fortuna del risultato. Il Menabrea, sempre reazionario come nei primi giorni del parlamento subalpino, rinnovò all'indomani di Mentana l'inutile prova di un bigottismo politico senza nobiltà di sentimento religioso e senza elevatezza di sentimento monarchico; Agostino Depretis conservò di Cavour la destrezza parlamentare e la pratica di tutti i portafogli; però come tutti i solamente abili fu piccolo. Nessuno di essi si mostrò personalmente disonesto, malgrado la inevitabile corruttela di un governo costretto a vivere d'espedienti.

Empirismo legislativo.

Il crescendo della rivoluzione legislativa s'impose a tutti i metodi e a tutti i sistemi, giacchè per conservare si dovette innovare continuamente. Le affermazioni di principii furono torbide. La gratuità, la laicità e l'obbligatorietà trionfarono nelle scuole elementari, senza che al problema della istruzione nazionale si cercasse una vera soluzione. Il governo, anzichè assumere le scuole elementari per impiantarle ovunque e secondo il bisogno, le affidò all'ignoranza, all'avarizia e alla miseria dei comuni; le scuole tecniche rimasero mal definite e peggio organizzate, le classiche si mantennero confuse, troppe e male distribuite; fra queste e quelle non vi ebbero le distinzioni di metodo e d'indirizzo reclamate da tutti i grandi spiriti. Per un postumo rispetto al federalismo si conservarono tutte le università, lasciandone la maggior parte senza materiali scientifici, senza professori e senza scolari.

Nella soppressione degli ordini religiosi e nell'incameramento dei loro beni si rispettarono gli ordini insegnanti, sebbene dovessero essere aboliti primi per sottrarre il paese all'influenza dell'insegnamento clericale; ma il sentimento conservatore della monarchia e la bigotteria borghese li vollero invece soli superstiti. Non si osò spingere l'incameramento ai beni parrocchiali che avrebbe reso più docile il clero costringendolo lentamente a tornare all'antico costume cristiano di vivere colle sole elemosine dei fedeli: nella vendita dei beni incamerati non si ebbe alcun criterio politico per sollevare la miseria delle popolazioni agricole.

Nelle opere pie si lasciò l'amministrazione in mano alla borghesia con intervento del clero, rispettando, per una infelice superstizione del diritto di proprietà, gli antichi testamenti incompatibili colla vita moderna: così dall'immenso patrimonio della carità publica la miseria publica non ebbe quasi sollievo; la burocrazia ne assorbì in media il 75 per cento delle rendite, spese con spirito di clientela in disaccordo colla filantropia e colla scienza. Nelle ferrovie, massimo fra i benefizi della rivoluzione, in pochi anni cresciute a quattordici mila chilometri, pur tentando la magnifica audacia d'iniziare con esse in molte provincie il sistema stradale invece di compirlo, si dovette sottostare a deviazioni politico-federali: quindi la loro costruzione fu simultanea con raddoppiamento di spese e di tempo, di difetti e di disastri per ignoranza d'ingegneri e rapacità di appaltatori. Scandali obbrobriosi ne nacquero sino in parlamento, dal quale alcuni deputati ebbero a dimettersi convinti di truffa.

Fra i balzelli il più originale e il più giusto fu quello della ricchezza mobile; ma, ripartito per contingenti anzichè per quotità, produsse nelle applicazioni le maggiori ingiustizie: fra i peggiori quello del macinato aggravò la miseria dei più miseri, ma salvò le finanze dal fallimento. Della perequazione fondiaria, presto promessa, non si ardì organizzare gli studi, giacchè le provincie meridionali, fortunate della mancanza o della insufficienza dei catasti, ricalcitrarono. Nella rovina della crisi finanziaria il governo si sgravò di molti oneri, addossandoli ai comuni già fortemente gravati e in preda essi medesimi alla febbre dei debiti e delle opere pubbliche. Il consolidato nazionale, colpito dal discredito, discese sino al saggio del 39 per cento; il corso forzoso della moneta cartacea, inevitabile in tanto stremo della moneta metallica, passò attraverso la più incredibile sregolatezza di metodo, dall'anarchia delle banche al monopolio quasi assoluto della Banca Nazionale. Nell'esercito, sino alla guerra infelice del 1866, s'imitò pedissequamente l'organizzazione francese, dopo si copiò quella prussiana; nella marina sino al disastro di Lissa non si ebbero idee di sorta; poi, con splendida spontaneità di genio, si mutò tutto radicalmente, improvvisando le più forti navi che il mondo vanti tuttora. Migliori furono i nuovi codici derivanti per la massima parte da quelli del primo Napoleone, ma la loro applicazione incontrò ancora resistenze federali: la Toscana serbò il proprio codice penale non perchè migliore, ma perchè toscano; si temette di abolire la pena di morte e di ammodernare la penalità, così che mentre il codice civile rivoluzionava la società moderna, quello penale esprimeva tuttavia una società passata. L'ordinamento giudiziario, sminuzzato alle base in un numero immenso ed assurdo di preture, rimase scisso al vertice in quattro o cinque supreme Corti di cassazione, che perpetuarono nell'unità della giurisprudenza le rivalità federali delle antiche provincie: la magistratura troppo numerosa, male distribuita in circoli arbitrari, peggio pagata, quasi sempre sottomessa alla preponderanza del governo, se per opera di alcuni illustri mantenne la gloria della tradizione italiana, funzionò poco più che mediocremente come servigio pubblico.

Potente motivo di unità e di progresso commerciale divenne invece la unificazione dei pesi, delle misure e delle monete sul sistema metrico decimale, imposto con pronta e sicura energia dal governo alla disparità ricalcitrante delle abitudini storiche e regionali.

Comuni e provincie, mortificati sotto le prefetture, perdettero quasi ogni autonomia: il sindaco fu di nomina regia, necessario alle convocazioni consigliari il permesso governativo, ogni atto controllato, fissata la materia e il limite delle imposte, contesa ogni iniziativa, imposto qualunque onere al governo piacesse.

Ma attraverso tanto tumulto legislativo e siffatto disastro di improvvisazione politica, fra le umiliazioni della politica estera e le pressure della politica interna, l'Italia diede all'Europa il superbo spettacolo di un progresso, del quale nemmeno i suoi antichi ammiratori l'avrebbero supposta capace. Il governo costituzionale, malgrado crisi d'ogni maniera, funzionò regolarmente; la ricchezza pubblica crebbe col deficit delle finanze dello stato; agricoltura, industria, commercio risorsero; le città si abbellirono; la cultura si rialzò, quantunque il numero dei grandi intelletti scemasse. La coscienza politica si schiarì nei cittadini esercenti l'elettorato, e si preparò negli altri a riceverlo. Nè il brigantaggio del mezzogiorno, nè la tragedia di Aspromonte, nè la sconfitta di Custoza, nè l'ecatombe di Mentana, impedirono alla nazione di prendere il proprio posto nel consesso delle grandi potenze europee. La dinastia non distrusse con troppo gravi peccati il prestigio datole dalla conquista regia: la democrazia dalle congiure di Mazzini e dai campi di Garibaldi passò nel parlamento e nella stampa.

A Roma solamente, dopo la preparazione piemontese di Cavour e la preparazione nazionale de' suoi luogotenenti, doveva cominciare la moderna vita italiana.