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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 39: Capitolo Quinto. La tragedia di Aspromonte
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Quinto.
La tragedia di Aspromonte

L'avventura di Sarnico.

Il trionfo della monarchia, prostrando la parte rivoluzionaria, l'aveva divisa.

A Mazzini non era rimasto intorno che un manipolo di republicani magnanimi ed impotenti: Garibaldi, licenziate le bande rosse, dirigeva loro ogni tanto la parola per accennare a nuove imprese. Quegli, convinto dell'impossibilità politica di snidare Napoleone da Roma, avrebbe voluto trascinare la monarchia ad un'ultima guerra contro l'Austria minacciata a tutte le frontiere orientali da moti slavi e minata all'interno dall'odio ungherese; questi pensava essere per l'Italia più urgente la conquista di Roma. Così anche questa volta l'istinto di Garibaldi era più sicuro del genio di Mazzini. Ad una guerra contro l'Austria nè paese, nè governo erano preparati: quindi una vittoria di questa avrebbe potuto rimettere in questione la conquistata unità, che l'Europa diplomatica non aveva ancora riconosciuto officialmente; una vittoria per quanto improbabile della monarchia avrebbe invece compita la distruzione del già sconfitto partito republicano. All'impresa di Roma la politica sempre incerta di Napoleone e il favore manifesto dell'Inghilterra potevano aiutare; nè l'Europa cattolica avrebbe probabilmente difeso il papa, nè la Francia democratica permesso a Napoleone una seconda spedizione di Oudinot. A ogni modo se l'impresa falliva secondo le maggiori probabilità, l'Italia vi guadagnerebbe in faccia all'Europa di avere affermato eroicamente il proprio diritto nazionale, e la monarchia vi perderebbe, opponendovisi, la propria legittimità rivoluzionaria.

All'eroe e all'apostolo della rivoluzione contrastava allora potente in Cavour lo statista.

Quindi alla morte di questi i rivoluzionari sentirono più forte il dovere d'una iniziativa. Il Ricasoli per orgoglio di patriottismo pareva favorevole a nuove agitazioni; lord Russell a nome dell'Inghilterra bersagliava di note diplomatiche il gabinetto francese perchè ritirasse da Roma ogni presidio, e il vigore delle sue rimostranze rendeva col paragone più supina la remissività italiana. Mazzini al solito mandava in giro una protesta del popolo contro l'occupazione francese in Roma, e un'altra in forma di lettera ne indirizzava allo stesso Napoleone, arcadicamente nobili entrambe ed inefficaci. Poscia, scendendo a più precisi propositi ma sempre col vecchio metodo delle congiure, per iniziare l'impresa veneta chiedeva indarno al popolo un piccolo prestito di 300,000 lire; un altro suo tentativo per fondere in un'associazione generale emancipatrice tutte le forze della democrazia abortì a cagione di parecchie differenze di vedute fra lui e Garibaldi; non maggiore risultato ebbero i comitati di provvedimento, imitati su quelli del Bertani. Si tentò pure un'istituzione di tiro a segno per eccitare il sentimento marziale delle masse, che non vi scorsero se non una teatralità resa occasionalmente simpatica dalla presenza di Garibaldi.

L'agitazione rivoluzionaria si svolgeva tristamente sopra se stessa. Nè Mazzini nè Garibaldi potevano credere seriamente alla possibilità d'una guerra all'Austria senza il soccorso della monarchia; nè questa, ancora incerta della propria posizione in Europa, lasciarsi in così pericolosa contingenza sopraffare dai rivoluzionari. Infatti un'altra guerra, anzichè riprodurre il momento epico nell'impresa garibaldina nel sud, ora che il regno d'Italia era costituito, avrebbe dovuto esprimere la potenza del nuovo stato: la monarchia vi sarebbe quindi assolutamente sovrana per la scelta del momento e dei mezzi. Re Vittorio Emanuele, che con incerta imitazione della politica napoleonica ordiva trame segrete coi rivoluzionari d'Ungheria, era egli stesso troppo poco padrone per forzare la politica remissiva dei propri ministeri: nè potendolo lo avrebbe forse osato. Il doppio problema di Venezia e di Roma non lasciava allora scorgere soluzioni di sorta. Ad una guerra di governo era assurdo pensare coll'esercito scompaginato dalle fusioni di tutte le milizie granducali e borboniche; in una guerra popolare, dopo lo scarso numero di volontari offerto dal paese nella rivoluzione, nemmeno la fantasia di Mazzini e l'eroismo di Garibaldi potevano davvero sperare. D'altronde la monarchia vi si sarebbe opposta.

Nullameno nuove congiure solcavano le provincie venete. Al solito si dipingeva l'Austria presso a sprofondare, si esageravano ingenuamente gli antagonismi antichi nel suo impero, si calcolava sopra una rivolta imminente degli ungheresi per concludere che pochi drappelli insorgenti nel Cadore, mentre il governo austriaco vegliava attento nelle armi, basterebbero a provocare colla guerra la vittoria. Intanto il partito rivoluzionario restava scisso all'interno: i suoi capi republicani bersagliavano d'invettive la monarchia; gli altri, divenuti parlamentari, avrebbero voluto invece concordare prima ogni mossa col governo. La rivalità di Garibaldi con Mazzini, abilmente avvelenata dalle insinuazioni del governo finiva di guastare gli ultimi accordi per l'azione. Già si buccinava che Garibaldi malcontento dell'Italia andasse in Grecia o tornasse in America a combattere per altre libertà: lo sfacelo del partito rivoluzionario degenerava in corruzione. La maggioranza della nazione, pochissimo disposta a sacrifici di nuova guerra, non vedeva più che una setta nei mazziniani ed un avventuriero in Garibaldi: tutti sentivano che Venezia e Roma non si potevano conquistare come Palermo e Napoli.

Intanto il ritorno di Urbano Rattazzi al potere parve rianimare molte speranze. Si sapeva che lo stesso imperatore Napoleone lo aveva imposto al governo di Torino, quindi se ne traevano argomenti per fantasticare di prossime complicazioni politiche. Alcune frasi di Rattazzi a Parigi sulla fratellanza dalle razze latine e sulla missione dell'impero bonapartista in Europa, altri suoi precedenti nella Camera di lusinga ai partiti d'opposizione, l'indole del suo ingegno altrettanto facile ai brogli che ai rischi, promettevano nel nuovo anno (1862) importanti avvenimenti. In Grecia, in Rumenia, nel Montenegro, in Dalmazia, in Albania era già scoppiata la lotta: l'imperatore d'Austria aveva licenziata la Dieta d'Ungheria respingendone le deliberazioni ed applicando al paese la legge marziale: si prevedeva d'ora in ora la rivolta dei Magiari.

Già l'assemblea delle associazioni unitarie riunite a Genova arieggiava i clubs della grande Rivoluzione francese, mirando a creare un governo nel governo: la sua proposta di affidare a Garibaldi la repressione del brigantaggio con una ricostituzione dell'esercito garibaldino era stato un primo agguato pel ministero Ricasoli; il nuovo ministero subì il fascino dell'avventura rivoluzionaria.

Rattazzi, fiducioso nella propria conoscenza della politica napoleonica, sperò di poterla forzare come era riuscito felicemente al Cavour: le pericolanti condizioni dell'Austria lo sedussero, la debolezza del partito rivoluzionario lo lusingò. Il suo piano era semplice e temerario: chiudere la sessione parlamentare; mortificare apparentemente la rivoluzione col mantenere Mazzini in esilio e col processare alcuni capi dell'associazione unitaria; maneggiare destramente Garibaldi, perchè infiammasse il paese e tentasse un moto nel Trentino come all'insaputa del governo; sedurre la Prussia colla speranza del primato germanico; prendere l'Austria fra due fuochi, e strapparle forse senza guerra, con un semplice trattato, la Venezia.

Di questo disegno ordito fra Garibaldi, Rattazzi e il re non si è ancora potuto risapere i termini, nè forse si sapranno. A ogni modo Rattazzi ingannava, e Garibaldi fu ingannato. Fu affermato che il ministero promettesse a Garibaldi un milione per l'impresa; certo gli si permise di allestirla, assicurando contemporaneamente, con una circolare a tutte le regie legazioni, le potenze sulle intenzioni pacifiche del governo. Intanto Garibaldi infiammava gli animi scorrendo per le città di Lombardia, mentre l'imperatore d'Austria visitava le provincie venete, e Vittorio Emanuele viaggiava nel mezzogiorno.

L'avventura guerresca procedeva alacremente, malgrado frequenti dissidii fra gli iniziatori garibaldini e i mazziniani: alcuni fra i migliori ufficiali delle sciolte legioni volontarie raccoglievano munizioni ed armati sulla frontiera del Trentino; Garibaldi da Trescorre, ove era sembrato condursi per curarsi le vecchie ferite, stava pronto ad assumere il comando; il giorno 15 maggio (1862) veniva stabilito per l'entrata in campagna. Quando improvvisamente, per ordine del governo, il 15 maggio viene arrestato a Palazzolo il colonnello Nullo con altri capi. A Trescorre e a Sarnico s'imprigionano i volontari, si dichiara officialmente Garibaldi estraneo all'impresa insensata: questi, tradito, smentisce il governo, e con una delle solite esorbitanze dittatoriali decreta che i volontari sono incolpevoli avendo agito sotto i suoi ordini: nei più fervidi fra i paesi lombardi il popolo si sdegna; a Brescia si tumultua per forzare la prigione del colonnello Nullo, ma le guardie tirano sulla popolazione inerme assassinando. Garibaldi, per protestare contro la strage fratricida, svillaneggia l'esercito; quindi visita Como, Lecco, Varese, luoghi memorandi delle sue prime vittorie, minaccia nuovi scandali in parlamento, finchè rabbonito dal re riparte per Genova.

A questo infelice conato di guerra contro l'Austria scoppiano in parlamento le battaglie dei partiti: il ministero, scosso dalle disapprovazioni di tutti i liberali, allenta i freni della sùbita reazione e rilascia senza processo i prigionieri, ma nè governo, nè opposizione osano rivelare tutta la verità. Garibaldi, vittima dei propri accordi col re, è costretto a mentire in una lettera al presidente della Camera, dichiarando che l'assembramento di volontari non aveva per scopo una spedizione nel Tirolo, bensì una serie di esercizi militari in attesa di nuovi eventi; Giuseppe Sirtori definisce severamente il ministero una sventura nazionale, ma la Camera sopra un ordine del giorno presentato dal Minghetti lo assolve.

L'Austria aveva trionfato un'altra volta dell'Italia patteggiando col partito moderato ungherese capitanato dal Deak, lusingato con una conciliazione i Magiari, proclamandosi solidale colla Prussia nelle cose germaniche e sventando così i disegni di Napoleone III sulle Provincie renane, col limitare la rivolta nei Principati danubiani. Il ministro Rattazzi usciva malconcio dalla prova. D'altronde vero disegno di guerra non v'era stato nè pel governo, nè pei rivoluzionari: si era sperato in uno smarrimento dell'Austria, quindi si dovette indietreggiare nella reazione di un tradimento verso i più ingenui fra gli accorsi garibaldini, per calmare i sospetti delle cancellerie auliche.

Seconda spedizione garibaldina.

Questo triste esperimento, che prese nome da Sarnico, svelò all'Europa le umilianti condizioni della politica interna italiana: sessantamila soldati regolari non erano ancora riusciti a domare la reazione brigantesca, mentre gli arrestati per la spedizione del Tirolo non oltrepassavano i sessanta, e a seicento non era giunto tutto l'assembramento. La nazione stava quasi indifferentemente fra governo e rivoluzionarii; la stampa europea sogghignava; in Vaticano vescovi e prelati di tutto l'orbe, raccolti nel pretesto di canonizzare alcuni martiri del Giappone del secolo XVI, firmavano una nuova protesta in favore del potere temporale. Napoleone III, sempre colla stessa politica equivoca, per riavvicinare la chiesa all'Italia, giungeva sino a proporre a Pio IX una nostra rinuncia a Roma (30 maggio 1862). A quest'ingiuria il parlamento rispose umilmente col riconfermare il 18 giugno l'ordine del giorno Buoncompagni che dichiarava Roma capitale d'Italia subordinandone l'acquisto al beneplacito della Francia.

Ma nelle file del partito d'azione cresceva il fervore: le inevitabili bassezze del governo esasperavano l'eroica generosità, che aveva prodotto i miracoli dell'epopea garibaldina. Se la monarchia, impotente a lottare contro l'Austria e la Francia, espiava colle presenti umiliazioni il proprio peccato d'origine, la rivoluzione sentiva di dovere daccapo soccorrere alla sua impotenza con un'alta affermazione del diritto nazionale. Una vera guerra era impossibile; ad un'impresa come quella di Napoli mancavano il momento ed il modo; non restava quindi che un'avventura tragica. Nè disegno politico, nè preparazione militare vi occorrevano; l'obbiettivo doveva essere Roma, giacchè là batteva il cuore della nazione e stava il principio della nuova vita nazionale.

Così, mentre il ministero appena rimesso dal fortunale di Sarnico, sembrava intento a riparare le più grosse avarie amministrative e finanziarie, Garibaldi capitava improvvisamente a Palermo: la notizia sbalordiva tutta Italia, si temevano o si speravano altre complicazioni politiche. Lord Palmerston in un memorabile discorso alla Camera dei Comuni aveva già segnalato in quei giorni all'Europa lo scandalo in Roma del principio, predicato e disconosciuto ad un tempo dal Bonaparte, del non intervento, e Garibaldi gli aveva risposto nobilmente a nome dell'Italia; nel parlamento italiano il generale Durando dava esca all'aspettazione proferendo officialmente queste gravi parole: «Oso promettere che fra non molto saremo a Roma». Si buccinava di un'alleanza franco-russa, poichè si era allora ricevuto per gli uffizi di Napoleone il riconoscimento della nuova monarchia da parte dello czar, pagandolo però con un principio di persecuzioni agli esuli polacchi rifugiati nel regno.

A Palermo si era mandato Giorgio Pallavicino; Garibaldi vi arrivava con intenzioni di guerra. Per quanto è oggi permesso di arguire si trattava di un nuovo imbroglio rattazziano: lo scaltro ministro per disfarsi del pericoloso generale gli aveva fatto promettere dal re aiuti per una spedizione in Grecia; Garibaldi aveva chiesto trentamila lire per mandare colà alcuni ufficiali, diecimila fucili, diecimila paia di scarpe, diecimila camicie rosse e una fregata. Così il governo si sarebbe liberato del partito rivoluzionario, mentre Garibaldi, sfiduciato dell'Italia, si disponeva a combattere per la libertà del più glorioso fra tutti i popoli.

Ad una spedizione su Roma egli allora non pensava e non poteva pensare dalla Sicilia, ove il governo avrebbe potuto bloccarlo con ogni comodo.

Ma toccato Palermo, l'entusiasmo avvampa sotto i suoi passi, le memorie della prima impresa rifiammeggiano, i figli del re allora in visita per l'isola s'inchinano al dittatore; nella squadra dell'ammiraglio Albini fra marinai si parla liberamente di arruolarsi coi nuovi volontari per la Grecia; Garibaldi passa in rivista (10 luglio 1862) la guardia nazionale, e, trascinato dall'impeto del proprio patriottismo e dai propositi del 1860, quando vincitore a Palermo si preparava alla liberazione di tutta Italia, ricorda con parole di fuoco, al popolo dell'antico vespro, Roma. Il suo grido è sempre: Italia e Vittorio Emanuele. Pochi giorni dopo, accolto con ovazioni deliranti a Marsala, riparla ancora di Roma al popolo: una voce gli risponde — o Roma o morte — ; e il motto si muta in programma. L'effervescenza degli animi cresce a contagio. Nel tempio della Vergine della Cava il garibaldino frate Pantaleo celebra una messa invitando generale e popolo a ripetere sull'altare il giuramento: o Roma o morte. Così, da popolo cattolico, in tempio cattolico, con rito cattolico, per una bizzarra antitesi della storia, si giurava la distruzione del cattolicismo romano; ed anche questo era indizio di quanto fosse torbida nella coscienza popolare l'idea della rivoluzione.

Intanto a Palermo si ordina la legione romana con tanta publicità che i carabinieri accompagnano al bosco della Ficuzza i marinai della squadra in uniforme, perchè cangino il camiciotto azzurro nel rosso: a bordo delle navi i mancanti alla chiamata serale non si reputano disertori.

Trentamila fucili sono mandati e sbarcati senza mistero dal governo; nel continente molti vecchi e nuovi garibaldini disertano dai reggimenti per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Tutti credono il ministro d'accordo col generale.

Ma l'equivoco di Sarnico ricomincia; Rattazzi vorrebbe un'agitazione abbastanza seria da persuadere i governi d'Europa a cedere Roma all'Italia per cansare i pericoli di nuove rivoluzioni, se non che, aiutandola sottomano, arrischia e teme di essere trascinato troppo oltre. I suoi ordini sono quindi equivoci e contradditorii peggio del disegno di una guerra in Grecia, col quale aveva cercato di sviare Garibaldi: la Sicilia, galvanizzata momentaneamente dalla presenza del proprio liberatore, s'infervora nell'idea di Roma, quantunque male comprendendola. Non vi è preparazione di guerra ma tumulto teatrale: da Genova la commissione esecutiva dell'associazione unitaria riprepara aiuti ed organizza a Roma un comitato contro quello dell'associazione lafariniana sempre ligia al governo ed ostile all'iniziativa rivoluzionaria, manda a Garibaldi un piroscafo rimorchiatore con bandiera inglese, e raccozza volontari; Mazzini avverso all'impresa ne rimane sorpreso, e poco giova; i deputati Fabrizi, Mordini e Cadolini spediti a Garibaldi per dissuaderlo finiscono col convertirsi all'avventura. Garibaldi, trascinato dall'istinto tragico della situazione, dimentica improvvisamente il vecchio senno militare e politico di tutte le sue imprese: l'idea di Roma lo affascina, la coscienza di essere nesso fra la nazione e il re per compiere i destini d'Italia lo assolve anticipatamente di ogni illegalità e di ogni errore. La sua fede in Vittorio Emanuele giunge all'assurdo. Così, quando questi emana da Torino (3 aprile) un proclama di disapprovazione e di minaccia, Garibaldi, memore della lettera colla quale due anni prima gli aveva proibito di passare il continente alla conquista di Napoli, lo crede una lustra, e lo legge alla propria legione. Il ritiro di Giorgio Pallavicino dalla prefettura di Palermo lo lascia indifferente, la disapprovazione del parlamento non lo turba.

Allora comincia la tragica avventura. Il governo, impacciato nei propri equivoci, non sa nè impedirla, nè permetterla: concede al generale Lamarmora, che li domanda da Napoli, i pieni poteri, manda proconsole a Palermo il generale Efisio Cugia, richiama dalle terme di Valdieri il generale Cialdini per affidare al suo odio invidioso la repressione della nuova impresa garibaldina. Il partito moderato reso feroce dalla paura di complicazioni colla Francia, avventa vituperii contro il partito d'azione, ed accusa Garibaldi di voler rovesciare la monarchia.

Questi invece, evitando accuratamente ogni conflitto coi regii, che nullameno avrebbero potuto accerchiarlo, traversa incolume tutta l'isola dal bosco della Ficuzza a Catania; il suo esercito è una turba di giovinetti, d'entusiasti, di discepoli, fra i quali i pochi veterani del '59 e del '60 appaiono dispersi. A Messina un comitato apre pubbliche sottoscrizioni ed arruolamenti; l'idea degli accordi col re occupa da per tutto la mente popolare; il contegno dell'esercito regio ribadisce questa opinione. Il prefetto di Messina chiede per favore notizie del campo garibaldino al comitato di provvedimento; quello di Catania dopo un colloquio col generale lascia la città per trasportarsi sulla nave Duca di Genova; Garibaldi deve improvvisare nella città un governo provvisorio con a capo Giovanni Nicotera.

Fabrizi e Mordini, recatisi al campo del generale regio Mella per parlamentare, si sentono rispondere che non vi sono ordini per combattere Garibaldi; anzi il generale offre di rimandare gli spedati in camiciotto rosso fatti prigionieri dalle proprie avanguardie, pregando come ricambio di cortesia che gli sia permesso di provvedersi di viveri a Catania. Poi l'esercito regio accenna a levare le tende da Misterbianco, e Garibaldi asserragliandosi nella città ripete al popolo i due gridi — Italia e Vittorio Emanuele — Roma o morte — .

L'equivoco diventa così torbido che nessuno può trovarne l'uscita.

La fregata inglese Amphion lo raddoppia, ormeggiandosi fra la città e la fregata italiana Maria Adelaide, quasi per proteggere Garibaldi; il 24 agosto questi, emanato un proclama nel quale annuncia di marciare su Roma e riconferma la propria fede alla monarchia, cattura nella rada il Generale Abbatucci francese e il Dispaccio italiano, due vapori postali, sotto gli occhi della nave ammiraglia Maria Adelaide, che invece esce dal porto lasciando alle fregate Duca di Genova e Vittorio Emanuele l'istruzione sibillina «di operare a norma dei casi, ricordando il bene inseparabile della patria e del re».

A mezzanotte Garibaldi salpa dal porto coi due vapori e tremila uomini salutato da un'immensa ovazione di popolo: le fregate lo lasciano passare, ma i due capitani cadono così sotto consiglio di guerra. Garibaldi presa terra presso la spiaggia di Melito si è difilato su Reggio; se non che, bersagliato mollemente dalla Maria Adelaide ripara sul pianoro d'Aspromonte. I suoi ordini agli uffiziali sino dalla partenza da Palermo sono «evitare l'esercito e, in caso d'incontro, non combattere»; di rimpatto Cialdini gli manda contro il colonnello marchese Pallavicini di Priola come a brigante con ordine «di schiacciarlo e di non concedergli resa che a discrezione». A mezzogiorno del 29 i bersaglieri cingono in catena i pendii dell'Aspromonte, aprendo sui garibaldini un vivo fuoco di moschetteria: qualcuno di questi risponde a fucilate, ma Garibaldi ordina la cessazione del fuoco; allora i bersaglieri tristamente aizzati si slanciano alla carica, mentre Garibaldi, ferito da due palle alla coscia sinistra e al malleolo del piede destro, cade urlando sempre: «Viva l'Italia, non fate fuoco!».

I morti di ambe le parti sono dodici, i feriti cinquanta.

La tragedia è compita: Aspromonte, mutato in calvario della rivoluzione italiana, resterà la cima più alta della storia moderna.

Il marchese Pallavicini in tanta sventura, ultimo gentiluomo di un esercito che tirando primo su Garibaldi macchiava il proprio onore, fu ammirabile di rispetto e di devozione al ferito. La legione venne disarmata e scortata: Garibaldi imbarcato sopra una lancia del Duca di Genova, passando al traverso della Stella d'Italia, ove superbo della misera vittoria s'impettiva il Cialdini, salutò con epica cortesia; l'altro non rispose al saluto. L'Italia monarchica si rivelava intera nel contegno di Cialdini. Infatti questi annunziò la propria vittoria così: «Garibaldi, raggiunto in Aspromonte in formidabile posizione, attaccato dalle truppe italiane comandate dal colonnello Pallavicini, dopo vivo combattimento, pienamente sconfitto, ferito, prigioniero con tutti i suoi.» La stampa moderata vantò il trionfo. Al Varignano, lazzaretto e galera a mezza costiera di ponente nel golfo della Spezia, ove Garibaldi fu trasportato, mancava ogni decenza ed ogni comodo di alloggio per il ferito, mentre vi si largheggiava di conforti ai cospiratori borbonici. Intanto una reazione senza nome insaniva contro i garibaldini; a Catania s'arrestavano i membri del comitato, patrioti, giornalisti, si disarmava la popolazione, si perseguitavano ferocemente i volontari fuggitivi. Lamarmora, imprigionati a Napoli Fabrizi, Mordini e Calvino, telegrafava a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati; li fucilo?» E il ministro più scaltro rispondeva: «li metta in libertà e si scusi». Il generale Pinelli in un caffè di Messina brindò alla palla di Aspromonte; a Fantina un maggiore De Villata, truce brigante, sorpresi alcuni volontari fuggitivi, li fucilava dileggiando; il ministero, pazzo di orgoglio fratricida, promuoveva sul campo il Pallavicini a generale; in parlamento e nei circoli politici si disputava seriamente sul come processare Garibaldi, e si pendeva incerti fra il senato costituito in alta corte di giustizia e il magistrato ordinario. Prevaleva già il secondo partito; la corte di cassazione di Napoli dietro invito del governo aveva richiesto quella di Milano per la designazione della corte d'assise giudicante.

L'Italia taceva. Solo Giosuè Carducci, il suo giovane e maggior poeta, avventò un'ode che stridè come una saetta per la morta atmosfera di quei giorni, ma il silenzio del popolo tradì il segreto della rivoluzione. Le proteste del partito rivoluzionario, le veementi invettive di Mazzini, gli sdegni di Cattaneo, le minacce di Nicotera chiedente alla Camera di mettere il ministero in istato d'accusa, non sembravano e non erano che rimpianti e rimbrotti di vinti: il popolo taceva. Il popolo, al quale Garibaldi aveva dato l'unità, non ebbe allora una rivolta nè di amore nè di onore. II governo potè moltiplicare pazzamente errori e provocazioni, ma il popolo indifferente per Venezia, dimentico di Roma, inconsapevole della rivoluzione dalla quale era uscito, vedeva nella monarchia il miglior riparo alla propria fortuna, e le abbandonava Garibaldi come un volgare disertore.

La monarchia italiana e il papato.

Con questo popolo e per questo popolo Mazzini sognava ancora una republica italiana per strappare alla Francia l'iniziativa storica, ed aprire un'altra epoca di civiltà in Europa! I Borboni avevano trovato migliaia di briganti per una reazione antinazionale ed inumana; Garibaldi ferito e prigioniero non provocò in nessuna città d'Italia il più piccolo moto di ribellione. Le sue bande rosse soccombettero all'ignavia nazionale. Se la monarchia fosse stata veramente un principio nella rivoluzione italiana, non si sarebbe trovata costretta a fucilare Garibaldi sulla via di Roma proclamata capitale da un voto ripetuto del parlamento; ma se l'Italia non comprendeva allora il sublime significato di Garibaldi moschettato per ordine di Vittorio Emanuele, mentre si accingeva ad aprirgli l'eterna capitale del mondo e ad incoronarlo in Campidoglio respingendo con ultimo sforzo tutto il medio evo cattolico dalla storia moderna, le venienti generazioni cresciute a migliore democrazia forse non potrebbero mai più riconciliare nella propria coscienza la monarchia piemontese coll'idea italiana, la sovranità nazionale col diritto regio.

Intanto l'Europa si esaltava d'amore per l'eroe ferito, cui il ministero lesinava così ignominiosamente ogni conforto di cura che un impiegato dell'arsenale dovette faticare più giorni per fornirgli un letto di ricambio, e il dottore Riboli ebbe ad elemosinare per lui la biancheria da una signora della Spezia. Quindi lord Palmerston mandò al ferito un letto dall'Inghilterra, affrancato come una lettera perchè viaggiasse colla massima rapidità, e per non umiliare il governo italiano volle serbarsi incognito donatore; Partridge, primo chirurgo di Londra, fu pagato con mille sterline dai propri clienti perchè venisse a visitare il ferito; la Russia spedì il chirurgo Plougoff, Drouyn de Lhuys inviò Nélaton; un mondiale plebiscito di carità vendicò Garibaldi dell'ingratitudine italiana.

Allora il governo comprese il pericolo di processarlo: il sentimento popolare si sarebbe probabilmente appassionato alla teatralità di così grande dibattito, mentre l'eroe, chiuso fino allora nel più magnanimo silenzio, avrebbe forse dovuto rivelare fra le morse di un interrogatorio qualcuno dei molti imbrogli della politica regia, scoprendo al disprezzo del paese la figura del re. Peggio ancora tutte le giurìe del regno lo avrebbero certamente assolto di un delitto, del quale nessuna abilità di magistrato avrebbe potuto definire la natura. Fortunatamente le nozze della figlia secondogenita del re con don Luigi di Portogallo offersero l'occasione di una amnistia; questa fu conceduta il 5 ottobre a tutti i colpevoli di Aspromonte, meno i disertori che condannati a morte ebbero commutata la pena in una prigionia prima a vita, poscia a tre anni.

Il ministero, infatuato della propria vittoria su Garibaldi, credette potersene giovare dopo siffatta reazione per chiedere la restituzione di Roma all'Italia, come se le popolazioni avessero secondato il governo nella repressione del tentativo garibaldino solo per la fede che il governo del re sapesse meglio risolvere tanto problema. Ma a tale querula questua, vantata dalla stampa moderata di allora quale una protesta ammirabile di orgoglio italiano, Napoleone rispose al solito con un opuscolo del Laguerronière, L'Europa e il Papato, ribadendo la vecchia utopia, Roma essere indispensabile all'esercizio del potere spirituale, e riproponendo un congresso europeo per dividere l'Italia in tre stati. Il ministero tentò replicare: allora Napoleone chiamò al Ministero il Drouyn de Lhuys, e mandò ambasciatori al Vaticano il La Tour d'Auvergne, entrambi nemici d'Italia.

Così, in poco più di un anno dalla morte di Cavour, il partito rivoluzionario aveva tentato indarno i due massimi problemi di Venezia e di Roma contro la monarchia. A Sarnico il minuscolo moto aveva abortito siffattamente che nel ridicolo della sua insufficienza militare svanivano le brutture della reazione monarchica; ad Aspromonte invece la tragedia del diritto nazionale era salita più alta dell'epopea rivoluzionaria. Garibaldi, ritentando la distruzione del papato difeso ancora da un impero francese, diventava l'ultimo martire di una lunga storia di eroi. Da Arnaldo da Brescia a Cola da Rienzi, da Porcari a Burlamacchi, da Dante a Machiavelli, da Bruno a Giannone, attraverso la storia millenaria di un federalismo sempre tendente all'unità e di una lotta fra la libertà del pensiero civile e l'autorità del pensiero religioso, Roma era stata il centro della guerra e della vita italiana. Il patto della chiesa coll'impero, di Leone con Carlomagno, si riproduceva enorme, assurdo, mezzo secolo dopo la rivoluzione francese. L'Italia, alla quale quel patto aveva tolto di essere nazione, non poteva diventarlo che lacerandolo.

Garibaldi, l'eroe più italiano e più universale della democrazia moderna, marciando su Roma assaliva contemporaneamente papato ed impero: tutto il diritto moderno giustificava la sua impresa, tutte le libertà erano scritte sulla sua bandiera. Fra l'antico patto della chiesa coll'impero erano sorti prima vinti, poi vittoriosi i comuni; Garibaldi, campione della nazionalità era insorto fra il nuovo, ed era stato vinto dalla monarchia nazionale d'Italia nel nome della chiesa e dell'impero.

Onesta fatale mostruosità diventava più dolorosa al ricordo che la democrazia italiana aveva già fino dal 1849 decretato a Roma l'abolizione del potere temporale e la republica. Il pensiero italiano parve quindi indietreggiare di molti secoli. Mazzini stesso, protestando contro la bassezza del governo, criticava con meschini criteri di opportunità politica il disegno di Garibaldi.

Intanto il ministero Rattazzi, sbattuto da troppe correnti, sprofondava. Dalle simpatie di tutta l'Europa per Garibaldi il popolo riprendendo coraggio, cominciava ad appassionarsi pel ferito. Le ultime umiliazioni inflitte al governo dalla diplomazia francese rendevano più amaro il lutto prodotto dagli equivoci ministeriali; le necessità dei nuovi balzelli, fra i quali odiatissimo quello della ricchezza mobile, aumentavano i pretesti al malcontento; le ladrerie moltiplicantisi nella vendita dei beni demaniali, che a rovescio di ogni legalità si facevano troppo spesso per ordinanza di ministro anzichè per decreto reale, sminuivano la già scarsa fiducia nell'amministrazione centrale; la paura della destra per una politica troppo complicata nella diplomazia, compromessa colla rivoluzione, e pericolosa nei risultati, l'odio della sinistra per il tradimento sofferto e per la raddoppiata sommissione alla Francia, il trionfo del papato vantato dal clero oscenamente, tutte queste colpe e queste forze si unirono contro il ministero, che dovette dimettersi fra l'esecrazione universale.

Ma anche nella disperata difesa dell'ultima discussione Rattazzi mantenne la propria superiorità parlamentare, destreggiandosi con insuperata agilità fra tanta tempesta di accuse e di accusatori.