WeRead Powered by ReaderPub
La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 48: Cospirazioni regie e democratiche.
Open in WeRead

About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Settimo.
La prima guerra italiana nel Veneto.

Cospirazioni regie e democratiche.

Ambo le politiche avevano fallito davanti al problema di Roma.

Quindi Mazzini in una protesta veemente dichiarò di riprendere tutta la propria libertà d'azione pel compimento dell'unità nazionale senza o contro la monarchia: Garibaldi invece seguitò a tacere per non provocare altri conflitti fratricidi fra governo e paese. Quegli e questi cercarono aiuti nella democrazia estera mirando a coordinare i nuovi moti italiani ad una rivoluzione di tutti i popoli, specialmente slavi, aspiranti alla nazionalità.

La politica delle alleanze passava così dalla tradizione cavouriana nell'azione rivoluzionaria a riconfermare che l'Italia con un esercito di trecentomila uomini e quasi venticinque milioni di popolazione non bastava ancora a riconquistare le proprie provincie di Roma e di Venezia.

Dal proprio canto Vittorio Emanuele, insofferente delle troppe umiliazioni, imitando da lungi i tortuosi avvolgimenti della politica napoleonica, ordiva trame segrete con rivoluzionari esteri e nazionali. Nella bramosia d'integrare al più presto possibile il grosso regno regalatogli dalla fortuna, egli per scrupoli invincibili di cattolico intendeva anzitutto al Veneto. Contro l'Austria ferveva tutto il suo coraggio di soldato e il suo patriottismo di re: per opposte ragioni i suoi disegni concordavano quindi con quelli di Mazzini persuaso dell'impossibilità per Napoleone di cedere Roma all'Italia. Re e republicano, di cospirazione in cospirazione, tra ungheresi e galiziani, serbi e rumeni agitantisi ad oriente dell'Austria, finirono coll'incontrarsi. Un segreto ascendente di re patriota, superiore alla politica della propria monarchia, dava a Vittorio Emanuele un forte vantaggio nelle nuove trattative con Mazzini, dacchè Garibaldi, malgrado i tradimenti sofferti, seguitava a credere nella sua parola. La glorificazione del re, prodotta da tutte le glorie assorbite dalla rivoluzione, dominava inconsciamente l'uno e l'altro sino a farli credere che Vittorio Emanuele potesse davvero contrapporsi con nobile iniziativa al proprio governo. La sua bravura di soldato nelle battaglie dell'indipendenza quando tutti gli altri re fuggivano, il suo generoso cordoglio per la pace di Villafranca, l'alterezza ingenita di certi sentimenti significati nelle crisi più dolorose della patria, e sopratutto il bisogno istintivo di trovare qualche epica grandezza nella forma politica prescelta dall'Italia a risorgere, persuadevano a molti che nel re fosse qualche geniale originalità d'eroismo. L'evidenza di troppi fatti contrarii non bastava in quell'orgasmo del dover risolvere in qualche modo i due ultimi e massimi problemi della rivoluzione.

Diplomatico onesto e fine degli accordi fra Mazzini e Vittorio Emanuele fu l'ingegnere Diamilla Müller: l'occasione ne venne dal conflitto dano-germanico, nel quale Austria e Prussia si allearono momentaneamente quasi a conquistare nelle provincie dello Schleswig e Holstein il pretesto della terribile guerra, che doveva indi a poco rimutare tutte le condizioni politiche della Germania. L'Inghilterra, impensierita dalle minacce dell'espansione tedesca, spiava di mal occhio la guerra danese, favoreggiando con magnifiche accoglienze in Londra a Garibaldi le aspirazioni italiane; Napoleone III al solito aveva proposto indarno un congresso europeo e blandiva la Russia accarezzando contemporaneamente le democrazie slave per tener l'Austria in freno. I rivoluzionari italiani tornavano ad agitarsi in speranze di guerra: Vittorio Emanuele avrebbe desiderato una qualunque iniziativa, ma non osava assumerne la responsabilità. Quindi nelle trattative con Mazzini tentava trascinare le forze del partito rivoluzionario entro l'orbita della propria politica regia senza abbandonarsi a concessioni. Il suo disegno era che Mazzini spingesse a rivolta la Galizia, l'Ungheria e gli altri principati lasciando il Veneto in calma, perchè il governo potesse poi scegliere con maggior comodo e rischio minore il momento di romper guerra all'Austria. Naturalmente Mazzini non potè piegarsi a questo egoismo di re, che non voleva nel proprio regno la rivoluzione per non correrne i pericoli, mentre invece l'Italia, avendola già compita nella massima parte, si trovava contro l'Austria in migliori condizioni di rivolta che gli altri popoli.

Le trattative andarono in lungo. Intanto che il re cospirava segretamente, il ministero proseguiva nella persecuzione dei rivoluzionari: si sequestravano le armi raccolte per una insurrezione veneta dai comitati mazziniani e garibaldini; i moderati della Società Nazionale dentro e fuori delle provincie venete spargevano semi di discordia e di scoraggiamento; Vittorio Emanuele stesso dichiarava di esser pronto a reprimere con qualunque mezzo ogni tentativo ribelle non solo verso il Veneto, ma nell'interno del Veneto.

La politica segreta del re non era che un dilettantismo rivoluzionario, troppo poco dissimile da quella del suo governo: giacchè, dopo aver profittato di tutti i sacrifici della rivoluzione italiana, egli avrebbe voluto con ingenua furberia sfruttare in un primo accordo tutta la democrazia europea senza nè sottrarsi davvero al vassallaggio francese, nè assalire il papato, nè largheggiare di libertà cogli stessi rivoluzionari nazionali. Infatti a capo della polizia sbraveggiava sempre contro questi Silvio Spaventa. Nullameno Vittorio Emanuele non cessò dalle trame nella Galizia e nell'Ungheria; da Parigi Napoleone III vi mestava anche più vivamente.

Il governo segreto della rivoluzione polacca aveva proposto a Garibaldi di assumere il mandato di capo morale dell'insurrezione, conferendo al figlio Menotti il comando di una legione italiana per la Galizia, e Garibaldi aveva accettato: nella Serbia, nella Moldavia, nel Montenegro, nell'Albania si raccozzarono bande di armati: un Bulewsky venne a Torino per accordarsi col re, il quale, avendo finito col rivelare la cospirazione al ministero, ne accettò il consiglio di servirsi di questa «per allontanare dal regno torbidi elementi, indisciplinati agitatori e pericolosi cercatori di novità».

Intanto si era trattato con Napoleone III la rinunzia a Roma col trasferimento della capitale a Firenze.

Garibaldi, sempre confidente nella parola del re, aveva promesso di seguire immediatamente i successi delle cose di Galizia e di Ungheria colla guerra nella Venezia, e si preparava già a capitanare personalmente la rivoluzione slava: nel suo concetto doveva essere questo il primo pegno della nuova vita italiana all'Europa. Ma alla voce della sua partenza dall'Italia i più chiaroveggenti fra i patrioti, sospettando dopo gli esempi di Sarnico e d'Aspromonte il tranello, iniziarono pubbliche proteste: il re spaventato mandò allora a Garibaldi un ordine di soprassedere; questi piegò. Intanto la Polonia soccombette alle repressioni del feroce Murawieff, la Danimarca cadde sotto la strapotenza dell'alleanza austro-prussiana; in Italia proseguirono le persecuzioni ai patrioti: Mazzini fu accusato dai più puri fra i suoi seguaci per i tentati accordi col re; Garibaldi, piuttosto che raggirato da perfidie diplomatiche, parve come sempre pronto a tutti i sacrifici per la libertà universale.

Nullameno l'orgasmo di queste cospirazioni non si acquetò nei rivoluzionari. Tutto il Trentino sembrava pronto ad insorgere, quando certo Rossi negoziante denunziò la congiura all'Austria: v'ebbero al solito arresti e condanne, che paralizzarono l'imminente moto nel Veneto; solo nel Friuli alcune bande guidate da un Tolazzi e da un Andreuzzi, intrepidi fra i più intrepidi garibaldini, insorsero. La novella della piccola insurrezione ingigantita dai racconti di piazza agitò Milano e qualche altra grossa città lombarda: il Comitato centrale del partito d'azione, allora presieduto a Torino da Benedetto Cairoli, titubò malgrado tutte le istanze di Mazzini; Ergisto Bezzi, uno fra i più sperimentati ufficiali garibaldini, arruolava emigrati veneti, trentini e quanti volontari lombardi potesse. Il nuovo disegno di guerra tracciato da Mazzini era di formare bande su tutte le località montuose del Friuli, del Cadore e dei Sette Comuni per congiungersi a quelle che sorgessero nel Trentino, tenere a bada con grosse dimostrazioni i presidii nelle città venete serbando Brescia a centro di riunione. Ergisto Bezzi con rapida marcia doveva da Bagolino guadagnare Tione, mentre altri marcerebbero da Limone a Riva per muovere uniti su Trento.

Invece il Comitato centrale di Torino, composto di uomini parlamentari, dichiarò intempestiva la spedizione negandovi soccorsi: parve tradimento e non era che debolezza; il governo moltiplicò ostacoli e minacce. Garibaldi tacque sfiduciato, il resto d'Italia derise l'impresa. Però Ergisto Bezzi, troppo compromesso, dovette tentarla con i più animosi, e partito il giorno 13 novembre (1864) da Brescia con centocinquanta volontari fu arrestato il 16 da un capitano dei carabinieri sul giogo del Manivo, trascinato ad Alessandria con tutta la banda, minacciato di condanna, e finalmente liberato per ordine del Ministero poco disposto allo scandalo di così grande processo.

Gli altri insorti del Friuli, occupate il 16 ottobre le grosse terre di Spilimbergo, Aviano e Maniago disarmandone i presidii senza colpo ferire, dopo qualche fortunata scaramuccia contro le soldatesche austriache spedite a perseguirli, mentre i commissari imperiali di Venezia e di Udine ponevano con bandi feroci sotto la legge stataria i distretti della rivolta, dovettero disperare dell'impresa. La cattiva stagione, le poche armi, la terribilità del nemico, l'abbandono di tutti, vinsero il loro giovanile coraggio; quindi la piccola truppa si sciolse senza onore di battaglia.

A questo aveva concluso l'iniziativa rivoluzionaria italiana, nella quale Vittorio Emanuele, Mazzini, Garibaldi e tutti i migliori si erano intesi per affrettare colle armi la soluzione del problema veneto.

Poco dopo Mazzini subì due altre grandi disillusioni circa l'appoggio dell'agitazione piemontese ai suoi disegni, e nel tentativo di una confederazione di tutte le società democratiche nazionali. Il patriotismo di Torino, inspirato da un rancore municipale, si stancò presto di un lavoro rivoluzionario, pel quale non aveva sincerità nè di fede nè di passione: la federazione delle forze republicane venne meno al doppio scopo politico e finanziario. Mazzini non ne ricavò che l'inventario delle miserie della propria parte: fu impossibile trarne denaro per altri tentativi di insurrezione, e precisare loro una qualunque azione dentro o fuori del parlamento. I più abili vi erano entrati indarno, i più puri non avrebbero voluto nemmeno partecipare alle elezioni contro l'opinione di Mazzini stesso, che sostenne contraddicendosi il concorso alle urne per le prime elezioni di Firenze.

Il dualismo fra Garibaldi e Mazzini impediva nel partito rivoluzionario qualunque azione: senza Garibaldi, sempre fedele alla monarchia, non una banda di volontari si sarebbe raccozzata; senza Mazzini, tornato avversario implacabile della monarchia, nessun programma politico era possibile. La nuova Camera, uscita dalle elezioni generali dell'ottobre 1865, si compose quindi della sinistra democratica, della vecchia consorteria moderata, e dei dissidenti piemontesi capitanati da Rattazzi col nome di terzo partito: Mazzini, eletto replicatamente a Messina, fu mantenuto in esilio dal parlamento malgrado ogni giustizia, perchè la sua presenza in Italia vi avrebbe prodotto agitazioni dolorose ed inutili. Naturalmente la discussione alla Camera fu desolante di sofisticheria e di calunnie; il partito piemontese, dianzi suo alleato, votò il suo esilio ad un cenno di Rattazzi.

La preparazione prussiana.

Dalla guerra franco-sarda del 1859 le condizioni politiche non erano cangiate.

Come quella non era stata possibile senza il concorso della monarchia piemontese e dell'impero napoleonico, così un'altra guerra per la conquista della Venezia non poteva arrischiarsi senza l'aiuto di una nuova grossa alleanza. Fortunatamente il principio rivoluzionario del secolo, urgendo con diverso processo e misura tutti i popoli d'Europa all'integrale costituzione delle proprie nazionalità, preparava la Germania al soccorso della rivoluzione italiana.

Necessità di sbocchi marittimi e pretese nazionali spingevano la Germania oltre i propri confini settentrionali verso la regione danese e il mare del Nord. Incentivo a questa passione erano le provincie di Holstein Lauenburg e dello Schleswig, quasi tutta tedesca la prima, danese per la maggior parte la seconda, entrambe dipendenti per combinazioni dinastiche dalla Danimarca e per combinazioni politiche dalla Confederazione germanica. Secondo il trattato di Londra (1852), alla morte di Federico VII essendo succeduto alla corona danese il principe Cristiano di Schleswig-Holstein, e avendo il parlamento negli ultimi giorni del regno precedente colla riforma della costituzione considerato il ducato di Schleswig come libero dai vincoli che stringevano l'Holstein-Lauenburg alla Germania, la lite dei confini non mai composta con questa si rinfocolò. La Dieta germanica minacciò l'esecuzione federale sui due Ducati dell'Elba: il governo danese rispose alle minaccie con forti preparativi di guerra fidando nell'appoggio della Svezia e dell'Inghilterra. Il conflitto parve scongiurato per un istante, ma Ottone di Bismarck divenuto in quei giorni grande cancelliere della Prussia, potè abilissimamente eliminarne la Dieta associandosi l'Austria ad una guerra di conquista contro la Danimarca (gennaio 1864). Naturalmente la vittoria rimase ai due forti alleati, però con siffatte difficoltà di ordinamento politico nei due Ducati, da provocare presto fra i vincitori più vasta guerra.

Infatti la rivoluzione germanica, dopo la prova infelice della Dieta di Francoforte e le reazioni sanguinose di Berlino e di Vienna, spingeva la Prussia a mutarsi in campione dell'unità contro la egemonia austriaca. La grande tradizione di Federico II pesava sulla sua dinastia: la Prussia doveva diventare il Piemonte della Germania con tutti gli equivoci di una eguale politica regia peggiorata da più retrive ripugnanze nella corte alla grande opera di un nuovo impero tedesco. Ottone di Bismarck, forse meno destro ma più forte del conte di Cavour, appena chiamato al governo si era accinto alla guerra contro l'Austria. La sua alleanza con questa contro la Danimarca non era stata che un espediente per rialzare la Prussia dalla lunga soggezione austriaca in faccia alla Germania e dare un pubblico saggio della sua nuova forza militare. Sciaguratamente corte e parlamento gli contrastavano con pari ostinazione il disegno. La corte imbevuta ancora delle idee assolutiste proclamate dalla Santa Alleanza aborriva dalla rivoluzione: il nuovo re Guglielmo, macchiatosi di sangue nella repressione di Berlino, era odiato dal popolo e odiava ogni libertà popolare: di rimpatto il parlamento, proseguendo nel dottrinarismo infecondo della Dieta di Francoforte, combatteva il governo fino a ricusargli il voto dei bilanci per chiedergli libertà costituzionali prima che l'unità della patria fosse conquistata.

In Prussia come in Italia i rivoluzionari sognavano d'iniziative popolari trionfanti con metodi costituzionali, mentre invece le rivalità federali e l'impreparazione del popolo in ambo i paesi costringevano la rivoluzione ad organizzarsi entro una salda monarchia per trovarvi le forze militari e politiche necessarie alla guerra contro l'Austria. Ma se in Italia la preparazione piemontese potè svolgersi colla dittatura parlamentare del conte di Cavour, conservando alla Camera l'apparenza della libertà costituzionale, nella Prussia, più tenace delle proprie tradizioni feudali, con una dinastia più reazionaria della sabauda, con una democrazia troppo dotta d'idealismo nei borghesi e così povera di sentimento nel popolo da non avere rappresentanti che nemmeno lontanamente somigliassero a Garibaldi e a Mazzini, la preparazione si addensò segreta e violenta nella duplice opera del ministro Bismarck e del generale Roon.

Rendere inevitabile un conflitto coll'Austria sottraendo prima alla sua influenza quanti stati minori si potesse, sconfiggere in una guerra improvvisa con un esercito superiormente organizzato questo impero debole e superbo della propria eterogeneità, travolgere in questa guerra la dinastia prussiana costringendola suo malgrado ad allearsi colla rivoluzione germanica per fondare un nuovo impero, impadronirsi delle forze latenti della rivoluzione negandola apertamente e forzandola a convergere per passione di patria nel governo, ecco il disegno del più originale fra gli uomini politici di questo secolo. A volta a volta prepotente nella volontà come Napoleone e pur serbandosi agile nella diplomazia quanto Talleyrand; tiranneggiando simultaneamente corte, parlamento e popolo; più inflessibile nell'orgoglio dell'idea germanica che nella sicurezza del proprio metodo, egli potè da prima non sospettato, poi deriso, quindi temuto, ammirato, quasi adorato dalla propria nazione, farne la prima potenza militare d'Europa, e rovesciare due imperi, compiere la rivoluzione italiana, dominare per vent'anni tutte le rivoluzioni balcaniche, sempre vittorioso su tutti i campi, senza che la sua politica dovesse mai degradarsi come l'italiana in negazioni antipatriottiche, o mendicare indarno da stranieri alleati rispetto ai propri diritti dopo aver subìto il loro concorso come un protettorato e ottenuto dalle loro mani alcune provincie come una elemosina.

Alla guerra di Danimarca, che Napoleone III e l'Inghilterra avrebbero voluto impedire, successe la pace di Vienna (1864), colla quale il re di Danimarca rinunziava ad ogni diritto sui Ducati di Schleswig-Holstein e Lauenburg, e si obbligava a riconoscere quanto su questi potessero disporre i sovrani d'Austria e di Prussia.

Quindi i conquistatori col trattato di Gastein, riserbata la sovranità comune sui Ducati, se ne divisero l'amministrazione: quella dell'Holstein toccò provvisoriamente all'Austria, l'altra dello Schleswig alla Prussia. Questa convenzione, definita con disprezzo da Bismarck una cazzuolata alle screpolature dell'edificio, doveva procurargli anche troppo presto il motivo della grande guerra. Infatti i due governatori dei Ducati proseguirono ad osteggiarsi apertamente appoggiando ed oppugnando il pretendente principe di Augustenburg: il maresciallo austriaco Gablenz nell'Holstein spingeva a dimostrazioni popolari verso il principe per riunire sotto il governo nominale di questo i Ducati alla confederazione; il generale prussiano Manteuffel nello Schleswig reprimeva tali manifestazioni manovrando a trarre i Ducati sotto il dominio esclusivo della Prussia.

Ma per combattere l'Austria, ancora in credito di grande potenza militare, Bismarck, malgrado la temerità del proprio ingegno sentiva il bisogno di un'alleanza. Da molti anni la sua idea politica mirava ad isolare l'Austria: quindi, appena salito al governo, aveva dato mano alla Russia per soffocare l'ultima rivoluzione polacca e farsela così propizia contro l'Austria, cui lo czar non poteva perdonare il contegno subdolo e minaccioso tenuto nella guerra d'Oriente. Poi a Biarritz aveva saputo neutralizzare Napoleone III, facendosi credere poco meno di un pazzo nell'esporgli francamente i propri disegni contro l'Austria.

Ma solo un'alleanza italiana, prendendo l'Austria fra due fuochi, poteva garantire una pronta vittoria prussiana. Già sino dalla guerra franco-sarda Bismarck, mandato ambasciatore a Pietroburgo, aveva consigliato il proprio governo ad aiutare la liberazione dell'Italia per prendere il posto dell'Austria in Germania: non ascoltato allora dal ministro Schleinitz e dal re, aveva nullameno maturato la propria idea. Al principio del 1864, per la prossima scadenza dello Zollverein, aveva aperto pratiche col governo italiano onde stringere un trattato di commercio, che i dissidi della confederazione e la guerra colla Danimarca gli imposero di sospendere: quindi nel maggio del 1865 lo riproponeva. Il governo italiano, accettandolo prontamente, vi poneva a solo patto l'adesione di tutti gli stati componenti lo Zollverein per trarli così al riconoscimento del regno d'Italia. Baviera e Sassonia premute dalla Prussia aderirono; Annover e Nassau ossequienti agli ordini di Vienna ricusarono. Pochi mesi dopo Bismarck faceva chiedere dal ministro prussiano in Firenze al Lamarmora se, date certe contingenze, l'Italia unirebbesi alla Prussia per fare la guerra all'Austria.

Era la ripetizione delle prime proposte d'alleanza francese nel 1858.

Trattative ed apparecchi.

Il Lamarmora rispose con soverchia circospezione domandando più chiare proposte: quindi alla convenzione di Gastein, frutto delle esitanze della corte berlinese, che obbligò Bismarck a sospendere qualunque trattativa d'alleanza, rimase come acciecato dal bagliore di così grande speranza. Infatti, con inescusabile cecità non solo tentò la corte di Vienna per un componimento amichevole della questione veneta attirandosi dalla cancelleria il più sprezzante diniego, ma con tristissimo espediente finanziario consentì, per riguardi di bilancio, a ritardare la leva dell'anno e a vendere un grosso numero di cavalli, indebolendo il già debole esercito.

Da Parigi l'ambasciatore Nigra con non maggiore intelletto della situazione europea mandava a Firenze consigli di disarmo e di rinuncia ad ogni prossima soluzione del problema veneto.

Giammai la politica italiana si era mostrata più inane. Ma il disegno di Bismarck stava per trionfare anche di lui stesso costringendolo, benchè nemico della rivoluzione, a proporre nella Confederazione un parlamento nazionale a base di suffragio universale e diretto. Idea germanica e idea nazionale vi si fondevano così nella più irresistibile unità: l'Austria veniva respinta dalla Confederazione; la Prussia, vindice del diritto moderno, assurgeva campione della Germania.

La proposta di questo parlamento nazionale, equivalente ad una dichiarazione di guerra, era la prima conseguenza dell'alleanza italo-prussiana, che Bismarck aveva potuto finalmente persuadere ai due governi. In essa però l'Italia con scarsa dignità aveva dichiarato di non impegnarsi per oltre tre mesi e, come condizione essenziale, di non intimare guerra all'Austria se non quando la Prussia avesse già aperte le ostilità. Tale eccessiva circospezione rendeva naturalmente l'Italia satellite della Prussia. Infatti le umiliazioni le fioccarono sopra anche prima che la guerra fosse cominciata.

La diplomazia europea, spaventata dalle conseguenze del vasto conflitto, tentò coi soliti espedienti di impedirlo: una prima proposta di disarmo cui Bismarck dovette cedere per riguardo della propria corte ancora repugnante alla guerra, scoperse l'Italia, giacchè l'Austria ormai sicura al nord mandò giù nel Veneto un grosso corpo di soldatesche. Da Londra lord Clarendon, persuaso che l'Austria fosse necessaria all'equilibrio della politica europea, accusava il gabinetto italiano di provocazioni; a Parigi il ministro degli esteri, spingendo l'improntitudine oltre tutti i confini dell'ingiuria, mallevava al legato austriaco Metternich che l'Italia non avrebbe mai assalito per la prima; da Berlino Bismarck per comando del proprio re, disdiceva l'obbligo di soccorrere l'Italia anche se aggredita dall'Austria.

A queste oltraggiose ingiustizie il ministro Lamarmora rispondeva colla più donchisciottesca cavalleria, giacchè l'Austria, fatta persuasa indi a poco della inevitabilità di una guerra colla Prussia, per meglio vincere la partita, offriva d'accordo con Napoleone III la cessione spontanea del Veneto; e il gabinetto di Firenze ricusava. Dopo il tradimento di Bismarck parve al Lamarmora nobile politica rifiutare la Venezia dalle mani dell'Austria per arrischiare una guerra, che non poteva giovare se non all'infedele alleato; mentre diritto nazionale ed internazionale avrebbero permesso all'Italia di ritirarsi da un'alleanza già disonestamente disdetta.

La grande tradizione di Cavour non assisteva più la politica italiana ridotta ad un'alternativa di servilità troppo basse e di preziosità cavalleresche troppo retoriche.

I maneggi diplomatici non s'arrestarono a questa guasconata d'onore: un congresso fu indetto a Parigi per comporre la vertenza (27 maggio 1866); l'Italia vi acconsentì, dichiarando di sperare dal congresso la retrocessione della Venezia; la Prussia vi aderì senza riserve; la Dieta germanica invece ricusava di sottomettere tali questioni della propria politica interna ad alcun arbitrato; l'Austria domandava, insistendo per l'invito della corte di Roma al congresso, che nessuna potenza vi potesse chiedere aumenti di territori, e si fosse stabilito il trattato di Zurigo per punto di partenza alle nuove trattative.

Naturalmente il congresso fallì.

Quindi (7 giugno 1866) il generale prussiano Manteuffel passava l'Eider invadendo l'Holstein.

In Italia gli apparecchi furono spinti alacremente: si consentì un prestito forzoso di 50 milioni all'interno e un mutuo di 250 milioni colla banca nazionale all'1½% con cedole al corso forzoso: espediente, che, reso più triste dai disastri militari, doveva far discendere il consolidato italiano verso il 40%, e rimanere lunghi anni come balzello esiziale su tutte le produzioni e i commerci nazionali. Con insano terrore di nuova reazione borbonica si permise al governo di mandare a domicilio coatto per semplici indizi quanti individui fossero sospetti di ostilità al nuovo ordine di cose: la facoltà durava al governo tre mesi, e la relegazione ai sospettati un anno. Con decreto reale si autorizzò la formazione di dieci reggimenti di volontari con Garibaldi a duce supremo, si mobilitarono le milizie nazionali, si apprestò in poche settimane un esercito di 300 mila uomini. Commessa la luogotenenza del regno al principe di Carignano, e partito il generale Lamarmora pel campo, il ministero dovette rimpastarsi: n'ebbero la presidenza il Ricasoli, il Visconti-Venosta gli esteri, il Depretis avvocato la marina.

Il parlamento, largheggiando colla corona, accordò al governo ogni straordinario potere durante la guerra: esigere nuove imposte, anche se votate da un ramo solo del parlamento; promulgare la legge per la soppressione delle corporazioni religiose e il riordinamento dell'asse ecclesiastico, quantunque non discusso nel senato, che non lo avrebbe forse approvato; provvedere per decreto reale alle grandi opere pubbliche specialmente ferroviarie. Così malgrado la guerra e la crisi economica, si poterono compiere il breve tempo e senza maggior onere dell'erario, congiungendo con l'Italia centrale le provincie venete, le linee da Ferrara a Rovigo, da Firenze a Napoli per Roma, da Messina a Catania, da Pavia per Cremona a Brescia.

Era quasi una dedizione parlamentare giustificata dall'entusiasmo del momento e dalla coscienza di una necessaria dittatura.

Ma la guerra si apprestava con tristi auspicii. Politicamente la posizione dell'Italia era già guasta dall'arbitrario intervento di Napoleone, cui l'Austria aveva offerto di cedere la Venezia perchè la rimettesse al governo di Vittorio Emanuele: si sentiva oscuramente da tutti che l'azione italiana non era più libera, dacchè il protettorato francese tendeva ora a salvare l'Austria da un ultimo sfacelo. L'esercito, non ancora ben fuso, nè abbastanza addestrato, era minato da rivalità di generali e di regioni: non buone le armi, migliore la disciplina, ma scarsa la fede nei capi, e in questi l'abilità e la gloria. Il concorso dei volontari, che avrebbero potuto crescere sino a centomila e si vollero ridotti appena ad un terzo, era giudicato dal governo piuttosto un pericolo che un aiuto: malgrado la fede in Garibaldi, si temeva sempre di qualche moto rivoluzionario, se una sconfitta avesse compromesso la monarchia. Perciò si era pensato prima a gittare Garibaldi sulla Dalmazia per sollevare alle spalle dell'Austria con forte diversione Slavi ed Ungheresi, ma questo ardito proposito venne presto mutato perchè importava un attacco aggirante anzichè diretto del quadrilatero. La guerra avrebbe allora dovuto procedere colla massima celerità, proteggendo con due corpi Milano e Firenze, marciando su Venezia per attirare il nemico in campo aperto, e minacciando Vienna. Era questo il disegno proposto dal grande stratega Moltke per mezzo del legato Usedom, e suggerito con opposte intenzioni rivoluzionarie ma pari intuizioni di guerra da Mazzini: Garibaldi sulle coste dalmate avrebbe potuto con cinquantamila volontari essere di valido aiuto. Invece si volle, malgrado l'esperienza infelice del 1848 e 1859, tentare l'attacco diretto sul quadrilatero reso imprendibile da nuove fortificazioni. Il Lamarmora ricusò per orgoglio di generale il disegno offerto da Moltke, e piegò come ministro agli intendimenti di Napoleone, che voleva la guerra italiana limitata al minore sforzo possibile: sciaguratamente la rivalità col Cialdini, cui si era con inescusabile parzialità conferito pari comando, finì di guastare il disegno di guerra adottato. Garibaldi, internato nel Tirolo con scarse forze, malissimo armate al solito e contrastate con ogni maniera d'intrighi, non era più che un prigioniero della monarchia, abbastanza furba per trarre la gioventù rivoluzionaria in tale nobile domicilio coatto.

La marina, della quale pel vantaggio numerico delle navi si menavano grandi vanti, avrebbe dovuto essere uno dei maggiori nerbi della guerra: l'Austria, scarsissima di armata, non avrebbe potuto nell'angustia dell'Adriatico evitare nè la battaglia, nè la sconfitta: facilissimo quindi l'impossessarsi di Venezia e di Trieste. Ma a capo della flotta invece del Galli della Mantica, illustre e potente marinaio, si volle mantenere il Persano, timido ed inetto, mentre al ministero della marina con disinvolta insipienza armeggiava il Depretis.

Nullameno tale era la superiorità numerica dell'esercito e dell'armata italiana sull'austriaca che la vittoria sarebbe stata ancora possibile senza quel capitale errore di un attacco diretto sul Mincio, e con una maggiore indipendenza politica. Già dalle prime ore, attraverso l'entusiasmo della guerra, era penetrata una snervante sfiducia; la generosità donchisciottesca del Lamarmora nel ricusare l'offerta cessione della Venezia riduceva la guerra quasi ad un torneo, del quale il premio fosse in certo modo assicurato, e nel quale Napoleone era giudice di campo; il disegno dell'attacco diretto sul Mincio ribadiva il sospetto che non si volesse marciare su Venezia; l'inazione imposta a Garibaldi nelle gole del Tirolo, la lentezza delle prime mosse, quel limitarsi a poco più di una difesa, mentre la posta data all'esercito italiano sotto le mura di Vienna dall'esercito prussiano avrebbe raddoppiato l'entusiasmo nazionale, l'impossibilità di credere a nessun generale regio, preparavano in una inconscia diffidenza quella tempesta di ire magnanime e partigiane, che poi scoppiò alle prime sconfitte.

Ma nella maggioranza il vecchio scetticismo italiano si apprestava invece a profittare delle vittorie prussiane, e a contentarsi della cessione della sola Venezia anche per mezzo di Napoleone, se l'altra del Tirolo e dell'Istria non fossero possibili per le pretese della Germania.

La campagna.

La guerra cominciò sul Mincio.

Tre corpi di esercito ne tentarono il guado, mentre il quarto comandato da Cialdini avrebbe dovuto passare il Po a Ferrara per prendere forte posizione fra Vicenza e Verona, ed assaltare il quadrilatero alle spalle; Garibaldi dal lago di Garda risaliva la valle del Tirolo; l'ammiraglio Persano colla flotta aveva incarico di assalire l'armata nemica a Pola. L'arciduca Alberto, generalissimo degli austriaci e meritamente in voce di buon stratega, aveva messo a guardia del Tirolo dodici battaglioni di cacciatori imperiali e ventidue centurie di cacciatori tirolesi, aspettando col grosso dell'esercito nel quadrilatero. Le sue truppe arrivavano appena alla metà delle nostre, ma erano più forti per posizioni, per armi, per disciplina, per fede nel generale; l'esercito italiano sommava a 300 mila uomini, la flotta a 36 vascelli, tra i quali 12 corazzate. Un telegramma del re la sera del 22 giugno mandato al Ricasoli, e da questo letto in senato per iattanza teatrale, finì di chiarire all'arciduca Alberto il disegno dell'attacco: e però, ingannando abilmente il Lamarmora, che dalle campagne deserte oltre il Mincio lo giudicava concentrato fra l'Adige e il Po, egli lo lascia avanzare a bell'agio in ventaglio sopra una zona di quaranta chilometri in mezzo al triangolo formato da Peschiera, Mantova e Verona. Le colline di Salionze, Oliosi, San Giorgio in Salice e Sommacampagna, obbiettivo del Lamarmora, sono già occupate dagli austriaci sino dalla notte del 22; un'incredibile illusione persuade al Lamarmora che la battaglia sia ancora lontana; la marcia in avanti è ripresa senza indicarne nemmeno con precisione le strade: ignoranza e disordine la sviano. La divisione del generale Sirtori rimane senza avanguardia, l'altra del generale Cerale con due, mentre il nemico, spiegato a mezzaluna sopra un arco di quindici chilometri, s'inoltra all'attacco. La battaglia (24 giugno) non prevista e male ordinata, si risolve in un disastro; il principe ereditario Umberto vi corre rischio della vita, ed è appena salvato dal valore di un reggimento che si schiera in quadrato per resistere ad un assalto disperato di cavalieri ulani; i generali Villarey e Cerale soccombono ad Oliosi, il generale Dezza capitola coi resti della divisione alle Maragnotte; giù nei piani di Custoza il generale Durando, respinto da tutte le posizioni, deve cedere il campo. Lo sgomento dai soldati, dei quali molti gettarono i fucili, e dal treno borghese, che fuggì tagliando le tirelle ai cavalli, sale ai generali: si teme già un'invasione austriaca. Lamarmora telegrafa a Garibaldi che avanzava lentamente su pel Tirolo: — Salvate l'eroica Brescia — e a Cialdini inerte oltre il Po: — Coprite Firenze — : quindi ordina la ritirata di là dal Mincio per assicurare l'esercito nel forte triangolo di Cremona, Pizzighettone e Piacenza.

Giammai battaglia più insensata e rotta minore prostrarono più grosso esercito e più giovane nazione.

Il paese, giudicando la battaglia dal numero dei combattenti e dei morti, appena un cinquantamila degli uni ed un migliaio degli altri, non può comprendere quella fuga, e fantastica d'infami accordi con Napoleone III. Le prime trattative per la cessione della Venezia sembrano ora il prologo di una guerra, nella quale si ricusi di combattere: trecentomila uomini infatti che si ritirano dinanzi a settantamila; una flotta padrona ed inerte sull'Adriatico; Garibaldi confinato nel Tirolo, poi richiamato, quasi il suo piccolo corpo potesse proteggere davvero quello anche troppo grosso dell'esercito regio; Cialdini sempre immobile davanti al Po, quindi in ritirata egli pure senza aver sparato un solo colpo; tutte le speranze svanite, tutte le vanterie cadute e, tremendo aculeo nella coscienza popolare, le rapide e strepitose vittorie dei Prussiani rovescianti in sette giorni l'impero austriaco. Moltke invece, rivaleggiando con Napoleone I, aveva vendicato sull'Austria l'umiliazione sofferta dalla Prussia nella campagna del 1807; nessuna guerra in nessun secolo era forse stata condotta con più chiara semplicità di disegno e più mirabile puntualità di esecuzione.

Difatti, intimato entro dodici ore il disarmo ai re di Sassonia e di Annover e all'Elettore di Assia Cassel, che nella Dieta avevano votato per la mobilitazione delle truppe federali, alle prime equivoche risposte Moltke aveva gittato i generali Vogel von Falckenstein e Manteuffel sull'Annover e di là sul Meno contro altri corpi di soldati tratti dalla Baviera, dal Würtemberg, dal Baden, dall'Assia-Darmstadt e dal Nassau, sfasciandoli al primo urto. I sassoni atterriti si ripiegavano allora sulla Boemia, ma Moltke li perseguiva con tre eserciti di circa ducentocinquantamila uomini. Tutto piegava davanti alla loro marcia: a Münchengrätz, a Nachod, a Skalitz, a Soor, ogni scontro si risolveva in una vittoria; a Gitschin i tre eserciti vittoriosi si congiungevano per la suprema battaglia scoppiata quattro giorni dopo a Königsgrätz (3 luglio). L'impero austriaco vi soccombeva per sempre, la Prussia vi si mutava in centro della nuova Germania. Napoleone III, che avrebbe voluto diplomaticamente arrestare i vincitori, non era nemmeno ascoltato: con foga irresistibile i prussiani cacciavano già gli austriaci fino sotto le mura di Vienna, e da Blumenau presso Presburgo minacciavano l'Ungheria.

Allora in Italia si comprese improvvisamente tutta la verità e la grandezza del disegno strategico suggerito da Moltke a Lamarmora dandogli la posta sotto le mura di Vienna.

Ma l'Austria, anche più vinta dell'Italia, era costretta a capitolare, accettando la propria esclusione dalla Confederazione germanica e consentendo alla Prussia le annessioni di Cassel, Nassau, Annover, Schleswig-Holstein e Francoforte; Napoleone, sopraffatto dalla politica di Bismarck e dalla strategia di Moltke, s'argomentava indarno a risollevare l'impero austriaco per mantenere l'antico equilibrio europeo, e sovra di esso la propria preponderanza; ma il suo ultimo imbroglio diplomatico non concludeva più che ad una inutile umiliazione coll'Italia e ad un'inimicizia pericolosa colla Prussia.

L'imperatore d'Austria dovette bensì cedergli la Venezia perchè la rimettesse all'Italia, e così distrarre questa dalla guerra per ritentare colla Prussia una suprema rivincita o migliori condizioni di pace; ma la cessione della Venezia alla Francia dopo il disastro di Custoza era tale offesa all'Italia che nessun ministro poteva accettare. Nullameno Napoleone l'aveva resa anche più odiosa coll'inserirne l'annunzio nel Monitore francese, e mostrando all'Europa il governo italiano ridotto a meno di un governo tributario.

Lamarmora per resistere non trovò più quell'accento di alterigia cavalleresca, col quale aveva ricusato le prime proposte di tale cessione; parve dimesso al paese, sospetto alla Prussia, inabile a tutti. Quindi la sua ripresa delle ostilità, quando i prussiani incalzavano con impeto sempre maggiore i residui dell'esercito sgominato, fu tarda, inefficace e non creduta da coloro stessi che dovevano eseguirla. Il generale Cialdini all'ordine di passare il Po, mentre non era più nessun dubbio sull'esito della guerra prussiana e sulla cessione della Venezia pel tramite dell'imperatore francese, rispose con soldatesca amarezza: — È una buffonata! — Nino Bixio, il solo non vinto a Custoza, ruggì: — Siamo disonorati! — L'ammiraglio Persano invece, all'indomani della rotta di Custoza, aveva dal quartiere reale della Torre di Malimberti ricevuto l'ordine «di fare subito qualche impresa», ma restava inattivo ad Ancona sotto tutte le provocazioni della flotta nemica. In tale strana ripresa di ostilità, allorchè gli austriaci avevano già cominciato a ritirarsi, e il Cialdini si avanzava liberamente fino sotto Padova sognando di valicare le Alpi e scendere per la valle della Drava incontro all'esercito vittorioso di Moltke, quello del Mincio, lasciata la divisione Nunziante all'impresa di Borgoforte, metteva il campo a Ferrara per aspettare gli avvenimenti.

Come sempre, la più onorevole guerra doveva essere combattuta da Garibaldi su per le valli del Tirolo.

Garibaldi nel Tirolo.

Già al primo rompere delle ostilità il governo, per insano terrore di rivoluzioni, aveva limitato i novantacinquemila volontarii inscritti a soli trentacinquemila, assegnando loro Barletta a campo di formazione per tenerli lontani dal teatro della guerra. L'entusiasmo scoppiato ai primi appelli di Garibaldi si era quindi venuto agghiacciando: d'altronde i nuovi volontarii non avevano più quell'eroico spirito d'impresa, che aveva resi così originali e potenti i garibaldini della difesa di Roma e della spedizione di Marsala. Il soverchio numero di adolescenti accorsi sotto le bandiere, la scarsa uffizialità dei veterani impotenti per indole e per brevità di tempo ad addestrarli, la vecchiaia del generale costretto poi a seguire l'esercito in carrozza, un'abbondanza pericolosa di politicanti venuti per vanità di onorificenze e per seminare dissidii, sopratutto la coscienza che un'impresa anche fortunata nel Tirolo non avrebbe potuto influire decisivamente sulle sorti della guerra, infirmavano l'opera della nuova campagna garibaldina.

La quale, aprendosi per le gole dirute del Tirolo, avrebbe voluto molta sapienza di stato maggiore e perseveranza nei soldati. Invece, il merito patriottico soverchiando nella comune estimazione la conoscenza dell'arte di guerra, s'ebbero nomine a comandanti di troppi invalidi o incapaci; e si vide il Picchi d'Ancona, oramai disadatto a fazioni campali, assumere il comando di una divisione; Giovanni Nicotera, già segnalatosi buon parlamentare dopo le tragiche prove delle congiure, guidare con meravigliosa insipienza una brigata.

Quella selezione naturale di ufficiali, onde è costituita tutta la forza dei corpi volontarii, mancò ai reggimenti del 1866, che esprimevano l'ibrida combinazione dell'entusiasmo del 1860 colla regolamentarità degli anni successivi. Il generale stesso, meglio atto a strappare la vittoria coll'irresistibile violenza di una improvvisazione che colla pazienza di studi tecnici, parve minore di se medesimo in questa guerra di montagna, ove la pratica dei luoghi dava ai nemici impareggiabili vantaggi, e le vittorie non bastavano a dilatare la zona d'operazione.

Al rompere delle ostilità Garibaldi non disponeva che di seimila uomini scaglionati su lunga fronte, fra i punti estremi di Tiarno in Val d'Adda e Salò sul Benaco: erano punti intermedi Edolo nella valle d'Oglio e Rocca dell'Anfo in quella del Chiese, ove dovevano concentrarsi tutte le forze volontarie. La flottiglia austriaca sul lago di Garda contava otto piroscafi con quarantotto cannoni e buoni equipaggi: quella italiana su cinque navi non ne aveva che una sola pronta, e con un solo cannone.

Le scaramucce, cominciate sino dal 22 giugno, avevano conchiuso alla fortunata occupazione del ponte del Caffaro e di Monte Suello, quando il telegramma del Lamarmora, annunziante la rotta di Custoza coll'ordine di coprire Brescia, obbligava Garibaldi a richiamare l'avanguardia e a concentrarsi su Lonato. La maggior parte dei garibaldini inerti per colpa del governo nei depositi meridionali mancavano al campo, così che una subita irruzione di austriaci avrebbe potuto costringere Garibaldi ad una ritirata peggiore di quella di Lamarmora. Ma l'indomabile condottiero, riprendendo presto l'offensiva, si reca a Salò per far uomini ed impedire che la minima flottiglia lacustre sia distrutta dai piroscafi nemici e dal primo panico prodotto dai dispacci regi; quindi, persuaso che la miglior prudenza nel triste caso è la temerità, fronteggia il nemico, lascia il generale Avezzana e la flottiglia a difendere la riva sinistra del lago, e con dodicimila uomini irrompe nuovamente nel Tirolo. Il 14 luglio si drizza su Trento, ove convergeva anche il generale Medici con un'altra divisione risalendo la valle del Brenta. Il 3 luglio attacca indarno Monte Suello, ma ferito nella confusione di un panico improvviso dai propri soldati, deve cedere il comando al generale Corte; l'indomani il nemico sloggia dalle posizioni contrastate, e si occupano Bagolino e il Caffaro. La poca attitudine dei volontari a quella guerra alpestre e le armi quasi inservibili rendono difficili gli assalti: Ponte Dazio e Storo, piccolo villaggio al confluente delle valli Giudicaria e d'Ampola, cadono in mano dei volontari. Garibaldi v'impianta il quartier generale; poi, per non essere tagliato fuori da Brescia, attacca coll'artiglieria del maggiore Dogliotti il forte d'Ampola; Giovanni Nicotera per vanità di bravura s'inoltra, disobbedendo, sino al ponte del Chiese, ma è respinto in isbaraglio; nullameno il forte d'Ampola capitola, e la via di Val di Ledro rimasta aperta permette di stendere la testa della colonna sino a Tiarno e a Bezzecca. Infatti Garibaldi con rapido movimento a destra per Val di Ledro mirava a proteggere la giunzione del 2º reggimento ingolfatosi a rovescio degli ordini per Monte Nota verso Pieve; il 10º reggimento marciava per Val Testina a salirne la giogaia e discendere per Val Lorina su Ampola. Intanto il nemico con viva prontezza aveva riunito da seimila uomini nella valle di Conzei e, scendendo su Bezzecca per impedire la giunzione del 2º reggimento, ricacciava il battaglione Martinelli fin dietro le sue mura (21 agosto): ma Garibaldi vi fa testa, risospinge il nemico, lo sbaraglia dopo sanguinosa giornata. La valle Giudicaria dopo altri combattimenti fortunati di Fabrizi a Condino, è già sgombra, il forte Ledro sta per capitolare, il generale austriaco Kuhn si ripiega frettolosamente sul Tirolo tedesco, e Garibaldi marcia già sopra Riva quando l'annunzio dell'armistizio sottoscritto lo arresta.

Era la fine.

Battaglia di Lissa.

Infatti anche la flotta comandata da Persano aveva già col più doloroso disastro tolto ogni onorata speranza alla guerra.

Questi, rimasto lungamente inoperoso in Ancona assordando di querimonie il governo per difetto o di cannoni, o di carbone, o di macchinisti, mentre il suo avversario Tegethoff osava il 27 giugno inoltrarsi sino a due chilometri dalla città per sfidarlo a battaglia, non solo aveva ricusato la sfida, ma, dissuadendo i capitani con ignobili pretesti da ogni animoso consiglio, si era poi vantato al ministero di aver costretto il nemico a ritirarsi. E il ministro Depretis, credendo al vanto inverecondo, aveva consigliato più lunga attesa insino a che l'esercito del Po riprendesse l'offensiva. Naturalmente ciurme e capitani si demoralizzavano in questa inazione: la codardia dello ammiraglio, oramai nota anche ai mozzi, finiva di prostrare gli animi più saldi.

Il Lamarmora invece, combattuto fra il proprio coraggio di soldato e la inevitabile remissività di ministro, urgeva l'ammiraglio di consigli per una pronta azione contro la flotta nemica, ma proibendogli di minacciare Venezia o Trieste, l'una perchè già ceduta, l'altra perchè la Dieta germanica vi manteneva ancora pretese. Così la guerra, ridotta ad inabile torneo, scivolava in una sanguinosa commedia. La stessa riserva aveva impedito al generale Medici, malgrado le istanze del Ricasoli ripetente con orgoglio l'antico motto del Lamberti «cosa fatta capo ha», di spingersi come avrebbe potuto su Trento prima ancora che Garibaldi minacciasse Riva.

Il Persano, incalzato da tutte le parti, salpò finalmente da Ancona l'8 luglio per ritornarvi dopo cinque giorni d'inutili volteggi: quindi, minacciato di destituzione, ne salpò nuovamente per l'impresa di Lissa, isola montuosa a scirocco d'Ancona sul 43º parallelo con un circuito di 30 chilometri, fortilizi, torri, e una rocca così forte da meritarle il nome di Gibilterra dell'Adriatico. Invano il vice-ammiraglio Albini lo sconsigliò dall'impresa militarmente insensata: il Persano vi si ostinò due giorni, e vi fu sorpreso la mattina del 20 luglio dalla squadra nemica. Allora, reso pazzo dalla paura, dopo aver ordinato su due file distanti l'una dall'altra mille metri i propri vascelli, abbandonò la nave ammiraglia Re d'Italia per riparare sull'Affondatore, grossa corazzata comprata dal governo in America e allora creduta invincibile, sulla quale fece inalberare il pennone di vice-ammiraglio. Così la flotta senza ammiraglio non ebbe più comandi, e la battaglia degenerò in tanti duelli navali. Faà di Bruno, capitano del Re d'Italia, dopo strenua difesa, sentendo il proprio vascello orrendamente squarciato affondare, s'uccise con un colpo di pistola; Alfredo Capellini, capitano della Palestro incendiata, mise in salvo malati e feriti, e si votò con tutto l'equipaggio alla morte sparendo sublime di disperazione in un incendio di gloria.

La battaglia era perduta, ma l'onore del nome italiano era salvo.

L'ammiraglio chiuso nelle torri del suo «monitor» non aveva veduto nulla; poi, a combattimento finito, mentre l'armata austriaca stava ordinata davanti al canale di Lissa, e alcuni fra i più valenti capitani gli consigliavano non imprudentemente di tentare una riscossa, vi si ricusò dichiarandosi vincitore per essere ancora padrone delle stesse acque.

La notizia della vittoria, complice il ministro Depretis, corse per tutta l'Italia a rendere ridicolo un disastro nobilitato dall'eroismo di Faà di Bruno e di Alfredo Capellini.

L'ammiraglio Persano fu più tardi condannato dal senato costituitosi in alta corte di giustizia; il ministro Depretis potè invece, coll'avvento della sinistra al potere, diventare presidente del consiglio e morire all'indomani di un'altra catastrofe militare, in Africa, provocata dalla sua insipienza.

La pace di Vienna.

L'intervento napoleonico dopo la grande vittoria prussiana di Sadowa precipitò le sorti della guerra, giacchè tutta Germania, sollevatasi contro tale intromissione straniera, permise a Moltke di stringere più da presso il nemico. In Italia invece il governo piegò, quantunque il Lamarmora per onestà cavalleresca ricusasse di trattare primo di pace coll'Austria abbandonando l'alleato: ma le ostilità riprese senza vera intenzione di guerra non mirarono che ad occupare il terreno già consegnato dall'Austria nelle mani di Napoleone. A convincerne anche i più restii il principe Girolamo Napoleone venne tosto al campo di Ferrara per stringere gli ultimi accordi con Vittorio Emanuele, e il Grandguillot, altro diplomatico confidente di Napoleone, fu mandato a Firenze presso il Ricasoli ripugnante alla nuova vergogna.

In tutta Europa una satira spietata mordeva il nome italiano: Austria, Prussia, Francia, persino l'amica Inghilterra, vilipendevano l'Italia mostratasi alla prima guerra nazionale ancora più inetta che non nella secolare servitù: le si rinfacciava l'inanità di tutte le sue rivoluzioni anteriori, le vittorie francesi del 1859, gli stessi miracoli dell'epopea garibaldina nel 1860 siccome compiuti da un pugno di eroi contro gli ordini del governo e l'opinione di tutti: il nome di Machiavelli, infame di codarda perfidia nel gergo delle scuole, era la definizione della nuova Italia; si compiangeva Garibaldi moschettato ad Aspromonte ed ora relegato fra le rocce del Tirolo, non si credeva più all'onestà di Lamarmora, non si trovavano confronti per la ritirata di Custoza e la rotta di Lissa. Le fulminee vittorie della Prussia rendevano anche più umiliante il giudizio sull'Italia. Il governo di Firenze non somigliava neppur lontanamente a quello di Torino, quando il conte di Cavour vi preparava l'egemonia piemontese.

La publica opinione italiana, anzichè reagire contro sì terribili accuse, le inveleniva: tutti sentivano che quella prima guerra nazionale aveva deciso dell'onore della patria, e che l'onore era macchiato; nessun eroismo individuale bastava più a salvare la nazione. Nell'impeto magnanimo e partigiano dello sdegno si gettava naturalmente la responsabilità sopra pochi: si gridava che Lamarmora aveva patteggiato la sconfitta, che la corte aveva tradito il paese.

Intanto la Prussia, persuasa che l'Italia non andrebbe militarmente oltre i limiti assegnati dalla cessione della Venezia alla Francia, dopo aver risposto a Napoleone colla minaccia di una seconda guerra sul Reno, il 22 luglio segnava un armistizio coll'Austria, e quattro giorni dopo segnava a Nikolsburg i preliminari della pace. Gli articoli di questa dicevano: scioglimento della Confederazione germanica e assenso dato dall'Austria a un nuovo assetto politico della Germania senza di essa; costituzione degli stati tedeschi al nord del Meno in una confederazione sotto la direzione militare e politica della Prussia; facoltà negli stati del sud di confederarsi conservando la loro autonomia; annessione alla Prussia dei ducati dell'Elba, dell'Annover, dell'Assia-Cassel e Nassau; conservazione e integrità dell'impero austro-ungarico ad eccezione della Venezia. In un articolo separato il re di Prussia si faceva mallevadore dell'adesione del governo italiano all'armistizio e alla pace, tosto che il Veneto fosse per una dichiarazione dell'imperatore dei Francesi messo a disposizione di Vittorio Emanuele.

La Prussia, guarantendo l'adesione del governo italiano, non aveva degnato nemmeno d'interrogarlo.

Quindi l'Austria, imbaldanzita subitamente contro l'Italia, le negò per l'armistizio la concessione dell'uti possidetis, già consentita nelle prime trattative con Napoleone; nuovi corpi d'esercito si drizzarono minacciosamente sul Veneto, si parlò di una seconda guerra fra l'Austria e l'Italia. Sarebbe stata la rivincita per l'Italia e la riconquista di tutto il suo territorio, se nella nazione l'entusiasmo guerriero avesse potuto costringere il governo a più risoluto atteggiamento: questo invece piegò un'altra volta alle ingiunzioni austriache. Si ordinò a Garibaldi, unico vincitore, di sgombrare il Tirolo; e Garibaldi, condensando tutta l'amarezza del proprio patriottismo in una sola parola, rispose: «Obbedisco». Spirato il secondo armistizio, ne venne segnato un terzo a Cormons (12 agosto) di quattro settimane, durante il quale fu sottoscritta a Praga la pace fra Austria e Prussia, e a Vienna la cessione formale della Venezia alla Francia colla condizione che il debito publico delle provincie lombarde comprese nel Veneto fosse liquidato secondo il trattato di Zurigo.

In tanto vilipendio di se stesso il governo aveva invano cercato di migliorare le condizioni del trattato col chiedere «che le discussioni per le ratifiche dei confini fossero riserbate alle trattative della pace», giacchè tale allusione al Tirolo meridionale venne subito respinta dalla Francia e dalla Prussia.

Napoleone, per la vanità di figurare arbitro nella grande contesa, non si accorgeva di offendere mortalmente l'Italia colla propria mediazione; Vittorio Emanuele, che aveva serbato dignità nell'abbandono di Villafranca, s'arrese questa volta prontamente, ma il Ricasoli resistette fino all'ultimo, e non cedette che al pericolo di una vergogna maggiore. Infatti i veneti, inerti durante tutta la guerra, chiedevano ora ad alte grida di venire accolti nel regno minacciando di costituirsi in stato indipendente sotto la protezione della Francia: sottoscrizioni coperte di molte ed illustri firme viaggiavano a Parigi per sollecitare l'imperatore alla ricostituzione dell'antico stato veneto.

Nel Tirolo invece la popolazione non solo non si era sollevata, ma aveva strenuamente combattuto contro i garibaldini con ventidue centurie di cacciatori indigeni sotto gli ordini del generale Kuhn.

La stipulazione della pace fu lunga e laboriosa. L'Austria, malgrado la dichiarazione di liquidare il debito delle provincie cedute a norma del trattato di Zurigo, esigeva altri 36 milioni di fiorini come loro quota proporzionale dei debiti da essa contratti dopo tale trattato: per gli uffici di Francia e di Prussia si potè venirne a capo, ma si dovette abbandonarle nella questione delle frontiere la linea dell'Isonzo ed accettare quella dei confini amministrativi. Così l'Italia, senza frontiere verso la Francia dopo la cessione della Savoia, non ne ebbe contro l'Austria, che ad una nuova guerra avrebbe potuto riprendersi il Veneto colla massima facilità. Finalmente il 3 ottobre fu sottoscritto a Vienna il trattato di pace: per esso l'Italia si addossava un debito di 99 milioni, e l'imperatore d'Austria con tarda cortesia rimetteva al re d'Italia la corona ferrea trafugata nel 1859; i sudditi veneti addetti al servizio dell'impero ebbero facoltà di rimpatriare conservando gradi e stipendi presso il nuovo governo; furono resi gli archivi della republica veneta, ma quasi a memoria insolente della lunga conquista restituita non perduta, l'Austria si ritenne i palazzi di Roma e di Costantinopoli già appartenenti alla republica.

Eseguite tutte le ratifiche, il generale Leboeuf, commissario per l'imperatore Napoleone III a Venezia, dichiarò di consegnare a se stesso il paese, affinchè il popolo manifestasse liberamente la propria volontà di aggregarsi alla nazione italiana: dopo tale dichiarazione il generale Aleman cogli avanzi del presidio austriaco s'imbarcava per Trieste. I comizi plebiscitari tenuti il 21 e il 22 diedero 647,246 sì per la fusione col regno costituzionale di Vittorio Emanuele contro soli 69 no.

E quasi a così triste pace mancasse ancora un anacronismo, Vittorio Emanuele con serotina vanità di re savoiardo volle ricevere gli oratori veneti piuttosto a Torino che a Firenze, per affermare contro il concetto della cresciuta italianità la nuova conquista regia.

Il difficile problema veneto, che nessuna delle due politiche italiane era bastata a disciorre con forze proprie, si era risolto coll'intervento di un'altra grande rivoluzione europea inspirata dal medesimo principio di nazionalità. Ma la giovane nazione vi aveva fatto una prova ben dolorosa della propria incapacità. Monarchia e rivoluzione, unite momentaneamente nell'accordo migliore, non avevano saputo trovarvi più le eroiche energie dei loro primi momenti, quando il conte di Cavour col piccolo Piemonte osava la spedizione in Crimea, o Garibaldi, contro l'opinione di questo, arrischiava l'impresa dei Mille. Il soffio epico, che aveva reso ammirabile il partito rivoluzionario nella ricostituzione della patria, era cessato coll'avvento delle masse alla nuova vita publica, mentre il governo caduto nel più tristo vassallaggio francese vi aveva smarrito col senso dell'antico orgoglio savoiardo la dignità di nuovo regno italiano. La potenza collettiva della monarchia e della rivoluzione in quell'incerta fusione di elementi ancora troppo eterogenei era riuscita minore della loro autonoma potenzialità.

Nell'esercito, altrettanto grosso di numero che fiacco d'organismo, si era rivelata specialmente l'impotenza della nazione. Il governo, costretto da una politica antipatriottica all'equivoco di Sarnico, alla tragedia di Aspromonte, alla resa della Convenzione di settembre, rispecchiava sciaguratamente nella propria insufficienza quella anche maggiore del parlamento; la nazione non migliore nè dell'uno nè dell'altro finiva colla propria passività ad imporre loro quella medesima politica, della quale ora il danno e il disonore l'offendevano.

La nuova guerra aveva abbassato l'Italia. Il piccolo Piemonte, abbandonato a Villafranca, aveva dovuto subire nel 1859 la pace coll'Austria, ma dopo aver combattuto a fianco dei francesi con pari valore; e la sua spedizione in Crimea, i suoi trionfi diplomatici, la fine alterezza della sua politica negli anni anteriori, le intrepide iniziative, tutto deponeva in suo favore. L'Italia, con un esercito maggiore di quello austriaco, con un numero di volontari che avrebbe potuto raggiungere i centomila, con una flotta doppia dell'inimica, senza i pericoli interni, con un alleato capace di prostrare da solo l'impero austro-ungarico in sette giorni: l'Italia vinta a Custoza, sconfitta a Lissa, accettante la Venezia dalle mani di Napoleone, doveva fatalmente decadere nel concetto dell'Europa, che in questo secolo aveva veduto le insurrezioni di Spagna e le ribellioni di Grecia, e vedeva ora la rivoluzione della Germania organizzata nel più ammirabile capolavoro del genio di Bismarck.

Bisognava quindi all'Italia riconcentrarsi nel silenzio di un'altra migliore preparazione. Ma finchè il periodo rivoluzionario, aperto colla guerra franco-sarda, non si conchiudesse con la conquista di Roma esaurendo la propria generazione, era impossibile sperare nella immobilità dei suoi dati politici un rialzo nella coscienza nazionale.

Comunque ricomposta, l'Italia era troppo importante alla generazione del suo risorgimento perchè questa ardisse avventurarla nel pericolo di una più nobile politica.