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La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra cover

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Chapter 27: Capitolo XXV. Il bacio dell'Inghilterra.
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About This Book

La voce narrante alterna memorie e scene di vita in un paese di mare, combinando episodi familiari e incontri che segnano la crescita di un ragazzo; tra processioni, venditori ambulanti e pomeriggi estivi emergono figure amichevoli e misteriose che portano dolcezza e turbamento. La guerra irrompe come assenza e destino, trasformando la perdita di compagni in un dolore collettivo che rimodella la quotidianità. Lavorando per quadri episodici, il testo intreccia umorismo popolare, intimità domestica e riflessioni sulla patria, la morte e la bellezza della vita.

Capitolo XXV.
Il bacio dell'Inghilterra.

Quella sera il tumulto era grande più che mai, ed Aquilino cercava una via per rincasare; ma non era facile per la gran calca; e gli sbocchi delle vie erano chiusi dai soldati.

D'improvviso sentì una mano che gli si posò su la mano, e una voce gli disse:

— Volete essere mio cavaliere?

Era miss Edith.

— Ben volentieri. Ora cercheremo qualche passaggio e poi la accompagnerò a casa.

Ma ella disse che non intendeva andare a casa, ma voleva vedere la dimostrazione.

— Ecco qui, allora, signorina. Qui saremo un po' schiacciati, ma riparati.

No, no! nemmeno questo ella intendeva. Intendeva spingersi in mezzo al tumulto.

— Piglieremo delle busse, signorina. — E fece un gesto che si capiva anche in inglese.

— Avete paura? — chiese miss Edith.

— No, miss Edith, ma è seccante, perchè creda: là in mezzo, non ci sono soltanto dei patriotti o degli anti-patriotti....

Ma miss Edith non doveva aver capito perchè disse:

— Allora siate mio cavaliere! — E gli si strinse al braccio.

*

Le ondate venivano dal largo del mare della folla e si propagavano con moti di pànico fin lì dove erano loro. Ma miss Edith sospingeva Aquilino verso l'alto mare della folla.

«Speriamo in bene — diceva tra sè Aquilino, — ma io ho paura che si torni a casa con qualche cosa di rotto.»

— Veda, signorina, questa dimostrazione non è molto seria. Si dovrebbe, caso mai, fare una di quelle dimostrazioni ordinate, silenziose, come fanno a Londra.

(Aquilino non aveva mai vedute le dimostrazioni che fanno a Londra; ma aveva inteso parlare di certe imponenti e regolate processioni, che erano preposte a modello per tutte le sagge democrazie del mondo.)

Ma miss Edith, o non capiva non stava attenta. Era tutta protesa verso una schiera che avanzava inneggiando alla guerra. Ad un tratto ella si slanciò levando il grido: — Viva la guerra! Io vi porto il saluto della libera Inghilterra. Hurrà!

Aquilino, sorpreso, la seguì, e si trovò fra il tumulto dei dimostranti.

Per fortuna, ecco irruppe di traverso un cordone di carabinieri, che acciuffavano qua e là.

— Attenta, signorina, ci acciuffano! — ebbe appena il tempo di dire, sospingendola con violenza sotto il portico, che la grossa mano di un carabiniere calò su di lei.

La giovinetta si stette imperterrita.

— Carabiniere italiano — gridò, — ti porto il bacio della libera Inghilterra! — E gli buttava baci.

Il povero uomo, davanti a quel bel volto che gli buttava baci, rimase interdetto. Ma una voce rabbiosa che dietro gridava: — Arrestate! arrestate! — fece cambiare di posizione alla mano del carabiniere; e si posò su Aquilino. — Io? — Lui era un saggio giovane. E i carabinieri, sospinti, passarono oltre.

— Cara signorina — disse Aquilino a miss Edith — io credo che ci capiterà qualcosa di grosso questa notte; finiamo in guardina, ecco! e non deve essere piacevole. D'altronde mi pare che abbiamo partecipato abbastanza alla dimostrazione. Quel povero carabiniere come era buffo! Mi vien da ridere, ancora. Ma io direi che basta di baci della libera Inghilterra! Non tutti qui capiscono il linguaggio simbolico.

Ma miss Edith, o non gli stava attenta, o non capiva. Non sorrideva.

Ed ecco, sopra il buio della folla densa, delinearsi, in alto, i caschi dorati dei cavalieri e le spade in alto: al galoppo!

La folla si apre, si squarcia al passar dei soldati a cavallo. Un grido prorompe, si propaga, rimbomba, fa sollevare cavalli ed animi: «Evviva! Evviva l'esercito!»

In quel momento Aquilino sentì miss Edith sfuggirgli di mano; la vide avventarsi contro un cavalleggero, afferrarsi a lui; sentì il suo grido stridere: «A Vienna! A Vienna, soldato italiano!...»; la vide per un momento trascinata via dal cavallo; poi gli scomparve dalla vista, nel buio della folla.

— Ah, è impazzita quella povera ragazza! — e si slanciò dietro ai cavalleggeri. Ma questi erano già oltrepassati. Il rigùrgito della folla lo sbalestrò lontano: «Si fa massacrare, si fa schiacciare! Oh, povera miss Edith!» — E la cercava con ansia, e ne chiedeva qua e là. Le ondate della folla lo sospingevano in lor balia per la gran piazza, e aveva davanti a sè quest'enigma:

«Una ragazza così assennata, impazzire così!

Ah, ecco: le suffragette! quelle tremende suffragette inglesi, capaci di tutto!»

Era spiegato l'enigma; ma non trovava miss Edith.

E senza saper come, ora si trovava a navigare lento, a furia di braccia, in mezzo a una marea umana, nereggiante fantasticamente; ma più queta e come assorta verso un punto, verso una gradinata, densa di figure umane, sotto i vessilli. Pareva che un uomo, lassù, dovesse parlare.

Ecco, lassù, una figura giovane, dritta, immota, a capo scoperto.

Chi è? che fa? che dice?

Dalla folla, intanto, ad intervalli, si propagava con esplosioni di collera, di passione, l'urlo di guerra. Le tenebre ne erano come lacerate; e nel cuore di lui, come una lacerazione. Quell'urlo si acquetava; riprendeva più violento.

Ah, finalmente, miss Edith! Il bel volto di lei, pallido, e con gli occhi estatici, come vengono figurate le sante, era rivolto verso quel gruppo d'uomini, sotto le bandiere, ove si adergeva quel giovane.

— Finalmente la ho trovata, creatura mia — disse Aquilino.

— Zitto! — disse miss Edith, religiosamente. — Parla!

— Chi parla?

— Garibaldi.

«Garibaldi? Oh, strano nome!» — Che Garibaldi? — domandò.

— Peppino Garibaldi.

«Giuseppe Garibaldi? Non è morto Garibaldi? Non dorme a Caprera? Chi è costui? Da dove viene? Non è passato il tempo? Si rinnovella il tempo? Parlano i morti? I fanciulli, i morti, i poeti governano la storia?»

Garibaldi! che strano nome, e averlo sentito pronunciare così da miss Edith!

Allora anche lui, Aquilino, accanto a miss Edith, si affissò in quel giovane. Pareva pallido d'ira.

Quel nome, quel pallore, quella gran folla davano ad Aquilino un senso di smarrimento. Gli parve che gli sguardi di colui misurassero quell'enorme assemblea, misurassero la sua responsabilità. Poi come se un'ebbrezza di cimento e di martirio gli risalisse dal cuore, una parola corse e rimbombò su la folla:

— Italia, Italia, Italia!

Non udì altro.

Dagli orli della gradinata, un improvviso tumulto sorse; un repentino impeto di nuclei umani, montanti a cuneo, un rotear di bastoni; grida esasperate di dolore, di furore: «Abbasso la guerra!»

La folla si rompe, ondeggia, si sbanda paurosamente.

Miss Edith, come ridesta, si voleva lanciare là, dove imperversava la battaglia.

A fatica Aquilino riuscì ad allontanarla di lì; e come le parve di potere essere inteso, sì le disse:

— Mi pare, miss Edith, che adesso potremmo tornarcene a casa.

Non ebbe alcuna risposta. Se la sentiva tremare presso di sè.

Le voleva dire tante cose sagge.

«Quel soldatino non ha nessuna voglia di andare a Vienna. Quel Garibaldi è un sentimentale». Ma poi non sapeva nemmeno lui dove era la saggezza e dove era la follia. La storia andava avanti, o tornava indietro? Era vero che i Germani calavano giù dalle Alpi, come mille e più anni fa, sui cavalli criniti, le fràmee in pugno, e le corna sul capo per esterminare il mondo?

I filosofi germanici, cavalcando, precedevano le falangi teutoniche: pupille calme abbacinate di fanatismo: i filosofi sterminatori di ogni tradizione, i filosofi negatori di ogni pietà nel mondo dei fatti come nel mondo delle idee, i filosofi assertori della pura idea trascendente, i filosofi della materia, i filosofi della ricchezza e della conquista: discordi e concordi nella gran cavalcata. La croce di Cristo, il talismano sublime, infranto; in alto il martello del dio Thor: davanti alle falangi, con capriole e pifferi, Nietzsche! Visione apocalittica, lasciatagli in eredità dal marchese Ippolito. Ne aveva paura, perchè non gli parevano uomini; ma vuoti di viscere umane come i demoni.

Una gran pietà e un grande amore per quella giovanetta che lo aveva chiamato «suo cavaliere».

Disse soltanto: — Creatura mia, è mezzanotte. A quest'ora i dimostranti seri sono andati tutti a casa. Non rimangono per le vie che malviventi e teppisti. Permetta che la accompagni a casa.

Parve acconsentire.

Aquilino guardava con emozione quel bel volto, quella bella persona abbandonata a lui.

Ci fosse stata una vettura! Ma non c'era; c'erano quelle lampade elettriche, rare, in alto, che rompevano a zone, quasi paurose, il buio della strada. Tutti i negozi chiusi, e il quartiere dove lei abitava, era un po' lontano. Più vicino era il palazzo della marchesa: ma a quell'ora, destare il portinaio, dar spiegazioni, donna Bàrbera....

Presero uno dei marciapiedi e si avviarono.

Ma dopo un po', Aquilino fece: «Ahi, ahi!»

Dal fondo della via, procedeva un gruppo di gente, troppo compatta per esser — come loro — viandanti, troppo tumultuosa perchè non apparissero dimostranti, e di quale colore lo dichiarò subito un grido che si levò dal profondo: «Abbasso la guerra!»

Aquilino volse lo sguardo per vedere se apparivano provvidenziali guardie o carabinieri. Niente!

— Non ci badi, miss Edith. Deve essere luna nuova, mi pare.

In quel punto, erano entrati nell'orbita di quella gente. Uno, due, tre! Oh, che brutte facce rivolte su lui, su lei! A lui tremava il cuore per qualche scherzo ribaldo. Per fortuna, niente. Già coloro eran passati; già lor due uscivano da quell'orbita, quando uno degli ultimi, volgendosi, mandò il grido: «Abbasso i borghesi che vogliono la guerra!»

— Niente, niente! — disse Aquilino premendo forte il polso di miss Edith. — È il nostro popolo che si sfoga così.

Ma non potè nemmeno finire, che miss Edith, di scatto, volgendosi verso colui, dal chiaro volto, gridò:

— Evviva la guerra!

«Ci siamo!» — disse mentalmente Aquilino.

In un baleno si vide circuito.

— Li prego, signori, via! C'è una donna.

Per risposta ebbe un pugno. Lo restituì come potè, e gli parve con bastevole energia. Ma ci voleva altro! Cercò di far scudo a miss Edith, e gridar forte: «Vigliacchi!» Quelli pure gridavano; e intanto le finestre si aprivano. Altre grida rispondevano. Poter difendere miss Edith, almeno! Pigliava molti pugni; ma pur ci riusciva a proteggere la fanciulla.

Ad un tratto rintronarono due colpi di rivoltella. Ai colpi di fuoco successe una sospensione, un breve silenzio. In quel silenzio, una voce gridò: — Si facciano presso la porta, ora apro.

Molti degli assalitori si erano sbandati ai colpi: una voce dall'alto di una finestra gridò: — Le guardie! — e fece fuggire altri degli assalitori. Intanto una saracinesca si sollevò. Aquilino potè spingervi miss Edith; poi lui.

Erano in salvo.

Un grosso uomo, che era quello che aveva sparato, disse: — Se la sono cavata abbastanza bene.

— Ah, caro signore — disse Aquilino con effusione — lei ci ha proprio salvati.

— Io non sono nè per la guerra, nè contro la guerra — disse colui —, ma quella è stata un'aggressione.

Aquilino si guardò attorno. Erano nell'atrio d'un alberghetto. L'uomo, l'albergatore, aveva una faccia risoluta e forte. Miss Edith pareva come fuori di sè.

Il cappellino non c'era più, i guanti nemmeno, la borsetta smarrita, le vesti.... In che stato le vesti di miss Edith!

— E adesso? Ah, il mio braccio, — esclamò Aquilino: — credo proprio che me l'abbiano stroncato.

— Zitto! — fece l'albergatore. S'accostò alla porta. Stette in ascolto: — Sono ancora lì, gli amici!

Calci violenti e grida contro la porta.

— Ma le guardie? — domandò Aquilino.

— Hanno altro a che fare le guardie! Per la teppa sono sere d'oro, queste.

Spense la luce, pregò di non parlare, e poi, accesa una candela, condusse i giovani in una camera. Aprì la luce.

Miss Edith si lasciò cadere su di una seggiola. L'albergatore esclamò: — Guardi, guardi, cos'ha in mano la signorina? Ma sànguina!

Miss Edith guardò: nel pugno contratto ancora, era un ciuffo di capelli neri.

Li buttò con orrore.

Povere mani! Tutte le belle unghie spezzate. Una sanguinava.

— Se avesse un po' di sublimato, qualcosa per disinfettare.... E un po' di cognac — disse Aquilino.

— Vi deve essere del sublimato sciolto. Scusi, guardi se lei ha ancora il portafoglio in tasca.

Aquilino si palpò. — Sì, ancora.

— Allora può dire di avere avuto fortuna.

— Anzi.... — E il giovane fece atto di volere con denaro ricompensare il beneficio ricevuto.

A quel gesto miss Edith si riscosse. Si tolse con violenza quella turchesi dal dito, e voleva che l'albergatore la accettasse.

Quegli si schermiva. Ella non desistette finchè colui non ebbe preso l'anello.

— Lo renderò domattina....

— Faccia come crede — gli disse piano Aquilino seguendolo in su l'uscio; — ma, adesso, non insista. Sapesse quanto ho fatto io per condurla a casa! Si vede che doveva succedere così.

— Ah, cara signorina, — disse poi rientrando nella camera, — io devo proprio supporre che il mio braccio me lo abbiano stroncato.

— Oh, mio Dio — fece miss Edith levandosi. — Ed anche la fronte! — esclamò con terrore.

— Infatti qualcosa sento che mi cresce anche su la fronte.

— Oh, mio caro — fece, palpitando, miss Edith. E posò la mano bianca, non sanguinante, su quel lividore della fronte, che cresceva. E poi tolse la mano e convulsamente vi posò le labbra; e poi lui ebbe una rabbrividente impressione: le labbra di lei erano posate su le sue labbra. Non gli faceva più male la fronte, più il braccio, più niente; ma sentiva una palpitazione enorme nel cuore. Oh, le tenere, delicate, carnose labbra!

E i micròbi dei baci?

Più niente i micròbi.

Ora Aquilino sorrideva come un fanciullo baciato. Sentiva — e gli pareva di vederlo — un sorriso di beatitudine infantile disegnarsi sul suo viso, come un lontano strano ricordo materno. La persona di lei, presso la sua persona, era percorsa da brividi.

Il silenzio della notte era grande, e la lampada elettrica che pendeva dal soffitto, illuminava la coperta di un letto che forse era stato testimone di amori impuri.

Eppure tutto era puro!

— Quell'uomo! — esclamò d'un tratto Aquilino, sentendo i passi dell'albergatore che si avvicinavano. — Mi pare, miss Edith, che noi siamo abbracciati.

Ma miss Edith non si mosse da così abbracciata come era. Ed Aquilino guardandola negli occhi, li vide natanti come nella serenità di un sogno plenilunare.

Quell'uomo posò il vassoio; se ne andò.

*

La notte era di primavera; ed egli fu sorpreso come da un lungo gioco infantile di parole, formato di una sola parola.

Ella diceva: «Io t'amo!» E lui correggeva: «Io t'amo». Ed ella ripeteva: «Io t'amo».

Poi lo sorprese questa espressione di lei: Que je suis bienheureuse!

E fu l'ultima. Sì, tutto era puro.

Poi si spense quella luce. Come si era spenta la luce?

La notte era di primavera.

*

E quando il mattino apparve, Aquilino vide quella perfetta grazia di fanciulla addormentata con lieve respiro.

La pupilla del sole, penetrando nella stanza, destò miss Edith. Ella dischiuse gli occhi, gli sorrise; senza dire, se non: Que je suis bienheureuse!

Miss Edith era desta, e non pareva ben desta; perchè ripeteva: Que je suis bienheureuse!

Ma certo era ben desta, perchè le sue parole suonavano così:

— Tu es l'amant de madame.

— Come lo sai?

— Je le sais. Je connais bien madame.

— Perchè?

— Perchè je connais bien madame. Mais tu es libre parfaitement. Je suis bienheureuse quand même.

*

Sì, tutto era stato puro.