WeRead Powered by ReaderPub
La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione cover

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) / Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione

Chapter 88: Difficoltà diplomatiche.
Open in WeRead

About This Book

A detailed political history tracing the final phase of Italian unification: the collapse of reactionary rule, revolutionary uprisings, diplomatic alliances and wars that led to annexations and creation of a national monarchy; it examines the internal tensions of the new state—parliamentary formation, conflicts between moderates and radicals, southern brigandage, relations with the papal authority—alongside military campaigns and foreign entanglements, fiscal crises, and early colonial ambitions, closing with reflections on cultural and ideological opposition during consolidation. The narrative combines chronological recounting of events with analysis of political structures and social forces that shaped the unified nation.

Capitolo Secondo.
La conquista africana

Attrazione della storia europea.

L'unità della storia mondiale, che scoperte scientifiche e geografiche hanno da gran tempo assicurato, attira con mirabile rapidità tutti i continenti nell'orbita di una stessa politica.

Nessuna nazione potrebbe o vorrebbe più circoscriversi in se stessa: religione, commercio, scienza, hanno aperto alla civiltà tutte le terre; ogni mercato subisce le oscillazioni dello scambio internazionale; oramai non vi sono più segreti per la geografia, nè sconosciuti per la storia. La nave svedese di Nordenskjöld girando il polo artico ha rivelato la presenza degli ultimi abitatori dei ghiacci; viaggiatori di tutti i paesi hanno traversato i deserti centri dell'Africa e dell'Australia; l'Asia si apre davanti alle marcie concordi e rivali della Russia e dell'Inghilterra, mentre l'America scoperta appena da quattro secoli non ha più selvaggi.

L'Europa, rimasta ancora, malgrado il miracoloso sviluppo di questa ultima, il centro ideale del mondo, organizza in se medesima i propri popoli nell'orbita della nazionalità e coi principii di una democrazia più universale di tutte le religioni, per attirare gli altri continenti nei periodi della propria civiltà. L'America, instancabile ed incomparabile traduttrice di idee, non ne ha ancora prodotto alcuna veramente originale, giacchè la sproporzione fra la grandezza del suo suolo e il numero della sua popolazione la costringe a convergere in se medesima quasi tutte le proprie forze. L'Europa, sola, piccola, affollata, sempre gestante, deve bastare a tutto, ritrovare il significato dell'antichità, e rinnovare continuamente se stessa per potere del proprio futuro fare un'epoca mondiale. Quindi il suo sforzo sempre crescente nei secoli, dacchè il cristianesimo le diede a Roma la sicurezza di una seconda unità, si è moltiplicato dopo il Rinascimento e la scoperta d'America, così da imprimere alla storia universale un acceleramento inapprezzabile.

Quando la scienza storica, imitando i progressi dell'astronomia, potrà calcolare entro l'orbita di periodi universali la velocità delle idee per tradurre in cifra la vita e il valore di ogni popolo, quello dell'Europa dall'epoca greca al Rinascimento italiano varrà non solo più che tutti gli altri, ma la sua potenza d'irradiazione dovrà esprimere nella velocità dei propri raggi la differenza della durata cronologica della sua civiltà colle altre. E mentre quella asiatica in cinquanta secoli non avrà potuto sorpassare i confini del proprio continente, la civiltà europea in meno di venti avrà già dato al mondo due unità ideali: quindi dal Rinascimento ad oggi i suoi ultimi quattro secoli, attuandovi l'unità reale in una conscia cooperazione di tutti i popoli, supereranno di velocità gli altri venti forse di quanto nel sistema solare i periodi di Venere vincono quelli di Urano.

Mentre nel secolo decimosesto, settimo ed ottavo, spingendosi in tutte le direzioni ad incontrare le incognite dei popoli inerti fuori del raggio della sua storia, l'Europa faceva ogni maggiore sforzo sull'America quasi ad affrettare in essa una rivalità che le potesse più presto giovare in questa missione d'incivilimento universale, dal principio di questo secolo la sua passione e la sua opera si sono rivolte più specialmente all'Africa. L'America, divenuta già moderna, piuttosto che aver bisogno dell'Europa per svilupparsi, ne segue la vita ampliandola in se medesima per tutta l'immensità del proprio teatro coll'ebbrezza superba di sentirsi già all'avanguardia del progresso mondiale.

La costituzione delle nazionalità, provocata dalla rivoluzione francese, sembra accennare che l'Europa in questo fatale acceleramento dell'opera propria sul mondo, invece di procedere come nel passato per costante irradiazione d'individui, tardi e non sempre susseguita dalla cooperazione dei loro stati, voglia più presto, individualizzando tutti i propri popoli, costringerli ad agire come individui collettivi. Infatti l'opera storica di un popolo non costituito in nazione è non solo male apprezzabile, ma scarsa ed intermittente oltre le sue frontiere, mentre quella delle nazioni, più intensa e costante, determina coll'incontro della propria in altre originalità la formazione di nuovi caratteri.

Quindi il principio dell'uguaglianza civile e della sovranità popolare, ricostituendo in nazioni i popoli ancora frantumati dalle conquiste medioevali, impone loro per una fatale contraddizione di affrontare fuori d'Europa le genti barbare, o conglomerate in imperi eterogenei, o riunite a gruppi nazionali, o disperse in tribù, per sottoporle alla prova della civiltà europea.

Storia e preistoria, storia moderna e storia antica, debbono in questo secolo sviluppare la loro guerra immortale. Finchè la preistoria vivente era ignorata dalla storia, e la storia antica lungi dal contatto della storia moderna, il mondo abbastanza grande per ambedue poteva mantenerle contemporanee nella propria cronologia; ma scontrandosi per il continuo dilatarsi dell'orbita europea, dovevano urtarsi in una guerra di distruzione. Preistoria e storia antica o si rimuterebbero entro la storia moderna assimilandosi le sue idee, o indietreggerebbero lentamente cedendo il terreno ai popoli superiori.

La storia, lungi dal consacrare l'intangibilità di alcun popolo, ha sempre distrutto quelli che non potevano adattarsi al suo disegno.

Nel diffondersi della civiltà rappresentata dalla razza bianca una medesima conquista strappò sempre ai popoli selvaggi o esauriti i terreni atti a ricevere il quadro di una più alta vita. Invasioni e colonie furono sino dalla più tarda antichità i mezzi più efficaci d'espansione: nelle prime il progresso avveniva per la sovrapposizione di un popolo ad un altro; nelle seconde per focolari d'irradiazione ideale, che dovevano aiutare la natura dei popoli circostanti a più intellettuale sviluppo. Tutto quindi servì in questa caccia dell'uomo civile all'uomo barbaro, del popolo giovane al popolo decrepito; irresistibili attrazioni dell'ignoto geografico, passioni religiose, curiosità scientifiche, avarizie commerciali, fantasie guerriere. Naturalmente la civiltà, svolgendosi col processo inevitabile di una guerra, trattava le colonie come avanguardia di scoperte o sentinelle morte, mentre le invasioni giungevano sui campi di battaglia all'ora assegnata, vincendo, struggendo, fecondando.

Influenza europea sull'Africa.

Nella lunga incubazione della civiltà mediterranea, alla quale l'Asia già immobile nel trionfo di un'epoca poco più perfettibile coi propri dati restava lontana ed estranea, l'Africa non aveva concorso che colle proprie sponde. Una cintura di città marittime le aveva abbellite e fecondate senza poter allargarsi all'interno. La loro vita creata dal mare tendeva quindi al mare verso altri lidi, ove altre città rispondevano loro con una vita più satura di elementi terrestri. Solo il Nilo aveva potuto, accumulando sulle proprie rive molti germi africani, crescervi una civiltà più che marittima; ma questa pure non aveva saputo risalire nemmeno tutto il corso del gran fiume, prigioniera ad occidente ed al sud di paurosi deserti.

L'immensa Africa ignorava la gloria del proprio Egitto.

E quando questo tramontò dopo Cartagine entro lo splendore della civiltà romana, e il cristianesimo prima e il maomettanesimo poi, tentarono di penetrare nel centro del continente nero, questo rimase nullameno un mistero: ambo le religioni vi si depravarono in una sconcia interpretazione quasi confessando l'impotenza del proprio Dio innanzi ai feticci di selvaggi, cui un clima inesorabile sembrava negare per sempre ogni speranza di ideale.

Ma l'azione della storia sull'Africa non cessò.

Quattro secoli or sono, quando Cristoforo Colombo discendeva dalla vecchia caravella all'America, Cadamosto veneto penetrava nel Senegal e nella Gambia, e la republica veneta offriva ad un sultano di tagliare l'istmo di Suez, miracolo di audacia allora, miracolo di scienza oggi, e che senza forse si sarebbe avverato anche allora.

L'Italia, dopo aver attirato con Roma tutta la civiltà africana nella propria orbita, e mediante le republiche del medioevo mantenuto con essa commerci quasi inosservati dall'Europa barbarica, parve allora arrestarsi: Africa ed America sfuggirono simultaneamente alla sua influenza.

Nonpertanto Roma e la Mecca, come centri religiosi, rattenevano sempre l'Africa nella storia universale; gl'imperi litoranei improvvisati dalla conquista saracena sulle sue coste avevano potuto dilatarvisi alquanto verso l'interno, e ubbidivano ancora alla voce di Costantinopoli: Spagna, Francia, Portogallo, Inghilterra, girando il capo di Buona Speranza, avevano finalmente circoscritto il continente nero, fermandosi su tutte le sue sponde e risalendo tutti i suoi fiumi.

Se la grande speculazione mercantile europea si riversava sull'America attratta dall'incanto delle sue terre e dalla facilità di sfruttarle, un'acuta curiosità spingeva sempre nuovi esploratori nell'Africa, sulle rive della quale il moltiplicato commercio colle Indie creava stazioni navali e stabilimenti coloniali. La supremazia mondiale dell'Europa, chiamando all'azione tutti i popoli germanici per controbilanciare la fatale decadenza delle nazioni latine, aveva già colle ultime vittorie su Costantinopoli tolto ogni pericolo alla barbarica espansione del maomettanesimo, che un giorno dall'Africa invadeva le Spagne e, superati i Pirenei, si spingeva fino a Poitiers contro Carlo Martello.

Oramai imperi e reggenze barbaresche non erano più che una forma consunta della feudalità saracena, ridotta a vivere di brigantaggio terrestre e marittimo.

Quindi la grande rivoluzione francese, prima ancora di condensarsi nell'impero militare di Napoleone I per meglio rovesciare tutte le monarchie di diritto divino, discese in Africa e vi sottomise l'Egitto. L'impresa parve un'avventura di condottiero antico, ma era invece una conquista moderna. Napoleone tagliava così l'ultimo nodo, che stringendo l'Africa a Costantinopoli la manteneva ancora più soggetta all'influenza orientale del maomettanesimo che all'azione europea: la Sublime Porta dopo la perdita dell'Egitto non conserverebbe più che una sovranità nominale sulle altre terre limitrofe. La conquista fu momentaneamente perduta, ma la Turchia non potè più ristabilire il proprio potere sull'Egitto. Una dinastia macedonica v'improvvisò un trono con barbariche imitazioni della monarchia napoleonica, e vi si sarebbe proclamata al tutto indipendente se rivalità d'interessi europei non l'avessero impedito per mantenere ancora alla Turchia una specie di diritto imperiale.

Nonpertanto l'Egitto divenne europeo.

L'archeologia ricostituì tutta la sua antichità, la geografia ritrovò le sorgenti misteriose del suo Nilo, la matematica tagliò il suo istmo di Suez. La dinastia di Mehemet Alì, che ebbe in lui l'uomo di stato e nel figlio Ibrahim il generale, durò appena il tempo necessario alla prima fase dell'incivilimento moderno in Egitto, per cadere all'indomani dell'apertura del canale sotto il protettorato dell'Inghilterra (1882), la quale aveva già conquistata pochi anni prima l'Abissinia. La Francia sino dagli ultimi giorni della restaurazione (luglio 1830) si era impossessata d'Algeri, e dominava col Portogallo nella Senegambia, conquistava più che mezza l'immensa isola del Madagascar, s'impadroniva (1878) della Tunisia. La Spagna preponderava al Marocco; l'Olanda spesseggiava di colonie come l'Inghilterra sulle coste del doppio oceano africano; persino la Russia e la Germania tentano ora di stabilirvene.

La storia africana di questo secolo è tutta europea: l'Asia non vi agisce più che col maomettanesimo provocandovi guerre feroci di religione, come l'ultima del Mahdy; i napoleonidi vi hanno iniziato e compito il loro breve ciclo solare, l'americano Stanley vi ha scoperto il Congo, vasto quanto l'Europa, e che il piccolo re del Belgio vi ha acquistato come un podere; i Boeri, di origine olandese, vi hanno già una republica; viaggiatori di tutte le nazioni si sono inoltrati per tutti i suoi deserti superando tutte le montagne, affrontando tutte le tribù, rivelando tutta la preistoria. Il loro eroismo è stato sublime quanto benefico, il risultato delle loro scoperte immenso quanto imprevedibile.

Un'Africa orribilmente nera e selvaggia si è rivelata alla storia, ma il suo clima che in molti luoghi è una vampa, i suoi deserti che hanno l'ampiezza dei mari, la loro aridità che fa pensare ad una maledizione e che una volta si supponevano uniformi in tutto il suo centro, non sono che una varietà della sua natura. Ora si sa che fra le sue montagne si trovano territori incantevoli, regioni prodigiose di bellezza e di feracità, sulle quali vive ancora la più feroce razza, che il sole abbia mai annerito. Una feudalità primitiva vi sminuzza l'impero in minime tirannie di tribù, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il supremo divertimento; vi si incontrano ancora monumenti di teschi, e vie segnate da ossa. L'antica favola delle amazzoni vi è tuttora una realtà nell'impero del Dahomey, che ha il proprio esercito composto di donne; i sacrifici di Moloch, nausea e terrore del mondo antico, vi si celebrano sempre ai funerali dei re trucidando migliaia di mogli e di servi. La servitù vi è istituzione millenaria, più feroce che in Asia non sia mai stata; il commercio degli schiavi, vietato sul mare, vi prospera all'interno così che si calcolano a molti milioni i venduti di ogni anno. Per quest'Africa tutto quanto avvenne nella storia del mondo è come se non sia avvenuto: la sua vita è ancora nel sole che brucia il sangue e dissecca nell'animo ogni sentimento; il popolo, che vi cresce nudo come i deserti e con una coscienza egualmente arida, vi è la fiera più crudele della sua fauna.

Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato questa preistoria africana, che, immobile nelle proprie idee rudimentarie, si ripete, colla disperata monotonia di un vagito e di un rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che muore?

Ma l'Europa dopo molti secoli di assedio ha potuto penetrare tutte le contrade dell'Africa e sta per sostituirvi la propria storia: tutte le grandi nazioni europee si sono gettate a questa conquista sfogando magari in essa le loro antiche rivalità: denaro, sangue, genio, tutto vi è profuso. Le ferrovie cingono fin d'ora tutte le sue coste con un monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può più ricusarne i benefizi: dopo il grande taglio del canale di Suez un disegno anche più grande allaga già il deserto di Sahara, e vi crea sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; un altro congiunge i corsi dello Zambese e del Congo, spezzando il continente in due grandi isole per meglio irradiarle da tutto il litorale e dal centro. L'Italia risorta nazione non poteva ricusarsi a questo problema africano, che domina la politica estera dell'Europa: il suo concorso doveva anzi rappresentarvi il primo risultato della sua nuova vita internazionale.

Iniziativa italiana.

Quindi, prima ancora di aver ripreso agli stranieri tutta la propria terra, l'Italia si torse verso l'Africa.

Già il conte di Cavour nel periodo della grande preparazione piemontese, sentendo l'attrazione di questo nuovo mondo, aveva cercato di avviare un servizio postale fra Cagliari e Tunisi; Garibaldi, esiliato dal governo sardo dopo la difesa di Roma, aveva scelto per residenza Tangeri; un illustre cappuccino, il padre Massaia, testè morto cardinale, era penetrato da molti anni nell'Abissinia, recandovi nel fervore dell'apostolato religioso parecchi intendimenti civili. Altri viaggiatori, còlti improvvisamente dalla nostalgia del deserto, approdarono in Africa, e la percorsero superando indicibili difficoltà: Beccari, Piaggia, Antinori, Gessi, senza aiuti di governo, vi compierono miracoli d'eroismo; quest'ultimo, ammirabile fibra di romagnolo antico, vi si mutò in generale, e vinse nelle guerre del Sudan più d'una battaglia. Allora nel fermento lasciato dalle imprese garibaldine, crebbe istantaneamente una passione misteriosa per il terribile continente nero: si fondarono società geografiche, si organizzarono come in tutto il resto d'Europa spedizioni di nuovi esploratori, i giornali si appassionarono di racconti africani, come quattro secoli prima tutte le conversazioni favoleggiavano dell'America e delle Indie. Un'indefinibile poesia trasfigurava agli occhi della moltitudine i giovani viaggiatori che partivano per l'Africa; una pietà inconsolabile si destava alla novella della loro morte.

Pareva a tutti che questo fervore di scoperte e di iniziative fosse una prova di nuova gioventù nella nazione, che stava ricostruendo con temerità pari all'ingegno nella propria flotta la prima armata del mondo. La marina mercantile cresceva, e cresceva pure l'emigrazione. Chè se a questa, salita ora all'altissima cifra annuale di 200,000 emigranti, era in molte provincie sprone la miseria agricola, in molte altre tale coraggiosa facilità ad abbandonare la patria per un mondo ignoto e lontano, era ancora un sintomo della nuova vita italiana. Pochi anni addietro, nella stessa miseria, al popolo sarebbe sembrato un suicidio l'emigrare. Ma l'emigrazione si dirigeva di preferenza sull'America del sud dominata da colonie latine.

Nell'Africa, tanto più vicina, Cairo ed Alessandria erano le stazioni predilette dagli italiani.

Ma la nazione sentiva oscuramente la necessità di uscire di se stessa per affermarsi politicamente nell'opera internazionale delle maggiori potenze. L'Italia aveva scritto in Africa troppi capitoli della propria storia antica, per non ritornarvi nella guerra di conquista ripresa così vivacemente dall'Europa al principio del secolo. La via aperta alle Indie per il canale di Suez, l'ampliamento del porto di Genova, il doppio traforo delle Alpi le suggerivano le prime ragioni: la storia spingeva colla propria fatalità.

Però le coste africane non presentavano in alcun punto facilità e ricchezza di conquista: l'Italia, ultima cooperatrice, vi troverebbe forse le maggiori difficoltà nelle gelosie delle nazioni che ve l'avevano preceduta. D'altronde nè il suo popolo, nè il suo governo erano ancora abbastanza consapevoli per gettarsi con molta fortezza d'animo e larghezza d'intendimenti ad imprese coloniali.

Quindi i principii dell'impresa furono meno che modesti.

Prima ancora che le camere di commercio, riunite in congresso a Genova nell'ottobre del 1869, proponessero al governo di stabilire in un porto del Mar Rosso una fattoria di commercio e di transito, il professore Giuseppe Sapeto, che aveva lungamente soggiornato nelle regioni dei Danakil e dei Somali, insisteva in una relazione al generale Menabrea, allora presidente dei ministri, per un acquisto di tal genere. Vittorio Emanuele protesse l'idea spingendo ad un contratto col sultano Berehan, indipendente dalla Porta e dall'Egitto, per la compra della baia d'Assab e dell'isola Darmakieh. Il pagamento della somma abbastanza esigua di L. 47,000, fornite dal governo, venne eseguito dal genovese Rubattino, il più ricco e patriottico fra gli armatori d'Italia. Quindi l'11 marzo 1870 due pali solidamente conficcati ai capi nord e sud del terreno acquistato e portanti su due tasselli di legno l'epigrafe — Proprietà Rubattino — segnavano dopo tanti secoli il nuovo ingresso dell'Italia nella storia coloniale.

Questo grosso e quasi deserto podere era a 64 chilometri da Perim e a 240 da Aden.

Il fatto rimase inavvertito: appena Nino Bixio, sempre fervido di avventure marinaresche e militari, se ne congratulò vivamente col governo, augurando bene per l'Italia e chiedendo subito che si occupasse soldatescamente Assab per guarantire le persone e le merci, che vi avrebbero affluito.

Ma il khedivè d'Egitto aveva già protestato contro l'occupazione di Assab: il Visconti-Venosta, allora ministro degli esteri, oppose l'indipendenza di questo piccolo territorio da ogni alta giurisdizione, poichè le caimacanie di Suakin e di Massaua, delle quali il khedivè era stato investito dalla Sublime Porta, non giungevano sino ad Assab; questi replicò nominando governatore di Massaua lo svizzero Munzinger ed estendendo i limiti di quella provincia sino a Berbera. Allora il governo italiano, troppo presto impacciato da così piccole difficoltà, rinunciò ad ogni assetto pratico e definito dello stabilimento di Assab, per consigliare alla compagnia Rubattino di ampliare i propri servizi marittimi verso Oriente.

Difficoltà diplomatiche.

Così durò per parecchi anni sino agli ultimi mesi del 1879.

All'indomani del trattato di Berlino (marzo 1878) una più grossa questione minacciò di rompere le relazioni fra l'Italia e la Francia. Poichè il congresso aveva scartata la proposta russa di una grande Bulgaria accampata fra l'Egeo e il Danubio, mentre all'Austria si sarebbero date la Bosnia e l'Erzegovina con grave offesa dell'Italia, che avrebbe così veduto crescere senza aver partecipato alla guerra turco-russa la sua secolare nemica ancora padrona di Trento e di Trieste, si credette che fra le quinte del congresso fosse stato offerto all'Italia Tunisi per compenso. La Francia, che già vi mirava, stimò invece favorevole ad una propria iniziativa su questa reggenza posta ai confini dell'Algeria il disinteressarvisi unanime di tutte le potenze. Vero è che a Tunisi la colonia italiana, molto più numerosa ed importante delle altre, e cresciuta di speranze col crescere della madre patria, chiedeva a questa una più efficace protezione.

Una convenzione marittima stretta nel 1877 col governo beylicale aveva riconfermato l'antica linea Genova-Cagliari-Tunisi; un'altra linea era stata instituita in partenza da Palermo: la vicinanza della costa africana, visibile nei giorni limpidi dagli estremi monti siculi, consigliava a proteggervi i nostri interessi mediterranei. L'Inghilterra, insignorendosi di Cipro, aveva ferito le suscettibilità francesi, e ne temeva per il suo canale di Suez qualche rappresaglia collo stabilimento di nuove stazioni militari sulle coste vicine per parte della Francia; quindi consigliava all'Italia di occupare Tunisi e Tripoli. Naturalmente, vicino per vicino, essa preferiva l'Italia perché meno temibile. Ma il ministero Cairoli, repugnante per convinzioni democratiche a qualsivoglia forma di conquista estera, non osava assumerne la doppia responsabilità della spesa e del rischio. La Francia, sino allora in relazioni poco amichevoli coll'Italia, mutava improvvisamente di maniere, affermando replicatamente con documenti e colloquii officiali di non mirare ad occupazione di sorta sulla costa africana, o, mirandovi un giorno, di non vi si disporre se non d'accordo coll'Italia.

Queste assicurazioni sorpresero l'ingenua lealtà del Cairoli: egli credette che la republica francese, fatta accorta dell'errore commesso coll'inimicarsi l'Italia, intendesse a riconquistarne l'amicizia: infatti tutto sembrava consigliarle tale condotta.

Ma si dimenticavano l'indomabile vivacità e le inesauribili risorse del popolo francese. Vinto dai prussiani in una delle più grandi guerre della storia, travolto nella rovina dell'impero napoleonico, riarso e lacerato dallo scoppio della Comune, combattuto da tutte le frazioni monarchiche, esso aveva nullameno in pochi anni pagato l'enorme debito di cinque miliardi, assicurata la propria republica, rinnovato l'esercito, rinsanguate le finanze. Una febbre di orgoglio e di lavoro lo spingeva a nuove conquiste per interrompere con qualche fatto glorioso l'ignominiosa tradizione di Sedan.

Il gabinetto Cairoli credette la Francia, come l'Italia, occupata solamente a rimarginare le proprie ferite. Ma il suo disinganno avrebbe potuto essere sollecito, quando ai primi accordi col bey per allacciare con un filo telegrafico la rete sicula alla tunisina, la Francia si oppose bruscamente col pretesto che la sua amministrazione algerina godeva già nella Tunisia il monopolio dei servizi telegrafici. Tale pretesto, fiacco politicamente, non era neppure sicuro in diritto. Nullameno il gabinetto Cairoli cedette e i telegrammi fra Roma e Tunisi seguitarono a passare per Parigi, Marsiglia, Algeri e Bona.

Poco dopo l'armatore Rubattino offriva al ministero di comprare il tronco ferroviario Goletta-Tunisi della società concessionaria inglese ridotta al fallimento, se il governo gli concedesse il medesimo trattamento di guarentigia in uso per le linee italiane. Cotesto breve tronco era il prolungamento naturale della linea italiana di navigazione sussidiata dal governo, poiché le nostre navi per le tristi condizioni del porto di Tunisi dovevano arrestarsi alla Goletta. II contratto era facile e tenue la somma. Il ministero annuì. Ma il contratto era appena firmato che già la società francese des Batignolles, proprietaria della grande arteria algerina di Bona-Guelma, prolungata in quel momento coi soccorsi della republica sino a Tunisi, ne stringeva un secondo ricomprando per maggior somma la linea già venduta. Evidentemente una intenzione politica aveva provocato questa truffa: la questione, recata prima ai tribunali ordinari, fu quindi riassunta dalla corte di cancelleria a Londra. Il magistrato inglese sentenziò imponendo una nuova licitazione fra i due contendenti. Il gabinetto Cairoli, tardi accorto del pericolo e impaurito della doppia responsabilità, chiamò a consiglio i migliori uomini parlamentari, che furono unanimi nel mantenere ogni appoggio al Rubattino. Laonde un disegno di legge (12 luglio 1880) fu presentato al parlamento per una rete complementare di linee di navigazione e per garanzia alla società Rubattino di un interesse chilometrico per la ferrovia Goletta-Tunisi. La camera con un silenzio più espressivo di ogni parola votò la legge.

L'onore nazionale era impegnato.

Ma la Francia passò oltre: avventurieri e speculatori parigini piombarono su Tunisi; i giornali francesi alzarono la voce. Non per tanto il gabinetto Cairoli, saldo nel convincimento che la Francia rifuggisse da pericolose avventure, e troppo credulo alle assicurazioni diplomatiche dell'ambasciatore marchese di Noailles, non badò a premunirsi. La sua politica del momento, chiamata poi ironicamente della mano libera, consisteva nel voler essere a qualunque costo in amichevoli rapporti con tutti: in fondo si voleva la pace non sentendosi pronti alla guerra. Ma siccome le voci di occupazione francese aumentavano, si dovettero chiedere spiegazioni a Parigi; il generale Cialdini, allora ambasciatore colà, diede nella pania; il ministero francese protestò sino all'ultimo contro ogni diceria; però pochi mesi dopo, inventando una tribù barbara di Krumiri, che dal territorio tunisino avrebbero fatto scorribande in Algeria, spedì contro di essi un corpo di truppe. Il gabinetto Cairoli, credendo ancora questo cattivo pretesto una buona ragione, non si mosse: la diplomazia francese affermava sempre di non pretendere tutto al più che una rettificazione di frontiere nel paese dei Krumiri, e mentre il suo ambasciatore lo ripeteva per l'ultima volta al Cairoli nel palazzo della Consulta, il generale Bréard s'impadroniva di Tunisi costringendo il bey a firmare un trattato, che lo riduceva a funzionario francese.

Si disse allora, e non senza fondamento, che il principe di Bismarck spingesse la Francia a questa violenza per impedirle ogni possibile alleanza coll'Italia e mantenerla nell'isolamento.

Per l'Italia questo avrebbe dovuto essere caso di guerra, ma Cairoli, altrettanto eroico patriota che insufficiente diplomatico, non sapendovela preparata, preferì dimettersi in mezzo ad una tempesta d'ingiurie, e tacere. La pubblica opinione giudicò che tutta la colpa fosse sua, ma non seppe di essere corsa sino alla guerra se non quando il pericolo ne fu passato. L'ultimo dei Cairoli aveva fatto alla patria l'ultimo dei sacrifici, immolando al suo interesse l'onore del proprio nome: Garibaldi, rimasto solo a comprenderlo fra l'equivoco di tutti, si dolse della sua opera e plaudì al suo silenzio.

Questo doveva essere il nostro primo insuccesso africano.

I partiti strepitarono, l'Africa divenne popolare. Dacchè tutte le nazioni europee vi davano l'esempio di continue imprese, si cominciò ad ammettere la possibilità di una conquista, che riaprisse la nostra gloriosa storia coloniale: il crescere della marina militare e mercantile secondava le speranze; i recenti rancori contro la Francia, eccitati dal governo per odio alla sua republica, spronavano ad una rivincita. Altri viaggiatori seguitavano a partire pel continente nero: Pellegrino Matteucci, che doveva poi disputare a Stanley la gloria di traversarlo da oriente ad occidente spirando a Londra vittorioso dell'incredibile viaggio, si avventurava in una prima spedizione ai paesi dei Gallas; il capitano Antonio Cecchi rimaneva per quattro anni prigioniero della regina di Ghera, che esigeva sultanescamente l'omaggio dell'amore da tutti i bianchi pellegrinanti pel suo regno; Giulietti e Bisleri ritentavano una nuova via per l'Abissinia; Chiarini, Bianchi, Diana, Monari, punti d'eroica invidia, si disponevano a partire e nessuno di essi doveva più ritornare.

Il governo si sentiva spinto.

Malgrado la politica di pace ad ogni costo, che lo attirava nell'alleanza degl'imperi tedeschi per odio alla Francia, facendogli scordare le supreme rivendicazioni del diritto nazionale, dal Mediterraneo gli venivano continui richiami all'azione: la Francia stessa dopo l'occupazione di Tunisi sembrava offrirgli in compenso quella della Tripolitania.

Intanto la necessità di assettare Assab di qualche maniera per non subirvi un secondo smacco tunisino urgeva.

L'Inghilterra, gelosa del proprio predominio indiviso sul mar Rosso, sosteneva le pretese del governo khediviale e moltiplicava a studio le difficoltà diplomatiche contro il gabinetto Cairoli, che, senza mutare il tono remissivo delle proprie risposte, tentava di passare di straforo. Infatti, dopo aver mandato nelle acque di Assab la fregata Varese col capitano De Amezaga per compiervi gli studi necessari all'assetto del nuovo stabilimento, la sostituì con un semplice avviso, l'Esploratore, perchè Gordon, governatore inglese del Sudan, aveva protestato da Massaua. Questa ostilità inglese energicamente accentuata dal ministro Salisbury bastò a rattenere nuovamente il gabinetto Cairoli. Intanto alla camera qualche interpellanza veniva ad incoraggiarlo: la Francia minacciava di attivare uno stabilimento commerciale nel proprio possesso di Obok; poi la caduta quasi simultanea dei ministri Salisbury e Cairoli permise ai successori di ritentare un accordo. Infatti i gabinetti Gladstone e Depretis parvero più vicini ad intendersi: l'eccidio della spedizione Giulietti nel territorio egiziano di Beilul, e di cui il governo khediviale non diede alcuna soddisfazione per quanto costretto ad accettare nell'inchiesta un commissario italiano, aumentò gli addentellati nella questione: un tentativo dell'Egitto per ristabilire la propria sovranità a Rabeita sopra il sultano Berehan, che aveva venduto all'Italia la baia di Assab, fu sventato mercè l'intervento del nuovo gabinetto inglese: finalmente si firmò una convenzione fra l'Italia e l'Inghilterra pel riconoscimento della nostra sovranità ad Assab, e la camera con apposito disegno di legge potè gettare le basi politiche di un primo stabilimento commerciale.

In tutto questo lungo dibattito la nostra diplomazia non aveva avuto di meritevole che la tenacia del proposito.

La rivoluzione militare provocata al Cairo da Araby-bey sollevò in Europa la questione di un intervento egiziano: Leone Gambetta, il maggiore dei republicani francesi moderni, allora al potere, propose subito a lord Granville un accordo per intervenire a favore del khedive e crescere così la già vasta preponderanza della Francia e dell'Inghilterra sull'Egitto; ma il gabinetto inglese, temendo che la Francia meglio fornita di forze militari terrestri potesse guadagnare troppo in tale impresa, declinò l'offerta. Il signor De Freycinet, succeduto poco dopo al Gambetta, si mostrò alieno da ogni intervento armato: quindi venne fuori la proposta di una conferenza a Costantinopoli per riordinare la situazione egiziana. Il ministero Depretis-Mancini l'accolse con trasporto siccome l'unico mezzo per evitare le complicazioni di una guerra, ma naturalmente la conferenza abortì. Allora l'Inghilterra, pigliando ardimentosamente l'iniziativa, ripropose un intervento armato prima alla Francia, poi all'Italia: entrambe ricusarono.

Era questo il secondo rifiuto opposto dall'Italia all'Inghilterra sempre per la stessa timidezza politica: col primo aveva ricusato al tempo della guerra russo-turca (1877) d'intervenire nel mare e negli stretti per preservarvi gli interessi commerciali e politici, coll'altro rifiutava di conquistare sull'Egitto una preponderanza che avrebbe incredibilmente migliorata la sua posizione nel Mediterraneo.

L'errore questa volta era così grave che la Germania stessa e l'Austria, per rispetto delle quali siccome alleate il ministero Depretis-Mancini non aveva ardito concorrere nell'iniziativa inglese, lo disapprovarono. Mentre la diplomazia italiana aspettava quindi che la Sublime Porta, vincendo la oramai proverbiale inerzia, intervenisse colle armi a difendere il proprio potere imperiale minacciato dalla rivoluzione, l'Inghilterra sconfiggeva il 13 settembre l'esercito di Araby-bey a Tel-el-kebir, bombardava Alessandria, e s'insignoriva alteramente dell'Egitto.

Tale facile trionfo rese più evidente la ingiustificabile timidezza del ministero che aveva ricusato parteciparvi. Quindi il problema africano si acuì ancora nella coscienza del paese: alla camera voci autorevoli si levarono per accusare il troppo riguardoso ministro, si citarono l'impresa di Crimea e le più temerarie e feconde iniziative garibaldine. Dopo tanti anni di inazione, malgrado i guasti mal riparati della finanza, si sentiva da tutti la necessità di far concorrere l'Italia ad una qualche opera internazionale.

La guerra accesa dal Mahdy nel Sudan, e vampeggiante per tutti i territorii dell'alto Egitto, parve riaprire all'Italia le porte dell'Africa, giacché l'Inghilterra regnante sull'Egitto per mezzo del khedive vi si dovette mescolare. Già l'esercito egiziano forte di circa 30,000 uomini aveva dovuto ripiegarsi sulle fortezze: un indomabile fanatismo dava alle orde del Mahdy l'entusiasmo delle prime invasioni mussulmane in climi e luoghi che sembravano dover vincere ogni resistenza di soldati e qualunque abilità di generali europei. La guerra d'Abissinia contro l'imperatore Teodoros, costata da 300 milioni senza produrre alcun risultato politico, persuadeva l'Inghilterra ad essere più circospetta in questa del Sudan ben più lunga e difficile per la vastità del territorio e l'indole dei combattenti. Essa si limitò quindi a dissuadere il vicerè, ridotto a poco più di un personaggio decorativo, da ogni conato per riconquistare le posizioni perdute e a mantenersi sulla difensiva nella valle del Nilo e sulle coste del mar Rosso. Nullameno, cedendo alla generosa iniziativa di Gordon, illustre generale e viaggiatore che per aver soggiornato lungamente nel Sudan vi aveva acquistato pratica di guerra e molta influenza politica, gli consentì una spedizione armata per tentare una rivolta d'indigeni contro il Mahdy. Intanto mandava un'altra ambasceria in Abissinia presso l'imperatore Giovanni, rimesso da lord Napier sul trono usurpato da Teodoros, per trascinarlo alla guerra contro i mahdisti coll'offerta cessione di qualche territorio disputato sull'alto confine dell'Egitto. L'ammiraglio Hewett, abbastanza fortunato in questa missione, potè persuadere l'imperatore ad aiutare la ritirata attraverso l'Etiopia e a Massaua delle truppe khediviali in guarnigione a Kassala-Amedib-Senahit, abbandonandogli queste piazze con tutto il paese dei Bogos, e garantendogli colla protezione britannica il libero transito d'ogni merce per e dall'Abissinia. Un trattato, al quale restò poi il nome dell'ammiraglio Hewett, fu quindi firmato fra l'Egitto, l'Abissinia e la Gran Brettagna il 3 giugno 1884.

Ma la guerra del Sudan anzichè arrestarsi dilagò. Il generale Gordon fu presto assediato a Khartum dalle orde soverchianti del Mahdy; la sua posizione, militarmente insostenibile, era già politicamente perduta malgrado tutti gli sforzi del suo ingegno e del suo carattere di eroe. La pubblica opinione inglese se ne commosse vivacemente; ma il governo, riconoscendo per l'Inghilterra, troppo scarsa di truppe terrestri, insuperabili le difficoltà di una guerra nel Sudan contro popolazioni fanatiche e fierissime, disconobbe ogni carattere ufficiale all'impresa di Gordon, e resistette parecchi mesi freddamente alle istanze della pietà popolare. Però questa insistè talmente che il governo dovette rassegnarsi a mandare in Africa il generale Wolseley (20 settembre 1884) con diecimila uomini per tentare di aprirgli una ritirata. Contemporaneamente la Francia, dimentica sino allora del proprio stabilimento di Obok, improvvisamente volle farne un posto militare e commerciale assegnandovi la somma di 800,000 lire nel bilancio del 1885, e cercando d'impadronirsi di tutta la costa dei Somali per meglio penetrare nell'Harrar. A ciò le bastava ribellare quei selvaggi contro le deboli guarnigioni egiziane, e prendere immediatamente il posto di queste nei porti di Berbera, Zeila e Tagiura. Naturalmente l'Inghilterra tentò d'impedire e di prevenire: provvide rapidamente all'occupazione di Berbera e di Zeila, ma i francesi con non minore rapidità s'impossessarono di Ras-Alì, Angar, Sagallo, Gubet Harab e di Tagiura. Da Massaua il governatore civile Mason bey telegrafava che la tribù degli Habab aveva raggiunto il Mahdy, e chiedeva rinforzi. Era impossibile anche all'Inghilterra fronteggiare tante difficoltà, mantenersi nell'Egitto, combattere nel Sudan, occupare tutti i porti africani nel mar Rosso senza attirarsi altre controversie in Europa.

Quindi tornò a sollecitare l'intervento dell'Italia spingendola ad ingrandirsi intorno ad Assab per impedire alla Francia, più temibile rivale, di crescere sul mar Rosso, e per giovarsi dei nostri soldati nella guerra contro il Mahdy. Il ministero Depretis-Mancini, sempre troppo riguardoso in tale materia anche dopo gli esempi francesi ed inglesi, non osava risolvere; quando il nuovo eccidio della spedizione Bianchi nel territorio di Aussa venne ad eccitarlo. Si decise di occupare Beilul. Poi nuove titubanze: l'Inghilterra ci proponeva segretamente anche Zula e Massaua; la Turchia, sola in diritto di opporsi, non avrebbe potuto protestare che inefficacemente.

Come accade quasi sempre agli incerti, dalle troppe riserve si passò a disegni temerari: non si era osato di cooperare all'impresa d'Egitto contro Araby-bey e si pensò di affrontare nel Sudan il Mahdy. L'intrepido viaggiatore Antonio Cecchi, già sulle mosse per un viaggio di esplorazione al Congo, fu mandato sollecitamente a Massaua per studiarvi un itinerario per le truppe italiane, che in numero di 20,000 avrebbero dovuto marciare da questo porto su Kassala.

Tutta Europa non s'occupava allora che dell'Africa. A Berlino si teneva una conferenza (dicembre 1884) per distribuire l'azione di ogni stato nel continente nero, e più specialmente costituire lo stato del Congo conteso fra i viaggiatori Brazza e Stanley: la Germania entrava anch'essa nell'arringo, piantando la propria bandiera nell'Africa occidentale ovunque esistevano fattorie di commercianti tedeschi sopra un territorio più vasto dell'Italia. Questa non poteva più a lungo mancare agli appelli della storia. La compromissione di un primo possesso in Assab, le sollecitazioni dell'Inghilterra, l'irritante rivalità della Francia, le ultime carneficine dei nostri viaggiatori, gli accordi diplomatici, prima evitati, poi cercati, finalmente assunti, spingevano irresistibilmente il suo governo sulla via del mar Rosso.

All'annunzio che si sarebbe occupata Massaua, nei giornali e alla camera scoppiò una veemente discussione: la maggioranza delle voci vi era favorevole, quantunque si sentisse da tutti che la diplomazia del ministero, come non aveva salvaguardato bene sino allora la dignità della nazione, così non le prometterebbe in questa oscura impresa africana abbastanza risolutezza e sapienza di modi. Francia e Turchia tentarono presso l'Inghilterra di sbarrarci ancora una volta il cammino: finalmente il ministero spedì nel mar Rosso il contrammiraglio Caimi con due navi cariche di mille soldati da sbarco. L'Inghilterra mandò nelle acque di Massaua il Condor col mandato di osservare e riferire, e in sostanza di proteggerci.

Il colonnello inglese Chermside, governatore generale degli egiziani nel mar Rosso, ci accolse favorevolmente a Massaua (5 febbraio 1885): la bandiera egiziana vi fu momentaneamente conservata.

Battaglia di Dogali.

La prima fase della nostra politica coloniale era conchiusa. La fatalità storica aveva trionfato di tutte le inesperienze del paese e di tutte le esitazioni del governo. Bisognava ora prepararsi ad un'impresa di conquista, dalla quale ci verrebbero guerre cogli indigeni e dissidi cogli altri grossi stati coloniali.

Però l'Italia era in Africa: nessun popolo in nessuna storia aveva in trent'anni compito più mirabile progresso passando dalla schiavitù alla conquista.

Nel medesimo giorno che le truppe italiane occupavano Massaua, il Mahdy trucidava a Khartum il generale Gordon con tutta la guarnigione. Il disegno di una cooperazione italiana nel Sudan, sulla quale il ministero aveva contato per ottenere più vasti possedimenti, vaniva dunque dinanzi al fermo proposito del gabinetto inglese di rinunciare a questa guerra sudanese. Allora la pubblica opinione italiana mutò: all'orgoglio di conquista successe un improvviso scoramento; si temette di essere abbandonati dall'Inghilterra in un agguato; le forze vittoriose del Mahdy crebbero nelle fantasie della gente; si seppe che nel primo proclama affisso a Massaua dal contrammiraglio Caimi, essendoci vantati imprudentemente amici dei turchi, avevamo riunito contro di noi le ostilità reciproche di tutte le tribù limitrofe, e che l'Abissinia ci spiava con minacciosa diffidenza. L'opposizione parlamentare rinfacciava al governo di cercare conquiste in Africa, mentre alleandosi coll'Austria abbandonava Trento e Trieste; i lagni rettorici per lo sciupio del poco danaro della nazione in imprese illiberali crescevano. Il ministero, sbigottito dall'abbandono della Inghilterra, la sollecitò a ritentare l'impresa di Khartum col generale Wolseley, e spedì a Massaua il generale Agostino Ricci per studiare una marcia su Kassala con un corpo d'esercito, se mai gli inglesi ripigliassero l'offensiva: quindi, smentendo alla camera ogni arditezza d'iniziativa, il ministro Mancini ripetè sino all'umiliazione la necessità per l'Italia di fare in Africa la più modesta di tutte le politiche coloniali.

Una incertezza fastidiosa agitava paese e governo. Era impossibile e ridicolo restare a Massaua senza acquistarvi un vasto territorio con sbocchi sicuri per il commercio interno. La bandiera egiziana sventolante ancora daccanto alla nostra toglieva credito al nostro indefinibile diritto di occupazione; ogni altro acquisto ci susciterebbe contro l'Abissinia; la Russia, aspirante a coprire quest'ultima del proprio protettorato, teneva già verso di noi una riserva di mal augurio; la Francia aizzava la Turchia alle proteste e alle armi; l'Inghilterra, minacciata bruscamente dalla Russia verso l'Afganistan, sospendeva in Africa ogni lotta.

Il ministero pensò quindi di premunirsi contro il maggior pericolo, seducendo con larghe promesse di pace e di commerci il negus d'Abissinia, presso il quale legati di Francia e di Grecia s'argomentavano a crearci diffidenze e difficoltà. Gli si deputò in missione con molti regali il capitano Ferrari, ma se le assicurazioni di questo parvero calmarlo un istante, non poterono togliergli il sospetto della conquista da noi iniziata sul confine del suo impero. Infatti all'annunzio del nostro continuo dilatarci ad Arafali ed Arkiko, e dell'intenzione di occupare Saati e Amba, il negus s'irritò nuovamente: razzie di abissini nei pressi di Massaua parvero prodromi di guerra. Nel parlamento e nel paese le apprensioni divennero più vive; il ministero, incapace di dare all'impresa africana un rapido ed imponente sviluppo militare, si sentiva trascinato alla guerra, e volendo nasconderne la fatalità si imbrogliava ad ogni interpellanza. Nei partiti l'idea africana era non meno torbida che nel governo, le discussioni tiravano all'accademico. A complicare la situazione venne il ritiro di Gladstone dal ministero inglese, nel quale successe il marchese di Salisbury pertinacemente ostile sino dalla prim'ora ad ogni nostro intervento in Africa.

Il ministero Depretis ne fu scosso, il ministro Mancini dovette dimettersi.

L'occupazione di Saati da noi compita con basci-buzuck assoldati dal comando superiore di Massaua produsse nuovi scoppi di ira alla corte d'Abissinia. Tale villaggio preso dagli egiziani nel 1866, quando posero piede a Massaua, da essi abbandonato nei disastri del 1875-76, rioccupato al tempo della missione Hewett, ritolto loro alla firma del trattato che ne derivò e nullameno rimasto loro, era ancora difeso da alcuni buluck di basci-buzuck, quando il colonnello Saletta decise d'impadronirsene contro ogni possibile sorpresa degli abissini su Monkullo, che è la chiave di Massaua. Per quanto il danno immediato di questa occupazione fosse degli egiziani, e gli abissini considerassero questi come i loro più antichi nemici, era impossibile al negus non sospettare gravi pericoli da questa nuova espansione degli italiani sui confini del proprio regno. Il nostro contegno verso le tribù degli Habab, dei Belad-el-sek e dei Mensa, sui quali l'Abissinia pretendeva esercitare una assoluta supremazia e alle quali noi concedemmo il nostro protettorato, punse oltre l'orgoglio del negus anche le gelosie di ras Alula, il suo miglior generale. L'imperatore Giovanni scrisse a Menelik re dello Scioa, suo tributario, per lagnarsi degl'italiani e denunziargli la loro imminente cacciata dall'Africa; agenti egiziani e greci soffiavano su queste ire.

Intanto a reggere il ministero degli esteri il Depretis chiamava il conte di Robilant, generale ed ambasciatore a Vienna, di credito superiore al valore poichè aveva consigliato la visita di re Umberto a Francesco Giuseppe e da questo non restituita con grave sfregio di Roma. I primi atti del nuovo ministro furono nullameno abbastanza risoluti: unificò il comando militare di Massaua sino allora diviso fra le forze di terra e di mare, vi mise a capo il generale Genè imponendogli di profittare del primo conflitto colle autorità egiziane per impadronirsi del governo e dell'amministrazione diretta sui territori da noi occupati, ma vietandogli categoricamente di allargarne i confini. Tale minimo colpo di stato avvenne senza difficoltà da parte degli egiziani: la Sublime Porta cessò da ogni protesta alla prima minaccia di guerra.

Il governo negava sempre ogni intenzione di conquista territoriale affermando che solo le colonie commerciali sono veramente utili e che il porto di Massaua, come emporio necessario dell'Abissinia, ce ne offrirebbe una delle più utili. Intanto si era dovuto allargare sensibilmente il raggio del suo territorio; si temeva già una guerra e non si ardiva prevenirla con spedizioni di nuovi soldati e coll'occupazione dei luoghi più strategici.

Un futile orgoglio aristocratico rendeva il conte di Robilant sprezzante verso le barbare potenze africane. Tuttavia, uomo piuttosto di diplomazia che di politica, pensò di spedire presso il negus in più vistosa missione il deputato generale Pozzolini perchè coll'aiuto del capitano Harrison Smith, mandato per accordo segreto dall'Inghilterra, potesse ammansirlo. Ma ras Alula moltiplicando le razzie intorno ai nostri territori, ed essendo scoppiata una insurrezione all'estrema parte meridionale dell'Abissinia, il ministro temette che un altro massacro di una missione capitanata da un generale deputato potesse impegnarci in una guerra col negus, e telegrafò a Massaua ordini di soprassedere. Ne venne che il negus, avvisato della missione e non vedendola arrivare, si stimasse sbertato, e che il capitano Harrison, presentandoglisi solo dopo venti giorni di marcie, gli facesse involontariamente giudicare molto timide le ambascerie italiane.

Alla camera questo nuovo smacco provocò critiche a destra e scherni a sinistra. La democrazia rettorica, impigliandosi nelle contraddizioni del diritto politico col diritto storico, non avrebbe voluto nessuna guerra coll'Africa: si paragonava la nostra occupazione di Massaua a quella austriaca di Trento e di Trieste, si dimenticava che se i più civili non avessero sempre conquistato i più barbari la civiltà non sarebbe mai cresciuta. La scoperta di Colombo non giovò all'America già scoperta dai groenlandesi, dai giapponesi e dagli indiani, se non perchè fu susseguita dalla conquista europea. I brevi calcoli dell'interesse nazionale e la minuta scienza d'analisi economica sui vantaggi e sui danni delle colonie non bastavano a giudicare di questa impresa africana, giacchè ogni colonia deve trovare la propria giustificazione non nel presente ma nel futuro, non nell'utile della nazione che la fonda, ma in quello della nazione che da essa deve sorgere.

Senonchè il governo, quasi sperando di rendere inavvertita la propria azione in Africa col diminuirla, vi aveva sospeso i lavori di una piccola ferrovia di congiunzione fra i pochi posti militari, e malgrado l'esempio del cavo telegrafico sottomarino gettato dall'Inghilterra fra Suakin e Perim all'indomani della sua occupazione nell'Egitto, lasciava per ingiustificabile gretteria Massaua senza mezzi di comunicazione diretta telegrafica, dopo avervi diminuito il già scarso presidio.

Una stessa politica di riserbi e di iattanze faceva credere che con due battaglioni si sarebbe resistito a tutto l'esercito abissino, mentre non si voleva guerra con esso a nessun costo; si dichiarava di voler attirare un grande commercio a Massaua assicurando le vie di terra dai predoni, e si lasciava ras Alula fare stragi e razzie sulle popolazioni sottomesse al nostro protettorato; si sconfessava con crudele indifferenza ogni rapporto colla spedizione Porro, massacrata nell'Harrar al mese di aprile del 1886, e se ne permetteva un'altra al conte Salimbeni, al maggiore Piano e al tenente Savoiroux presso il re del Goggiam con carattere quasi officiale.

E anche questa fu catturata da ras Alula per sospetto di spionaggio. La nuova occupazione di Uà sempre per tutela delle carovane commerciali attirò a Massaua nuove minaccie da ras Alula: il pericolo incalzava. La scarsezza delle guarnigioni obbligò il generale Genè a munire Uà e Saati con soldati regolari e con pochi cannoni, poichè da parecchi mesi aveva chiesto indarno al ministero, sebbene senza sollecitarlo troppo, un rinforzo di duemila uomini. Finalmente un telegramma di sconfitta già pubblicato dai giornali inglesi giunse a Roma.

Il 24 gennaio (1887) ras Alula, movendo da Ghinda, aveva tentato invano l'assalto di Saati; quindi il 26 tre compagnie e cinquanta irregolari sotto il comando del colonnello De Cristoforis, accorse da Monkullo per vettovagliare Saati, erano state sorprese e trucidate sulle alture di Dogali. Il capitano Tanturi non aveva potuto giungere colla propria compagnia sul campo di battaglia se non quando il massacro era già consumato: «Tutti i nostri soldati giacevano in ordine come fossero allineati!» egli scrisse poi nel proprio rapporto.

Questo incredibile eroismo di coscritti morti senza indietreggiare, allineati come ad una rivista, gonfiò di tragico orgoglio il cuore della nazione. Qualcuno dei superstiti, lasciati per morti dal nemico, raccontò che il colonnello rimasto degli ultimi a cadere, nell'ebbrezza di una morte resa dall'eroismo dei suoi soldati più bella di tutte le vittorie, avrebbe ordinato al manipolo, che ancora lo difendeva, di salutare i caduti:

— Presentate le armi! —

La commozione nel parlamento e nel paese fu maggiore del fatto. Il ministero si scompose, parecchi ministri dovettero uscirne, si dichiarò la guerra all'Abissinia, e non si chiesero alla camera più di cinque milioni; si ordinò al generale Genè di mercanteggiare con ras Alula, minacciante di trucidare la spedizione Salimbeni se tutta l'Africa non fosse immediatamente sgombra dagli italiani: si dovettero consegnare al barbaro un migliaio di fucili a lui diretti, dianzi sequestrati, e cinque capi di tribù assaortine, a lui nemici, riparati nel nostro campo sotto la protezione dell'onore italiano.

E nemmeno così si ottenne subito il riscatto dei tre prigionieri.

Ma questo tragico episodio di Dogali troncava finalmente tutte le ambagi della nostra politica coloniale: guerra e conquista diventavano inevitabili.

L'Italia risorta nazione aveva ripreso il proprio posto d'avanguardia nella guerra immortale della civiltà contro la barbarie: Dogali era stata la prima conseguenza di Solferino.