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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 46: Trasporto della capitale a Firenze.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Sesto.
Soluzione monarchica del problema di Roma

Roma durante la rivoluzione.

La tragedia d'Aspromonte, travolgendo il ministero Rattazzi, rese nella coscienza publica più urgente il problema di Roma.

Rivoluzione e monarchia sentirono del pari la necessità di uscire da una situazione che infirmava ogni fatto della nuova vita italiana. A Torino la monarchia correva rischio d'immobilizzarsi nel piemontesismo reso più odioso dall'obbligo di difendere il papato contro qualunque rivendicazione nazionale. In parlamento la posizione dei ministeri diventava sempre più precaria. I partiti, esagitati da inconciliabili passioni, si combattevano senza vera distinzione di programma: quello rivoluzionario difendeva per opposizione dialettica tutte le piccole autonomie, e rispondeva col grido di Venezia e di Roma alle continue domande di spese militari; la moltitudine si cullava ancora nell'illusione di una quasi segreta ricchezza nazionale, mentre le finanze mal rinsanguate da imposte poco esigibili e pessimamente distribuite declinavano verso il fallimento.

La formazione del nuovo ministero fu tra le più laboriose. Il conte Ponza di San Martino, primo a riceverne l'incarico, avrebbe voluto un programma di raccoglimento, limitando tutte le spese ed aggiornando la soluzione di tutti i problemi, ma dovette ritirarsi, anche perchè la sua qualità di piemontese l'avrebbe reso impossibile in quel momento. Si ricorse al Farini, già ammalato di spinite, e gli si diedero compagni il Minghetti, il Peruzzi, il Pasolini, il Pisanelli, il Menabrea, l'Amari, lo Spaventa. Il ministero così composto parve più italiano dei precedenti, sebbene la sua azione non potesse spiegarsi con più italiani intendimenti: si sarebbe bramato una tregua alle questioni politiche quando invece queste incalzavano sempre più fiere.

L'insurrezione della Polonia, della quale il partito rivoluzionario si servì per riscaldare il sentimento patriottico delle masse con sottoscrizioni, con comizi ed arruolamenti, mise il governo nel più difficile imbarazzo diplomatico collo czar, che aveva in quei giorni riconosciuto il nuovo regno. Emilio Visconti-Venosta, succeduto al ministero degli esteri, pur giuocando di destrezza, dovette concludere collo Spaventa, direttore generale della polizia, ad un'altra persecuzione dei liberali: anzi questi nella violenza della propria fede monarchica vi risuscitò concetti ed abitudini della polizia borbonica con un dizionario di sospettati e di sospetti e con istruzioni assurdamente inquisitoriali a tutte le prefetture.

Alla reazione militare di Aspromonte seguiva così un'altra reazione poliziesca: la monarchia sembrava aver paura, il popolo affettava di disprezzarla; nella vita dell'una e dell'altro non pareva che il formarsi del nuovo stato avesse prodotto radicali mutamenti.

Da Roma il papato sbraveggiava e l'antica metropoli invece durava nella propria oramai storica indifferenza.

Dalla caduta della republica e durante il lungo periodo della occupazione francese, Roma non aveva dato alcun segno di vita politica. La ripristinazione del papato, malgrado la subdola ferocia di un'ultima reazione, non aveva potuto scuotere il suo scetticismo: vi erano state molte feste religiose affollate al solito come spettacoli di circo, e null'altro. Poi il popolo superstizioso ed incredulo, la borghesia ignorante ed ignara, l'aristocrazia altera ed impotente, il clero, onnipotente ed inetto, avevano ripreso la propria vita di ozio e di disordini. In mezzo al deserto dell'agro, Roma non era più che un'immensa necropoli, nella quale la republica del 1849 aveva durato appena il tempo di un'improvvisazione teatrale, cadendo senza lasciare rovine.

Nullameno qualche lievito indefinibile sembrava fermentare nella sua coscienza. L'antico orgoglio quiritario, sopravvissuto nel popolo alle umiliazioni di tanti secoli, gli rendeva odiosa l'occupazione francese; la viltà mostrata nella crisi della republica dal clero aveva scemato a questo il prestigio di padrone; l'antagonismo fra le truppe papaline e francesi irrompente spesso in piccole mischie, nelle quali la bravura brigantesca degl'individui dava a quelle, un vantaggio sul valore collettivo di queste, aizzava nella moltitudine l'odio allo straniero. Il quale, pure essendo diverso dall'odio generoso dei lombardi per gli austriaci, non si mostrava molto meno vivo, giacchè i francesi, costretti a fare da gendarmi al papa contro l'Italia, dovevano per sospetti di mene liberali vessare il popolo come gendarmeria papalina. L'odio menò al sangue: la plebe con perfida crudeltà si diede a circuire i soldati vaganti per le vie nei primi giorni dell'arrivo, e col pretesto di spiegar loro i monumenti antichi li traeva in agguato, gittandoli dai ponti nel Tevere o trucidandoli nei vicoli più deserti.

Ma ogni tentativo per mezzo di congiure mazziniane vi fallì. Il bolognese Petroni lasciatovi da Mazzini a rannodare le fila delle antiche cospirazioni era stato presto imprigionato; i migliori liberali emigrarono; gli altri finsero di adoprarsi alla rivoluzione ed invece si studiarono d'impedirla per non correrne i rischi.

Così, quando ad esautorare Mazzini anche nelle cospirazioni, Cavour per mezzo del La Farina fondò la Società Nazionale, aggregandovi tutti quei liberali che volevano aspettare di essere liberati dalla monarchia sarda, a Roma si formò presto un comitato per contrastare l'azione dei mazziniani, magari coll'infamia di denunzie alla polizia papalina.

Fu questo uno degli spettacoli più miserandi della rivoluzione italiana.

Quindi al suo scoppiare, mentre le Romagne, le Marche e l'Umbria insorgevano, Roma non si mosse: le Romagne fortunate di più sollecita annessione non ricaddero più sotto al gioco papale, ma le Marche e l'Umbria patirono stragi di guerra; e Roma non si mosse. Dopo la sconfitta di Lamoricière e di De Pimodan, quando gli eserciti piemontesi trionfanti passavano al suo traverso per congiungersi alle bande rosse di Garibaldi, Roma, paurosa del presidio francese e ubbidiente alla parola di Cavour, non si mosse. La città dalla quale in una storia di tremila anni era derivata la nazionalità dell'Italia, non parve italiana: dopo aver assistito con colpevole accidia alla tragedia della republica mazziniana, Roma si manteneva indifferente alla formazione del grande regno italico. Dai suoi mille monumenti di gloria non un sentimento le venne della grandezza moderna. Eppure un'insurrezione popolare le sarebbe stata quasi troppo facile per meritare le lodi d'Italia. Forse il presidio francese non avrebbe osato battersi per il papa, giacchè Napoleone III per difendere Roma dalla conquista regia aveva insino allora dovuto persuadere l'Europa della fedeltà dei romani verso il pontefice. O Garibaldi o Cavour, quegli in nome della rivoluzione, questi col pretesto dell'ordine, vi sarebbero entrati evitando di scontrarsi col presidio francese e salvaguardando il papa: quindi l'imperatore, costretto a combattere il proprio alleato di ieri per rimettere in trono il papa, avrebbe probabilmente ceduto al doppio principio del non intervento e dei fatti compiuti.

Ma se il popolo romano venne meno al dovere della propria gloria, il governo papale in tanta rovina di se stesso non trovò nè coraggio per resistere, nè dignità per cadere. Anzitutto l'ignavia del popolo egualmente incredulo all'Italia e al papato gli tolse di poterlo chiamare alle armi: poi l'esercito raccolto fu di mercenari e di volontari stranieri, comandati da generale straniero. Ogni apparenza di legittimità mancò alla difesa dello stato; per mezzi politici si usarono scomuniche e preci; vi furono processioni per l'assedio d'Ancona e per quello di Capua, quasi la causa del Borbone fosse identica a quella della chiesa; la stampa papalina mentì e vituperò fanciullescamente tutti gli eroismi della rivoluzione.

Per l'Italia non s'ebbe che qualche dimostrazione di strada e di teatro: in questi si gridava monellescamente «viva Verdi», facendo col nome dell'illustre maestro un anagramma: Viva Vittorio Emanuele re d'Italia. Nel carnevale del 1860, la popolazione avendo disertato come a protesta il corso di porta del Popolo per riempire quello di porta Pia, il cardinale segretario Antonelli con satanica ironia mandò a quella passeggiata politica in carrozza di gala il carnefice mastro Titta. Nullameno la popolazione divorò in pace l'insulto. In sostanza la metropoli non soffriva di agitazione rivoluzionaria: il residuo del suo stato circoscritto dalle maremme toscane, dall'Umbria, l'Abruzzo e la Terra di Lavoro, non aveva altra vita politica che quella del brigantaggio. Le condizioni delle provincie erano miserande come pel passato; la feudalità dei grandi signori romani vi spadroneggiava d'accordo colla strapotenza del clero. Il brigantaggio antico come costume vi rifioriva ora per aiuti del papa e del Borbone, compiendo di corrompere la brutalità delle popolazioni.

La decadenza del governo papale diventava anche più scandalosa al paragone del risveglio di ogni attività, prodotto dalla rivoluzione in tutto il regno d'Italia.

Nella metropoli popolo e borghesia vivevano della chiesa; la burocrazia v'era così cresciuta che si contavano quasi sessantamila impiegati; il resto era plebe e servitorame; l'esercito raccogliticcio e straniero, e piuttosto di parata che di guerra; la flotta composta di una sola corvetta ancorata nel Tevere; l'antica università ridotta a poco più di un seminario; i conventi innumerevoli e vasti come paesi: migliore se non unica speculazione quella degli alberghi: Roma non viveva più che d'ospitalità e di feste religiose.

Una vasta e torbida malinconia pesava sulla città eterna, fasciata dal deserto inconsolabile del proprio agro come da un immenso mantello luttuoso: le sue cattedrali, miracolo di genio e di grandezza, parevano esse pure sopravvissute alla religione del popolo che le aveva erette: la fede non vivificava più alcuno dei loro riti; le arti non abbellivano più nessuna delle loro forme. La romanità era morta da secoli. I grandi intelletti stranieri visitando Roma rimanevano colpiti dal silenzio della sua vita, nella quale i costumi della plebe parevano di villaggio, e quelli dell'aristocrazia riproducevano entro la più severa delle cornici storiche il quadro effimero delle eleganze parigine.

Della republica del '49 non restava altra traccia che il Vascello ancora rovinante: in Campidoglio durava, superstite maschera, un senatore del quale nessuno si occupava, e che a certi giorni usciva in grande pompa di carrozze e di valletti, come idolo vivente nella città di tutte le idolatrie.

Questa era la capitale assegnata da tremila anni di storia all'Italia divenuta finalmente nazione. Quando Garibaldi cadeva moschettato dai bersaglieri sul pianoro di Aspromonte, Roma papale non avvertì nè il pericolo, nè la speranza dell'avventura rivoluzionaria: i clericali ne sorrisero sprezzantemente, i liberali indettati dal La Farina se ne rallegrarono come di un trionfo della monarchia piemontese.

La convenzione di settembre.

Infatti poco dopo il ministero Minghetti, dal quale il Farini aveva dovuto uscire per malattia incurabile, dava al problema di Roma capitale la sola possibile soluzione per la monarchia.

Anche questa volta l'iniziativa venne dall'Inghilterra e dalla Francia. All'indomani di Aspromonte lord Russell, proseguendo nella politica di ostilità all'espansione dell'impero bonapartesco, che colla spedizione al Messico accennava ad un'azione potente anche nel nuovo mondo, protestava vigorosamente contro l'occupazione francese a Roma, dichiarando la Francia responsabile del brigantaggio napoletano e di ogni possibile complicazione europea nella questione italiana. Il legato francese De Sartiges, succeduto al Benedetti, invitò quindi il gabinetto di Torino a riprendere gli studi per una conveniente soluzione del problema romano.

Il ministero, angustiato dalle agitazioni in favore della Polonia, dai risultati dell'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, dagli scandali di ladrerie negli appalti delle strade ferrate pei quali l'ex-ministro Bastogi e troppi altri deputati avevano dovuto ignominiosamente dimettersi; sferzato dalle accoglienze entusiastiche fatte a Giuseppe Garibaldi (marzo 1864) a Londra nell'intendimento di osteggiare l'alleanza austro-prussiana a danno della Danimarca; sopraffatto dall'avvilimento del nome italiano in Europa, credette necessario a salvarsi un grande colpo politico.

Le trattative su Roma furono riprese.

Napoleone III, persuaso finalmente che la perfidia della curia romana e l'indomabile istinto della rivoluzione italiana avrebbero potuto suscitare dall'occupazione francese in Roma motivi di guerra europea, pensò a trarsi dal cattivo passo senz'offendere le facili suscettibilità dei clericali francesi. Il suo disegno finissimo per eccessiva semplicità consisteva nel ritirare le truppe da Roma, incaricando la monarchia italiana della salvaguardia del papa, e chiedendole un pegno tale delle proprie promesse che significasse in faccia all'Italia e all'Europa una tacita rinunzia a Roma. Cotesto pegno doveva essere nell'elezione di un'altra capitale.

Alle prime aperture del governo francese il gabinetto italiano ripropose la già fallita convenzione di Cavour: sgombro delle milizie francesi da Roma e dal territorio pontificio, impegno per l'Italia di non assalire e di non tollerare che altri assalisse il dominio del pontefice. Era un'abdicazione al diritto nazionale col solito sottinteso di mancare al trattato qualora eventi fortunati lo permettessero: la politica regia non poteva sottrarsi a siffatto espediente. Ma l'imperatore, indovinando il facile giuoco, pretese dall'Italia l'elezione di un'altra capitale per esautorare simultaneamente la tradizione piemontese e il diritto nazionale. Il ministero accettò. La subdola convenzione del conte di Cavour, che all'indomani della proclamazione del regno italico mirava con ogni sforzo e a qualunque prezzo di contraddizioni a trarre i francesi da Roma, diventava coll'elezione di una nuova capitale un'esplicita rinunzia a Roma: la presenza nel ministero del Minghetti, ex-ministro papalino, e del Peruzzi, toscano tardi convertito all'idea dell'unità, spiegava anche troppo chiaramente il pensiero politico del governo. Non si voleva andare a Roma; dopo la Francia si temeva dell'Europa; il papato, istituzione millenaria, cosmopolita, necessaria al cattolicismo, era giudicato inseparabile dal dominio di Roma; la monarchia italiana non osava abbatterlo. Si sentiva che la rivendicazione di Roma avrebbe reso per sempre inconciliabili monarchia e religione; il bigottismo del re rabbrividiva all'idea di così terribile guerra; si esagerava il sentimento religioso delle popolazioni; non si credeva al già visibile declino dell'impero napoleonico; non s'intravedeva, e sarebbe stato facile e Mazzini da anni l'aveva annunziata, la lotta imminente fra Prussia ed Austria, che doveva ripetersi maggiore fra Germania e Francia. Il dottrinarismo monarchico, effimera ed assurda miscela di tradizioni regie e d'idee rivoluzionarie, di classicismo accademico e di empirismo plateale, doveva soccombere nel grande problema di Roma.

D'altronde la necessità di trarre da Torino la capitale coonestava l'espediente. Quanto all'umiliazione e all'impossibilità di proteggere il papa da nuovi assalti italiani, dopo la triste vittoria di Aspromonte non ci si pensava: all'accusa di abdicazione con sottigliezza parlamentare si rispondeva invocando i plebisciti e proclamando che colla nuova convenzione Roma ridiverrebbe dei romani: a questi il pronunziarsi contro il papa in favore dell'Italia. Ma poichè li si conosceva incapaci di tanto, si ripeteva con orgoglio l'insidioso argomento.

Negoziatori italiani della convenzione, che prese nome dal 15 settembre 1864, erano il Nigra, allievo del Cavour, ambasciatore a Parigi, e il marchese Gioacchino Pepoli, parente dell'imperatore, laido per vizi, vano nella depravazione del poco ingegno; pel governo francese firmò il ministro Drouyn de Lhuys. Dei cinque articoli il primo statuiva che l'Italia nè assalirebbe, nè tollererebbe assalti al territorio pontificio; il secondo fissava allo sgombro delle truppe francesi da Roma il termine di due anni; il terzo assentiva al papa la formazione di un esercito anche di mercenari stranieri; il quarto obbligava l'Italia a negoziare colla Santa Sede per l'assunzione di una parte dei debiti delle antiche provincie pontificie; il quinto stabiliva la ratificazione della convenzione nel termine di quindici giorni. Un protocollo esigeva però, ad ingiuria della fede italiana, che la convenzione non avrebbe effetto, se non quando il re d'Italia avesse decretato il trasferimento della capitale in altra città.

Per tale convenzione risorgeva a Roma il federalismo: invano governo, parlamento e plebisciti avevano sino allora decretato una l'Italia e Roma sua metropoli. Il papa acquistava il diritto di armarsi contro l'Italia, alla quale da anni faceva un'orribile guerra di brigantaggio, mentre la nazione veniva condannata ad essere il suo gendarme e a ripetere indefinitamente la tragedia di Aspromonte, se tutti gl'italiani non rinunciassero unanimemente ai patrii diritti.

Ma all'infuori di Roma nessun'altra città poteva essere capitale d'Italia. Torino rappresentava la conquista regia, tutte le altre erano state conquistate; Firenze non era più che la maggiore prefettura di Toscana, illustre di gloria antica quanto povera di significato moderno; Napoli, capitale delle due Sicilie, mancava di affinità col resto d'Italia: trasportarvi la capitale sarebbe stato un cadere dall'assorbente prepotenza piemontese nella più inorganica preponderanza napoletana.

Senza Roma capitale la rivoluzione italiana non era più che una conquista piemontese.

Ma la monarchia, che aveva vinto come negazione della rivoluzione, era spinta irresistibilmente alla rinunzia di Roma. Il Pasolini, uscito allora dal ministero degli esteri, l'affermava esplicitamente; D'Azeglio, nel più misero dei propri opuscoli, lo dichiarava con inconscio candore; il Boggio, deputato e pubblicista eminente fra i moderati, aveva già confessato durante la tragedia di Aspromonte, che Roma conquistata da Garibaldi all'Italia sarebbe stata una sventura per la monarchia; e infatti questa non avrebbe avuto al proprio attivo che il tradimento francese di Villafranca. Il Peruzzi con astuzia toscana preparava già per Firenze il fasto e l'enorme debito di una capitale immutabile; il Minghetti diplomatizzava accennando in un indefinibile avvenire alla possibilità di ottenere Roma, ma lavorando con energia ad assidere stabilmente il governo a Firenze.

L'Italia taceva come per Aspromonte.

La formula ipocrita: «Roma dei romani», contro la quale i pochi mazziniani di Roma protestarono nobilmente, era l'argomento rivoluzionario per sedurre i più ingenui; la perfida riserva di tradire la convenzione dopo lo sgombro dei francesi, e appena se ne presentasse il destro, l'argomento politico per convincere i più restii.

Fortunatamente per la monarchia, il papato, pauroso di un vero abbandono da parte della Francia, protestava contro la convenzione dandole l'apparenza di un falso patto.

Ma il modo col quale il governo l'annunziò al paese, ne tradì il triste segreto: invece di publicarne francamente il testo, si credette furberia preavvisare nell'Opinione, organo massimo del partito moderato, che nel termine di due anni cesserebbe l'occupazione dei francesi in Roma. Pochi giorni dopo la Gazzetta di Torino, altro giornale officioso, in un articolo apologetico della convenzione, s'abbandonava a minacce contro Torino, se mai osasse per grettezza municipale contrastare al trasferimento della capitale. Allora la vecchia metropoli piemontese, che credeva ingenuamente di aver conquistato l'Italia, s'inquietò: si sapeva che Vittorio Emanuele era contrario alla convenzione per dignità di re italiano e più per orgoglio di principe savoiardo; una ressa di popolo tumultuante assalì gli uffici della Gazzetta di Torino, e non si sperdette che sotto i colpi di daga dei poliziotti; il consiglio municipale raccolto a seduta improvvisa protestò; circolavano voci di altre cessioni territoriali alla Francia; si temeva per l'integrità piemontese; il ministero con singolare inettezza, non prevedendo tanto subbuglio, non aveva preso precauzioni, e non osava prenderne. Il tumulto degenerò in ribellione, la legione degli allievi carabinieri tirò sul popolo inerme che gridava: «Abbasso il ministero!»; la sera appresso nuove rappresaglie ed altro sangue. Si contarono 23 morti e 80 feriti, fra i quali un colonnello. La guardia nazionale potè a stento frenare la strage. Finalmente il re costrinse il ministero a dimettersi, incaricando il Lamarmora di formare il nuovo gabinetto, e lo sdegno municipale della città si placò in una indefinibile speranza sul nome di questo illustre piemontese.

Trasporto della capitale a Firenze.

Nel resto d'Italia le solite proteste e null'altro.

Mazzini in articoli roventi di dolore patriottico encomiò il tumulto torinese fingendo di crederlo ispirato da un alto senso di italianità; la publica opinione invece, mal disposta verso Torino, accettò piacevolmente l'idea di una nuova capitale a Firenze, e rise colla tradizionale furberia politica dello spirito italiano sul papa e sull'imperatore, che potevano credere sul serio alla rinunzia a Roma.

I massacri di Torino vendicavano in certo modo i morti di Aspromonte.

Il Lamarmora, benchè avverso alla convenzione, dovette subirla; solamente a sgravarsi della troppa responsabilità ottenne che il trasferimento della capitale si compiesse per legge anzichè per decreto reale, e la decorrenza del termine per lo sgombro delle truppe francesi da Roma cominciasse dal giorno della sua promulgazione. Il parlamento, convocato per discutere questa legge, recriminò sul ministero caduto votando una inchiesta; il municipio torinese di rimpatto ne iniziò un'altra. Quindi il gabinetto francese, commentando in una nota diplomatica la convenzione per rendere più evidente la rinunzia italiana a Roma, dichiarò fra i mezzi violenti interdetti all'Italia per entrare in Roma anche i maneggi di agenti rivoluzionari; e si riservò, nel caso di una spontanea rivoluzione nella città eterna, ogni libertà d'azione.

Allora il Lamarmora in una nota di risposta dovette riaffermare che eseguendo la convenzione alla lettera non intendeva contraddire alle aspirazioni nazionali, nè vincolarsi qualora scoppiasse in Roma una simile rivoluzione.

La discussione della legge in parlamento durò tempestosa dal 7 al 19 novembre.

Il ministero vi si mostrò al di sotto della propria dignità. Si sarebbe voluto, e il Boggio ne fu uno fra i più caldi oratori, che la Camera accettasse senza controllo la convenzione già firmata dal re e dall'imperatore; il ministro Giovanni Lanza sostenne con ingenua improntitudine che la convenzione avendo avuto l'assenso dell'imperatore non poteva decentemente discutersi dal parlamento; la sinistra combattè abbastanza nobilmente invocando i plebisciti, che la convenzione avrebbe distrutti, ma, soffocata nella propria antitesi di partito rivoluzionario e parlamentare, rimase senza efficacia. In così suprema questione le sarebbe bisognato il coraggio di dimettersi in massa per appellarsi al paese; ed invece, malgrado la rinuncia a Roma, Francesco Crispi, uno de' suoi capi più autorevoli, sostenne che la monarchia ci unificava e la republica ci avrebbe divisi. Mazzini gli rispose invano con una lettera tremenda d'ironia. Il Mordini, simpatico oratore e rivoluzionario di recente convertito alla monarchia, votò la convenzione scusandosi col sofisma traditore che le transazioni temporanee della politica officiale non infirmavano la sanzione popolare della nazione alla sua capitale; Giuseppe Ferrari, genio scetticamente profondo, l'accettò giudicando Roma piuttosto sepolcro del cattolicismo che culla di una terza Italia.

Poco dopo la Camera su proposta di Ricasoli rinunciava a discutere i risultati dell'inchiesta sui casi di Torino, lasciando i ministri colpevoli atteggiarsi a Catoni. Quindi una voce circolante, ed era forse vera, commosse vivamente la publica opinione. Si temette che colla rinunzia a Roma e cogl'impegni assunti di difendere il papa da qualsiasi atto esteriore, il governo si fosse pure vincolato ad impedire qualunque attacco al Veneto e, nel caso propizio di un ricupero di questa provincia, a rettificare nuovamente le frontiere piemontesi colla Francia sulla linea della Sesia. Mazzini sempre bene informato denunciò particolareggiandolo questo segreto protocollo; il Villa, oratore piemontese di parte democratica, commentò questa rivelazione, che un discorso imperiale al parlamento francese parve riconfermare: il ministero respinse alteramente tale accusa.

Intanto l'odio municipale di Torino cresceva a segno da mutarsi in fervido amore d'italianità per dispetto a Firenze e alla monarchia. Una vasta associazione politica coagulatasi improvvisamente coi più vari elementi piemontesi scomponeva i partiti della Camera: il suo motto d'ordine era il grido d'Aspromonte — Roma o morte! — Moderati e democratici si stringevano in falange per combattere tutti i ministeri, nei quali governassero gli uomini che avevano offeso Torino, e spingerli a forza, come per vendetta, su Roma. Così la rivoluzione traeva nella propria orbita i più restii conservatori di quel Piemonte che aveva sempre considerato l'Italia come terra di conquista. La cosa giunse a tale che si vide persino il Boggio, uno fra i più accaniti nemici di Mazzini, trattare col grande esule a nome di questa associazione per eccitare nuovi moti di ribellione nel Veneto.

Invero il governo, ostinato nel proprio concetto di una rinunzia a Roma, non solo ritirava un incertissimo schema di legge sull'asse ecclesiastico onde non sopprimere le corporazioni religiose, i beni delle quali avrebbero rinsanguato le finanze, ma ritentava una riconciliazione col papato. Nè l'ultima enciclica Quanta cura, stridente di recriminazione contro l'Italia, nè il Sillabo, ove si condannavano in ottanta proposizioni quasi tutti i postulati del pensiero civile moderno, parevano nuovi ostacoli ai ministri. La Curia romana colla solita malizia si prestò al giuoco: Pio IX scrisse una lettera a Vittorio Emanuele per provvedere di buon accordo alle numerose vacanze delle sedi vescovili nel regno; il governo deputò a Roma il Vegezzi, magistrato illustre; corsero cortesie d'ambo le parti, e si finì necessariamente ad una rottura, giacchè la Curia ricusò ostinatamente al re il diritto all'exequatur e al giuramento dei vescovi.

Ma nemmeno quest'ultimo smacco persuase al governo migliore politica; anzi il Lanza uscì dal ministero per non averlo potuto spingere a maggiori concessioni verso il Vaticano, mentre il ministro Natoli sospendeva la guerra aperta contro i seminarii.

Nel giugno del 1865 la capitale s'insediava a Firenze, ma i francesi, secondo i termini della convenzione, rimanevano ancora a Roma nè alleati, nè mercenari, nè presidio del pontefice, che la monarchia italiana avrebbe dovuto tutelare e i romani sostenere. La loro presenza, dopo il sacrificio di Torino e l'abdicazione a Roma, diventava il peggiore degli oltraggi pel governo di Firenze così guardato a vista dagli austriaci e dai francesi, sbertato dal papa, accusato di tradimento dalla rivoluzione. Se a Torino l'Italia soffocava nell'angustia dell'idea piemontese, a Firenze avrebbe dovuto perire per la mancanza di una qualunque idea: da Torino si poteva guardare fiso a Roma aspettando il momento per lanciarsi al suo assalto; a Firenze non rimaneva più che aspettare nuovi ordini dalla Francia.

Intanto la piccola e bella metropoli coll'audacia mercantile dei suoi tempi migliori si gettava a spese d'ogni sorta per ospitare nobilmente il governo nazionale; nessuno credeva sul serio alla precarietà della nuova capitale; corte e ministeri incuoravano il municipio; si demoliva, si fabbricava, si abbelliva, si lussureggiava così che in pochi anni il debito municipale raggiunse la cifra enorme di centocinque milioni.

Questo scandalo trascinò altri municipii; i debiti parvero un contagio; all'imminente fallimento del governo si aggiunse il dissesto delle provincie e delle più grosse città, mentre il giovane regno minacciato simultaneamente dall'Austria, dalla Francia e dal papa, perdeva colla sincerità del proprio principio rivoluzionario la sola originalità, che potesse crescergli la vita.