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La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra cover

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Chapter 23: Capitolo XXI. La vita è un'amarezza.
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About This Book

La voce narrante alterna memorie e scene di vita in un paese di mare, combinando episodi familiari e incontri che segnano la crescita di un ragazzo; tra processioni, venditori ambulanti e pomeriggi estivi emergono figure amichevoli e misteriose che portano dolcezza e turbamento. La guerra irrompe come assenza e destino, trasformando la perdita di compagni in un dolore collettivo che rimodella la quotidianità. Lavorando per quadri episodici, il testo intreccia umorismo popolare, intimità domestica e riflessioni sulla patria, la morte e la bellezza della vita.

Capitolo XXI.
La vita è un'amarezza.

Il palazzo del conte Cosimo, dove Aquilino si recò come fu giunto in quella città, era una costruzione massiccia di altri tempi, da cui spirava un'ineffabile aria di abbandono. Un gran portone; e dopo, un grande atrio; e dopo l'atrio, un cortile con i muri rivestiti di vecchie edere.

Non c'era portinaia, non trovò nessuno. Finalmente venne chi gli indicò a quale campanello doveva suonare.

— Ah, sì — gli fu detto —, il signor conte stava tanto male!

Fra breve sarebbe venuto il castaldo. Aquilino aspettò, e quegli venne. Ma non fece buona cera, e confermò che il signor conte stava molto male.

— Che male?

— Dicono, mal di cuore.

— È a letto?

— Da una settimana non si muove più dal letto.

— Ero venuto apposta per vederlo....

— Vederlo? Impossibile.

Ma il giovane tanto lo pregò che andasse dal signor suo, e questo nome solo gli dicesse: «Aquilino».

E il castaldo andò e ritornò poco dopo. Era tutto mutato.

— Ha tanto piacere di vederla. Oh, venga.

E lo precedette per la scala, finchè giunsero ad un gran loggiato ove in lunga fila erano allineati seggioloni e cassapanche, come in attesa di chi non sarebbe venuto.

Qui il giovane si soffermò e chiese: — Mal di cuore?

— Così dicono i medici. Il petto del povero signore non si solleva più. Ecco!

Parve ad Aquilino di non potere più, nemmeno lui, sollevare il petto. Lo sollevò con gran respiro e quasi con pena, e vide allora disegnarglisi davanti quelle parole del marchese Ippolito: I figli che fanno morire i padri di crepacuore.

Ah, nessun bene vale il bene di potere sollevare il petto liberamente!

Il castaldo sospinse il battente di una porta; e transitavano per la penombra di alcune stanze enormi. Un'impressione gèlida; una visione di mobili enormi, chiusi, che scomparivan negli angoli. Quella fuga di stanze pareva non finire più.

— Non lo faccia parlare troppo — avvertì il castaldo quando arrivarono alla fine di quelle stanze.

— È solo?

— C'è mia moglie. Ci diamo il cambio. Aspetti.

Entrò lui. E poco dopo disse ad Aquilino di entrare. Entrò, e si trovò nella luce.

Era una stanzetta chiara, con un lettino di ferro: una donna accanto al letto; e sopra il capezzale c'era il naso, le cartilagini, la barba, il sorriso del conte Cosimo.

In alto del capezzale, pendeva Cristo, l'uomo crocifisso, per il quale Dio volle significare agli uomini che l'eccidio di un solo uomo equivale all'eccidio di tutta l'umanità.

— Non ti posso dare la mano — mormorò il conte —, ma posso parlare. Non badare a questa buona donna che dice di no. Posso parlare.

Ma in verità non poteva parlare. Erano parole che porgevano l'imagine di segmenti di pensieri.

— Caro Aquilino, c'è la guerra, eh? Fanno bene, sai!

— Chi, fanno bene, signor conte?

— I Tedeschi! Fanno da anti-Cristo! L'uomo è una cattiva pecora. Ah, povero Aquilino! Queste sono cose che riguardano te, e non me; perchè io me ne vado. Abeo, abìbo e, ohimè, non redìbo.

Aquilino cercava parole di conforto. Ma il conte faceva, con gli occhi, segni di no.

— Lo sai?

— Che cosa, signor conte?

— Esco di minorità. Però, credi: è difficile imparare a morire....

Aquilino cominciava a sentirsi un male dentro come se anche lui avesse dovuto avviarsi per il viaggio delle tenebre. Oh, c'era tempo per lui; ma in quel momento sentì che anche lui, pur nella sua giovinezza, era un inquilino sopra la terra, corrente verso la morte. Ebbe paura, e niente seppe rispondere al conte.

Questi allora continuò con un piccolo sorriso:

— .... perchè i vivi non sanno le molte cose che sanno i morti; e i morti non le dicono.

E dopo un poco riprese:

— Ti devo dire una cosa.

— Quale, signor conte?

— Ho cercato anche a te di farti mangiare cose dolci, ma te lo devo confessare: la vita è una grande amarezza. Tu sei venuto, Aquilino, a trovarmi: hai fatto bene, sei un bravo figliuolo; ma vi è chi non è venuto, e non verrà. Vi sono anche i morti sopra la terra, sai!

Gli occhi del conte si venivano appannando.

Ma già la donna faceva segni ad Aquilino.

— Sì, vienimi a trovare spesso — disse accomiatandolo.

Ed Aquilino uscì, con quella scritta nell'anima:

I figli che fanno morire i padri di crepacuore.

Quando fu uscito disse al castaldo:

— Però mi pare abbastanza sollevato.

— È la morfina, — rispose il castaldo.

L'ultima cosa dolce assaporata dal signor conte.

*

Aquilino, dietro il castaldo, rifaceva il cammino per quelle sale tetre e chiuse; ma ad un tratto diè un balzo indietro.

Un biancore di figura umana parve che gli venisse incontro.

— Cos'è?

— Niente — disse l'uomo. — Ora vedrà meglio. — E si accostò alla finestra, l'aprì e fece penetrare la luce.

Or si vedea nella luce una figura di donna con un manto di capelli biondi e una veste bianca.

— E la contessa — disse il castaldo. — La testa è fatta di cera, ma l'abito è proprio quello che portava quando andò sposa. È uno scherzo del signor conte.

Aquilino si accostò a quella signora di cera, che parea viva; ma non osò di toccarla. Era un volto delicato e quasi soave: anzi una piccola piega amara all'angolo delle labbra faceva pensare che colei pensasse.

Venne in mente ad Aquilino questa strana idea, che esistesse anche una chìmica delle anime, per cui una speciale combinazione fra due anime innocue può generare veleni. Voleva domandare al castaldo; ma forse anche colui ignorava questa chìmica.

Ed or con la luce, si vedeva una gran stanza parata a riquadri di stoffa gialla. Rivèrberi d'oro. Poi guardò in alto. Imeneo e amorini volavano per la volta del soffitto. Un gran letto incortinato di foggia antica nel mezzo.

— Questa era la camera nuziale? — domandò.

— Signorsì.

Aquilino si appressò a quel letto, e ad un dei lati di esso vide una cosa delicata, bianca, velata.

— La cuna dei figliuoli?

— Signorsì.

Aquilino si allontanò piano piano come se ci fosse stato qualcuno.

*

Procedettero oltre. E quando furono nel loggiato, Aquilino disse tanto per dire: — È molto bello, dentro, questo palazzo!

— Lei non ha visto — disse il vecchio castaldo — la sala da ballo. Venga. È alta quanto il primo ed il secondo piano.

Cercò le chiavi; sospinse una gran porta. Entrarono in una gran sala.

Le pareti erano affrescate a figure grandi, ma stinte e sbiadite: sedili di marmo negli strombi dei grossi muri, presso i finestroni. Gli occhi del giovane furono attratti da un balenar d'oro e d'azzurro sul soffitto.

Era un soffitto regio, a lacunare. Attorno, attorno, in bei riquadri, c'eran dipinti cavalli e gonfaloni svolazzanti; guerrieri, aste, e quelle armi pietose, che usavano un tempo. Nel mezzo, in un ovale, una guerriera bionda languiva presso una fontana; e, presso la donna, un sol cavaliere.

— Questo soffitto — spiegava il castaldo — si sarebbe potuto vendere a gran prezzo; ma il signor conte, il quale pur non era ricco, mai volle. Del soffitto gli importava poco; ma quella figurazione lì in mezzo che lei ora guarda, non la voleva dar via.

— La morte di Clorinda!

— Mi pare bene che dicessero così.

E allora Aquilino, affissandosi, vide da quella figurazione venir fuori questi versi luminosi e palpitanti nel suono delle parole:

E la man nuda e bianca alzando verso

Il cavalier, gli diè pegno di pace.

Alcun che di giovanile e come arridente correva per la stanza. Era la poesia, giovanetta austera e immortale, che consola di baci e di rose il pianto degli umani. E questa cosa immortale e beata è generata dai poeti mortali?

Imagini ancora non sospettate, della vita e della morte, si rivelavano al giovane.

Poi gli sopraggiunse repentina l'imagine di quella guerra crudele che buttava in fondo al mare tutti gli Iddii e tutte le Dee.

*

Tornò all'albergo ove era alloggiata donna Barberina, e le raccontò della visita e delle parole del conte che la vita è una grande amarezza.

E lei carezzevolmente gli rispondeva che la vita è invece una grande dolcezza, e perchè è fuggevole, più è bella; ed altre cose assennate gli diceva, come donna che ella era di molte cose intendente; ma l'ombra di quelle parole del conte che la vita è una grande amarezza, non pareva ad Aquilino che ella intendesse o mai avesse potuto intendere.

— Ma no, Aquilino — ella diceva con convincimento profondo, — la vita è bella, e la morte è la condizione, anzi, di questa bellezza.

Era ben pagana donna Barberina, anche se del greco non ne voleva sapere!

Il giovane, invece, non riusciva a liberarsi da una apprensione di peccato sotto l'amore, specie in quell'ora, in quella città, chè se non ci fossero stati i muri e le case interposte, si sarebbe potuto vedere dall'albergo il conte Cosimo sul suo capezzale.

E voleva non dire, non rivelare a donna Barberina questo suo pensiero e questa sua visione. Ma non ne potè più, e glie lo disse.

Ella ascoltò, sorrise. Disse: — È un effetto della tua educazione da bambino. Tua madre, così religiosa, quei santi, quella chiesa....

— Ma io non andavo in chiesa....

— Non importa: influisce lo stesso. Ma ridi, fanciullo!

*

Bobby elevava intanto le sue discrete proteste. Cosa si stava a far lì in quella piccola città melanconica? Aspettava mamà che si guastasse il tempo per andare a Venezia? E i bagni al lido? Mademoiselle Joséphine su la Guide de Venise spiegava in anticipo a Bobby la gran bellezza dei monumenti di Venezia.

— Mais vous ne prenez pas intérêt à l'art!

Bobby sclamava:

— Pas plus que vous, mademoiselle.

*

Ma non fu mestieri ritornare più volte in quel tetro palazzo.

Il conte se ne era andato alla sua fine.

Il giovane se ne diè gran tristezza: ma lo confortava donna Bàrbera con care e savie parole, alle quali certo la ragione di lui assentiva. Eppure dentro una voce gli sussurrava che era viltà l'assentire.

L'amico morto; la madre morta; la pace del mondo, morta. Gli Dei morti!... Ma non era viva lei, donna Barberina? Non bastava?

— Sei avaro, un pochino avaro — diceva donna Barberina ad Aquilino. — All'amore di donna tutto deve dare chi vuole amore di donna.

E questo era il suo pensiero.

*

Finalmente, Venezia!

Il grande albergo sul Canal grande era di una magnificenza regale.

Mademoiselle Joséphine dichiarò a Bobby che lì si sentiva nel suo juste milieu, come quando era stata, autrefois, in quell'albergo avec l'ambassadeur de la Chine.

Càndida mademoiselle Joséphine! così càndida e decente, se il suo appetito non fosse stato indecente.

Ora Bobby, all'albergo a Venezia, si era preso il gusto contrario che a Villa delle Magnolie: rimpinzare mademoiselle Joséphine e faceva di continuo cenno al cameriere perchè venisse ancora a colmare il piatto di mademoiselle Joséphine....

— Assez, merci. Ah, oui, un petit peu.... D'altra parte nelle tables d'hôte — osservava — è une bêtise aver dei riguardi. Les Allemands n'ont jamais d'égards.

E la felicità della buona femmina sarebbe stata incommensurabile se, dopo quei làuti repas, ella avesse potuto appartarsi liberamente nella sua càmera e dormire i suoi càndidi sonni.

Ma proprio in quell'ora strana della gran calura era pronta la lancia a motore che mamà aveva fatto mettere a disposizione di Bobby; perchè per Bobby la gòndola era bella sì, ma era pura archeologia.

— Caro Bobby — diceva mademoiselle Joséphine con insinuante insistenza, — tu non senti questo terrible sirocco de Venise?

Il sirocco? Bobby non lo aveva inteso mai nominare.

Così, a grande velocità, Bobby visitava i monumenti di Venezia, e a mademoiselle Joséphine quasi si arrestava la digestione per il terrore di scender nelle acque.

— Pas de peur, mademoiselle, ici l'on vous attrape avec la plus grande facilité — diceva Bobby.

Coi dèbiti riguardi aveva mademoiselle Joséphine fatto osservare a madame che il professore era più adatto di lei per spiegare i monumenti.

Ma il professore, per la pèrdita dell'amico, soffriva un po' di neurastenia. — D'altronde voi avete studiato alla perfezione la guida di Venezia — rispondeva donna Barberina.

Aquilino in quella gran vita fastosa dell'albergo si sentiva lentamente sconvolgere e portare verso un mondo di sogno. Domandavano a lui gli ordini; gli si accostavano con ossequio come se lui fosse stato il signore. Ogni tanto lo coglievano bruschi risvegli della realtà: «non era morale quanto allora avveniva!» Ed il fantasma di quell'uomo ignaro, dalla rossa testa arruffata, rimasto cogitabondo e solo co' suoi sogni, a Villa delle Magnolie, lo tormentava.

Come un prepotente bisogno lo sorprendeva di dire a donna Barberina, seduta dolcemente presso di lui su la terrazza, al livello di quelle incantatrici acque: «Ma non è morale quanto ora avviene!»

Ma la donna non avrebbe compreso, oppure così ella avrebbe compreso, che il castello del sogno sarebbe irrimediabilmente scomparso; e perciò, questa volta, egli si tacque.

Il sogno o la realtà?

Quel portiere in inchini, quel maggiordomo del tutto servizievole; e quelle impassibili labbra sbarbate dei servi, sempre stirate al sorriso, perchè gli sorridevano?

Perchè il denaro di donna Bàrbera fluiva e rifluiva impassibile. «Ah, uomini, vestiti da servi, a quale prezzo sputare sul vostro volto?»

E quest'altro pensiero gli germinava:

«Ah, denaro sublime, pel quale se tu ti contàmini una sol volta, non hai più bisogno di contaminarti alla timbratura della società. La cosa è vile, ma è comoda. E il bene e il male si equivalgono.»