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La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra cover

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Chapter 16: Capitolo XIV. Il capolavoro della marchesa.
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About This Book

La voce narrante alterna memorie e scene di vita in un paese di mare, combinando episodi familiari e incontri che segnano la crescita di un ragazzo; tra processioni, venditori ambulanti e pomeriggi estivi emergono figure amichevoli e misteriose che portano dolcezza e turbamento. La guerra irrompe come assenza e destino, trasformando la perdita di compagni in un dolore collettivo che rimodella la quotidianità. Lavorando per quadri episodici, il testo intreccia umorismo popolare, intimità domestica e riflessioni sulla patria, la morte e la bellezza della vita.

Capitolo XIV.
Il capolavoro della marchesa.

A metà dell'inverno arrivò dalla campagna il marito di donna Bàrbera; ed Aquilino vide, con un certo trasecolamento, un uomo di forte persona, di poche parole, rossiccio, due baffacci rossicci, due ciglia corrugate.

Si chiamava Ippolito, ed era l'uomo idiotizzato.

«Sarà idiotizzato; ma sta il fatto che mi dà soggezione», diceva Aquilino a se stesso.

— È arrivato il suo signor padre — disse con tutta prudenza a Bobby.

— Ah, sì! Sta lassù — disse Bobby — nella torre di Albraccà, — ed indicò col ditino quella specie di torrione, che Aquilino aveva osservato, la prima volta.

«Albraccà?» — dove aveva inteso già altre volte questo nome? Lontano lontano: eppure lo aveva inteso.

Il marchese fece ad Aquilino un'accoglienza così fredda che il giovane disse entro di sè: «non sono mica stato io che ti ho idiotizzato!»

Ma quando donna Bàrbera spiegò che era stato il conte Cosimo a mettere avanti quel precettore, il volto del marchese si spianò, si aprì come se vi apparisse l'azzurro dell'anima. La sua parola parlò: — Ah, sì? Caro e buon conte Cosimo!

Al nome di Cosimo così affettuosamente espresso, Aquilino dimenticò che era lì a tavola della marchesa; che c'era il cameriere in guanti; e parlò; parlò come il cuore gli dettava, come vuole affetto e natura, come avesse riaperte le vàlvole della sincerità. Ed il marchese Ippolito, appoggiato con la testa su la mano e il gomito su la tavola, ascoltava con letizia come si ode un racconto della cara giovinezza; e ogni tanto diceva: — Caro, ma sì, oh, un gentil uomo vero! Quanto tempo è che non ci vediamo! E i figli non li avete conosciuti?

— I suoi figliuoli? di chi? Ha figli il conte Cosimo? — domandò Aquilino con molta sorpresa.

— Scusate, caro giovine, in questo momento ero assente col pensiero — disse il marchese. — È una stòria....

— Mi pare che siate sempre assente — disse donna Barberina.

Il marchese o non aveva udito o non volle rilevare la intenzione provocatrice della signora.

— Già, non li potevate aver conosciuti. Uno, credo che sia segretario d'ambasciata a.... a.... a....

E pareva tutt'intento a cercar dove.

— .... a Pietroburgo. Mah!

— È che quando si ha la disgrazia di nascere con un temperamento stravagante — interruppe ancora donna Barberina —, bisogna per lo meno avere il buon senso di non mettere su famiglia.

Le parole di donna Barberina avevano una sottile intonazione di riferimento al di là del conte Cosimo.

Il marchese — questa volta — non potè non rilevare la interruzione: ma spingeva il discorso di sua moglie, indietro, verso il conte Cosimo.

— Stravagante, se così vi pare — disse — ; ma un uomo di ottimo cuore e un gentiluomo vero, e quando si è gentiluomini veri come è il conte Cosimo....

— Non si è niente — terminò donna Barberina. — Noi viviamo delle idee e delle convenienze del nostro tempo e non dei tempi di Carlo Magno.

— Piuttosto io direi — corresse con mansuetudine il marchese cercando con gli occhi l'approvazione di Aquilino — che nei tempi nostri si è perduto la conoscenza della parola gentiluomo vero.

— Una parola medievale — disse la marchesa.

Ed Aquilino meravigliò vedendo che il marchese non rispose.

Ma poi gli entrò un gran triste pensiero, come una lacerazione nel cuore: «Oh, povero conte Cosimo, chi sa quanto doveva aver pregato quella prepotente signora per fare accettare lui, povero meschino sconosciuto figlio, come precettore! E tu non mi hai fatto capir niente!» Quanto avrebbe pagato per essergli per un momento vicino e, sì, proprio, baciargli la mano sua nobile.

*

Era venuta la buona stagione oramai, ma Aquilino aveva come il presentimento di un temporale sospeso nell'aria.

I serviti, a tavola, correvano anche con maggior fretta, e sùbito s'allungava lo spazzolone lieve a sgombrare le briciole; e la tavola veniva abbandonata, anche più in fretta, come un luogo di abominazione.

Aquilino sentiva, anche nella conversazione più insignificante, come uno stridere di contrasti, e stava attento e con paura.

Dal modo come mangiava, il marchese pareva un uomo di formidabile appetito. Avrebbe divorato, e non bezzicato.

Ahi ahi, si andava camminando verso la guerra coniugale, ed Aquilino sentiva di trovarsi in quel territorio di confine dove i due eserciti, marito e moglie, si incontreranno.

— Mi piace, caro giovane — diceva il marchese —, perchè vedo che lei è di buona bocca come me.... Un bicchier di vino non fa male.... Ma sì, che lo bevi il vino....

E infatti Aquilino lo avrebbe anche bevuto un bicchierotto, ma se ne asteneva per non far cosa diversa da miss Edith e dalla marchesa, che trattavano quella povera ampolletta come messa lì per pittura: un insulto al dio Bacco.

— Lei osservi — diceva il marchese con soddisfazione, e gravemente passando al lei — e vedrà che il fiore della civiltà è fiorito nei paesi dove abitava il dio Bacco con i pàmpini della dolcissima vite. Dove non c'è il dio Bacco, abita il dio Moloc al sud, ed il dio Thor al nord....

— E l'arteriosclerosi nel centro — disse la marchesa. — Vecchiezza precoce, tendenza al litigio, alla sonnolenza, e poi il sangue grosso e quel reticolato vinoso nelle guance. E gli occhi truci.

Più scientifica era miss Edith, la quale veniva in aiuto della marchesa. Miss Edith sapeva che un litro di vino contiene un decilitro di alcool puro, e che le esperienze dimostrano che l'alcool determina la coagulazione della pepsina.

Ma le parole, anzi la sola presenza di miss Edith, pareva esasperare i nervi del marchese: «Oh ecco le truppe scozzesi coi bag-pipes» — borbottava.

— L'esperienza nel vetro, experientia in vitro, dirà anche così, madamigella; ma l'esperienza nello stomaco — rispondeva poi il marchese — non la conoscono nemmeno i chimici tedeschi. E poi cosa mi fa lei l'elogio della temperanza, che i vostri marinai inglesi si ubbriacano come monne; e ho paura che al bisogno si coàguli qualcosa d'altro che la pepsina!

Guai toccare la marina inglese a miss Edith! Pareva un'aquiletta sboglientata. E tutte e due le donne lavoravano a colpi di spillo contro il marchese. Ad Aquilino faceva compassione, non sapea se più Bobby o il marchese.

«E lasciatelo mangiare e bere a suo piacimento, povero disgraziato — diceva Aquilino fra sè. — Sono piuttosto tutte quelle allusioni che fermano la pepsina!» Ed anche la voce di donna Barberina aveva tutti suoni strìduli: non aveva più la sua voce di flauto.

Dove aveva letto Aquilino la storia di quel santo frate il quale ad una buona femminetta aveva suggerito un miracoloso rimedio per guarire il marito dal vizio di picchiare? Togliete — aveva detto il santo frate alla femminetta — quest'ampolla di acqua benedetta, e quando vostro marito rincasa, mettetèvene un sorso in bocca, ma per carità non ve ne sfugga una stilla! La donna così fece e il marito, con grande letizia della buona donna, non picchiò più. Ma la storiella è dei tempi antichi, quando le donne non sapevano nè di lettere nè di chimica; perchè in quella ampolletta non si conteneva che semplice acqua.

*

Anche i gusti gastronomici del marchese non si incontravano con i gusti della marchesa.

Quei flans, quelle suprêmes, quei vol-au-vent, quella roba en belle vue, quelle salse gli garbavano poco.

— Un bel lesso! un bell'arrosto! delle belle lasagne! — diceva con aria di soddisfazione.

Aquilino avrebbe anche voluto rispondere di sì; ma donna Barberina la quale pareva che si fosse assunta l'incarico di coagulare con parole gelide ogni di lui effervescenza di letizia, disse: — Per impinzarvi e diventare obeso. Nulla è più repugnante dell'obesità.

Aquilino cominciava ad essere un po' atterrito, e l'ora in cui il cameriere suonava i suoi timpani per la tavola gli coagulava la pepsina.

*

Fu proprio il lesso e l'arrosto la causa di una scena bruttissima: un disgraziato lesso che il marchese aveva cominciato a mangiare con fine appetito.

— Ci vogliono denti di elefante a mangiare questo manzaccio — disse donna Barberina.

(Proprio il marchese aveva grossissimi denti).

— E un'altra volta non più lesso a tavola — ordinò donna Bàrbera.

— Sissignora, signora marchesa — rispose il domestico.

— Farete il lesso quando lo voglio io! — tuonò come una bombarda il marchese Ippolito, verso il servo; e poi rivolto alla moglie:

— E voi — disse — rispettate almeno il lesso, signora, chè vostro padre, in fondo, poi, ha fatto i milioni avvelenando mezzo esercito con le sue scatole di carne in conserva!

La marchesa ascoltò, non si mosse, sfoderò due occhi da basilisco che Aquilino non aveva mai veduto. Disse con una secchezza atroce: — Fareste meglio a starvene tutto l'anno fra i villani o a non uscire dal sudiciume del vostro studio.

Il marchese ascoltò come estàtico, parve mandar giù in gola qualche cosa che gli veniva su; e non replicò.

Successe un gran silenzio, ed Aquilino, si vide solo a tavola, col cameriere idiota che con lo spazzettone liberava automaticamente la tovaglia dagli abominevoli avanzi del santo pane.