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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 55: Capitolo Ottavo. Ultima ripresa rivoluzionaria
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Ottavo.
Ultima ripresa rivoluzionaria

Ultima reazione brigantesca a Palermo.

Si era appena sottoscritto il trattato di pace a Vienna, e nella Venezia si preparavano già febbrilmente le feste plebiscitarie, che un'altra reazione brigantesca scoppiava a Palermo.

Forse il nuovo discredito del governo contribuì ad accelerarne l'esplosione.

I nuovi metodi politici di centralizzazione violavano troppe tradizioni, specialmente nelle provincie meridionali, separate dal resto del regno da lunga distanza di periodi civili, per non produrvi un vivo malcontento. La coscrizione militare, la moltiplicità grandinante delle tasse, la soppressione delle corporazioni monacali, vi irritavano tutte quelle passioni piuttosto compresse che soffocate dalla guerra spietata contro il brigantaggio. La stessa epopea garibaldina, che sugli albori della rivoluzione vi aveva infiammato la fantasia delle moltitudini, non era più per esse che un ricordo di lontane vittorie dopo la catastrofe di Aspromonte.

Una mortificazione d'indefinibili speranze inaspriva i dolori di una cronica miseria, alla quale il governo non aveva potuto sino allora che domandare sacrifici. Le vanità tradizionali dell'autonomia duravano ancora nell'isola, la lunga reazione brigantesca del Napoletano, cresciuta quasi a guerra civile, vi sostituiva lentamente nelle immaginazioni la magnifica teatralità delle imprese garibaldine: tutto e tutti contribuivano a preparare una nuova ribellione, la plebe delle campagne colla brutalità, quella cittadina coll'abbiettezza, la borghesia coll'avarizia, il patriziato colla superbia e coll'ignoranza, il clero colla superstizione e colla perfidia.

Il governo, ancora sotto il peso delle ultime umiliazioni, non solo non s'accorgeva del nuovo pericolo, ma, avvisatone dai propri funzionari, temeva di raddoppiarlo mostrando di premunirsi.

La reazione brigantesca esplose naturalmente a Palermo, ove le velleità di autonomia rifermentavano ad ogni coazione dell'unità contro l'egoistica indipendenza regionale. La rivolta fu breve, ma violenta, facinorosa, incredibile di odio e di insania. Già profittando della guerra nel Veneto, per la quale tutti i presidii delle città erano stati ridotti al minimo, dalle congiure sordamente riprese all'indomani dell'annessione si era venuti alle bande armate: mancava un disegno, un uomo, una bandiera. Non si sapeva neppure chiaramente lo scopo della rivolta; non vi erano intese con altre regioni, non accordi diplomatici, non vera preparazione di guerra. Ma un odio indefinibile riuniva tutte le classi contro il governo: si sognava di autonomia senza il coraggio di precisarla nemmeno come sogno: si moltiplicavano i pretesti alle ribellioni traendoli da ogni novità. Il brigantaggio napoletano era stato una reazione legittimista: la reazione siciliana doveva essere un malandrinaggio senza aspirazione nè al passato nè all'avvenire.

Il 16 settembre (1866) le bande armate aggirantisi da molte settimane sui monti si raccozzarono improvvisamente ed entrarono a Monreale mettendo a rumore la città: quindi irruppero su Palermo, ne sollevarono la plebaglia, ne asserragliarono le vie, vi assediarono nel palazzo il prefetto Torelli colla poca truppa accorsa a difenderlo, e composero un governo provvisorio. Parve, ed era il rovescio della conquista dei Mille. Tutta l'isola ne fu commossa, ma per mancanza di un disegno e di una bandiera il moto non potè espandersi. Il governo, che alle istanze reiterate del prefetto non aveva voluto accrescere il presidio della città ridotto a 3500 uomini, dovette quindi mandare su Palermo il generale Cadorna con grosso nerbo di truppa per soffocarvi la guerra civile. L'orribile tumulto durò sei giorni: la vittoria rimase naturalmente al governo, ma il combattimento fu indescrivibile di ferocia e grande la strage: si dovette riconquistare ogni via, ogni casa; dai conventi mutati in fortezze frati e monache combattevano per gli insorti; la plebaglia, che non aveva seguìto Garibaldi nel 1860, si ostinava adesso con atroce temerità contro l'esercito regolare. Di questo perirono nella mischia quasi cento soldati e trecento furono feriti; degli altri non si volle fare il conto perchè sarebbe stato troppo difficile e vergognoso.

L'ordine fu ristabilito. Gli autonomisti, che avevano mestato nella congiura e fornito le bande, spaventati essi medesimi dalla truce anarchia, riaderirono prontamente al governo. Per prudenza politica questo non volle indagare nè le vere origini, nè quali fossero i maggiori colpevoli della rivolta.

Nelle provincie napoletane più infette dal brigantaggio quel moto siciliano non ebbe ripercussione: con esso finì la reazione meridionale separatista.

Il gabinetto Ricasoli, già indebolito dai disastri della guerra, ne ricevette un colpo mortale.

La politica ecclesiastica.

Le illusioni create nei più ingenui di parte moderata dalla Convenzione di settembre dovettero dissiparsi alle nuove dichiarazioni di Napoleone III, che ritirando momentaneamente il presidio da Roma non intendeva assumere altri impegni per l'avvenire. Il sacrificio del diritto nazionale consumato dal governo per eliminare i francesi da Roma, nella speranza di potervi un giorno entrare dietro qualche imprevedibile avvenimento, tornava quindi inutile dopo questa minaccia di altro intervento. Infatti non appena l'esercito regolare francese si fu ritirato da Roma, una grossa mano di finti volontari racimolati fra esso vi rientrava a costituire una legione, chiamata poi dal nome di Antibo e salutata dal generale francese Dumont, venuto da Parigi a passarla in rivista, come nuova legione tebana.

La teorica cavouriana della conquista di Roma con mezzi morali, infelicemente interpretata da' suoi successori, sembrava finire nel più doloroso ridicolo, ora che l'ottenuta soluzione del problema veneto rendeva più urgente quella della questione romana. Si comprendeva da tutti che là stava il principio della rivoluzione italiana e la sola possibile rivincita degli errori e delle umiliazioni patite dal periodo delle annessioni sino allora. Bisognava a qualunque costo forzare Roma, per dare all'Italia colla sua capitale storica una vera coscienza di nazione.

Ricasoli vi si accinse: ma come all'indomani della Convenzione di settembre il Lamarmora aveva deputato a Roma il Vegezzi, così egli vi mandò il Tonello per trattare delle sedi vescovili vacanti. Poi, lusingato dalla nomina di due prelati liberali alle chiese metropolitane di Torino e di Milano, si spinse oltre sulla via di una conciliazione. Il concetto suo e dei partigiani neo-guelfi era d'indurre il papa ad una spontanea rinuncia del potere temporale, largheggiando siffattamente con lui di concessioni nella politica ecclesiastica da assicurargli un'immensa preponderanza sulla vita civile. A scusa di questo disegno s'invocava la necessità di liberarsi dalla Francia col ridurre la questione romana ad un problema di ordine interno, giacchè ottenere Roma colle armi non si poteva. Ma un errore più profondo si nascondeva in quest'idea, ed era la soggezione del pensiero civile al pensiero religioso con questo riconoscimento della suprema autorità cattolica come fonte di tutti i diritti regii, e colla negazione del principio rivoluzionario il quale non aveva altra originalità dal disconoscimento della supremazia religiosa in fuori. La libertà di pensiero, conquistata religiosamente dalla Riforma e civilmente dalla rivoluzione francese, sarebbe stata così sconfessata dalla rivoluzione italiana. Era l'ultima riapparizione dell'idea giobertiana del Primato: ma la vasta utopia del filosofo piemontese non riusciva nella politica del gabinetto di Firenze che a mascherare i pregiudizi della corte incapace di concepire la propria autorità senza sanzione religiosa, e cercante nella forte compagine del cattolicismo un baluardo contro i flutti della rivoluzione.

Intanto il ministero aveva già firmato la convenzione finanziaria derivata dalla Convenzione di settembre, e per la quale l'Italia assumeva il debito delle provincie pontificie annesse senza nemmeno chiedere la libertà di quei cittadini italiani che, come il bolognese Petroni, da quindici anni soffrivano nelle carceri romane. Nullameno il governo francese, per quel brutto vizio di aggiungere sempre al danno lo scorno, non fidandosi nè alla firma reale nè all'onore della nazione, aveva forzato il gabinetto a deporre venti milioni nella Cassa-depositi a Parigi.

L'occasione ai nuovi tentativi di accordi con Roma venne dalla legge sull'alienazione dell'asse ecclesiastico, che lo Scialoia, reggente allora il portafoglio delle finanze, doveva presentare alle Camere. In essa, poi giustamente definita una singolare mistura di santimonia neo-guelfa e di speculazione bancaria, si rimetteva nelle mani dei vescovi, se volessero accettarla, la vendita dei beni del clero nel termine di dieci anni, e la conversione del ricavato, e l'amministrazione e la distribuzione delle rendite agli usi del culto e al mantenimento delle persone, salvo il pagamento di 600 milioni di lire italiane allo Stato in rate semestrali di cinquanta milioni l'una, quasi per quota-parte delle appartenenze della società laica nella destinazione di tali beni. Era assuntore della vasta operazione bancaria il banchiere belga Langrand-Dumonceau di parte ultramontana.

Contemporaneamente i nuovi diplomatici mandati a Roma offrivano al pontefice per parte del governo italiano la rinunzia alla presentazione dei candidati alle sedi vescovili e alle guarentigie tradizionali del placet, dell'exequatur e del giuramento.

L'abbandono di queste viete riserve della sovranità regia contro l'autorità ecclesiastica, logico secondo i principii della rivoluzione, pei quali ogni religione nello stato non deve essere che un'opinione perfettamente libera come tutte le altre, diventava nelle intenzioni e nel fatto di tale politica un privilegio alla chiesa romana, che col maneggio dell'alienazione e della disposizione del patrimonio ecclesiastico si sarebbe costituita centro di enorme clientela, esercitando la più sconfinata influenza specialmente coll'elettorato ristretto d'allora.

Gregorio VII, il fiero tribuno del papato, non avrebbe potuto chiedere di più. Fortunatamente la stessa legge storica della decadenza nel papato impedì alla corte romana di accettare l'improvvida offerta: la Camera, malgrado il bigottismo monarchico-religioso della propria maggioranza, respinse il progetto Scialoia, contro cui si levavano proteste specialmente dalle provincie venete: quindi Ricasoli, violento d'orgoglio, ottenne dal re lo scioglimento della Camera, ma le elezioni essendoglisi chiarite avverse dovette dimettersi.

Durante la lotta di queste, Garibaldi, dietro consiglio della sinistra parlamentare, si era recato sul continente per pubblicarvi un manifesto politico sull'urgenza di conquistare Roma all'Italia colle vie legali, ed aveva percorse tutte le provincie venete arringando i popoli inutilmente: la nuova Camera, da lui sognata tutta piena di rappresentanti decisi a sciogliere magari con una guerra nazionale alla Francia il problema di Roma, risultò invece poco diversa dalle altre, sebbene ostile al ministero.

Ministero Rattazzi.

Col ritorno del Rattazzi al potere doveva svolgersi in un ultimo equivoco della politica monarchica il supremo tentativo rivoluzionario per la conquista di Roma.

Difetti e qualità rendevano il nuovo ministro singolarmente adatto alla tragica avventura. La sua prontezza così a sedurre come a lasciarsi sedurre da grandi imprese, trovando sempre in un tradimento finale la soluzione ad un intrigo divenuto inestricabile, faceva di lui egualmente sperare e temere. Lo si sapeva infatti giacobino contro il papa e cortigiano con Vittorio Emanuele, ligio a Napoleone e avverso alla destra, compromesso colla sinistra e odiato dal popolo; ma così abile parlamentare e scaltro diplomatico da reggersi nelle più difficili situazioni non ostante lo squilibrio dell'ingegno.

La sua presenza al ministero, anzichè rinfocolare gli odii di Aspromonte, parve quindi al partito d'azione arra di più coraggiose e feconde iniziative.

Roma, ritornata colla partenza del presidio francese in signoria di se medesima, mutava apparentemente le condizioni del proprio problema politico. Se infino allora le sarebbe stato difficile ogni moto rivoluzionario, giacchè il governo pontificio denunciandolo come tumulto plateale avrebbe avuto, a schiacciarlo, irresistibile concorso dalle truppe francesi, ora non trovandosi sopra altri nemici che i pochi mercenari papalini poteva senza troppa difficoltà e con molta speranza di buon successo, levarsi a rivoluzione. La Convenzione di settembre, coll'assicurarle il reciproco non intervento della Francia e dell'Italia, le lasciava tutto il merito della iniziativa. Malgrado le compromissioni di Napoleone col clero francese, difficilmente ad una spontanea rivoluzione dei romani egli avrebbe potuto allora, nel rifermentare delle passioni republicane a Parigi, ripetere la spedizione del 1849; quindi l'Italia invocata liberamente da Roma avrebbe risposto occupandola colle proprie truppe. L'impero buonapartesco, prima di scendere ad una guerra contro l'Italia, avrebbe dovuto pensare seriamente alla posizione fattagli in Europa dalla rivalità della Prussia.

Era questa l'idea di Mazzini e da lui eloquentemente sua indarno predicata ai romani.

Poco segreti e meno efficaci si adoperavano in Roma tre comitati liberali, moderato l'uno, mazziniano il secondo, garibaldino il terzo. Il primo sottoposto agli ordini del governo italiano badava piuttosto ad impedire che altri facesse che a fare, giustificando tratto tratto la propria esistenza con dimostrazioni puerili contro il papa; il secondo, impegolato nelle formule mazziniane, riusciva ad un'accademia; l'ultimo, combattuto con diverse intenzioni ma pari accanimento da entrambi, rimaneva impotente all'azione malgrado la praticità dei propri propositi.

Mancava sopratutto il denaro. Mazzini se ne arrovellava senza poter intendere questa avarizia della nazione, nella quale Garibaldi aveva trovato seguaci pronti a morire sotto le sue bandiere piuttosto che oblatori capaci di sacrificare somme anche tenui alle sue imprese. Nullameno si riordirono le file di una più vasta congiura, dacchè il ministero sembrava favorirla. Comitato moderato e garibaldino si accordarono in Roma; dal Regno si mandavano aiuti, il governo papale vegliava denunciando i complotti all'ambasciata francese, ma senza temerne davvero per troppo esatta conoscenza delle persone e dei mezzi. Il ministero Rattazzi, lusingato dalla possibilità di una nuova guerra europea, si cacciava risolutamente nel più cieco degli imbrogli politici: una guerra era discussa a corte, invocata come rivincita dall'esercito, suggerita dalle condizioni dell'impero buonapartesco. Il caso ne poteva venire dalla non osservanza dell'articolo 5º del trattato di Praga da parte della Prussia, e allora per l'impero le alleanze sarebbero state in Italia e nella Germania del sud minacciata di assorbimento dalla nuova Confederazione del nord. L'Italia avrebbe potuto essere egualmente o colla Francia o colla Prussia. Ma se a questa guardava, per odio contro Napoleone, il partito rivoluzionario incline a fidarsi piuttosto del franco dispotismo del conte di Bismarck, col quale Mazzini aveva già aperte trattative, corte e governo per tradizioni e per opinione rimanevano fedeli alla Francia. Non si credeva allora ad una possibile disfatta dell'Impero francese; bisognava quindi destreggiarsi per vendere al miglior prezzo e al più solvibile offerente la propria alleanza. Così mentre il Vaticano con più sicuro senso della realtà calcolava sull'influenza del clero francese, giovandosi del bigottismo fanatico dell'Imperatrice Eugenia e della regina spagnuola Isabella, Rattazzi alle rimostranze del gabinetto francese sui raggiri rivoluzionari contro Roma rispondeva publicamente di voler rispettata la Convenzione di settembre, e segretamente tentava di sollevare la Spagna per mezzo di un pronunciamento militare col generale Prim, e dava denari per una spedizione rivoluzionaria contro Orvieto.

Nel suo disegno semplice malgrado i troppi viluppi era idea principale suscitare moti a Roma e nel regno fingendo frenarli, e magari frenandoli ove eccedessero, per costringere Napoleone a cedere Roma all'Italia come pegno d'alleanza. Senza compensi infatti l'Italia non avrebbe potuto accettare il nuovo peso di un'alleanza francese contro la Prussia per una guerra, della quale era impossibile calcolare le catastrofi.

Le trattative perplesse e subdole d'ambo le parti non chiarivano condizioni; si accennava ad una occupazione del resto dello stato pontificio facendo di Roma una specie di città anseatica, e ad un altro trasporto della capitale a Napoli.

Ad ogni modo Rattazzi sperava in una qualche mutazione; ma tenuto in freno dalla corte e dal parlamento, sospetto ai liberali e non abbastanza risoluto egli medesimo, male dominava le contraddizioni del proprio disegno. La Francia colla formazione della legione d'Antibo, nella quale i soldati conservavano il giuramento di fedeltà all'imperatore e i libretti dell'esercito francese, non solo violava la Convenzione di settembre, ma subendo le pressioni del proprio clero guidato dal vescovo d'Orléans, monsignore Dupanloup, era costretta ad insultare l'Italia con affermazioni bellicose in favore del papato. Laonde il ministero Rattazzi ne perdeva credito presso il partito rivoluzionario, e la publica opinione si confondeva.

Garibaldi invece, già dimentico di Aspromonte, da Ginevra ove era accorso al congresso della pace per dichiararvi con Bakunine, Büchner, Pietro Leroux, Edgardo Quinet, Stefano Arago, ed altri maggiori democratici d'Europa la decadenza del potere temporale, parlava di guerra e la preparava. Quindi coll'impeto della propria natura di condottiero, non appena ritornato in Italia, vi aveva aperti arruolamenti, e s'aggirava fremendo sulla frontiera papalina. I suoi proclami ai romani erano così espliciti, e la sua azione così libera nel regno, che tutti necessariamente vi sentivano la complicità del ministero. Da comizi popolari a Milano, a Genova, a Firenze, a Napoli, sorgeva minaccioso il grido: a Roma!; il contagio guadagnava l'esercito regolare, la situazione si tendeva talmente che uno scoppio diventava inevitabile. Garibaldi, malgrado l'immutata fedeltà alla propria formula Italia e Vittorio Emanuele, per placare i più intransigenti fra i cospiratori del centro romano d'insurrezione, aveva questa volta ripreso il titolo di generale della republica romana.

Una grande illusione involgeva tutta la politica di quell'ora, ma in realtà Roma era impreparata. Le poche armi raccoltevi erano state sequestrate, un tentativo del comitato mazziniano di Genova per introdurvene altre aveva fallito; i varii comitati vi si combattevano tristamente, il ministero Rattazzi era costretto a frenare qualunque spedizione al di fuori, poichè dentro di quella nessuna insurrezione scoppiava a giustificarla; mentre Garibaldi insofferente d'indugio anelava epicamente a morire sotto le sue mura se ogni vittoria fosse negata, e l'Italia non ostante il nuovo fermento di volontari era tutt'altro che disposta ad una guerra eventuale colla Francia.

Mazzini, reso più chiaroveggente dall'odio alla monarchia, sconsigliava invece dall'impresa scoprendovi l'agguato teso dal ministero alla rivoluzione. Infatti se la Francia avesse consentito la spedizione, ed era impossibile, la monarchia vi ripeterebbe come a Napoli il proprio intervento colla scusa di salvare il papa dalla demagogia e s'insedierebbe a Roma; se la spedizione fallisse, e la Francia scendesse con un corpo d'esercito a difendere il papato, la monarchia assisterebbe impassibile all'ecatombe dei garibaldini. In ambo i casi per Mazzini la rivoluzione era perduta. Laonde, cercando in Roma una iniziativa per l'Italia, egli dichiarava che, se quella dovesse venire aggregata come il resto al Piemonte, preferiva rimanesse del papa per altri tre anni. «O fare a danno della monarchia o non fare» era adesso il suo motto.

L'urgenza di tale iniziativa republicana lo spingeva sino a rampognare coloro che si arruolavano con Garibaldi, e a consigliare loro l'insubordinazione o la diserzione, appena entrati nello stato pontificio, per gridare la republica. La sua antica vanità di capitano, ancora sotto il peso della sciagurata spedizione in Savoia, s'irritava contro questa suprema imprudenza di Garibaldi, che avrebbe perduto l'Italia per rendere un servigio alla monarchia. Quindi sognava di sbarcare egli stesso con altri mille e con bandiera republicana sopra un punto della costa romana, ora che tutti esitavano ancora, e superando tutti resuscitare nella grande città la republica del '49.

Intanto i volontari arruolati publicamente nelle città e mandati in truppa ai confini vi si irreggimentavano.

Il governo publicava minacce e lasciava espandersi il moto. Quasi tutti i maggiori rivoluzionari dissuadevano Garibaldi dall'impresa. Acerbi, Crispi, Mario, Fabrizi gliene illustravano con terribile evidenza i pericoli e gli equivoci; ma egli si ostinava sublimamente muto, vincendo la loro ragione col fascino della propria volontà. Nella infallibilità dell'istinto egli solo sentiva che la rivoluzione doveva a se medesima, dopo la inonorata conquista monarchica del Veneto, un supremo tentativo su Roma, alla quale la monarchia aveva abdicato colla Convenzione di settembre e il trasporto della capitale a Firenze. Sulle condizioni dell'impresa la sua vecchia esperienza s'ingannava ancora meno di quella degli altri rivoluzionari, quantunque la nobile speranza di trascinare con questa iniziativa Vittorio Emanuele in campo lo illudesse ancora. Ma la rivoluzione non poteva, come la monarchia, rinunziare a Roma sotto pena di rendere ridicola la tragedia di Aspromonte: la morte di Garibaldi e una ecatombe di garibaldini sotto le mura di quella per mano dei francesi avrebbe invece staccato per sempre l'Italia da Napoleone, e resa inevitabile la guerra al papato.

Garibaldi voleva morire. A mezzo settembre (1867) Giovanni Nicotera era già a capo di una colonna mirante su Velletri; Menotti Garibaldi col corpo centrale dei volontari si teneva pronto a marciare su Monterotondo; Acerbi con l'ala destra minacciava Viterbo; e Garibaldi scorreva la frontiera attendendo da Roma un segnale d'insurrezione, pronto a varcarla anche senza di questo. Ma il ministero, stretto dalle minacce francesi, decide di arrestarlo quantunque deputato e violando lo statuto: ad Arezzo l'accoglienza entusiastica del popolo lo protegge, ma nel villaggio di Sinalunga presso il lago Trasimeno è catturato con parte del suo stato maggiore (23 settembre). Soldati dell'esercito regolare che lo veggono passare prigioniero urlano: «A Roma, a Roma!»; il popolo di Firenze tumultua; però Garibaldi viene chiuso momentaneamente nella fortezza d'Alessandria. Allora i suoi luogotenenti si mordono l'uno l'altro per gelosia di comando; nella confusione centuplicata dall'arresto del generale nè volontari, nè esercito, nè parlamento, nè paese comprendono più nulla. Siccome il ministero non disperde i volontari alle frontiere papaline, i più suppongono quell'arresto una lustra diplomatica per ritardare la spedizione, dar tempo a Roma d'insorgere, e al governo d'intervenire col proprio esercito.

Garibaldi, indignato del tradimento, dimentica se stesso al punto di chiedere protezione all'Inghilterra, agli Stati Uniti e all'Argentina come loro cittadino, Rattazzi impaurito dello scandalo gli manda il generale Pescetto, ministro della marina, per offrirgli di tornare libero a Caprera senza condizioni; Garibaldi accetta, ed invece rimane prigioniero nell'isola bloccata dalle navi regie.

Ma siccome dalla cittadella di Alessandria aveva già promesso ai romani di raggiungerli a qualunque costo, appena cominciate le ostilità fugge, a notte, romanzescamente, sopra uno schifo; approda in Sardegna; di là sbarca a Livorno, ricompare a Firenze (19 ottobre) che la guerra è già scoppiata alla frontiera pontificia. Infatti il 28 settembre alcune bande di garibaldini, varcato il confine, avevano già costretto i gendarmi di Acquapendente ad arrendersi; quindi, entrate in Viterbo, vi avevano costituito un comitato d'insurrezione col nome di governo provvisorio, mentre altre si erano insignorite di Bolsena e minacciavano Pontecorvo.

Rattazzi, messo al bivio dalla riapparizione di Garibaldi o di ripetere Aspromonte marciando contro i volontari, o di sorpassare la loro iniziativa invadendo lo stato pontificio, si dimette. Ma tutto era già perduto prima. Napoleone aveva annunziato il proprio intervento armato; Vittorio Emanuele per mezzo dell'ambasciatore Nigra era stato forzato a proporgli un intervento misto, poi il 19 ottobre gli aveva ripetuto l'offerta dichiarandosi pronto a riconoscere francamente in un proclama l'appoggio francese, e chiudendo il dispaccio col rimettersi all'alta saggezza dell'imperatore. Il 22 Napoleone rispondeva ancora che «una occupazione mista non farebbe che complicare la questione dei due governi»; e Vittorio Emanuele proibiva a Rattazzi d'invadere lo stato pontificio.

Nullameno l'imperatore titubava ancora. Ma la monarchia, sottomessa da quasi dieci anni alla sua volontà, non poteva osare di soverchiarlo accettando il consiglio dato da Garibaldi a Rattazzi: «invadere Roma coll'esercito italiano e subito». Pio IX invece, conoscendo meglio del gabinetto di Firenze l'animo dell'imperatore, aveva esclamato con quella scettica bonarietà divenuta già celebre: «Imbecilli! aveva loro concesso otto giorni!».

Rattazzi, abbastanza abilmente sgusciato dalla oramai bieca situazione col dimettersi dopo aver compromesso impero, monarchia e rivoluzione, in mezzo al turbamento universale pareva ancora un forte ministro sagrificato dalla viltà del proprio governo. Il generale Cialdini, incaricato di racimolare un nuovo ministero, non essendo riuscito a dissuadere Garibaldi dall'impresa, declinava il troppo difficile mandato.

Gli successe quindi il generale Menabrea con un ministero reazionario; però non si ardì nè arrestare Garibaldi, nè impedire altrimenti la spedizione. Pel primo caso s'invocavano difficoltà insuperabili, e si diceva cavillando che nessuno poteva imprigionarlo, non il Rattazzi perchè ministro dimissionario, non il Cialdini siccome ricusatosi a formare il nuovo ministero, non il Menabrea che non l'aveva ancora formato del tutto; pel secondo il governo seguiva tuttavia la spinta datagli dalla politica di Rattazzi fra le contrarie correnti di Francia e della rivoluzione.

L'eclissi della coscienza publica era totale. Mentre il governo minacciava repressioni, i comitati mandavano soccorsi e diramavano proclami; il potere legislativo era sospeso, quello esecutivo diventato problematico.

Mentana.

Tutto l'eroismo italiano fremeva nel campo di Garibaldi, ma la nazione rimaneva inerte così agli eccitamenti del generale come alle recriminazioni del governo. Vittorio Emanuele pareva dimenticato.

Però il moto garibaldino si veniva a mano a mano agghiacciando: i volontarii erano pochi, malissimo armati con vecchi fucili delle guardie nazionali, quasi senza cannoni e senza cavalleria. Fra loro brillavano veterani e neofiti superbi d'entusiasmo, qualche vecchio principe come il duca Lante di Montefeltro, qualche giovane aristocratico come il principe di Piombino esule romano, gli ultimi della famiglia dei Cairoli, che dovevano morirvi. Ma lo spirito militare vi era scarso, un dissidio politico separava garibaldini e mazziniani, il contegno oramai apertamente ostile della monarchia disanimava i più, la certezza di un intervento francese toglieva finalmente ogni speranza all'impresa.

Non era più una guerra ma un sacrificio.

Una lugubre ed altera poesia dava allo stesso disordine di quelle rosse falangi una maggiore solennità: si sentivano nel silenzio delle marcie i presagi dell'ecatombe, e nel furore dei primi assalti la frenesia della morte imminente.

Il 22 ottobre settantacinque giovani guidati da Giovanni e da Enrico Cairoli s'avanzano, tragica avanguardia, su Roma: il loro disegno è di promuovervi una sollevazione che tolga alla Francia la ragione d'intervenire, e forzi la monarchia ad associarsi alla rivoluzione. Ma la metropoli cattolica non esce nemmeno in quest'ora suprema dalla propria ignavia; la polizia papalina vi ha già arrestato alcuni capi della cospirazione; altri gliene hanno già venduto il segreto; il governatore Zappi mura sei porte della città, raddoppia i presidii di piazza Colonna e del Campidoglio, intercettando ogni comunicazione colla campagna.

I Cairoli, scesi di notte pel Tevere, si accampano sull'altura di Villa Glori aspettando invano il segnale dell'insurrezione: invece le loro vedette segnalano l'avanzarsi di alcune compagnie di antiboini. L'ecatombe incomincia, i settantacinque si votano alla morte: una mischia degna dei Maccabei glorifica per sempre quel piccolo poggio, e i due Cairoli cadono morenti sopra un mucchio di cadaveri.

— Muoio, sai. Saluta mammina. Il problema è sciolto! — mormora Enrico nell'agonia.

Poichè il loro impeto aveva fugato le due compagnie di antiboini, i rimasti poterono scampare a notte recando la triste notizia a Garibaldi.

Ma Roma non si è mossa. Solo in un lanificio di Trastevere alcuni cospiratori, sorpresi poco dopo (25 ottobre), resistono coraggiosamente animati dal coraggio di una donna, Giuditta Arquati Tavani, ultima romana nella decadenza papale che aveva precipitato Roma più basso dell'antica decadenza imperiale.

Garibaldi all'annunzio dell'eccidio dei Cairoli li immortala nel più bello dei propri proclami; quindi rassegnate le truppe (24 ottobre) a Passo Corese, ordina ai maggiori Valzania e Caldesi, romagnoli entrambi, l'assalto di Monterotondo. Il 25 ve li raggiunge con Mosto, Frigerio, Canzio ed altri capitani di battaglioni; Menotti, degno di lui, si è inoltrato sino a millecinquecento metri dal Pincio. Benchè quattrocento legionari antiboini guarniscano Monterotondo, mirabilmente asserragliati, dopo solo tredici ore di combattimento micidiale per i garibaldini la porta della piccola città è incendiata, e attraverso le fiamme i volontari irrompono vittoriosi. Dopo altre quattordici ore anche il castello dominante la città si arrende, ma il popolo conserva il più ostile mutismo verso i vincitori.

Nelle campagne l'odio ai garibaldini è anche più vivo ed assurdo: impossibile ad essi di chiedere una informazione ed ottenere una guida.

Fu l'unica, ultima vittoria garibaldina. L'indomani una divisione francese agli ordini dei generale De-Failly salpava da Tolone, e a Firenze s'insediava il ministero reazionario Menabrea.

Incomincia la settimana di passione. Francia e Italia si uniscono contro Garibaldi. La squadra del Riboty, che da Rattazzi aveva avuto l'avviso di tenersi pronta a sbarrare l'approdo francese, riceve contrordini; l'esercito italiano si prepara a varcare il Confine per assistere impassibile alla carneficina dei volontari, il re emana un proclama nel quale li sconfessa minacciandoli come ribelli e chiamando i francesi alleati e fratelli. Garibaldi già in marcia su Roma, dopo la vittoria di Monterotondo, riceve a Casal de' Pazzi contemporaneamente il proclama del re e le informazioni di Adamoli e di Guerzoni, penetrati in Roma travestiti e ritornati senza più speranza d'insurrezione. Per la prima volta l'audace condottiero deve battere in ritirata, mentre all'annunzio dei francesi sbarcati a Civitavecchia l'esercito regio passa il confine per dividere con loro l'occupazione del territorio pontificio e «poter imprendere in situazione pari a quella di Francia nuovi negoziati», secondo una nota diplomatica del ministro Menabrea a tutte le potenze. Ma di questo intervento, del quale allora la parte moderata si vantò come di un atto risoluto, la storia ignora ancora la ragione. Dacchè il governo intendeva di non combattere i garibaldini e di lasciarli schiacciare dai francesi, la sua presenza sul campo di battaglia diventava un anacronismo inutile ed ingeneroso. Ma alla ritirata da Casal de' Pazzi la confusione entra nella piccola truppa dei volontari. Vanita la speranza della conquista di Roma, l'insufficienza dell'impresa scoppia in tutte le coscienze come una rivelazione: i mazziniani memori delle ammonizioni di Mazzini sull'esito doloroso, si sbandano gettando le armi; Garibaldi, esacerbato dalla diserzione, accusa Mazzini, il quale colla solita magnanimità di sacrificio, dopo aver avversato la spedizione, aveva da ultimo ordinato di aiutarla a quelli di parte propria. Senonchè nell'incertezza di quell'ora i mazziniani si scusano, invocando le sue parole di altri giorni e fingendo d'ubbidire ad un suo ordine. Altri abbandonano il campo, ove erano accorsi sulla fede di un aiuto monarchico: una voce sinistra propala che l'esercito italiano appiedato alle spalle dei volontari attende che i francesi li attacchino di fronte per accerchiarli. La rotta precede la battaglia: da ottomila la piccola truppa discende a poco più di cinquemila, disperati della patria, reluttanti a morire invano e nullameno pronti a cercare in una suprema battaglia una fine a quell'impresa, nella quale di chiaro non v'era che la necessità di sacrificio.

Allora Garibaldi grandeggia. La sua ritirata da Roma non è che una sua mossa strategica; l'idea di ripassare il confine italiano, arrendendosi all'esercito regio senza aver combattuto i nuovi invasori, non gli passa nemmeno per il capo. Bisogna che l'Italia si riaffermi contro l'abbandono della monarchia e la prepotenza della Francia. Da Monterotondo, ove si era ripiegato, sfianca quindi su Tivoli, ove i colli gli offrono miglior terreno: i suoi ventisei battaglioni non avevano più che la metà dei soldati, la sua cavalleria è di sole dodici guide, le sue munizioni per l'artiglieria non superano le settanta cariche. Il 5 novembre la sua avanguardia è sorpresa al villaggio di Mentana da quella del generale papalino Kanzler: Garibaldi, costretto a mutare la linea di marcia in quella di battaglia, ritrova la migliore energia delle sue guerre d'America, ma i volontari mal destri si scompongono, gli zuavi pontifici ardenti di fanatismo assaltano con impeto: Garibaldi s'avventa egli stesso ad una carica alla baionetta, ma saettati di faccia e di fianco dai cannoni delle alture e dai nuovi fucili Chassepot a tiro rapido, i garibaldini debbono indietreggiare.

Nullameno la loro ritirata impone rispetto al nemico, che non sa occupare Mentana, terra aperta.

Garibaldi, sorpreso come Napoleone I a Waterloo dalla passione della morte, si precipita solo contro il nemico, e come Napoleone trova nei propri luogotenenti chi lo ferma.

La sera alle otto si decide la ritirata da Monterotondo su Passo Corese. La mattina seguente i volontari depongono i fucili sul ponte di confine per ritornare sbandati alle proprie case, e Garibaldi arrestato a Figline viene chiuso nuovamente al Varignano. La Convenzione di settembre era lacerata, Roma nuovamente in mano ai francesi, le sue chiese echeggiavano alle preghiere della vittoria, mentre l'Italia stava muta guardando un corpo del proprio esercito appiedato entro i confini del territorio pontificio.

Ma il governo francese protestò così superbamente contro tale violazione che il re dovette ordinare al generale Cadorna di ripassare la frontiera.

Contraccolpi parlamentari.

Questa umiliazione non fu l'ultima.

Vittorio Emanuele con ingenua servilità scrisse ancora all'imperatore Napoleone una lettera per scongiurarlo nel nome dei medesimi interessi bonapartisti a richiamare le truppe da Roma e per offrirgli l'alleanza italiana, se rinunciasse ad ogni ulteriore protezione del papato. Questa lettera singolare diceva: «... gli ultimi avvenimenti hanno sopito ogni rimembranza di gratitudine nel cuore dell'Italia. L'alleanza della Francia non è più nelle mani del governo! Il fucile Chassepot a Mentana l'ha ferita mortalmente. Ma questa alleanza non è spregevole. Sire: essa è alleanza più sicura e più efficace, che non sia quella del partito clericale. Ora Vostra Maestà senza offendere la volontà della nazione può, se vuole ravvivarla o secondarla» (6 novembre).

Così scrive il re d'Italia al difensore del pontefice, al vincitore di Garibaldi, all'alleato, che primo colla formazione della legione d'Antibo aveva violato la Convenzione del settembre.

Il ministro francese degli esteri Rouher, rispose brutalmente all'umile lettera del re dichiarando fra gli applausi della camera che gli italiani non si impadronirebbero di Roma giammai!

Questa parola suonò come uno schiaffo sulla fronte della nazione. Garibaldi, ancora prigioniero, veniva pregato dal ministro Gualterio di scegliersi un esilio spontaneo per non suscitare imbarazzi al governo.

Il paese intanto si manteneva calmo. I reduci garibaldini vi erano considerati come pazzi che avessero voluto forzare l'impossibile, si giudicava severamente l'opera di Garibaldi, si accusava Rattazzi di aver compromesso le sorti delle istituzioni, non si misurava abbastanza bene la nuova bassezza, alla quale era sceso Vittorio Emanuele; mentre per una delle solite contraddizioni spiacevano le compiacenze servili del Menabrea alla Francia, e i suoi postumi rigori contro i volontari. Naturalmente la discussione degli ultimi avvenimenti si restrinse alla camera, senza guadagnarvi nè di logica nè di nobiltà. La destra intransigente vi si accanì contro Garibaldi e più contro Rattazzi, capo della sinistra: pareva ad essa un sacrilegio l'aver tentato contro il volere della monarchia la questione di Roma: quindi colla vanteria di una praticità fatta di sommissione e di pedanteria derideva come rettorica le magnanime affermazioni del diritto nazionale su Roma, e respingeva come ingratitudine le pretese di una emancipazione dall'impero francese ancora arbitro d'Europa. Di rimpatto la sinistra, giustamente sospettata di riserve republicane, accusando la destra di partito antinazionale, ricadeva sotto il sospetto di voler abbattere le istituzioni, mentre i veri rivoluzionari si lagnavano invece che avesse tradito la rivoluzione a profitto della monarchia. La colpa, palleggiata da partito a partito, da ministero a ministero, dal re a Garibaldi, era uguale in tutti. Questi solo aveva voluto dar Roma all'Italia malgrado il papa, l'impero e la monarchia, ed era stato battuto, ma la sua sconfitta isolava Napoleone in Europa togliendogli ogni possibilità di nuova alleanza coll'Italia, infamava il papato ed abbassava la monarchia.

Il motto di Enrico Cairoli morente — il problema è sciolto! — era stata una di quelle rivelazioni, che la storia talora accorda all'agonia degli eroi.

Il linguaggio insolente della Francia, cui il ministro Menabrea opponeva i più sciatti complimenti, compiva il discredito del governo: le arringhe abilissime del Rattazzi dichiarante di avere per rispetto alla Convenzione, sebbene violata dalla Francia, cercato d'impedire la spedizione di Garibaldi e voluto poi intrepidamente prevenirla colle truppe regie occupando il territorio pontificio onde evitare l'intervento francese, rendevano col paragone più supine le dichiarazioni del nuovo ministero: Quintino Sella, ammirabile di calma risoluta fra tanta incertezza di passioni e di idee, proponeva indarno, e per quanto povero era ancora il solo rimedio, un ordine del giorno puro e semplice che riconfermasse Roma capitale d'Italia come risposta al jamais del ministro francese. Finalmente il Bonfadini ne presentava un altro mostruosamente contradditorio che, riaffermando indirettamente Roma capitale e deplorando che si fosse voluto ottenerla con mezzi contrari alle leggi dello stato e ai voti del parlamento, conchiudeva coll'approvare l'opera del ministero.

La camera respinse anche questo, il ministero cadde, e il re incaricò daccapo il Menabrea di formarne un altro. Così la Corona, intervenendo nelle lotte parlamentari per troncarne colla propria autorità un dibattito pericoloso, riconfermava il vassallaggio della nazione alla Francia.

Fu questa l'ultima e non meno triste scena del tristissimo dramma.

Mentana rimaneva l'ipogeo della politica regia, come Marsala era stata l'apogeo della politica rivoluzionaria. Il moto rivoluzionario troppo vantato dai giornali radicali non aveva dato che poche migliaia di volontari e un inconcludente soccorso pecuniario: Rattazzi assecondandolo senza aver preparato l'esercito alla possibilità di uno scontro colla Francia, aveva reso inevitabile il disastro: per la monarchia non vi sarebbe stata altra salute che nell'imitare la semplice e fulminea politica del conte di Bismarck, occupando Roma con tale prestezza da mettere l'impero francese nell'impaccio di rompere guerra all'Italia, e forse allora la Prussia avrebbe potuto rattenerlo con una sola minaccia di attacco sul Reno. Ma la monarchia non aveva sola la responsabilità della catastrofe. I volontari erano stati scarsi alla guerra, avevano disertato dal campo, si erano battuti malamente a Mentana malgrado l'eroismo degli ufficiali, si erano sbandati nella ritirata da Monterotondo strappando a Garibaldi parole roventi di biasimo. I mazziniani con insensata gelosia seguitavano ancora a vituperare Garibaldi di aver voluto combattere nuovamente con bandiera regia, quando egli stesso venendo meno questa volta al solito buon senso politico aveva alzato bandiera neutra, assunto il titolo equivoco di generale della republica romana e taciuto del re nei proclami da Monterotondo. Nell'esercito regolare, malgrado qualche applauso a Garibaldi prima del rompere delle ostilità, nessun vero entusiasmo: al comando di varcare i confini pontifici, quando già i francesi marciavano con forze triple contro i garibaldini, tutti avevano freddamente obbedito: non un battaglione si era sollevato per correre in soccorso ai volontari, non uno dei tanti ufficiali garibaldini, che vi coprivano alti gradi, aveva rotto la spada piuttosto che ubbidire all'ordine di assistere impassibile all'eccidio degli antichi commilitoni sotto le mura di Roma per mano dei francesi e a difesa del papa. L'esercito come la nazione aveva sentito l'onta divorandola in silenzio.

Il re, indarno paragonato da letterati cortigiani a Guglielmo d'Orange, si era eclissato nei lunghi preliminari dell'azione invece di mostrarvisi con cauta risolutezza, e aveva poi subìto, scongiurandole con inutile umiltà, tutte le prepotenze francesi; il parlamento aveva difeso Francia e papato contro la rivoluzione. Il popolo, incapace di sentire l'idealità di Roma e di volere un'altra guerra nazionale, era povero, e non domandava che ristori alla propria miseria: era libero, e non si curava ancora della propria libertà: era padrone, ed ubbidiva a chiunque lo comandasse, sfuggendo ai pericoli di tutte le combinazioni politiche colla propria inerzia, e aspettando con inconscia sicurezza il compimento dei propri destini da un'altra coincidenza europea.

Nullameno il suo odio era adesso per la Francia: Mentana cancellava Solferino.

Nel dramma di Mentana si erano addensate tutte le antinomie della rivoluzione per risolversi in una impotenza finale: il papato, per sottrarsi alla libertà italiana, aveva dovuto abbandonarsi incondizionatamente all'arbitrio francese; l'impero napoleonico, per resistere alla democrazia, aveva perduto l'Italia; Mazzini, per tentare l'estrema prova della propria astratta republica, aveva dovuto sconsigliare l'ultimo assalto al papato; la monarchia per sostenersi aveva dovuto schierarsi fra i difensori di questo; la destra parlamentare per salvare il governo si era mostrata come partito antinazionale: la sinistra, mantenendosi nell'orbita legale e separandosi così dalla rivoluzione, si era mutata in partito di governo.

Però la decadenza di questo periodo, che dall'iniziativa francese del 1859 doveva andare sino all'acquisto di Roma nel 1870 nella ruina dell'impero bonapartesco, s'arrestava a Mentana dinanzi al crescere di nuove forze dal seno stesso della nazione.

Ultimi conati mazziniani.

Garibaldinismo e mazzinianismo erano consunti. Appena intorno ai due grandi duci si stringeva ancora qualche manipolo di veterani.

Una nuova generazione stava per sorgere, che non avendo partecipato alle lotte del risorgimento, non si impigliava nelle sue contraddizioni e non comprendeva i suoi eroi. L'ultimo tentativo di Mentana aveva provato che solamente l'impero napoleonico difendeva il papato: nella Francia stessa i maggiori spiriti, da Michelet ad Hugo, applaudivano Garibaldi, mentre il congresso proposto da Napoleone per una nuova soluzione della questione romana falliva dinanzi all'influenza di tutti gli stati. Il sole dei Bonaparte declinava per sempre all'orizzonte europeo.

Roma tornerebbe indubbiamente all'Italia; questa convinzione era persino in coloro che non lo avrebbero voluto, e da Roma si inizierebbe per l'Italia il vero periodo dell'unità. Per ora, aspettando che un altro trionfo della rivoluzione in Europa rovesciasse l'impero francese, bisognava aiutare l'intima formazione nazionale con altre forze e con nuovi elementi. Alla grande poesia delle congiure e delle battaglie succedeva la passione prosaica degli interessi con iniziative inavvertite, che dovevano mutare lentamente le condizioni politiche e sociali del paese. Si cominciava ad accusare di enfasi ogni entusiasmo politico e di rettorica ogni eloquenza: i mutati modi di guerra rendevano inutile tutto l'eroismo di Garibaldi, le battaglie del quale, dopo la grande campagna di Moltke, non erano più che scaramucce: anche nella guerra la prosa della scienza succedeva alla poesia dell'ispirazione. L'apostolato di Mazzini non pareva più che una predicazione di catechismo: nella sua utopia di una terza epoca italiana in Europa spirava l'ultimo romanticismo filosofico di una scuola morta col Gioberti. Già la democrazia europea aveva sorpassato con più vaste formule socialistiche il grande tribuno, che, rivoluzionario in Italia, era costretto ad essere ora reazionario in Europa. Dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia, grandi scrittori si levavano contro di lui, mentre le masse sorde alla sua voce rompevano già i confini loro assegnati dalla sua libertà deridendo la fede nel suo Dio.

Le tendenze positiviste del secolo respingevano l'idealismo da ogni campo. Economia privata e pubblica attiravano tutte le forze; alle battaglie dei libri e delle insurrezioni succedevano quelle dell'industria e del commercio; i lavori si specializzavano, i patrioti diventavano importuni; si brontolava contro le cariche loro concesse per meriti di sacrifici, si gridava alla necessità di svecchiare il mondo dacchè una stessa pedanteria inceppava rivoluzionari e moderati, e secondo gli uni dissentire da Mazzini, secondo gli altri discutere il re era un delitto.

Solo Garibaldi, uomo d'istinto e di passioni, restava giovane.

La decadenza mazziniana precipitava. Nullameno la logica del sistema premeva Mazzini. Egli sentiva con nuova angoscia la necessità e l'impossibilità di altri conati republicani: ma ritirarsi di fronte alla monarchia dopo Mentana sarebbe stato un discendere più basso di essa senza nemmeno le attenuanti della sua situazione politica, e a combatterla le condizioni del partito repubblicano e della nazione non davano forze. La Società dell'Alleanza Republicana, da lui fondata negli ultimi anni, non si diffondeva che alla superficie del paese, quando invece il governo cresceva ogni giorno d'importanza, malgrado tutti gli errori della sua politica estera ed interna. Al mazzinianismo non restava che prendere il malcontento provocato dalle tasse per una opposizione ideale alla politica monarchica, e soffiarvi sopra con equivoco patriottismo. Ma il ministero Menabrea vigilava fieramente sostituendo nelle maggiori città generali a prefetti, sciogliendo arbitrariamente società politiche, arrestando i più sospetti patrioti, moschettando le turbe insorgenti contro la tassa del macinato e della ricchezza mobile. Un'insurrezione era impossibile: oramai Mazzini non conosceva più l'Italia. Intorno a lui vivente da oltre trent'anni nell'esilio, si stringeva un sinedrio d'incondizionati devoti e di abili sfruttatori, che gli falsavano al giudizio la realtà delle cose; gli si carpivano tristamente lodi, biasimi, ordini e sopratutto i pochi denari senza che egli nemmeno lo sospettasse.

Dopo l'applicazione delle armi a tiro celere nessuna insurrezione poteva più prescindere da una specie di pronunciamento militare; si cercò quindi di sedurre l'esercito ma la propaganda rivoluzionaria, invece di cominciarvi in alto dai comandanti, fu iniziata nella bassa forza fra giovani caporali e sergenti senza capacità e senza credito. Era lavoro pericoloso, immorale ed inutile, che doveva naturalmente concludere a qualche insubordinazione di caserma punita colla fucilazione come avvenne poi nel caso del caporale Barsanti disgustando la grande maggioranza del paese, che dopo le umilianti sconfitte della guerra veneta seguiva con passione gli sforzi del governo per il riordinamento militare. Con più assurda idea si pensò ad un grosso comizio milanese per protestare contro le nuove restrizioni alla libertà di stampa e di riunione, e vi si invitarono rappresentanti di tutta l'Italia proclamando che alle provocazioni immancabili della polizia si sarebbe risposto colle armi. Naturalmente il governo proibì il comizio; quindi lo infamò per bocca del ministro Cantelli coll'assurda accusa che dovessero adunarvisi duecento accoltellatori. Nell'eccesso di questa reazione il ministero giunse persino ad esigere dalla Svizzera l'espulsione di Mazzini venuto a Lugano; e la republica, contraddicendo alle vecchie glorie della propria libertà, cedette all'ingiusta pressione.

Il partito mazziniano, galvanizzato da tali minute persecuzioni, parve allora rianimarsi. Invincibile nelle accuse alla monarchia di non sapere e di non volere compiere l'unità della patria colla conquista di Roma, esso ritorceva con logica superba contro il governo tutti gli espedienti della sua politica. Infatti il Menabrea nella prima calma succeduta al disastro di Mentana tornava daccapo a chiedere i buoni uffici della Francia per stabilire un modus vivendi fra il regno d'Italia e la Santa Sede, offrendosi di garantire al papa la più illimitata libertà e di assumersi una grossa parte del debito pontificio, solo che il nuovo presidio francese si ritirasse da Roma. L'impero respinse colla solita alterigia l'impossibile accordo e mantenne il corpo d'occupazione a Roma, come se la Convenzione di settembre non fosse avvenuta. Con non migliore proposito Vittorio Emanuele tentò di propria iniziativa una alleanza fra Italia, Francia ed Austria contro la Prussia ponendovi a condizioni fondamentali per l'Italia lo sgombero di Roma delle truppe francesi, la consacrazione del principio del non intervento per le cose italiane, e nel caso di una guerra una rettificazione delle frontiere del Varo e delle alpi tirolesi. Si sarebbero così ricuperate Nizza e Trento rinunciando per sempre a Trieste, e lasciando in sospeso la questione di Roma. Dopo molto tergiversare Austria e Francia ricusarono. Ma l'Italia dopo Custoza e Mentana alleata coll'Austria e colla Francia a danno della nazionalità germanica, che stava per rovesciare l'impero napoleonico, sarebbe stato l'assurdo più ripugnante nella storia del secolo.

Nel 1868 nuove congiure intendevano ad un moto rivoluzionario, ma senza più alcuna delle potenti energie di un tempo: non sincerità di fede, non passione di odio al governo, non chiarezza nello scopo, non vera preparazione di mezzi. Si congiurava quasi all'aria aperta sorridendone; si sarebbe detta una Fronda, se il problema ne fosse stato meno solenne e lo spirito dei congiurati più elegante. Mazzini non osava risolvere: proclamava la necessità di assalire la monarchia, e indietreggiava dinanzi alla guerra civile; credeva sempre nel valore del popolo, e diffidava delle proprie bande. Quindi i primi moti nel Comasco, a Piacenza e a Pavia (marzo 1869), cominciati contro la sua volontà, furono così inani che non destarono la menoma apprensione; a Bologna e nelle Romagne finirono in una innocua scampagnata; il ridicolo ne colpiva i reduci, che ne ridevano essi stessi. Poi Mazzini da Genova, ove aveva riparato all'insaputa del governo, meditò un'insurrezione nella Sicilia.

Era l'ultimo errore della sua politica rivoluzionaria. La Sicilia, calda ancora della propria rivolta brigantesca e staccata dal continente, non avrebbe potuto espandere il moto, pur riuscendo a dargli in se stessa vera forza espansiva. L'imitazione della grande iniziativa garibaldina diventava così evidente che pareva suggerita dalla rivalità; però nè egli era l'uomo, nè i tempi e il problema più i medesimi. Mentre la guerra fra la Prussia e la Francia stava per scoppiare, Mazzini senza accorgersene era vittima di un intrigo diplomatico di Bismarck, che per staccare l'Italia dalla Francia intendeva a fomentarvi disordini promettendo aiuti segreti di armi e di denari alla rivoluzione. Poco dopo l'astuto cancelliere prussiano, essendo invece riuscito ad assicurarsi la neutralità dell'Italia, troncava bruscamente ogni trattativa, e ne avvisava il gabinetto di Firenze.

Mazzini, arrestato nelle acque di Palermo prima d'aver toccato terra, venne chiuso nella fortezza di Gaeta; il capitano generale scelto da lui all'impresa, certo Wolf, era un agente segreto del governo.

Così finiva fra un tradimento diplomatico e un tradimento rivoluzionario l'opera politica del grande agitatore, che primo in Italia fra riformisti, federali, neoguelfi e carbonari vi aveva nettamente formulato il principio dell'unità politica. Nessuno aveva cooperato più validamente di lui al risorgimento d'Italia, e nessuno vi restava come lui straniero nella fatale decadenza del proprio sistema, fra l'ingrata indifferenza del popolo, nel momento che la monarchia stava per essere spinta su Roma da un'altra rivoluzione europea.