Capitolo XIX.
Marte e Venere.
Lo scoppio della guerra in quell'estate, costrinse la marchesa con Bobby ad un precipitoso ritorno. Il viaggio per la Francia, un disastro, come ella diceva: Parigi come Babylon all'appressarsi di Ciro! Ah, finalmente donna Barberina aveva potuto approdare alla pace di Ventimiglia! La pace.
Miss Edith era stata trattenuta, da ragioni familiari, in Inghilterra.
*
La guerra, come uno spostamento dell'asse terrestre, avendo tutto sconvolto, aveva spezzato anche quel famosissimo ritmo, di cui qualcuno ancora si ricorderà . La vita era stata proclamata piacere; ed il ritmo era il delicato regolatore di una esistenza bene impiegata.
La marchesa osservò che anche il suo caro ritmo, per effetto della guerra, non c'era più.
Ella era stata costretta a ridursi, anzi tempo, a Villa delle Magnolie, vis-Ã -vis del marchese.
I fili delle consuete comunicazioni mondane andavan cadendo ad uno ad uno, e perciò fra i due coniugi avvenivano meno corti circuiti.
Però la marchesa si annoiava vis-à -vis del marchese.
La Villa settecentesca delle Magnolie era grande; il parco era grande; satiretti e flore marmoree tra i viali di mortella lo adornavano; ma gli sbadigli della marchesa erano grandi, per quanto la grazia della bocca piccoletta comportasse.
Ella era già esausta della guerra; ma il signor marchese diceva:
â Eh, eh! Ma, mia cara amica, non sono stato io che ho dichiarato la guerra all'universo. Ã stato il sire di Hohenzollern!
â Sembra che vi faccia piacere.
â Niente affatto, piacere; ma cònstato: quella vostra Inghilterra è da un secolo, sacrebleu, che si diverte, dopo aver mutata la sua isola in un'immensa pelouse per i suoi sports e per i suoi cavalli levrieri! Che terribile season! Eh, ci vuol altro che il comfort e la splendid isolation, poveretta! Cònstato, mia cara, che non sono io che ho sognato; ma sono forse le democrazie occidentali che hanno sognato. La Germania le sta svegliando, con poca urbanità , d'accordo, a colpi di cannone.
â Come siete opprimente!
â Può darsi, ma non sono io che vi opprimo; è l'atmosfera realistica che opprime.
Ma la marchesa lo pregava, almeno a tavola, di non creare dell'atmosfera.
Senonchè il marchese era come un terreno ricco di acque. Pullulava da ogni parte zampilli e vapori; e quando pigliava Aquilino, lo inondava. E procedeva per aforismi e affermazioni, e non ammetteva che il giovane contraddicesse.
â Io, marchese Ippolito di Torrechiara â gli diceva â non andrò alla guerra; la marchesa nemmeno; mio figlio nemmeno. Sotto questo aspetto sono olimpico! La marchesa teme un po' per le sue tenute a ***; ma questa preoccupazione non è la mia, anche perchè il filo dell'erba è forse la sola cosa che l'unghia del cavallo prussiano non distruggerà . Risorgerà . L'erba ricoprirà ancora la terra, tenera e lucida, nella primavera perpetua. Ed anche dal suo punto di vista utilitario la marchesa ha torto, perchè le terre saranno fecondate dai morti e dal sangue.
Si parla del giùs gèntium, calpestato dai Germani! Grozio dice.... E i Germani dicono: Noi facciamo così!
Vi pare poco, caro maestro? à una rivoluzione, è una rivelazione! I nostri mastri-muratori che stavano fabbricando la città della liberté, dell'egalité, della fraternité, vedono l'archipenzolo oscillare; le mura che già erano poco buone, crollare; la squadra non squadrare. Essi credevano di fabbricare sopra un vulcano spento; e invece è un vulcano umano in attività di servizio.
â Ma i Tedeschi, signor marchese, che cosa sono questi Tedeschi? â domandava Aquilino con un po' di paura.
â I Tedeschi â rispondeva il marchese, â sono stati gli inventori al mondo di tre famose invenzioni: le armi da fuoco, la stampa, il libero esame. Le armi da fuoco (questo lo saprete), dice l'Ariosto che fu Belzebù che le indicò agli Alemanni: ma anche le due altre sopralodate invenzioni, credetelo (ma non andatelo a dire!) hanno un poco del diabolico. Ebbene, caro amico, essi, questi pericolosi ordigni li sanno maneggiare molto bene.
â Un popolo che aveva la musica più patetica del mondo.... â disse Aquilino.
â .... E adesso fa la musica col cannone, eh? Non ti fidare della musica, â disse gravemente il marchese. â Vi ricordate quando veniva in scena Loengrino? Deh, non mi domandare, nè a palesar tentare. Nessuno gli ha mai domandato niente, nemmeno il passaporto, tanto cantava bene, tanto lo ammiravamo. Noi credevamo che il candido Loengrino fosse coperto di stagnola, e che il suo cigno fosse un rispettoso, innocente volatile. Invece Loengrino era vestito d'acciaio autentico, e il cigno era carico di armi come il cavallo di Troia: esercito modello-1914! Non è simpatico tutto ciò?
â Ma come può combinarsi una simile guerra â domandava Aquilino â con tutta quella filosofia tedesca così mistica, così metafisica....
â Eh, che mi vai sprofessorando, professore? â diceva Don Ippolito. â Mistici i filosofi tedeschi? Mistici della realtà ! Anche tu, credevi i filosofi tedeschi come està tici veggenti che non respirassero che divozione e timor di Dio? Essi anzi, hanno strappato con frenesia le azzurre bende del cielo: il più completo ateismo è l'espressione ultima della loro filosofia.
â Ma il Dio che essi invocano?
â Il Dio che essi invocano â rispose il marchese, â è formato da loro stessi, dalla loro volontà , dalla loro crudele necessità . Che ti credi che il loro ateismo sia uguale al salcicciotto di libero pensiero, imbandito dalle nostre democrazie davanti ogni fedel minchione? Il loro è un ateismo chic!, che può andar d'accordo anche con i Padri della Compagnia di Gesù. Credi: sono i filosofi tedeschi che precedono senza pietà la gran cavalcata! «Ah, Nicce, Nicce, Nicce!» esclamava quella vanerella di un'inglesina, che per fortuna non c'è più. Nietzsche, caro amico, non è morto! Il filosofo folle è risorto! Con pifferi e trombette, fa capriole e salta davanti alle tetre schiere teutoniche.
â E i Francesi, signor marchese, e la Francia? â domandava Aquilino.
â I Francesi hanno dato al mondo gli immortali princìpi dell'Ottantanove, che furono come un arcobaleno nel cielo; ma hanno vissuto la vita dell'arcobaleno. Ah sì, veramente immortali come un secondo vangelo, se gli uomini non fossero pecore, razionali sì, ma irragionevoli. Ma c'è di peggio: pecore col bisogno fisiologico del male, come del bene. La Ragione! il culto della dea Ragione! Gli uomini chiesero agli Dei di essere governati dalla dea Ragione, come le rane domandarono un re a Giove. E la dea Ragione venne. Era un'allegra ragazza che il popolo di Parigi incoronò e mise sul trono a modo di simbolo. Ma poi non si accontentarono, come le rane non si accontentarono del re Travicello che Giove mandò loro. «Vogliamo un re vero, una dea Ragione vera»; e Giove mandò giù la dea Ragione tedesca. Ora è un fuggi fuggi, un protestare, come le rane incontro alla biscia. Ma è la dea Ragione, anime ingenue! Per tanto tempo Giove ve la tenne sospesa sul capo e voi non ve ne siete accorti. Dicevate: «Come è bellina, come è carina! Dorme?» Sì, con un occhio solo. Non è simpatico tutto ciò?
Ma Aquilino faceva un grande assegnamento su la Russia: come una mezza Europa e mezza Asia, che si ribaltava a modo di trappola mostruosa su la Germania.
â Sarà â rispondeva il marchese â ma io non vi consiglio â almeno per mezzo secolo â di farci troppo assegnamento. Che volete? Le classi alte della Russia sono paralizzate, per una parte da un feudalismo medievale, per l'altra parte dai vizi del nostro occidente. Il popolo? Il popolo dice Nicevò; crede nella madonna di Kazà n; è indifferente a tutto, alla vita ed alla morte; ma non alla wotka. Gli intellettuali russi fanno i ribelli, e ripètono con Tolstoi: che cosa è la guerra rispetto ad un cielo stellato? Niente! Siamo d'accordo. Ma mentre essi guardano il cielo o dicono Nicevò, quegli altri che sono i mistici della realtà , fanno i loro affari.
â E il Papa, signor marchese?
â Non vorrei essere nei panni del Papa. Buon papa Sarto! Sentirsi erede di chi disse: il mio regno non è di questo mondo, e dovere fare reverenza a chi dice: il mondo non basta al mio regno. Vedete! Quand'ero bambino, mi diceva la mia mamma buon'anima: l'erba «voglio» non nasce che nel giardino del Papa. Si vede che non nasce neppur più lì.
*
Queste ed altre cose andava dicendo Don Ippolito ad Aquilino, spesso ambulando per gli ombrosi viali del parco di Villa delle Magnolie. Traeva fumo azzurro dalla sua gibidì; sopra il ricamo delle piante, rideva il bel sereno.
Fauni e flore, e rose in abbracciamento, e sedili settecenteschi, e scaturigini mormoranti da antichi tufi, trasportavano, per incantesimo, l'anima verso altri tempi. Il marchese si soffermava talora come attratto da richiami di altre età .
â Sentite, maestro, questo verso settecentesco come è bello qui:
Solitario bosco ombroso.
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Più strane cose, intanto, Aquilino veniva notando. La marchesa, la quale si annoiava e non voleva sentir parlare della guerra, ascoltava con piacere Aquilino. E siccome non si poteva parlar d'altro che della guerra, erano discorsi su la guerra. Ed il giovane inconsapevolmente ripeteva a donna Barberina press'a poco i discorsi che a lui faceva il marchese; e donna Barberina udiva ammirando, e con dolce volger d'occhi, come se lui fosse diventato un personaggio qualificato dei venerdì.
*
E una volta.... Quale notizia una volta, a tavola, recava il giornale? Un numero spaventoso di morti, uno di quei mostruosi numeri che in sul principio della guerra, paralizzavano il pensiero.
In fondo, nulla!
Come quando si parla di un milione di reis. In fondo, una piccola somma. L'uomo stava per iscomparire dalla coscienza dell'uomo ed oramai non si diceva più uomo, ma materiale-uomo.
â Se si va avanti di questo passo â osservò il marchese â, verrà il giorno in cui l'individuo maschio salirà alla Borsa della vita di un numero incalcolabile di punti. Sarò quotato anch'io.
La marchesa nulla aveva risposto alla facezia del marito. Ma ad Aquilino non isfuggì un intraducibile moto del volto di lei. Poi si interessò di lui, se aveva obbligo di leva; come se ciò che toccava la vita di lui, la riguardasse.
*
E una volta egli aveva chiesto licenza di andarsene per qualche tempo.
Non sempre un giovane può dire perchè vuole andarsene.
â Per trovare il conte Cosimo che sta poco bene â aveva risposto.
Ed ella lo aveva pregato di rimanere. Ma in un certo modo che il giovane ne fu assai perturbato.
Egli pensava troppo spesso a quello che si sapeva sul conto della marchesa. Aveva avuto onore di amanti? Voci vaghe correvano di qualche autorevole personaggio che ella aveva saputo far umiliare sino ai suoi fieri talloni; ma più per giovà rsene che per passione. Pensava a quei libri, a quelle letture ardenti, al di là del bene e del male, che il marchese gli aveva rivelato.
L'afa era grande: grave sopra i suoi sensi cadeva l'odore delle magnolie dal verde fogliame metallico: perturbazione dei sensi. Non vedeva più miss Edith la bionda, nè donna Bà rbera la bruna; ma quella tetra imagine, femminea, col petto scoverto e la serpe verde che rodeva le carni.
Gli parea anche di aver visto, una e due volte, gli occhi di donna BÃ rbera, tetri, sopra di lui, come se misurassero lui, uomo.
*
Il più felice a Villa delle Magnolie, era Bobby. Mai aveva goduto tanta libertà ! Aquilino avrebbe voluto cominciare lo studio del greco, ma Bobby lo pregava di osservare che, probabilmente, il greco sarebbe stato abolito sul serio. Rimaneva un po' di ripetizione, e sbrigà tosi da questa, i colloqui con il meccanico delle automòbili, e soprattutto mademoiselle Joséphine.
Nell'assenza di miss Edith, era stata scoperta questa mademoiselle Joséphine, una signora â come si suole dire â di mezza età . Il suo aspetto era quanto mai imponente: il suo italiano, dopo venti anni di residenza in Italia presso le plus aristocratiche e respectable famiglie, come ella diceva, si manteneva un campionario delle sconcordanze. Delicatezza e rispetto, costituivano le due specialità che impartiva insieme alle tre lingue, francese, tedesco, inglese, indifferentemente, essendo ella, non si capiva più se francese, se tedesca, se inglese. Era a tre usi. Ma pur con tutto quel suo campionario di atrocità verso una lingua, quasi a dimostrazione del suo amore verso le altre tre, ma pur con tutto il rispetto e la delicatezza, la povera signora, idest mademoiselle Joséphine, specialmente da quando, oltrepassata la prima mezza età , era entrata nella seconda mezza età , si trovava spesso giù di servizio; e con sua sorpresa e dolore, doveva passare dalle plus aristocratiche e respectable famiglie, nella casa di una buona donna che la ricoverava a pensione.
Di questi salti, cioè dalle tavole coi fiori, i merletti, i centri, le Delikatessen, al desco che aveva per tovaglia anche un giornale, mademoiselle Joséphine incolpava la troppa perfezione del suo insegnamento trilingue; e ultimamente incolpava cette incommensurable atrocité della guerra.
Come vittima della guerra, si era presentata a donna Bà rbera, in tenuta di irreprensibile e virtuosa governante. Ma è che la povera mademoiselle Joséphine era la più innocente delle oche. La sua pudibonda maestà , non priva di rotondità appariscenti, la aveva salvata, nei primi giorni. Poi fu un disastro! Bobby, intuita, azzannata la preda, non la lasciò più. Il nomignolo che le aveva applicato era, la moglie di re Cettivaio. In fondo mademoiselle Joséphine avrebbe sopportato questo ed altro, ma a patto che due cose le fossero state concesse: mangiare bene a tavola e un pìsolo dopo mezzodì. Poi si sarebbe abbandonata alla mercè di Bobby. Ma Bobby con quella prontezza di giudizio che lo contraddistingueva, faceva appunto trottare mademoiselle Joséphine dopo il mezzodì; e a tavola sapeva, con diabolica abilità , mutarle in veleno le più saporite vivande. Ciò poi che avvenisse durante le lezioni di inglese e di francese, nelle ore afose fra le due e le tre, era un mistero di cui qualche traccia appariva nell'esclamazione: â Ah, Bobby niente gentleman con io!
Aquilino se ne accorse, e rimproverò Bobby: â Sono scherzi indecenti, Bobby.
â Lo so, ma voglio fare il Kaiser anch'io.
Mademoiselle Joséphine ricorse allora, ingenuamente, a donna Bà rbera; e mise in rilievo, ohimè, certi esercizi ginnastici di Bobby, nei quali la rispettabilità delle sue ridondanze non era troppo osservata. Ma invece di eccitare la dolorosa sorpresa di donna Bà rbera, non aveva eccitato che un freddo sorriso. â Ma non mi racconti storie. Se fosse una ragazzina, capirei anche! Ma alla sua età ! Pensi, pensi piuttosto ai casti pensieri della tomba.
Mademoiselle Joséphine era uscita dal salottino di donna Bà rbera con una faccia apoplèttica. Poi avendo trovato don Ippolito che fumava la sua gibidì, gli aveva raccontato il tragico event, terminando: â Ah, io sono il souffre douleur della marchesa!
Ma aveva visto don Ippolito sorridere: pareva in quel sorriso dire: Anch'io!
â Cara signora,... â cominciò egli.
â Signorina, s'il vous plaît, monsieur.
â Cara signorina, diciamo allora â riprese il marchese â in questa faccenda io non me ne intrigo.
â Ma non siete voi?
â Niente voi, ma lei, s'il vous plaît. Sì, io sono realmente il capo di casa, ma mi occupo specialmente.... dell'alta direzione morale.
*
Le atrocità del Kaiser-Bobby, divennero un bel giorno così insopportabili, che mademoiselle Joséphine ricorse ancora alla marchesa; ma invece di precisare gli atti grossiers di Bobby, e le infrazioni a quella delicatezza e riserbo che costituiscono le prime qualità di un vero gentleman, la povera donna commise l'errore imperdonabile di elencare le case rispettabili dove ella era stata e dove mai le erano successi simili inconvenienti.
â Favorisca ripetere â disse donna BÃ rbera.
La gran mademoiselle Joséphine allibì.
â Da questo momento lei è licenziata. â E donna Barberina levò il dito.
Aquilino trovò la gran mademoiselle Joséphine che piangeva: così dirottamente che quasi gli venne da ridere. Ma quando la povera donna confessò la sua miseria, la sua solitudine, e che la sua maestà con le tre lingue era buttata sul lastrico, gliene venne pietà .
â Proverò a parlare io alla marchesa â disse.
Mademoiselle Joséphine voleva abbracciare Aquilino.
â Mi ringrazierà dopo â disse â perchè...., perchè non prometto niente.
Pensò ad una patetica perorazione in favore della disgraziata; ma non ebbe mestieri di condurla a fine, che si sentì rispondere dalla marchesa questo strano verso: A tanto intercessor nulla si nega.
E fu lui, allora, che allibì di fronte all'imperterrito sorriso della marchesa.
*
Anche certe esibizioni del vestire di lei, certe pose erano perturbanti.
Oh, non ricordava più donna Barberina che anche lei aveva dato il suo onorevole nome alla società per la morale pubblica?
*
à inutile, un giovane anche se volesse rimanere virtuoso, non può.
â Non è mica vero che tu voglia rimaner virtuoso â gli diceva una voce dentro.
«E poi quel poveruomo lì del marchese, â pensava Aquilino come per un martellamento della coscienza â che non vede niente, che non capisce niente.... No, no! io non tradirò mai quel pover'uomo!»
â Ã che tu sei giovane timido, gli diceva ancora quella voce. E aveva una rabbia!
Non reggeva più a quella vita in tre. Ed ecco venne il quarto nella persona del senatore.
Soleva il magnifico senatore venire ogni autunno a Villa delle Magnolie, e se questo fosse un onore che faceva o che riceveva, non era stabilito. In quell'anno, essendo forse anche per lui spezzato il ritmo, venne in agosto. La valigia con cui il magnifico signore sbarcò dall'automobile sui marmorei gradini di Villa delle Magnolie, dimostrava la intenzione di una lunga dimora.
Il discorso anche del senatore scivolava su la guerra.
Il senatore notò con sorpresa come don Ippolito parlava; aveva libertà di parola; ed avendo libertà di parola, spiegava tutte le vele non senza una certa magnificenza.
Il senatore sperava ancora che l'Italia avrebbe mantenuto fede alla alleanza germanica; e su questo punto il marchese non diceva nè sì nè no.
â Perchè altrimenti â aggiungeva il senatore â una spedizione punitrice di mezzo milione di Bavaresi sarebbe calata per la Gotthard-bahn.
E il marchese disse di no.
â No? â Il senatore sapeva tutto da confidenze segretissime di generali, di alti diplomatici....
â No, perchè ci devo essere anch'io, marchese Ippolito di Torrechiara.
E quando il senatore disse che i Tedeschi erano educatissimi guerrieri, il marchese domandò il permesso di avere contraria opinione.
E quando il senatore disse che tutt'al più si poteva deplorare qualche eccesso di baldanza giovanile, il marchese osservò che era una giovinezza che datava dal tempo di Ariovisto e di Alboino.
E quando il senatore disse che il Re del Belgio aveva operato come un amministratore imprudente che per fare delle grandezze non dà poi un centesimo di dividendo agli azionisti, il marchese Don Ippolito non ammirò la bellezza della similitudine.
E quando il senatore osservò che i Tedeschi violando la neutralità del Belgio, avevano rispettato lo spirito dei patti nel modo medesimo che Cristo aveva osservato la legge sul riposo festivo quando salvò l'infermo nel giorno di festa; perchè se avesse aspettato il giorno di lavoro per operare il miracolo, l'ammalato sarebbe morto; il marchese Ippolito non ammirò abbastanza la sottigliezza dell'ingegno del senatore, ma lo consigliò di essere più semplice.
â Come?
â Il Prìncipe non debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, come diceva Machiavelli.
â Ma suo marito parla! ma suo marito si diverte a contraddirmi, ma lei, ma lei, cara donna Barberina.... â diceva in disparte il senatore. Cioè, ma lei lo lascia parlare! Ciò è inaudito.
La marchesa faceva per risposta quella sua smorfietta che serviva a tutti gli usi.
Ma don Ippolito, sentendosi libero, alzava oltre alle vele, anche i pavesi e le fiamme della sua eloquenza.
â No, signor senator riverito! Se anche Clio, la musa della storia, scriverà questa guerra fra le grandi sue pagine, Clio rimarrà lo stesso un'indecente baldracca. Quanti re dei cannoni e delle piastre d'acciaio, quanti ideòlogi pazzi d'orgoglio passeranno per eroi; e quanta povera gioventù, anche in Germania, crederà di morire per la patria; e moriranno soltanto per il dio Mammone! Almeno i Greci e i Troiani d'Omero morivano per la bella Elena. Ma chi le nega, senator mio, che la Germania è la prima in tutte le scienze? à appunto per questo che essa è dimostrativa del fatto eterno che l'uomo non è nè più nè meno che un ruminante. Rumina tante belle idealità , e vive nel suo fimo come un ruminante. Ah, laurearsi in chimica, in meccanica, in fisica e metafìsica! Nessuno è più altamente laureato della Germania. Ma è nei princìpi elementari che è difficile laurearsi! Ed è per questo che Cristo ha detto: Se non divenite come piccoli fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli. Oh, povero Cristo! Oh, vane acque lustrali del battesimo! L'uomo sèguita ad insudiciarsi perpetuamente! Forse, prima di morire, cade nell'uomo un barbaglio di verità della sua inguaribile sudiceria, ma è troppo tardi. In fondo credo che abbia ragione il Papa quando dice: Pregate! Non rimane che pregare. I vecchi medici, nei mali incurà bili, per confortar l'ammalato, scrivevano nelle ricette: mica panis! «pillole di mollica di pane». Voi siete ammalati di un male incurabile!
*
â Suo marito, marchesa, non si può sopportare alla lettera â aveva detto il senatore.
â Lo compatisca. La guerra gli è andata alla testa.
â Compatire è una cosa, cara marchesa, e rimanere qui è un'altra. Faccia, faccia visitare suo marito da qualche specialista.
E il senatore se ne era andato.
*
â Avete osservato? â aveva detto don Ippolito ad Aquilino â da quando quell'inglesina se ne è ita, mia moglie non si riconosce più. Non ha nemmeno trattenuto il senatore. Un ospite che, vi garantisco, dopo tre dì, manda odore come un pesce. Eppure quello, vedete, è un uomo felice! Vive dentro la proprietà di un suo sistema filosofico, come un mollusco entro la sua corazza. Oh, un uomo d'ingegno!
Ma la marchesa aveva detto ad Aquilino: â So che la presenza del senatore non le era gradita, e ce ne siamo disfatti.
E Aquilino allibì una seconda volta.
*
Il giovane aveva oramai la percezione di trovarsi sopra un terreno in frana, con moto insensibile, ma irresistibile: una percezione paurosa e voluttuosa insieme. Il suo stupore era che nessuno se ne accorgesse: il marchese tutto occupato dell'enorme frana del genere umano, meno di tutti.
Ora donna Barberina aveva preso l'abitudine di farlo chiamare, di quando in quando, per futili motivi. Usciva da quelle stanze di lei con una tempesta di dentro.
â Scusi se la ho fatta incomodare â disse ella graziosamente una volta, e aveva molte lettere in iscrittura: â mi si presenta una questione, oh una sciocchezza, sa! Quel gentile oppure gentilissima signora, che si mette negli indirizzi, mi è diventato così banale. Come si potrebbe variare; come dicevano una volta?
Aquilino aveva un bollore di dentro, un formicolìo nelle mani.
â Una volta dicevano â rispose â valorosa, eccellentissima madama, illustre eroina; oppure erano lunghi titoli, non privi di una certa bellezza che oggi però suonerebbero disusati.
â Per esempio?
«Anche gli esempî!» â Per esempio, ad un gentiluomo si diceva: Nobile e savio cavaliere, huomo di molta gentilezza e savere.
â E ad una donna?
â Secondo la condizione.
â Per esempio?
â Ad una monaca si diceva: Religiosa, honesta dòmina, molto da onorare e alla verace luce di vita eterna pervenire.
â E ad una signora maritata?
â Alla carissima donna sua, molto da onorare, manda salute, cum perfecto amore; vel salutem cum honestà di puro matrimonio da conservare castamente; vel salutam cum dirittamente lo matrimoniale ordine conservare.... «La capisce la lezione sì o no?» disse entro di sè Aquilino.
Ma donna Barberina mostrò di non aver capito.
â Ah grazioso! â aveva ella detto, sorridendo.
Era seguìto un certo silenzio.
Aquilino aveva chiesto se comandava altro.
â No, lei può andare â aveva risposto con la continuazione di quel sorriso, un sorriso di lento squisito martirio.
E Aquilino uscì piano per quella sfilata di stanze, dal silenzio profondo, che precedevano il salottino di donna Bà rbera. Una luce verdolina pioveva dai diaframmi di seta, alle finestre: tutto ombrato in riflesso verde; anche i fiori, i quadri, i tappeti profondi, i mobili laccati: un lùcido verde, contro il sole: come uno smarrimento. Gli veniva a mente quella serpe verde attorno al petto della donna, nel tenebroso quadro di Francesco Stuck.
Barcollava. Per dio, ma dovrà ben riconoscere in me un'eroica forza! Ben ricordava: la voce di lui, il suo gesto non avevano tradito un'emozione, nulla: impassibile.
Ma più si allontanava, più precipitava il passo per il bisogno che egli avea di rifugiarsi nella sua camera. Io non sono, per dio, il paggio al servizio della marchesa! gridò.
â No, tu sei un pedagogo idiota! sentì ghignare quella voce di dentro.
â Si diverte di me, l'infame! â gridò ancora Aquilino.
â No, non si diverte! gli rispose quella voce.
*
Gli parve di trovar pace nella sua camera. Ma chi c'era nella sua camera?
L'imagine grottesca di Giuseppe, figlio di Giacobbe, interprete di sogni, ridìcolo attraverso i secoli, era lì, nella camera; era da per tutto.
Oh, Giuseppe fu un virtuoso giovane â gli diceva quella voce diabòlica â ; ma tu troverai sempre, fra il tuo piacere e la tua imbecillità , qualche impedimento a cui darai il nome di virtù.
Or Aquilino uscì dalla sua camera e chiamava a gran voce:
â Bobby, Bobby, Bobby!
Andò in cerca del giovinetto.
â Ha ripassato la lezione?
â Scusi, ma non è l'ora, â rispose Bobby.
â Se non è l'ora, creiamo l'ora. Studiamo insieme. Quest'alta poesia, su, Bobby!
E Bobby lesse:
Qual masso, che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;....
â Sa che è lunga! â disse Bobby, traendo il respiro.
â Bobby â disse Aquilino dopo un po' â facciamo una cosa eroica!
â Ah, sì!
â Cominciamo il greco.
â No, professore â disse Bobby con mansuetudine. â Mamà ha assicurato che il greco sarà tolto.
â Anche se inutile, una cosa eroica è utile....
â Sarà ....
«Ah Bobby, Bobby: destinato a rimanere Bobby; un essere inùtile, come vi sono tanti inutili Carletti, Totò, Jean!» sospirò Aquilino.
â Oh, come è fatto il greco! â esclamò Bobby rigirando la grammatica che il precettore gli avea messo innanzi. â Ma professore â esclamò poi Bobby â, perchè mi guarda così?
Aquilino si era fissato nel giovinetto, e pensava non al greco, ma, per indurre in sè repugnanza, pensava al viaggio che Bobby aveva fatto nascendo per le oscure, immutabili vie dell'essere, tredici anni fa: Inter faeces et sanguinem natus â diceva per indurre in sè repugnanza. Ma non vi riusciva. Aveva davanti il piedino di donna Bà rbera.
Un piede? Un pezzo anatòmico, una calza, una scarpa.... Come il piede di un parroco.
Vaneggiava.
â No! io non farò. Non è bene! â disse a se stesso. Aveva la sensazione tragica, che un'invisibile fenditura minacciasse su su, sino alla torre di Albraccà , la vecchia casa patrizia. â No, non cederò!
*
In un pomeriggio grave, fu pregato di passare da donna BÃ rbera.
Le tre sale, con la luce verde, precedevano il salottino di donna Bà rbera. Immote le magnolie giù nel parco si vedevano: disabitato era il luogo.
Oh, l'affannoso, tormentoso percorso!
â à permesso? â domandò Aquilino quando fu giunto in fine dei tre salotti verdi.
â Venga avanti! â Era la consueta voce. Ma come aprì l'uscio, agli occhi di Aquilino, ritto su la soglia, si discoprì donna Bà rbera.
Ella si stava, come stanca, seduta sopra un divano; perfidamente vestita. Una lama infocata penetrò nelle carni del giovine, e le pupille videro sangue.
E con voce indolente ella disse: â Bobby si è lamentato del greco. Io lo rimanderei, caro professore. Non le pare che sia da rimandare?
Ed allora soltanto sorrise; ma le pupille di lei non ridevano. Tenebrose pupille! Parlava dello studio del greco.
Ella procedeva lentamente, con quel sorriso e con quelle parole, dondolando â un fremito? â come la testa fascinatrice della serpe.
Un'oscura nube ottenebrò l'uomo.
Egli aperse la palma della mano, e la posò con rabbia su la spalla di lei, sì che la abbattè con violenza.