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La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra cover

La Madonna di Mamà: Romanzo del tempo della guerra

Chapter 8: Capitolo VI. La signora marchesa.
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About This Book

La voce narrante alterna memorie e scene di vita in un paese di mare, combinando episodi familiari e incontri che segnano la crescita di un ragazzo; tra processioni, venditori ambulanti e pomeriggi estivi emergono figure amichevoli e misteriose che portano dolcezza e turbamento. La guerra irrompe come assenza e destino, trasformando la perdita di compagni in un dolore collettivo che rimodella la quotidianità. Lavorando per quadri episodici, il testo intreccia umorismo popolare, intimità domestica e riflessioni sulla patria, la morte e la bellezza della vita.

Capitolo VI.
La signora marchesa.

È moltissimo interessante — specie per chi ha tempo da perdere — meditare quante parole vi sono per indicare le malattie dell'uomo; tanto che se, nella tranquillità della vita uterina, si potesse leggere un dizionario medico, all'ordine: Làzzare, veni foras! si risponderebbe: Niente affatto!

Aquilino, appena varcato il Po, e si trovò in quella città, fu preso dal male che si chiama nostalgia, così che non solo non ammirò i monumenti della grande città; ma non gli piacque nemmeno il pane, perchè gli parve di altro sapore; e tutte quelle case attaccate alle case, e tutta quella gente che vive fra le case, forse quella è una malattia.

Ma un giorno vide, con sorpresa, in uno specchio di vetrina, un ragazzo, con un abito blumarèn. Ed era lui. — Oh, che cera smarrita!... E in quel giorno vide che passavano tre turlulù con un sacco dietro le spalle, una magliaccia, certi passacci, tre nasi a trombetta, e sei occhiacci buttati qua e là.

— Chi sono quei disgraziati? — aveva domandato Aquilino.

— Quelli sono tedeschi — gli risposero — che calan con l'autunno: il primo dì han le toppe ai calzoni, il secondo han la camicia quasi pulita, il terzo dì sono essi i padroni.

Infatti coloro non avevano la cera smarrita.

— Non la voglio avere nemmeno io, — disse Aquilino; e andò in cerca del palazzo della marchesa.

*

Oh, il bel palazzo! Quale itinerario egli avesse seguito per scale, corridoi, salotti, prima di arrivare dove la signora marchesa sarebbe venuta «a momenti», Aquilino non avrebbe potuto ricostruire. Un portinaio — personaggio che non usava al suo paese — lo aveva consegnato ad un marcantonio sbarbato, con un gilè rosso e un grembiulone verde: e stava sfregando così bene i pavimenti, che Aquilino sdrucciolò; e perciò quando si trovò solo in un gran salotto, stette prudente nel muoversi per non sdrucciolare una seconda volta e cagionar malestri in quella specie di labirinto fra mobili, cristallerie, fiori, bamboccini, quadri, libri. Invece di accomodarsi, come aveva detto quel marcantonio, si appressò a una vetrata e lì scoperse una cosa piacevole: qualche cosa come un giardino signorile, ma così ben pettinato che le piante gli parevano di una botànica diversa: e dietro quel verde, una specie di torrione. Poi gli parve che fossero già trascorsi molti di quei momenti, e si mise a guardare per indovinar da quale porta, da quale cortinaggio sarebbe apparsa la signora marchesa. E così girando gli occhi, s'accorse che nel salotto non era solo, ma c'era lì, sopra un cuscino di raso, una vaga bestia tutta arruffata; e dall'arruffio del lungo pelo veniva fuori un brutto muso spelato e due occhi sospettosi fissi sopra di lui: un gatto? un cane? o non piuttosto una scimmia?

Una voce, dietro le spalle, lo fece trasalire:

— Ah, buon giorno. — Era la signora marchesa.

Il cui aspetto rincorò Aquilino.

Non che egli credesse che la signora marchesa, perchè marchesa, dovesse venire con la corona in testa — come le sue lettere — e il paggetto, dietro, che tien su la coda: ma per quella descrizione della marchesa col pennacchio in cima alla testa, si aspettava una dama di gran soggezione: e invece gli si affacciò una figurina carina, semplice, che scivolò con disinvoltura fra tutte quelle cose complicate.

Ella si sedette, fece sedere: e allora Aquilino ebbe davanti a sè la signora marchesa, cioè un visetto di un grazioso ovale, un po' pallido, incorniciato da gran capellatura nera: e due occhioni languidi. Ma quando, dopo le prime domande di cortesia, la signora prese un occhialetto d'oro e per qualche attimo perscrutò Aquilino, la prima sensazione del giovane si mutò, e lasciò il posto ad altra sensazione meno piacevole. Ed anche le parole che seguirono gli fecero uno strano effetto: erano saltellanti, dubitose, accompagnate da una smorfietta che voleva sembrare benevola; e con tanti Nevvero?, che ad Aquilino venne voglia di dire: Per me — scusi — non è vero niente affatto.

— Io non dubito — disse — delle sue brillanti qualità: il conte Cosimo, ottimo nostro amico, mi parlò di lei in modo del tutto rassicurante. Sì, mi aveva, effettivamente, detto che lei era giovane; ma adesso mi sembra che lei sia troppo, troppo giovane — e pronunciò questo troppo, troppo giovane che pareva voler dire: Io mi trovo imbarazzatissima.

Era impacciato anche lui, e seccato per quell'affare dell'occhialino che tornava a passare su la sua persona.

— Eh, signora marchesa — disse con gravità impressionante —, vi sono certi anni nella vita che contano per due.

— Sì, capisco bene: ma specialmente è per Bobby. Non so come faremo con Bobby.

Certamente Bobby doveva essere il figliuolo della signora marchesa, benchè a quel nome, gli occhi di Aquilino corsero su quella vaga bestia che stava sul cuscino.

— Già — fece la signora marchesa dubitosamente — e quel già voleva dire: «oh! c'è ancora dell'altro».

Ad Aquilino veniva un po' a meno il cuore, e forse lo si capiva dal volto.

La signora marchesa domandò di colpo risolutamente:

— Lei intende nel tempo stesso frequentare l'Università?

— Sì, signora marchesa. Così del resto eravamo intesi.

— Perfettamente. E quale facoltà?

— La facoltà di legge, signora marchesa.

— Me lo aspettavo! Non ci siamo spiegati bene, o forse io non mi sono spiegata. Comunque, è necessario intenderci. Nevvero?

Aquilino s'accorse di stare a bocca aperta.

— Le dirò dunque nettamente — proseguì la marchesa, — che è mia intenzione fare studiare Bobby in casa, almeno per tutto il ginnasio, per tante belle ragioni, che adesso non le sto a dire. Gli esami, però, badi! alle scuole pubbliche. Mi era stato, dunque, messo innanzi un precettore di età rispettabile e con ottimi precedenti....

— Signora marchesa — interruppe a questo punto Aquilino vivacemente, anche sapendo che non si deve interrompere. — Io sono qui! — e lo disse assai con intenzione. — Del resto lei prova me e lui. Si piglia un libro greco e latino, si apre a caso e poi si vede. Per le matematiche non oso dir tanto....

La marchesa sorrise:

— Non si tratta di questo. Apprezzo, senza prova, il suo latino e greco. Avevo un impegno con lei, ed ho rifiutato quel precettore. Però non le nascondo che mi è stato più difficile rifiutare le offerte, un po' insistenti, che mi ha fatto il senatore X***, di un suo studente di second'anno di filologia. Nessuna prevenzione in proposito: ma non le nascondo che il professore, il senatore X***.... Non conosce il senatore X***?

E la domanda fu tale che rispondere di non conoscere, almeno di nome, il celebre senatore X*** era come dichiarare di venire dal mondo dell'Ignoranza.

— Lei mi capisce — riprese la marchesa. — Se lei si inscrive nella facoltà filologica, io posso giustificare meglio il mio rifiuto al senatore. E poi, schiettamente; la casa è frequentata da gente di studi. Ora lei non essendo professore, e nemmeno avviato per questa carriera, mi pare che ci esponiamo alla critica. Nevvero? Se lei invece è inscritto in filologia, noi siamo allora in perfetto protocollo, ed evitiamo la critica.... Personalmente poi le dirò che mi piace molto la sua pronuncia, e questo è già un titolo.... Bobby, in fondo, è italiano....

Aquilino rimase un po' lì dubitoso. Studiare i poeti per i poeti, ed i savi per la saviezza, sì, gli piaceva; ma per fare poi nella vita la carriera del professore, non ci aveva pensato. Che cosa avrebbe detto mamà? Per lei il maestro di scuola è sempre quello che, urlando, conduce a casa i monelli.

Aquilino capì che il gentile mi pare della signora voleva dire: son certa; e quel fare dubitoso non era che una smorfia elegante. Smorfiette inzuccherate; ma soltanto alla superficie. O prendere o lasciare. Ebbene avrebbe fatto il volere della marchesa, per il protocollo di lei; e per il protocollo della sua vita futura, cosa molto seria! avrebbe studiato legge.

— Accetta la signora marchesa?

La marchesa fece un gesto che voleva dire: Gli interessi della sua vita non mi riguardano, faccia lei....

— Già, per la facoltà di legge — aggiunse a quel gesto — basta la pura iscrizione.

Dopo di che la marchesa, con una sicurezza stupefacente, entrò nel tema così delicato degli obblighi di lui e di lei: dare ed avere.

— E centocinquanta lire mensili. Le va?

Quando Aquilino sentì il suono di quella cifra favolosa, balzò. «Milleottocento lire all'anno, spesato di tutto! La casetta di mamà la si poteva avere per duemila lire, l'orto per mille. Ma io ti studio anche veterinaria. Altro che filologia!»

— E allora le presento Bobby, nevvero?

E la marchesa suonò su certi tastini d'avorio che aveva sottomano; e, non so, forse perchè prima era apparso quel marcantonio rosso, e la marchesa squillò Bobby, Bobby!, che l'apparso Bobby parve un lillipuziano. Un cosino quasi trasparente, d'improvviso, era scivolato sul tappeto, finchè giunto davanti ad Aquilino, si irrigidì, stese la mano, lui, il minuscolo, a lui. Pareva un pupo, vestito così alla marinara, coi calzoni lunghi a campana. Ma dove l'aveva veduto quel cosino altre volte? Eppure l'aveva veduto! Ma sì! In quelle stampe antiche dove c'è un pupino vestito così: il figlio di Napoleone, quello che morì etico. Si vede che la moda torna su.

Ma questo mimmo qui, così tristanzuolo, mi campa come un passerotto da nido, pensò Aquilino — e allora addio le mie centocinquanta lire. Disse poi: — Deve essere intelligentissimo.

Bobby era immoto.

— Ah sì, anche troppo. Proverà — disse la signora marchesa sorridendo.

— Forse un po' gracilino — aggiunse lui con molta meditazione.

Ahi, ahi! Un tasto falso, dopo tanta meditazione.

— Bobby è sanissimo — disse la marchesa; — e da quando ho avuto la fortuna di affidarlo a miss Edith, non ha fatto più il benchè minimo raffreddore.

— Gli occhi di questo caro bambino — disse Aquilino cercando di rimediare — sono così belli e profondi! Sembrano quasi melanconici....

Aquilino aveva toccato altro tasto falso.

— Melanconico Bobby? — disse la marchesa. — Ah, rigolo, rigolo.

Aquilino non sapeva che cosa volesse dir rigolo, ma certo una cosa contraria di melanconico. Per Dio! Stava così grave quel pupo, che avrebbe ingannato ognuno: il quale pupo ad un cenno della marchesa, tornò a porgere la mano; riscivolò, scomparve.

— Io vorrei — disse poi la marchesa quando Bobby fu scomparso — che lo studio del latino non lo distogliesse troppo dalle altre molte occupazioni. Nei ginnasi pubblici li brutalizzano addirittura col latino.

Per Dio! Aquilino era uno, esperto della montagna del latino e avrebbe trasportato coi metodi più semplici e per belle giravolte, il suo allievo sino al verso eroico, qui cupit optatam cursu contìngere metam, multa talit fecitque puer....

Ma qui la signora marchesa si entusiasmò poco. L'importante per lei era passare ai primi esami. Raggiungere le alte vette, cosa secondaria. Un grimpeur può, per giuoco, varcare le cime dell'optatam metam: Bobby bastava che passasse sotto il tunnel degli esami, alla maniera moderna.

Ed Aquilino s'accorse che aveva commessa un'altra stonatura: le quali erano già tre, e nel linguaggio della signora marchesa si chiamavano gaffes.

*

«È quel frùgolo lì che io non saprò mettere a posto? — diceva tra sè Aquilino quando il marcantonio del cameriere lo lasciò solo nella stanza che gli era stata assegnata. — Ma io ti mangio in insalata!»

Gli dava quasi più soggezione quella stanza chiara: chiari i mobili; chiaro, di metallo, anche il letto. Oh, una bella stanza! E quella specie di sistema nervoso e vascolare che aveva? Fili per la luce, fili per i suoni, tubi per il caldo, tubi per l'acqua. Però una bella stanza, e che buoni materassi, e centocinquanta lire il mese!

Ma quella valigia di tela così gonfia, con quella corda in croce, che il cameriere gli posò senza dir nulla, come era vergognosa in quella magnificenza tutta bianca.

Povera mamà!