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La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 82: Ultimo ministero Minghetti.
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About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Primo.
Le due monarchie

Esaurimento della destra.

La presa di Roma chiudeva il periodo dell'unificazione.

Se Trento e Trieste restavano ancora in mano all'Austria, e Nizza era stata ceduta alla Francia che già da oltre mezzo secolo possedeva la Corsica, nullameno l'Italia col sostituirsi in Roma al potere temporale compiva la propria unità. Una dissoluzione dei partiti politici era quindi inevitabile. L'impero francese, rovesciato a Sedan dalle armi vittoriose del nuovo impero germanico, non trascinava più l'Italia come un satellite nella propria orbita; l'opposizione mazziniana vaniva nello stesso risultato dell'unità; Garibaldi aveva scritto l'ultimo canto della propria epopea sulle mura di Digione.

L'Italia era monarchica.

Ma la monarchia, che aveva imposto alla rivoluzione la propria forma, doveva a Roma mutare d'indirizzo e di metodo. Alla fortuna delle armi e delle diplomazie, ora, nel dissolversi di ogni opposizione e nella conquistata libertà di se medesima, stava per succedere una più calma e feconda applicazione dei principii rivoluzionari. L'esclusione del popolo dagli uffici politici diventava impossibile: lo statuto strappato a Carlo Alberto dal Piemonte non bastava più all'Italia. Colla risoluzione dei massimi problemi pregiudiziali, onde monarchia e rivoluzione si erano reciprocamente mortificate, cresceva la necessità di meglio riordinare il primo assetto, sottoponendo tutte le leggi improvvisate nel trambusto della formazione nazionale a nuova critica.

In Roma l'Italia doveva a se stessa e all'Europa la medesima opera civile delle maggiori nazioni.

Nullameno un profondo squilibrio turbava ancora la sua vita. Il suo governo reazionario contro la rivoluzione mazziniana era stato, malgrado molte inevitabili contraddizioni, anche troppo rivoluzionario rispetto alla massa delle popolazioni, specialmente in alcune provincie. Gran parte delle leggi liberali, anzichè domandate, erano state imposte al paese: l'antagonismo regionale non era al tutto scomparso, la differenza di cultura e di costume fra il sud e il nord aveva reso impossibile il beneficio di molte riforme. L'insufficienza rivoluzionaria della nazione proseguiva tuttavia nella vita politica: fra parlamento e paese il rapporto di rappresentanza si era alterato anche troppo e troppo spesso, mentre fra l'Italia legale e l'Italia reale l'abisso, invece di restringersi, in molti punti si allargava.

Dell'antica scuola dei riformisti, mutati in costituzionali dall'influenza dell'opera cavouriana, non rimanevano più che pochi manipoli apparentemente dominanti ancora nella camera e nel ministero, ma Quintino Sella, imponendo loro la conquista di Roma, li aveva esautorati. Quindi il loro odio più segreto e più forte era per l'illustre finanziere, che dopo dieci anni di lotta stava per raggiungere finalmente in Roma il pareggio del bilancio. La destra più monarchica che democratica non poteva iniziare il nuovo periodo parlamentare per dare alla monarchia l'elasticità e la facilità di una republica.

La legge delle Guarentigie aveva dichiarato per l'ultima volta tutto il suo pensiero politico.

Nella rapida e profonda dissoluzione di tutti i partiti, programmi e capi andavano sperduti.

Al di fuori del parlamento il disordine sopravvenuto colla rivoluzione nell'assetto secolare delle classi non si era ancora calmato in un altro ordinamento, la destra non era mai stata vero partito conservatore giacchè i conservatori, che avrebbero dovuto sostenerla, l'oppugnavano invece o per antipatia a' suoi metodi violenti e alle idee succhiate dalla rivoluzione, o per devozione alle monarchie cadute. Il clero si manteneva antipatriottico ed antinazionale, l'aristocrazia non possedeva influenza politica, la corte si componeva di uomini nuovi come quella del primo e del secondo impero napoleonico. Troppi pregiudizi sociali, politici e religiosi inceppavano ancora il pensiero della destra, e falsavano il suo carattere: però nell'urgenza di una nuova più vasta riforma politica dovette darne qualche accenno nell'istruzione pubblica e nell'esercito e cominciare inconsapevolmente una conquista nell'Africa.

La sinistra, rinchiusa nell'orbita legale dalla conquista di Roma, si liberava finalmente dalle troppe equivoche aderenze al partito republicano, rendendosi non solo possibile ma necessaria al potere. Il suo addestramento, cominciato nel parlamento piemontese, aveva durato abbastanza per attenderne ora qualche frutto; ma, costretta a precisare il proprio programma, essa non sapeva ancora estrarlo dalla tumultuante congerie di tutte le proposte accumulate in tanti anni di opposizione. Rancori e sottintesi dividevano i suoi capitani; molte diffidenze li colpivano a corte e nel paese per il loro passato rivoluzionario. D'altronde nemmeno la sinistra aveva al di fuori del parlamento un partito numeroso e compatto che la sostenesse. Tutti sentivano la necessità di un altro indirizzo politico, ma pochi ne vedevano la direzione, e ne avrebbero saputo calcolare la velocità.

I dati politici del nuovo periodo dovevano essere tutti di ordine interno, giacchè Trento e Trieste rimaste in mano dello straniero non avevano più tale importanza da dominare la vita della nazione; nè l'Italia, nè la monarchia correvano pericoli. Bisognava riorganizzare tutti i servizi pubblici, ricostituire esercito e armata, raddoppiare le ferrovie, triplicare o quadruplicare l'elettorato politico ed amministrativo, riordinare le opere pie sottraendole al clero e preparandole ai bisogni della vita moderna, correggere i riparti comunali, provinciali, amministrativi e giudiziari, sintetizzare la magistratura migliorandone l'ordinamento colla diminuzione delle preture, raddoppiare la vita all'istruzione elementare, costituire quella tecnica, portare l'altra superiore al livello delle odierne condizioni europee, raggiungere il pareggio nel bilancio e, appena raggiunto, abolire i più ingiusti balzelli come il macinato e il corso forzoso, decentrare l'amministrazione emancipando comuni e provincie, diminuire la tutela del governo sul paese per abituarlo a reggersi da sè e a contare sulle proprie forze, disciplinare parlamento e partiti entro la regolarità delle funzioni costituzionali, arrestare il diffondersi della burocrazia, sottrarre nei trattati il commercio nazionale al vassallaggio estero, aiutare lo sviluppo della vita e della coscienza italiana.

A questo programma era votata la sinistra.

Doveva quindi accadere che essa, arrivando al potere ancora nel disordine delle proprie abitudini di opposizione, vi si trovasse così a disagio da non sapervisi reggere solidamente da principio.

L'antica destra si era formata di tutti quei riformisti, che nella rivoluzione del quarantotto credevano ancora al federalismo e al costituzionalismo dei principi; la sinistra si componeva per massima di transfugi dal campo rivoluzionario. La monarchia assorbendo l'una e l'altra, fondeva nella propria unità le due più vivaci differenze della nazione, ma la rivoluzione trionfava così della monarchia imponendole le proprie idee per mezzo degli stessi disertori. Così nella nuova gamma dei ministeri di sinistra si sarebbe indubbiamente cominciato da quelli, che più si avvicinavano alla destra sino a toccare cogli ultimi la Montagna; la monarchia di Vittorio Emanuele non potè avere alcun vero ministero di sinistra, quella di Umberto I non ne avrà forse alcuno di vera destra.

In questa seconda fase la monarchia sembrerà perciò trionfare di tutto e di tutti. La sua forza di assorbimento si eserciterà sulle cose e sulle idee, sui partiti e sugli individui, con tale potenza che solamente coloro sempre ad essa nemici, anche nel periodo dell'unificazione, potranno sottrarlesi. Il segreto della sua forza sarà nella sincerità de' suoi voleri democratici, che le permetteranno di concedere al paese riforme politiche più larghe delle sue stesse pretensioni, e nella impossibilità logica per l'Italia di mutare governo prima di averlo esaurito. Una improvvisa fortuna portando il duca d'Aosta al trono di Spagna per un effimero ed inglorioso esperimento regio sembrerà dare alla dinastia avventurosa dei Savoia qualche barbaglio della gloria napoleonica: Austria e Germania, accogliendola nella propria alleanza, la renderanno compartecipe al dominio sulla politica europea, mentre la Francia dovrà raccogliersi in se medesima per superare la prime difficoltà della propria republica, e la Russia rimetterà momentaneamente della propria preponderanza. Nella calma succeduta alla lunga crisi dell'unificazione, il governo della sinistra soddisferà tutte le passioni dei vecchi oppositori senza irritare quelle della gioventù, per la quale le maggiori colpe della monarchia verso la rivoluzione saranno già un passato incredibilmente lontano. E tutti si sottometteranno al nuovo re Umberto I, ammirabile figura di gentiluomo e di borghese, che intuendo con fino senso di attore il carattere del re moderno, sarà come il sindaco d'Italia, bonario e signorile, sottomesso al parlamento e ai ministeri, ma soverchiando l'uno e gli altri con una popolarità conquistata da incessanti dimostrazioni di affetto per tutte le sventure della nazione.

I prigionieri della monarchia.

Come nella rivoluzione federale del quarantotto tutti gli uomini politici avevano dovuto egualmente fallire travolti dalla liquidazione del passato, così nel secondo periodo monarchico della unificazione tutti i partiti dovevano essere assorbiti dal governo. Solo coloro, che come Alberto Mario, discepolo di Cattaneo, risognavano un federalismo republicano, o come Maurizio Quadrio e Federico Campanella rimpiccolivano nell'intrattabile onestà del carattere e nell'angustia dell'ingegno il già angusto classicismo republicano di Mazzini, potevano, isolandosi in una critica melanconica ed inascoltata, sottrarsi al fascino monarchico, e morire ravvolti nella propria bandiera. Tutti gli altri, abbandonati al grande corso della storia, dovevano finire col cooperare nella monarchia all'organizzazione del governo. Quindi la loro dedizione, precoce o tarda, si drammatizzò per tutta la varietà dei loro caratteri e dei loro ingegni, non senza aumentare lo scetticismo delle masse, alle quali le solitarie e tragiche grandezze della rivoluzione non avevano potuto infondere una forte fede politica.

Conversioni e voltafaccia si moltiplicarono opportuni ed inopportuni, ingiustificabili e nullameno giustificati. I bisogni della vita privata e le necessità di quella pubblica trionfarono di tutte le resistenze; i rancori reciproci si calmarono nell'oblio onde il popolo copriva tutte le opere individuali; i dibattiti parlamentari abituarono alla prevalenza delle idee sui sentimenti e dei fatti sui sistemi. D'altronde il governo, seguendo l'abile indirizzo cavouriano di sedurre tutti gli avversari e di restare implacabile a tutti i nemici, si giovava di qualunque espediente. Coloro fra i rivoluzionari, che non cedettero alle multiple lusinghe del denaro, soccombettero alla bramosia del potere o alla invidia della fortuna guadagnata dai primi ad arrendersi. I più alti e nobili caratteri compirono il proprio passaggio dalla rivoluzione alla monarchia, dalla Montagna al ministero, sacrificando le loro inattuabili idealità alla pratica del governo, come nella vigilia della guerra avevano immolato la republica all'unità; altri, che nella rivoluzione avevano portato solamente il tumulto delle passioni e l'energia del temperamento, si stancarono presto del mestiere di tribuno, e si umiliarono alla monarchia non potendo umiliarla; molti le chiesero il prezzo di servigi resi più alla nazione che ad essa; troppi vi si rifugiarono dal disprezzo del popolo. Le dedizioni assunsero spesso forma di tradimenti anche per la violenza della critica, onde i pochi incrollabili republicani le perseguitarono: i neo-convertiti, costretti dalla necessità di persuadere il governo e di ribattere gli antichi compagni ad esagerare la nuova fede, discesero sovente a ribalderie senza scusa. Si videro quindi uniti in una inqualificabile amicizia ex-ministri delle cadute dinastie con ribelli da essi già condannati alla morte e alla galera, e gli uni e gli altri sottomessi alla monarchia di Savoia, e daccapo ostili al popolo.

In questo inevitabile crescendo di conversioni la monarchia venne diventando come il capo saldo della nazione: la sua importanza aumentò in Europa giorno per giorno; il suo liberalismo e la sua popolarità le diedero una sembianza simpatica di originalità, che seduceva egualmente popoli e re. Se la sua corte era tutta di transfugi dalle altre corti rovinate, il suo governo si componeva quasi interamente di prigionieri fatti alla rivoluzione.

Tale drammatico fenomeno di un governo servito fedelmente da tutti i recenti avversari sarebbe però stato impossibile, qualora nel paese non vi avesse corrisposto una così larga evoluzione costituzionale da avviluppare quasi tutta la vecchia e la nuova generazione.

Fra questi prigionieri della monarchia, e che essa gettava nel trambusto del parlamento, o deponeva nel senato come in un museo di figure di cera, o allontanava nelle ambasciate, o disseminava nelle prefetture, o isolava nell'esercito, o comprometteva in posti subalterni, brillavano ancora nel vigore della forza figure di soldati e di cospiratori, di artisti e di scienziati, capaci d'imporre rispetto al popolo e alla corte. L'imprudenza di qualche frase tradiva ogni tanto in essi l'uomo antico; il ritorno di qualche motivo eroico nella politica li univa improvvisamente in una affermazione non solo superiore ma contraria alla monarchia; poi la fatalità costituzionale li gravava nuovamente, e piegavano il capo pensosi forse di un tempo migliore.

Alla rivoluzione non restava più nè il maestro, nè il capitano, nè programma, nè bandiera.

Mazzini, rifuggitosi nell'esilio dopo l'amnistia di Gaeta quasi a punire l'Italia morendo in terra straniera, si era confessato vinto coll'affermare che la monarchia una volta entrata a Roma vi dominerebbe «chi sa per quante generazioni», e tornava inconsolabile di amore italiano a morire in Pisa accettando dal governo l'apoteosi dei funerali, e riconoscendo così la sua libertà costituzionale; Garibaldi, dopo aver tutto ricusato dalla monarchia fuorché la condanna a morte, la fucilazione d'Aspromonte e la prigionia del Varignano, soffocato dalle angustie e dai disordini della propria casa accettava finalmente due milioni, e veniva paralitico a Roma per salutare in Umberto I e nel principino ereditario i re d'Italia. Dopo la resa dei due grandi capitani le capitolazioni dei minori rivoluzionari precipitarono: Alberto Mario, pur combattendo la monarchia sino all'ultima ora, non le augurò più che un placido tramonto; Aurelio Saffi, modesto Aronne del nuovo Mosè che aveva potuto morire nella terra promessa, succedendo nella direzione del partito republicano non fu più che un pontefice riverito ed inefficace: e recentemente, quando re Umberto visitò le Romagne (1888) rimaste sempre ostili alla monarchia, persuase al popolo ogni più onesta e lieta accoglienza al sovrano. Giovanni Nicotera, già violento di odio contro tutti i re, salì al ministero, e vi si mostrò violento contro i republicani immutati; Benedetto Cairoli, ultimo della propria eroica famiglia, fu presidente dei ministri, e fece scudo a re Umberto della propria popolarità nel primo viaggio reale di riconoscimento; Agostino Depretis, cospirante nel 1853 per rapire in Lombardia l'imperatore d'Austria, e Francesco Crispi cacciato da Torino per ordine di Cavour, saliti colla sinistra al potere, vi divennero i più abili e fieri difensori della monarchia alleata coll'Austria; Giuseppe Ferrari tramontò nel senato accettando dal re, egli filosofo della legislazione, un mandato legislativo; Emilio Visconti-Venosta e Giacomo Medici ottennero di essere marchesi; le decorazioni fioccarono sugli altri, la Camera accolse coloro che si credevano ancora un avvenire, il senato ospitò gli invalidi, e un'aura di pace rasserenò tutte le fisonomie, mentre il partito republicano dileguava come un ricordo, e quello socialista mandava per le piazze i primi vagiti.

La monarchia aveva vinto. Allora Giosuè Carducci, che aveva cantato contro di essa le glorie più giacobine della rivoluzione, e serbato il più sdegnoso silenzio dinanzi a Vittorio Emanuele, si arrese anch'egli prigioniero deponendo, simbolo di pace, una corona di fiori poetici sulla fronte della regina d'Italia.

Ultimo ministero Minghetti.

Malgrado l'entrata a Roma e il pareggio oramai in vista, la posizione del ministero Lanza-Sella era perduta. La destra non poteva perdonare al Sella di averla violentata nella questione romana; la sinistra prossima ad afferrare il potere raddoppiava di ostilità: entrambe si unirono contro il ministero col gruppo toscano, che accennava a riprendere il triste ufficio della Permanente piemontese per la medesima pessima ragione del trasloco della capitale da Firenze a Roma. Costoro chiedevano una somma enorme di compensi, quasi la nazione dovesse pagare all'abbandonata metropoli tutte le pazzie del suo lusso improvvisato per le vie.

Una prima crisi scoppiò per la costruzione di un arsenale militare a Taranto, cui il ministero assegnava 6 milioni, mentre una commissione parlamentare glie ne attribuiva prima 70, poi 23. Il ministero si dimise, ma la battaglia essendosi accesa come inconsapevolmente, il re lo riconfermò. Ne venne così una tregua brevissima, della quale la destra profittò per prepararsi a più vigoroso assalto contro i provvedimenti finanziari presentati dal ministero per fronteggiare le nuove spese introdotte nel bilancio. Agostino Depretis, nominato capo della sinistra alla morte di Urbano Rattazzi, si associò al Minghetti, ultimo capitano della destra, e il ministero cadde.

La destra si suicidava uccidendolo.

Infatti il nuovo ministero Minghetti non potè, malgrado l'abilità parlamentare di molti suoi membri, avere alcuna vitalità politica. Di tutta la destra l'unico uomo di stato moderno per intendimenti e principii era il Sella. Se il suo carattere fosse stato più malleabile e la sua coscienza meno delicata, come nel conte di Cavour, avrebbe dovuto associarsi a Depretis nel comando della sinistra, recandole la sincerità del proprio metodo finanziario col nobile disdegno di ogni falsa popolarità.

Il nuovo ministero fu quindi fatalmente di reazione: Minghetti, il più tardo dei riformisti a credere nel processo cavouriano di unificazione, assunse colla presidenza il portafoglio delle finanze; Visconti-Venosta vi rimase agli esteri; Silvio Spaventa, mal viso per gli eccessivi rigori polizieschi di un tempo, ebbe benchè non pratico, i lavori pubblici, Cantelli, inetto legittimista cresciuto alla corte della duchessa di Parma, governò l'interno.

Poichè la Francia nella rovina dell'impero napoleonico e della rivoluzione comunarda era caduta alle mani di una reazione monarchica doppiamente irritata coll'Italia per la conquista di Roma, ne venne che le relazioni politiche fra le due nazioni si guastarono. La Francia accusava l'Italia d'ingratitudine rinfacciandole la campagna del 1859; questa rimbeccava aspramente ricordandole Nizza e Savoia, Villafranca e Mentana. Da Versailles, nuova capitale politica, questa reazione rinfrancata di tutti gli elementi più conservatori del legittimismo, dell'orleanismo e del bonapartismo, affettò quindi di voler riaprire in certo modo la questione di Roma: il conte di Choiseul ministro francese a Firenze partì in congedo per non accompagnare Vittorio Emanuele nell'ingresso solenne a Roma; petizioni dalle campagne fioccavano all'assemblea di Versailles per un intervento in favore del potere temporale.

Naturalmente la politica italiana, impressionata di queste ostilità, si torse verso la Germania. Vittorio Emanuele, così deferente a tutti i voleri di Napoleone III, s'irrigidì altezzosamente dinanzi a Thiers, diventato presidente della republica francese; e quando Sella, nell'occasione delle feste per il traforo del Cenisio, tentò combinare fra loro un abboccamento, il vecchio re piemontese si rifiutò all'etichetta, che gli avrebbe imposto di muovere incontro al presidente della republica francese. «Il re d'Italia, egli rispose al Sella, sta di casa a Torino e il signor Thiers sa dove trovarlo, se ha bisogno di conferire con lui». Ma poichè la Francia accennava a contrastarci il pacifico possesso di Roma, il re d'Italia avrebbe dovuto almeno rispondere che avrebbe atteso il signor Thiers al Quirinale.

Il primo atto del nuovo ministero Minghetti fu di condurre in visita il Re a Vienna e a Berlino come per risposta alle ingiuste recriminazioni francesi. Il governo di Versailles ritirò da Roma il proprio ministro Fournier, e mandò nelle acque di Civitavecchia la fregata Orénoque; la stampa delle due nazioni si accapigliò; gli animi si invelenirono così che quando l'imperatore d'Austria venne a Venezia e quello di Germania a Milano per rendere la visita a Vittorio Emanuele, l'Italia non s'accorse dell'ingiuria fatta a Roma.

Parve invece trionfo insperabile che due imperatori visitassero l'Italia, pur disconoscendone la capitale col rifiuto di entrarvi.

Il secondo atto del ministero fu la cattura di Aurelio Saffi e di altri ventinove republicani mazziniani, convenuti in una villa Ruffi della campagna riminese per discutere sull'attitudine del loro partito davanti alla monarchia. Quest'assurda violenza poliziesca, cui tennero dietro altre molte, finì di screditare il governo della destra, reso già odioso dall'ostinata opposizione ai più necessari sviluppi democratici della rivoluzione e da una durata di quasi quindici anni.

La lotta parlamentare riarse più viva alla riapertura del parlamento (novembre 1875): Agostino Depretis aveva da Stradella promulgato in un magistrale discorso il verbo della nuova sinistra. Fra le riforme promesse vi si annunciavano come più urgenti: l'affidare ai laici l'amministrazione delle proprietà ecclesiastiche, l'obbligo dell'exequatur eseguito con rigore, l'istruzione laica resa obbligatoria e gratuita, l'allargamento del voto politico ed amministrativo, la determinazione per legge delle incompatibilità parlamentari e la diminuzione del numero dei deputati impiegati, un pronto inizio di decentramento abbandonando ai comuni e alle provincie la nomina dei propri sindaci e dei propri presidenti, l'abolizione delle sottoprefetture e dei consigli di prefettura, la correzione delle leggi tributarie e delle norme per la compilazione dei bilanci, la revisione dei trattati di commercio secondo il principio del libero scambio, una correzione della legge di pubblica sicurezza, il miglioramento delle circoscrizioni giudiziarie, e finalmente una legge sulla responsabilità dei pubblici funzionari.

A questo largo programma di riforme il ministero non seppe contrapporre che la propria apologia e l'annunzio del pareggio, dovuto all'opera sagace e coraggiosa del Sella. Quindi cadde per tradimento del gruppo toscano, che passò a sinistra, donde gli venivano molte promesse di aiuti a Firenze.

Così si chiudeva la prima fase parlamentare del regno d'Italia.

In mezzo alle accuse che la colpivano caduta, la destra poteva nullameno vantare la gloria di avere stabilito il primo assetto. Le sue colpe maggiori verso la rivoluzione derivavano piuttosto dalla monarchia impotente a seguire una politica più nobile e più democratica: gli altri suoi difetti politici erano una conseguenza delle scuole e delle classi, nelle quali si era reclutata. La contraddizione di dovere simultaneamente essere rivoluzionaria e conservatrice viziò il processo della sua legislazione e della sua politica estera sino a compromettere più volte l'onore d'Italia. Come partito essa non credette mai sinceramente alla possibilità di unire l'Italia in una sola nazione, contrastò a tutte le imprese di Garibaldi, rinnegò tutto l'apostolato di Mazzini, si sottomise all'impero Napoleonico, arretrò dinanzi al pontefice, mancò d'audacia anche quando era prudenza l'averne, e stimò sempre lo sviluppo della democrazia un errore ed un pericolo: nullameno il suo patriottismo e la sua pratica abilità furono mirabili in tanta inesperienza della nazione. Nelle sue file agirono colti ingegni e severi caratteri, che la corruttela e le troppe conversioni politiche dei primi giorni non poterono guastare; l'aristocrazia vi rifulse coi propri migliori individui, la borghesia ne fu lo spirito e il numero, la corte l'avvolse nella propria decorazione.

La necessità della sua caduta era la prima conseguenza del regime costituzionale da essa organizzato, giacchè l'indirizzo del governo verso la nuova generazione non poteva essere dato che dai più liberali fra gli uomini che avevano ricostituito l'Italia. I riformisti del quarantotto avevano troppo creduto ai principi per credere abbastanza al popolo e chiamarlo con più largo voto a parte della vita politica; i costituzionali, ostinati nel giudizio che la nazione sussistesse nella monarchia e per la monarchia, non potevano fidarsi alla democrazia ed ammettere che solo coll'accettarne francamente i principii e col favorirne coraggiosamente lo sviluppo la monarchia durerebbe utile e gloriosa all'Italia.

Fra gli uomini della prima destra italiana il conte di Cavour resterà nella storia l'unico grande statista, Ricasoli il più nobile, Rattazzi il più equivoco, Sella il più efficace, Minghetti il più eloquente de' suoi successori: gli altri saranno e sono già dimenticati. Ma della loro opera minuta, incerta ed oscura, proseguiranno lungo tempo i benefizii; mentre il loro manipolo stretto intorno a Vittorio Emanuele appare tuttora bello nella varietà delle fisonomie e nel vigore degli atteggiamenti, quantunque la coorte dei cavalieri garibaldini lo veli passando oltre col barbaglio delle proprie armi, e Mazzini solitario lo copra dall'alto colla propria ombra grande.

Avvento della sinistra.

L'avvento della sinistra capitanata da Agostino Depretis si compiè fra le più liete speranze: pareva a tutti che lo svolgimento dei principii democratici da essa invano propugnati per sedici anni avverrebbe senza scosse e con feconda prontezza. Questa doveva essere la necessità del nuovo periodo parlamentare, ma il brusco passaggio dell'opposizione al governo vi traeva inesperienze ed abitudini troppo tribunizie, perchè l'opera legislativa non avesse a soffrirne. Anzitutto il partito della sinistra, lungi dall'essere ben organizzato nel parlamento, mancava pure di vera base nel paese: i radicali ne speravano troppo, i moderati ne temevano ancora più; il bisogno di conservare nel pubblico la popolarità acquistata colla critica sistematica a tutti i passati ministeri costringeva la sinistra a considerare le imminenti riforme piuttosto come illazioni di principii, che quali adattamenti alle condizioni reali del paese. Nella politica estera, mentre la destra si era sempre mantenuta servile alla Francia imperiale per influsso del principio dinastico, la sinistra aveva negli ultimi anni guardato alla Prussia; e poichè le vittorie di questa ci avevano permesso la conquista di Roma contro i divieti dell'impero napoleonico, e ora la Francia republicana e reazionaria sembrava voler contrastarci il conseguito trionfo dell'unità, il nuovo ministero liberale doveva esagerare le simpatie verso l'una e le diffidenze verso l'altra anche per mostrarsi dinastico quanto la destra. Non valeva osservare che la reazione nell'assemblea francese sarebbe effimera, che la republica non vi era ancora assettata, che la Francia isolata in Europa dall'ostilità diplomatica della Prussia non potrebbe seriamente pensare a contenderci Roma, che solo i reazionari orleanisti e legittimisti impadronitisi del ministero lo risognavano indarno: si volle credere al pericolo di una guerra imminente, e nell'ammirazione destata dalle meravigliose vittorie prussiane si cercò di essere clienti a Berlino dopo essere stati vassalli a Parigi.

Naturalmente la corte spingeva il governo in tale direzione. Si temeva dall'amicizia della Francia il contagio republicano: nella Spagna il ripristinamento della dinastia borbonica con Alfonso XII figlio di Isabella la cattolica non dava abbastanza garanzie di stabilità monarchica: un secondo scoppio republicano a Madrid avrebbe potuto destare qualche eco a Roma.

Dinastia e governo, temendo ingannevolmente di un moto republicano nel paese, si rifugiavano fra le più forti monarchie di Europa.

D'altronde la Francia, offesa dalle intenzioni anche troppo manifeste del nostro governo, offendeva: la nostra aderenza al suo nemico vittorioso le sembrava una inutile mostruosità d'ingratitudine dopo tanta nostra devozione a Napoleone III; non intendeva la nostra presente inimicizia se non come odio istintivo di monarchia alla republica.

Nel nostro popolo invece duravano ancora i rancori per le offese a cagione di Roma, mentre una crescente ammirazione per la Prussia gli faceva parere una gran cosa l'essere accolto nella sua alleanza.

Non sarebbe stato difficile comprendere piuttosto che all'indomani della grande guerra del 1870, colla Francia esausta, colla Prussia affranta e preoccupata gravissimamente del proprio problema interno, coll'Austria scaduta, colla Russia tutta intesa ad un imminente attacco contro la Turchia, coll'Inghilterra oramai inefficace in tutte le questioni continentali, l'Italia avrebbe potuto con una politica forte d'indipendenza e d'iniziative conquistare un grande posto in Europa. La sua posizione oramai assicurata contro tutti i nemici la rendevano necessaria in Europa: tutti i popoli l'avrebbero guardata con irresistibile simpatia, tutti i governi avrebbero subìto i suoi impulsi. Ma perchè l'Italia si ponesse alla testa dei popoli faticanti per la costituzione della propria nazionalità le occorreva una coscienza di se medesima e della propria missione, quale Mazzini aveva indarno cercato d'infonderle.

Le sue condizioni interne non erano abbastanza floride. Il pareggio raggiunto era piuttosto di cassa che di rendita; e le teorie economiche del nuovo governo costringendo all'abolizione del macinato e del corso forzoso, l'avrebbero certamente compromesso. Dopo l'esperienza delle armi prussiane l'esercito andava riordinato, riarmato, portato ad un milione; la flotta era sempre allo studio; le maggiori reti ferroviarie incompiute; l'esperimento di un voto più largo nel popolo ancora da tentarsi.

Nella Camera il nuovo partito di governo si componeva in gran parte di transfugi di destra, perchè i radicali, pur aspettando con simpatica deferenza, non avevano dimenticato tutti i sottintesi republicani. Bisognava non gettare il paese in una doppia prova di politica estera ed interna, ma largheggiando con esso di riforme liberali, mantenerlo con opportune pressioni sotto la tutela del governo. La sinistra doveva proseguire il giuoco della destra con poste maggiori: il principio monarchico rimaneva a pernio della vita nazionale. Ma poichè la destra odiava ciecamente il nuovo governo, questo era forzato a compromettersi coi radicali e ad appoggiarsi sopra una mobile maggioranza ottenuta con ogni sorta d'espedienti. La sua azione si esercitava naturalmente per corruzioni: la sincerità sperata dal paese in questo secondo partito si perdeva in un più tristo scetticismo, l'orgoglio nazionale veniva nuovamente umiliato dalla Germania, il programma delle nazionalità era abbandonato per una alleanza coll'Austria posseditrice di Trento e di Trieste, l'ostilità alla Francia ci traeva al disconoscimento di ogni moto nazionale nei Principati Danubiani e nella Grecia.

Da principio i ministeri di sinistra, anzichè succedersi in una gamma razionale di liberalismo, si alternarono tristamente per inescusabili gare fra i capi: la vanità del potere vi guastò i migliori caratteri, la necessità degli espedienti vi falsò più d'un principio. Si vide allora la destra allearsi con assurda partigianeria ai radicali, reclamando il suffragio universale per non accettare l'equo allargamento proposto dal ministro Depretis; questi trascinare re Umberto a Vienna, perchè il Minghetti vi aveva condotto Vittorio Emanuele, e subire uno smacco anche più oltraggioso, giacchè a Vittorio Emanuele la visita fu resa a Venezia e ad Umberto promessa a Roma e non restituita. Una rettorica finanziaria, nel crescendo delle spese, che doveva raddoppiare il numero dei chilometri ferroviari e portare il bilancio della guerra a oltre settecento milioni, volle abolito con grave squilibrio del bilancio il macinato ed il corso forzoso; una rettorica politica non seppe considerare il voto concesso al popolo nè come diritto nè come funzione, e negò il suffragio universale per riconoscerlo poi abbassando fin sotto l'assurdo il livello e le prove della capacità elettorale.

Nel nuovo grande disegno ferroviario i criteri regionali prevalsero ancora agli scientifici.

Molte delle riforme promesse andarono perdute; quelle attuate lo furono non bene.

Non si osò giustamente toccare lo statuto per non rimettere in questione la monarchia, ma lo si violò in più di un articolo, dichiarandolo intangibile. Il senato, assurdo come istituzione storica in Italia, rimase immutato, ultimo baluardo della regalità e superstite forma del diritto divino, giacchè il potere legislativo gli viene delegato dal re e non dal popolo. Le opere pie, di cui solamente ora (1889) il ministero Crispi studia una riforma, seguitarono nell'antico andazzo piuttosto a beneficio della borghesia e del clero che dei poveri, con anacronismi di fondazioni religiose e con falsità di intendimenti economici condannati egualmente dalla scienza e dalla vita moderna. Non si osò ancora condensare le troppe università nei loro centri storici, differenziando chiaramente la cultura classica dalla tecnica e riassumendo nelle mani del governo l'istruzione elementare abbandonata ai comuni e da questi trascurata per insufficienza di denaro o di coscienza civile.

Nullameno in questa seconda fase d'organizzazione le idee si slargarono, e l'orgoglio nazionale si ridestò. Si comprese la necessità di atteggiarsi a grande nazione: l'esercito, cresciuto pari a quello delle maggiori potenze, ci diede il senso di un'altra forza politica; nella flotta il vecchio genio italiano improvvisò la più moderna e miracolosa architettura navale sorpassando Inghilterra ed America; il foro del Gottardo, chiamato da Carlo Cattaneo la via delle genti, decise all'ampliamento del porto di Genova, che potè rivaleggiare con quello di Marsiglia e diventerà l'emporio di tutta l'Europa centrale. Industria e commercio prosperarono attraverso pericoli di crisi incessanti; l'emancipazione manifatturiera fu conquistata più che a mezzo; l'agricoltura, della quale una mirabile inchiesta parlamentare svelò tutte le piaghe, si guarì di alcune, e passò dallo stadio empirico a migliori e più diffuse intenzioni scientifiche. Le ferrovie, cresciute in breve a 14,000 chilometri, aiutarono l'uniformità dello sviluppo nazionale; s'iniziò la perequazione fondiaria, lunga e costosa impresa, senza la quale nessun vero miglioramento tributario era possibile; nell'esercito si abolì l'ignobile privilegio della surrogazione per denaro, e la coscrizione fu estesa a tutti gli individui validi; non si osò ancora il sistema più economico dell'irreggimentazione regionale per dubbi di pericolosi antagonismi, ma si tende ora a provarla; si popolarizzò l'istituzione dei tiri a segno, primo addestramento della futura nazione armata; le associazioni operaie moltiplicarono di numero e di valore; l'avvento dei nuovi elettori politici ed amministrativi togliendo al governo l'odioso carattere di clientela, lo ritemprò nella realtà della vita popolare; si unificarono le Cassazioni, ma solamente in materia penale per rispetto ingiusto al regionalismo: si ricorressero pressochè tutti i codici guadagnando all'Italia il nome di prima fra le nazioni liberali; si accennò ad una legislazione sociale del lavoro, la quale arenò fra i pregiudizi politici della borghesia e gli apriorismi della scuola liberista.

Colla sinistra al potere cessò la minore età della nazione.

L'opposizione clericale stessa parve diminuire di intensità. Si parlò di transazioni e di conciliazioni; il papato, fermo nelle viete dichiarazioni, ne raddolcì la forma e in molti atti le contraddisse; la libertà del suo esercizio spirituale fu riconosciuta anche dai cattolici ultramontani, ma papato e monarchia non poterono ancora conciliarsi. Il papato non abbandonerà tutte le proprie pretese se non perdendo tutti i privilegi: bisognerà quindi che una rivoluzione riduca prima il cattolicismo a non essere più che una opinione e un rito sostenuto dai credenti ma destituito di ogni personalità civile: finchè il cattolicismo avrà beni e gradi consacrati dalla legge pretenderà di riacquistare quanto ha perduto.

L'Italia è ora una delle grandi nazioni d'Europa: la sua monarchia, sorta da una insufficienza rivoluzionaria e democratica, è la più popolare e liberale del mondo.

La coscienza nazionale, sonnolenta nel periodo epico dell'unificazione, riconquista oggi nel culto degli eroi il proprio passato. Mazzini e Garibaldi giganteggiano sulle piazze di tutte le città; le commemorazioni dei grandi morti popolarizzano la storia dell'unità gettando i semi di una futura poesia in racconti di eroismi e di magnificenze morali prima non sospettate; Vittorio Emanuele si trasfigura nella luce dell'epopea perdendovi ogni volgarità; Cavour, obliato un momento nel trambusto dei suoi successori, riappare astro di prima grandezza nel cielo d'Europa. L'Italia è fatta: la sua storia si riapre per una terza epoca di operosità politica internazionale. Infatti l'Italia, trent'anni or sono conquista di stranieri e schiava di tiranni, è entrata ieri conquistatrice nell'Africa.