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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 65: Il pericolo del fallimento.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Nono.
La crisi finanziaria

L'ambiente economico.

Mentre tutti i partiti si esaurivano nell'impossibilità di frangere l'orbita napoleonica, al di fuori di essa la vita ridesta dal grande trionfo dell'unità vigoreggiava. Nella stessa scettica indifferenza della nazione per le scene finali del proprio dramma politico era una superbia giovanile, che guardando più lontano, quando per l'imminente pienezza dei tempi l'Italia sarebbe in Roma sovrana assoluta di se medesima, si preparava a lottare su tutti i campi della civiltà colle nazioni più avanzate d'Europa.

Un potente moto era da tempo incominciato nella produzione nazionale. I nuovi mezzi di comunicazione, le due grandi mobilitazioni dell'esercito e della burocrazia, un maggiore contatto cogli altri popoli d'Europa, la diffusione delle idee, la libertà in ogni opera, e sopratutto una nuova coscienza avevano già mutata la fisonomia della vecchia Italia straniera a se stessa da regione a regione. Tutto era a rifare, e a tutto si poneva mano. Il governo spingeva prodigamente le opere pubbliche; comuni e provincie seguivano con maggior febbre e peggior metodo l'esempio: nelle provincie del nord più culte ed alacri tutte le industrie pigliavano nuovo slancio. Una larga e subita applicazione delle macchine a vapore raddoppiava i primi saggi di grande manifattura; il Moncenisio non era ancora aperto che già si preparava il foro del Gottardo; Genova, cresciuta così a porto di tutta l'Europa centrale, moltiplicava il proprio commercio; Torino si vendicava nobilmente della decadenza da capitale sviluppandosi come città manifatturiera; Milano diventava centro di tutti gli scambi; a Firenze la vita della capitale galvanizzava il fiacco costume antico; a Napoli le strade aperte nel vecchio reame attiravano nuovi e fecondi elementi. Al calore di questa giovane vita e sotto la sferza del bisogno cresceva l'attività: tutte le carriere aperte a tutti mutavano gli individui in cittadini, le attitudini si rivelavano nell'esercizio, le capacità erano prodotte dalle stesse cariche moltiplicate in quel fervore oltre ogni misura.

Dacchè la formazione dell'unità nazionale doveva fatalmente compiersi col mezzo della monarchia piemontese e di iniziative straniere, la nuova operosità italiana, invece di svolgersi appassionatamente nella politica per forzarne i dati, doveva esplicarsi per valori individuali nella sfera più bassa dell'economia, come a preparazione di più alto periodo storico. Fra il bisbiglio accademico dei partiti il grosso della gente non sentiva e non badava che al problema finanziario: chi aveva risparmiato il sangue doveva prodigare il denaro, e di denaro non solo aveva d'uopo incessantemente il governo per allestire i nuovi servizi publici, ma tutti gli altri campi dell'attività. La grandine delle tasse doveva quindi cadere su mèssi non ancora mature, e talvolta su terreni appena aperti dal primo aratro.

Nel problema delle finanze s'aggruppavano tutti gli altri, ma senza speranza di benefiche coincidenze europee e di aiuti avventurieri. Nel governo diventava suprema difficoltà l'imposizione e l'esazione delle imposte in tanto squilibrio della nazione fra provincie e provincie: per l'imposta prediale o antiquati o monchi o mancanti i catasti; incredibilmente dispari il saggio della produzione anche per la differenza nei mezzi di scambio; per le ricchezze mobili più difficile ancora saper dove e come colpire con giustizia approssimativa senza arrestare il circolo dell'operosità. Poi in molte regioni il nuovo governo tutt'altro che benviso, e quindi facile ad essere odiato al primo aumento di pesi: abitudini inveterate e privilegi da togliere a molti paesi come ultimi caratteri autonomici; nei politicanti e nei parlamentari dottrinarismo di teorie inapplicabili al momento e al luogo; più in basso rettorica a favore del popolo per sottrarlo ai sacrifici inevitabili della crisi; in nessuna classe spontaneità di offerta e conoscenza vera delle condizioni dello stato.

Finanziariamente il primo fatto della rivoluzione fu il sommarsi di tutti i debiti dei vecchi stati, e delle spese incontrate per rovesciarli, in una prima unità ottenuta non senza contrasto: poi venne quella delle tariffe e delle imposte. Guai e guaiti si moltiplicarono allora. La formazione italica essendo rimasta a mezzo, bisognava crescere armi a difesa della nazione e contemporaneamente spremerla per fecondarla con opere pubbliche. Ma il capitale indigeno si nascondeva ancora, il risparmio era male organizzato, il capitale straniero si presentava usuraio e diffidente. Impossibile quindi ogni tentativo di vera rivoluzione finanziaria. Nelle imposte anzichè alla scienza e alla giustizia bisognava badare all'incasso, poichè al loro assetto logico mancavano gli studi, e alla loro equità distributiva contrastava lo stesso egoismo della borghesia trionfante. Congegni e leggi amministrative s'incagliavano reciprocamente per difetti di struttura rendendo più difficile ogni esazione. Così ne venne una guerra fra governo e contribuenti piena di frodi e di violenza d'ambo i lati: il malcontento politico vi si mescolò per coprire di nobili pretesti le più tristi avarizie e le truffe più sfrontate.

La sinistra parlamentare, che come partito rivoluzionario avrebbe dovuto conservare maggior coraggio nei sacrifici, fu dall'opposizione sistematica trascinata nella più odiosa rettorica, approvando sempre le spese e negando sempre le tasse; la destra invece, che contrastando politicamente alle piazze ne aveva perduto il favore e non sperava riacquistarlo, trovò nel proprio orgoglio di comando l'energia necessaria a sostenere il governo; ma destra e sinistra, camera e senato, non ebbero mai vero programma finanziario.

Alcune tasse sorpassarono i massimi più assurdi: v'ebbero provincie nelle quali l'imposta prediale raggiunse sino al 76% sulla rendita, quella dei fabbricati toccò il 50%, i dazi di consumazione inasprirono la miseria dei più poveri; alle dogane i trattati di commercio stretti nelle prime ore, quando bisognava impetrare dai grandi stati il riconoscimento del nuovo regno, diedero la peggiore forma d'imposta, giacchè la merce straniera vi ottenne trattamento non reso alla nostra dagli altri paesi. I primi prestiti furono contratti a frutti esorbitanti, le prime emissioni di rendita subirono disastrosi ribassi; dai prestiti volontari si dovette venire ai forzati, si ricorse col macinato all'atroce espediente di colpire tutti i più miseri, mentre alla tassa della ricchezza mobile da principio quasi tutti i redditi sfuggivano meno quelli degli impiegati. La vendita dei beni ecclesiastici parve olio sul fuoco, il corso forzoso della moneta cartacea fu la maggiore risorsa di cassa, quando tutte furono esaurite dal crescendo delle spese, alle quali le ultime conquiste della nazione davano uno spaventevole aire.

Allora da questo abisso senza fondo si affacciò lo spettro del fallimento. L'Europa, che aveva giudicato simpaticamente la fortuna politica d'Italia nel suo risorgere a nazione, credette di essersi ingannata vedendola vacillare sotto il peso dell'improvvisazione economica.

Fortunatamente la nazione trovò in Quintino Sella l'eroe della propria finanza.

Quintino Sella.

Egli solo nell'entusiasmo delle prime feste patriottiche, all'indomani della proclamazione del nuovo regno, aveva osato pronunciare la stridula e minacciosa parola del fallimento. La finanza, maneggiata intrepidamente dal conte di Cavour come istrumento di guerra, doveva dopo la vittoria diventare la base del nuovo stato. Illusioni classiche e rivoluzionarie dicevano allora l'Italia ricca; non si comprendeva ancora la differenza fra la moderna vita industriale e l'antica, non si conoscevano abbastanza l'assetto e le forze delle altre nazioni; lo stesso orgoglio, che ci aveva fatto credere sino all'ultimo di essere sempre alla testa della civiltà europea, ci persuadeva di possedere risorse capaci di resistere a ben altro che alla nostra rivoluzione. Così le prime ammonizioni del Sella parvero pedantescamente brutali.

Ma l'irosa meraviglia del pubblico non arrestò l'austero finanziere. La sua gagliarda fibra montanara di mercante cresciuto da una famiglia, nella quale l'industria della lana esercitata da secoli diventava come un titolo di nobiltà, era di quelle che si temprano nelle battaglie, e vi si fanno infrangibili e squillanti. Nato nel 1827 e ministro delle finanze nel 1862 col ministero Rattazzi, era ancor giovane, di una natura media potente di equilibrio e di salute. Lo dicevano già illustre naturalista e matematico. Aveva studiato a Parigi durante la rivoluzione del '48 e ne era ritornato per offrire il proprio braccio alla patria, ma il ministro sardo Desambrois lo aveva aspramente redarguito. Le sue prime impressioni politiche erano state a Parigi una grande diffidenza delle sommosse popolari, e in Italia una entusiastica ammirazione per Garibaldi nella difesa di Roma, quando invece il conte di Cavour già infervorato di egemonia piemontese si rallegrava alla caduta di quella republica mazziniana. Ma della ultima rivoluzione federale italiana Sella non aveva ben sentito che il dolore del disastro finale, consolandosene austeramente cogli studi. Quindi ingegnere presto celebre per alcune memorie sui cristalli, professore di matematiche, deputato, segretario al ministero della pubblica istruzione, il suo ingegno calmo e il suo carattere tenacemente onesto lo trassero al ministero delle finanze. Fra tutti i luogotenenti di Cavour, egli il più giovane, era quello che meno gli somigliava e doveva maggiormente giovare alla sua tradizione. Mentre il Minghetti, il Farini, il Ricasoli, il Rattazzi, tendevano a destreggiarsi nella diplomazia, in essa riponendo gloria e salute, il Sella libero da dottrine economiche e da vincoli partigiani rappresentava inconsapevolmente la parte sana di quella borghesia, che avendo trionfato colla rivoluzione doveva mutarla in governo regolare. Il suo patriottismo era quindi egualmente alieno dagli eroici fervori mazziniani e dalle subdole riserve monarchiche: amava con lealtà antica la dinastia di Savoia, ma voleva annullarne la conquista regia in una più vasta opera italiana.

Il problema delle finanze diventava perciò non solo un problema di vita economica, ma di vita morale. Tutte le fortune della rivoluzione sarebbero state indarno, se la nazione abbandonata a se medesima non avesse saputo ordinarsi internamente.

In mezzo alle preoccupazioni rivoluzionarie, che dovevano poi risolversi nell'alta tragedia di Aspromonte, egli pensò tosto ad assodare la prima unità del regno nelle finanze col richiamare gli spiriti alla serietà di un lavoro collettivo dal torneo ormai inutile delle armi popolari. Uomo politico nel senso corrivo della parola non era: nella fredda onestà dell'ingegno, cui l'arguzia dava tratto tratto un lampo cristallino, egli giudicava troppo severamente uomini e cose per acquistare nel parlamento seguito di capitano. Incrollabile nelle proprie convinzioni ed ostinato al trionfo delle proprie idee, gli mancava quella qualità del corrompere e del lasciarsi corrompere senza la quale riesce impossibile raccozzare intorno a se medesimo abbastanza interessi per farli servire, spesso loro malgrado, ad un principio.

Egli stesso giudicandosi più tardi «così alieno dal comandare come da ubbidire» spiegava chiaramente le vicende della propria altalena ministeriale e di quel soccombere suo nel parlamento, mentre le sue idee finivano sempre per trionfarvi. Ma se malgrado una incontestabile abilità di parlamentare nelle discussioni gli falliva per fortunata mancanza di qualità negative quella di capo-partito, a certi momenti, quando nell'addensarsi dei pericoli la destrezza volgare non serviva più e bisognava per superare le crisi attingere nell'onestà della coscienza la forza di sfidare ingiustizie di corte, di parlamento o di piazza, forzando i partiti a frangere la propria orbita, allora Sella diventava il più forte uomo politico del proprio periodo.

Come la borghesia, che incarnava, egli aveva quindi più istinti che idee e più carattere che ingegno; era così democratico da non sentire vanità per nessuna carica, ed abbastanza aristocratico per appassionarsi a tutte le più fini bellezze dello spirito; adorava la propria famiglia come un antico; esercitava la politica come un dovere, ritornando ne' suoi intervalli alla scienza e conservando sino agli ultimi giorni la passione delle Alpi e delle miniere, senza chiedere alla nazione nè premio nè giustizia per la propria opera.

Se Mazzini e Garibaldi erano la grande originale poesia della rivoluzione, e il conte di Cavour vi aveva rappresentato la tradizione monarchica, Quintino Sella vi mostrò il carattere borghese nella sua più complessa potenza di mercantilismo e di scienza, di onestà e di lavoro, d'iniziative e d'equilibrio.

L'ingresso alla vita politica non poteva essere più difficile per un uomo della sua tempra. Non essendo nè economista, nè finanziere, egli non portava al ministero delle finanze che una rettitudine di matematico e di mercante: conosceva poco i partiti e non li amava. Nella politica, credeva con assennata lealtà all'egemonia della casa di Savoia come al solo mezzo capace di unificare l'Italia; ammirava Garibaldi e Cavour, riconosceva l'altezza morale di Mazzini, calcolava sulla sodezza costituzionale di Vittorio Emanuele, senza troppo illudersi sulla capacità o sulla nobiltà del parlamento, quantunque vi stimasse molti individui. L'assordante rettorica delle discussioni non gli nascondeva la povertà dei caratteri e degli ingegni stordentisi di frasi. Il suo metodo, angustamente ma fortemente sperimentale, consisteva tutto nell'applicare allo stato i dettami dell'economia domestica; la sua eloquenza piuttosto che dall'arte prendeva vigore dalla profondità delle convinzioni; la sua libertà veniva da una specie d'isolamento politico abbastanza giustificato dalla qualità del suo ufficio. La finanza, che non può mai essere un'opinione, doveva allora imporsi a tutti i partiti come una realtà trascendente.

Il pericolo del fallimento.

Al primo sguardo Sella vi scoperse il fallimento. Una lotta eroica diventava quindi inevitabile colla nazione per salvarla dall'abisso, ove avarizia e ignoranza la spingevano.

Politicamente pochi problemi in questo secolo furono più difficili.

Il paese gavazzava allora nella prima illusione della libertà: era povero e si credeva ricco, era stato fortunato e non voleva cessare di esserlo; ignorava se medesimo, non capiva gran cosa nella propria rivoluzione e si ricusava risolutamente agli ultimi sacrifici necessari per compierla. Mazzini e Garibaldi avevano trovato più volontarii che denaro alle proprie imprese. Quindi domandare sempre e dappertutto denari all'Italia era allora il più aspro problema e il più generoso ardimento. Nè partiti, nè ministeri, preoccupati della politica estera ed interna, avevano un concetto chiaro della situazione finanziaria.

Nella sua prima esposizione finanziaria del 1862 Sella provò che il disavanzo previsto dal suo antecessore Bastogi in 317 milioni, era invece di 433; gli esercizi antecedenti al 1861 avevano lasciato un vuoto di 530 milioni riempito da un prestito mediante alienazione di rendita. In due soli anni il debito pubblico era aumentato di 924 milioni, precisamente il doppio della rendita annuale. A fronteggiarlo era impossibile contare su risparmi di spese militari o di opere pubbliche nelle attuali condizioni del paese o su prestiti che avrebbero subìto un ribasso del 40% deprimendo il corso della rendita; alle imposte, unico rimedio, il parlamento recalcitrava. Sella ebbe appena il tempo di preparane alcune abbastanza lievi che, travolto col ministero Rattazzi dalla catastrofe di Aspromonte, dovette rassegnare le dimissioni. Ma la situazione era così peggiorata che il disavanzo complessivo di cassa per gli anni 1862-63 saliva a circa 772 milioni; fra i mezzi straordinari, cui egli accennava allora per provvedere a tale somma, 150 milioni di una nuova emissione di buoni del tesoro, un prestito di 550 milioni su altre cartelle del debito pubblico, 150 milioni anticipati per locazione di ferrovie e 150 milioni di altre imposte, s'annunciava già l'idea del macinato. Provvedimenti però che egli stesso dichiarava insufficienti, e proponeva solo perchè maggiori sarebbero stati respinti dal parlamento.

Il Minghetti, che gli succedette alle finanze nel ministero Farini, era economista di grido nelle sfere governative, ma di tempra troppo fiacca e d'ingegno troppo leggero per sopportare tanta soma di rovina economica. Quindi come tutti gli agili girò intorno al problema invece di affrontarlo. Mentre il Sella giudicava severamente questione di vita o di morte il raggiungere tosto il pareggio fra le spese e le entrate ordinarie, egli credeva abile politica procrastinarlo sino al 1867, illudendosi su risparmi impossibili e non calcolando sulle nuove imposte che per due quinti. Così la finanza cedeva alla politica parlamentare invece di signoreggiarla: ma tutte le rosee previsioni del Minghetti sfumarono e del suo passaggio al ministero non rimase altra traccia che in un prestito di 700 milioni. Il Sella, fisso nella necessità d'imporre al paese i più duri sacrifici, si ripiegava allora dalla sinistra sulla destra, come su partito più disposto a sfidare l'impopolarità delle tasse, ma appoggiò patriotticamente alla Camera il ministero Minghetti sostenendone le proposte, frutto in gran parte delle precedenti amministrazioni, pel riordinamento del lotto, per le aspettative e disponibilità degli impiegati, per la ricchezza mobile e pel dazio consumo; le quali ultime sarebbero riuscite più logiche ed efficaci, se tutte le sue idee vi avessero trionfato.

Però nell'acuirsi della crisi finanziaria il Sella fu ricondotto al ministero delle finanze dal Lamarmora, incaricato di liquidare la triste eredità della Convenzione di settembre. La sua posizione già difficile di finanziere poco disposto a transigere sulle tasse, diventava pericolosa colla nuova responsabilità di un patto rinnegante il maggiore diritto della nazione. Ma non abbastanza rivoluzionario per sentirne tutta l'intima tragedia, pur dolendosene in segreto, egli credeva anzitutto impedire peggiori conseguenze coll'eseguirlo per allora fedelmente; quindi si volse a fronteggiare la tristissima situazione di cassa. Il disavanzo era tale che in quell'ottobre (1864) mancavano circa 200 milioni per pagare le imminenti scadenze del dicembre. Nella crisi monetaria allora travagliante l'Europa, era impossibile pensare a prestiti per le gravissime condizioni che i prestatori avrebbero imposto; il servizio del debito pubblico, appena di 90 milioni nel 1860, era già salito a 220. Sella non si scoraggì: propose di procurare al tesoro 70 milioni mediante una anticipazione del prezzo ricavato dalla vendita dei beni demaniali e una alienazione di altri buoni; quindi di esigere dal paese l'anticipazione dell'imposta fondiaria del 1865. Quest'ultimo provvedimento era così grave che il Ricasoli da lui interpellato non osò approvarlo. Nondimeno fu insufficiente. In quella febbre del fallimento Sella, spingendo sino alla minuzia il proprio sistema di risparmio, ritagliò la lista civile del re e lo stipendio dei ministri, affermando di volere 60 milioni di economie su tutti i bilanci oltre 40 milioni di aumento nelle imposte esistenti. Al principio del 1865 mancavano sempre 625 milioni pel servizio di cassa, e che bisognava ottenere vendendo per 200 milioni di beni demaniali e contraendo un prestito di altri 425 milioni. Il problema delle finanze italiane pareva riprodurre quello del mitico Sisifo.

Malgrado tale sinistra evidenza il Minghetti, e con lui la maggior parte degli economisti parlamentari, si stordivano ancora nella speranza che con alcune riforme, economie, piccole tasse nuove e ritocchi alle vecchie si potesse arrivare al pareggio. Non si osava affrontare la verità finanziaria e si giuocava di equivoca abilità per nasconderla al paese, onde colui, che si arrischiasse di esporla per cercarvi i rimedi, ne fosse come l'inventore ed il responsabile. Invece la situazione peggiorava: nel 1865 era già più difficile ridurre il disavanzo da 265 a 165 milioni che non nel 1863 raggiungere il pareggio. Nessuna delle grandi tasse vigenti aveva ancora abbastanza elasticità per forzarne di altri 100 milioni il reddito. Dopo aver diviso le spese in tangibili ed intangibili, quelle per 485 e queste per 443 milioni, si doveva convenire che anche sulle prime diventavano impossibili serie economie, giacchè esercito e marina avevano continuamente d'uopo di aumenti, e le opere pubbliche si dovevano proseguire per sviluppare la ricchezza nazionale. A conti fatti lo stato spendeva annualmente circa 300 milioni più delle proprie entrate.

In tali condizioni, mentre la borghesia gravata precipuamente dalla fondiaria, dalla ricchezza mobile e dal bollo e registro, inalberava ad ogni nuovo accenno di tasse, non restava più che colpire la massa del popolo con un'imposta sulla macinazione dei cereali, sebbene il governo avesse già dovuto abolirla in tutte le provincie annesse come per anticipazione di maggiore benessere materiale. Il Sella, abbastanza bene istrutto della miseria delle popolazioni agricole, sulle quali il nuovo balzello avrebbe più duramente pesato, esitò a proporlo, e non vi si risolse che attirato egli stesso dalla vertigine di una più profonda tragedia finanziaria. Nessun altro mezzo finanziario si presentava allora capace di produrre 100 milioni all'erario; la camera, bigottamente proclive ad accordi con Roma, riservava la vendita dei beni delle corporazioni religiose per una convenzione anche peggiore di quella di settembre, e che andò poi fortunatamente fallita: impossibile pensare ad un incameramento dei beni delle parrocchie. Solo una tassa del macinato, gravando indistintamente tutti i contribuenti, poteva supplire ai più urgenti bisogni dell'erario. Di giustizia distributiva nel sistema finanziario d'allora non era il caso di parlare; ma per una delle solite contraddizioni politiche quella stessa borghesia, che spingendo il bilancio dello stato a precipizio sulla china delle spese cercava con egoistica avvedutezza di sottrarsi alle imposte necessarie, si opponeva al macinato in nome del popolo, meno ancora per pietà della sua condizione che per un rimasuglio di classicismo economico non scevro di qualche timore. Infatti nessun balzello poteva in quel momento essere più doloroso al popolo delle campagne. Al primo parlarne fu quindi un tolle generale: l'opposizione scoppiò nel seno stesso del ministero. Il Lanza si dimise dagli interni: il Sella, travolto dall'improvvisa bufera, dovette anch'egli ritirarsi fra la disapprovazione della camera e le maledizioni del paese, che lo accusava d'insensata ferocia per aver voluto tentare una cura radicale del male fatto da tutti.

Gli succedette lo Scialoia.

Ma poichè la situazione rimaneva la stessa, questi dovette cacciarsi nel medesimo solco pur non osando sostenere il disegno del macinato e cercando indarno di sostituirlo con una imposta sulle bevande. Il pubblico percosso da tanti allarmi pensò allora con infantile rettorica di rimediare ogni male per mezzo di un consorzio nazionale costituito in Torino a raccogliere offerte e capitalizzarle sino a poter saldare tutto il debito nazionale. Così, mentre la nazione rifiutava di assoggettarsi alle imposte necessarie, si credeva da alcuni che avrebbe potuto offrire volontariamente più delle imposte. Intanto l'alleanza colla Prussia e l'imminenza della nuova guerra contro l'Austria rendevano più difficile la situazione finanziaria. Si dovette ottenere dal parlamento la facoltà di provvedere alle finanze con mezzi straordinari, e si giunse al corso forzoso autorizzando con decreto reale la banca nazionale ad emettere per 250 milioni di biglietti. Quindi la guerra distrasse l'attenzione del paese a maggiori pericoli.

Sella, cui si voleva dare il ministero della marina, lo ricusò per andare commissario nel Veneto, ove rese segnalati servigi. Finita la guerra, si trovarono enormemente cresciuti il debito pubblico e le spese. Lo Scialoia soccombette dopo aver proposto qualche scarso espediente e rinnovato le illusioni del Minghetti; il Depretis, passando dal ministero della marina a quello delle finanze, non vi fece molto miglior figura. Poi venne la volta del Ferrara, il maggiore economista d'Italia, che dopo aver difeso teoreticamente la tassa del macinato aiutandovi persino il Sella negli studi, non osò imporla alla Camera. Nel 1867 il disavanzo era ancora di 260 milioni e si prevedeva nel 1868 di altri 180: al dicembre dello stesso anno occorrevano 580 milioni. Non si ardiva nè ricorrere a prestiti, nè aumentare la circolazione cartacea: i 600 milioni, che si potevano ricavare dall'asse ecclesiastico, bastavano appena a liquidare il passato.

La caduta del ministero Rattazzi per la catastrofe di Mentana salvò il Ferrara dalle finanze, e vi trasse il Cambray-Digny. Nessuno aveva arrischiato di attuare quanto il Sella aveva proposto; ma le condizioni dello stato seguitavano a peggiorare. Il nuovo ministro, segnalando il disavanzo del 1869 in 240 milioni, dichiarò che negli anni seguenti sarebbe sempre aumentato sino a rendere impossibile ogni rimedio. Allora la tassa del macinato, ripresentata dal ministero con parecchie e non buone modificazioni, passò per opera specialmente di Sella. Questo tardo trionfo di finanziere segnò la sua condanna di uomo politico: tutti gli odii si scaricarono sopra di lui perchè tutti sapevano come alla sua tenacia si dovessero precipuamente i continui sacrifici di denaro imposti al paese. Ma nemmeno l'imposta del macinato bastava più a vincere il disavanzo: si dovette aumentare il corso forzoso, cedere per 180 milioni anticipati il monopolio dei tabacchi ad una regìa cointeressata, con patti così onerosi per lo stato e con sì loschi intendimenti che il Sella e il Lanza offesi nell'onestà vi si opposero accanitamente quantunque invano.

Intanto la lotta dei partiti alla camera rendeva sempre più difficile l'accettazione di un vero disegno finanziario. Il Sella per il liberalismo delle proprie idee avrebbe dovuto sedere a sinistra, ed era respinto a destra dall'opposizione rivoluzionaria di quella; la destra invece lo accusava di giacobinismo; la sua indipendenza dai partiti lo rendeva malviso a tutti; l'austerità di qualche rimprovero sfuggitogli aveva irritato contro di lui la corte, mentre nella stampa quotidiana e su dalle piazze saliva un ignobile coro d'improperi intorno al suo nome. Fra tanti nemici non un amico dei molti allora in favore del pubblico che lo difendesse. Nella fantasia popolare e nell'opinione stessa della camera egli solo rappresentava la necessità di sempre nuovi sacrifici, offendendo simultaneamente l'egoismo delle masse e la falsa abilità dei politicanti.

Quindi il Cambray-Digny potè troppo tardi applicare alcune idee del Sella, quando anche i più riottosi dovevano assoggettarvisi, senza esserne odiato e ottenendo presto il perdono dell'oblio; mentre a Sella tornato ministro alla vigilia della conquista di Roma crebbero gli odii plateali e le inimicizie parlamentari.

Il suo terzo ministero delle finanze fu il più glorioso. Senza tener conto della sua influenza decisiva sulla corte per impedirle una alleanza colla Francia e per spingerla alla conquista di Roma, in esso meritò l'eterna riconoscenza della patria col trascinare finalmente tutti i partiti a seguirlo nell'opera suprema della ricostituzione finanziaria. Gli insuccessi di tutti i ministri, succedutisi dopo di lui alle finanze e costretti direttamente o indirettamente a riconfermare i suoi disegni, aveva persuaso anche i suoi più intransigenti avversari che egli solo era abbastanza onesto d'ingegno e potente di volontà per salvare la nazione dal fallimento. Se le resistenze dottrinarie della sinistra e le subdole riserve della destra lo impacciavano ancora nell'opera, quella da lui prestata alla conquista di Roma e l'eroica prova di oramai dieci anni contro la crescente rovina della nazione toglievano ai nemici l'autorità necessaria per abbatterlo.

Così, assumendo il portafoglio delle finanze, prima ancora che l'immane conflitto fra Prussia e Francia fosse scoppiato, nell'esposizione del 10 marzo 1870 egli presentò il conto generale dell'amministrazione dal 1862 al 1867 e la situazione del tesoro 1868-69. In tale quadro duramente colorito, la vita pubblica e segreta della nazione si rivelava per la prima volta alla coscienza pubblica. Naturalmente il conto risentiva della confusione rivoluzionaria, nella quale la nazione si era costituita, ma spiegava abbastanza chiaramente la lotta sostenuta dalla nazione per accrescere le entrate ordinarie e diminuire le spese di amministrazione. Dal 1862 al 1870 le prime erano salite da 471 a 880 milioni, mentre le seconde, quelle tangibili, erano discese da 681 a 441 milioni. Il miglioramento avrebbe quindi dovuto essere di 649 milioni, e dacchè il disavanzo ordinario del 1864 era di 210 milioni, l'avanzo finale non poteva non raggiungere i 200 milioni. Invece il disavanzo era di 450 milioni, perchè negli ultimi otto anni per riparare alle deficienze dei bilanci si erano contratti per 4 miliardi di debiti e cresciute le spese intangibili da 239 a 670 milioni.

Si erano fatti sacrifizi enormi, ma non a tempo e con giusti criteri.

Malgrado tutti gli sforzi il disavanzo del 1871, detratti i rimborsi dei debiti redimibili, rimaneva sempre di 110 milioni: Sella ne chiedeva 25 alle economie, 10 di più al macinato, 2 alle volture catastali, 40 ai centesimi addizionali della ricchezza mobile sottratti ai comuni e alle provincie per attribuirli allo stato, altri 10 al dazio consumo e gli altri a minori provvedimenti. Pei 200 milioni mancanti alla cassa presentava una nuova convenzione colla banca nazionale, che portava a 500 milioni il debito dello stato verso di essa e la dispensava dall'obbligo della riserva metallica, pari all'ammontare dei mutui.

Per garanzia il governo le avrebbe concesso in deposito 588 milioni di obbligazioni dell'asse ecclesiastico.

Così si sarebbe raggiunto non già un pareggio assoluto nel bilancio, ma un equilibrio fra l'attivo e il passivo, mettendo fuori conto i rimborsi dei debiti estinguibili ai quali si sarebbe provveduto con operazioni di credito. La camera votò questo «omnibus» finanziario, ma il Sella, oppugnato vivamente dalla sinistra, dovette imprigionare per sempre la propria libertà nella destra.

L'Italia aveva finalmente superata l'ardua prova economica.

La conquista di Roma venne a scomporre da capo tale disegno finanziario. Nuovi debiti dallo stato pontificio passarono nel regno d'Italia; altre spese per l'impianto della capitale e per aumenti nell'esercito e nell'armata, resi necessari dalle inimicizie create alla nazione dalla sua ultima fortuna, tornarono ad ingrossare il passivo nei bilanci. Nullameno la potenza economica della nazione pigliava il sopravvento. Il debito pubblico in un decennio era salito da 2300 milioni a 8200, cosicchè la parte intangibile del bilancio da 200 milioni toccava i 719; il movimento commerciale da 1400 milioni sommava ora a 1960; le esportazioni, prima inferiori di quasi 400 milioni alle importazioni, ora le superavano di più che 100; i vaglia postali da 22 milioni era ascesi a 260, triplicato il movimento telegrafico, le ferrovie da 2200 chilometri allungate a 6200 e i loro viaggiatori da 15 milioni aumentati a 25. Gli stessi buoni del tesoro in provincie, che appena li conoscevano, oltrepassavano adesso i 130 milioni.

Questa la situazione nazionale al cominciare del l'anno 1871.

Il pareggio era ancora lontano. Altri 200 milioni mancavano al servizio di cassa per l'anno 1872. Sella dovette rammendare tutto il proprio disegno finanziario per ripresentare un secondo «omnibus» di cinque anni così: passare il servizio di tesoreria alle banche con un risparmio di 100 milioni di fondo di cassa; esigere i proventi delle obbligazioni ecclesiastiche destinate a diminuire il credito della banca nazionale, assegnando a questa altrettanta rendita publica ed accrescendo così l'entrata durante il quinquennio di circa altri 100 milioni; aumentare la circolazione cartacea della banca nazionale per conto dello Stato; ottenere ancora 100 milioni da aumenti sul bollo e registro e sopra alcuni dazi; diminuire la spesa di 130 milioni mediante la conversione facoltativa del prestito nazionale in rendita consolidata.

Gli oppositori, che sino allora avevano accusato il Sella di troppo corta vista, gli contrastavano ora questo disegno di un quinquennio; la battaglia alla camera fu vivissima: solo la paura in tutti di rovesciare con lui il ministero gli lasciò anche per questa volta la vittoria. Poi nell'ultima esposizione del 1873 egli vinse ancora salvando il pareggio da altri aumenti di spese militari e soffocando la Camera con disperata energia nelle strette dell'eterno dilemma, o restare nell'orbita dell'«omnibus» già votato o perire nel mare senza riva del disavanzo. Ma la sua posizione politica era diventata insostenibile. Sella potè ancora resistere qualche tempo, poi travolto da una coalizione parlamentare, quando già il pareggio finanziario, al raggiungimento del quale aveva sacrificato tutto se stesso, era in vista, cadde dal ministero per non più risalirvi.

Questo onore del pareggio doveva qualche anno dopo toccare al Minghetti, perchè dietro ogni Cristoforo Colombo vi è sempre un Amerigo Vespucci.

Ma l'eroe della finanza italiana, in questa lotta decennale senza tregua e senza conforto, fu il Sella. Aspro, agile, indomito, egli resistè a tutto, alle diserzioni di partito, agli odii di corte, alle esecrazioni di piazza: gli avvolgimenti della politica non poterono mai impaniarlo; volle onestamente, immutabilmente, salvare l'onore della nazione nel campo economico, come Garibaldi l'aveva salvato nel campo militare e Mazzini in quello morale. Ministro e deputato, egli fu l'incubo del parlamento, che non potè mai sottrarsi all'influenza del suo pensiero e della sua volontà. La sua media natura spiegò nella mutabilità di questa lotta virtù imprevedibili. Di geologo egli si mutò improvvisamente in finanziere, crebbe a uomo di stato quando alla caduta dell'impero napoleonico il governo stremato dalla lunga abitudine del vassallaggio alla Francia tremava ancora dell'andare a Roma. Sdegnò popolarità e fama: fu austero, ironico come la più parte dei moralisti che passano dall'ammonizione all'azione; ebbe attività incomparabile, che lo rese vecchio a cinquant'anni, e l'uccise anzi tempo.

Mentre la politica di tutti i partiti del risorgimento nazionale si esauriva in una fatale decadenza, l'Italia affermò con Sella la propria vitalità economica e civile. La resistenza provata dal paese in tale arringo fu delle più ammirabili in questo secolo, giacchè sotto la minaccia continua del fallimento, dal fondo dell'antica miseria e coll'incapacità secolare della vecchia educazione, si pose mano all'improvvisazione di un grande stato. Agricoltura, commercio, industria, esercito, armata, scuole, banche, casse postali, associazioni operaie di mutuo soccorso, ferrovie, strade provinciali e comunali, fori alpini ed appenninici, porti, canali, arsenali, tutto fu simultaneamente improvvisato. L'emancipazione dai mercati stranieri seguì all'indipendenza politica, la concorrenza ci animò invece di prostrarci, nei rischi delle nuove imprese mescemmo il coraggio del ricco alla temerità del povero; onde l'Europa, che dopo averci rimessi in piedi si aspettava forse ad una seconda Grecia o ad un altro Belgio, si trovò dopo dieci anni davanti una terza Italia, seduta fieramente a Roma sulle rovine del potere temporale, pronta a difendere le proprie Alpi con un milione di soldati, e a gettare in mare dai propri cantieri le più grandi corazzate del mondo.