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La messa di nozze; Un sogno; La bella morte cover

La messa di nozze; Un sogno; La bella morte

Chapter 11: II.
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About This Book

A compact collection of three pieces presents a long, multi-section narrative about a charged reunion, a shorter dreamlike vignette, and a concise meditation on a tranquil death. The first tale unfolds episodically, tracing an encounter that gradually reveals social unease, personal tensions, ceremonial moments, and a final parting. The second piece leans into symbolic, oneiric imagery and introspective atmosphere. The third offers a restrained, elegiac portrayal of dying. Across the works recurring concerns include social appearance, psychological strain, and the conflict between inherited forms and contemporary sensibilities.

«— Ma all'ora del vostro pranzo non sarò più qui!

«— Non importa! Non vi chiedo di rinunziare alla partenza. Mi basta che accettiate l'invito.

«— Se non si tratta d'altro che di accettare!

«— Grazie! Penserò poi io a farvi mantenere l'impegno.

«— Sono molto curiosa di sapere come farete! A che ora, il vostro pranzo?

«— All'ora vostra consueta, naturalmente.

«— Io pranzo alle otto.

«— Resta stabilito per le otto.

«— Benissimo. Sapete che prenderò il lampo delle sei e quindici?

«— Farò tesoro dell'informazione. Alle otto sarete a tavola con me.

«Avevo parlato senza sapere che cosa dicessi, per il bisogno di parlarle, per trattenerla meco, per ottenere da lei qualche cosa, non foss'altro a parole; quando compresi ciò che avevo detto, quando domandai a me stesso come avrei fatto per vincere, una luce m'illuminò. Nelle profondità della coscienza un piano si era disegnato, a mia insaputa, e mi si presentava ora con tutti i particolari. Il treno-lampo delle sei e quindici doveva essere quello di Parigi. Il domani sera, alle cinque e mezzo, salii in camera mia a cambiarmi, m'annodai la cravatta nera al collo, indossai lo «smoking»; alle sei e dieci arrivai alla stazione, senza valigie. Quando ella mi vide entrare nella sala d'aspetto diede in una matta risata.

«— Grazie d'esser venuto a salutarmi! Vi manca un bel mazzo di fiori da offrirmi!...

«— Non avete di che ringraziare. Compio semplicemente il mio dovere. Chi invita deve aspettare i proprî ospiti. I fiori, ch'io sappia, si fanno trovare sulla mensa.

«— Ah! Ah!...

«Tintinnio di campanelli, sbattere d'usci, fischi prolungati: il treno entrò sbuffando sotto la tettoia. Ella si alzò, io presi la sua borsa, le feci strada tra la calca, l'accompagnai fino alla carrozza coi letti, l'aiutai a salire sul terrazzino, porsi il suo minuscolo bagaglio al conduttore.

«— Avete tutto? — le domandai.

«— Tutto, grazie!

«Mentre ella dava a verificare i suoi biglietti, mi volsi intorno. L'uomo che cercavo, in livrea, con un foglio nella sinistra e una matita nella destra, annotava le ordinazioni dei viaggiatori: gli feci cenno d'avvicinarsi, gli dissi rapidamente:

«— Un pranzo riservato, per due, da servirsi dopo Cannes. Avete fiori?

«— Pochi, signore, e non belli.

«— Telegrafate a Nizza per procurarvene. Eccovi del denaro.

«— Benissimo!

«Adempiuta la formalità della verifica, ella si rivoltava in quel punto per dirmi, col più grazioso dei suoi sorrisi e stendendomi la mano:

«— Ancora una volta grazie!... Buona permanenza!...

«Una tromba squillò, la macchina fischiò. Io che ero rimasto dinanzi al terrazzino, col cappello in mano, mi ricopersi, mi afferrai alla colonnina, e montando risolutamente sulla carrozza, corressi:

«— Dite buon viaggio, piuttosto.... Ma l'augurio è soverchio, perchè in vostra compagnia queste ore voleranno deliziosamente.

«La risata alta, argentina, cordiale, riecheggiò mentre il treno si metteva in moto.

«— Ridete, ridete pure. Ora siete in mio potere!

«— Come sarebbe a dire?

«— Ospite in casa mia!

«— Sul treno?

«— Avete accettato, sì o no, di pranzare con me?

«— Ho accettato!

«Non so come passò quella prima ora, non rammento che cosa dicemmo. Vi sono molte altre lacune nel ricordo del mio sogno. Voi sarete anzi stupite ch'io vi riferisca tutti questi discorsi; ma, naturalmente, non garantisco che tali fossero le nostre precise parole; nè, del resto, importa che sieno testuali, se ce n'è il senso.... Rammento benissimo che da quanto ella diceva non traspariva il minimo cruccio; mi pareva anzi piacevolmente stupita e incuriosita dall'avventura. Alla stazione di Nizza m'affacciai al terrazzino: vennero i fiori, rose e garofani meravigliosi; gliene offersi una parte:

«— Permettete? Poichè ne avete espresso il desiderio! Quelli della mensa saranno più tardi al loro posto.

«L'uomo in livrea passava sulla fronte del convoglio gridando:

«— Wagon restaurant!... Wagon restaurant!...

«— Ma è già l'ora di andare a tavola! — osservò la mia ospite.

«— Per gli altri. Voi non avete detto che pranzate alle otto? Alle otto sarete servita.

«— Siete perfetto!

«La parola che definiva lo stato dell'animo mio, la tensione dei miei nervi, l'esasperazione della mia volontà, mi salì alle labbra:

«— Sono pazzo....

«— Allora, diciamo che siete un pazzo perfetto!

«Ci chiamarono nella carrozza da pranzo quando avevo stabilito: allo scoccare delle otto. Quel treno era d'una puntualità cronometrica; tutte le circostanze sulle quali avevo fatto assegnamento si avveravano, con una precisione, con una facilità che mi stupivano, come dovute all'intervento di una forza misteriosamente propizia; il sordo timore d'un contrattempo, la secreta inquietudine per qualche improvvisa difficoltà o pericolo, si disperdevano. La nostra tavola era tutta fiorita; alle altre non c'era più nessuno. Il cameriere ci serviva come un automa, impassibile alle risate della mia compagna. Ella mangiava e rideva. Tra uno scoppio di risa e l'altro, esclamava:

«— Che stravaganza!... Conoscervi da tre giorni, avere accettato un invito a pranzo per la certezza di evitarlo, e trovarmi ora qui, con voi, mentre il treno ci porta via correndo a ragione di ottanta chilometri l'ora!...

«— Avevo ragione di dirvi che avrei vinto?

«— Avete vinto!

«Volevo sorridere di trionfo, ma sospirai di rammarico:

«— E che mi vale?

«— Non siete contento?

«— Io?... — mi corressi; — io sono felice!...

«La sua bellezza sfolgorava. Alla luce delle lampadine incappucciate di rosso, tra le rose, la carnagione del suo viso, delle sue braccia nude velate da una bionda pruina, aveva riflessi di raso vivo. I suoi occhi sfavillavano, accesi dal piacere, dall'ilarità, dalla curiosità. Quella animazione era bene opera mia, ed io dicevo tra me che bisognava essere di molto difficile contentatura per non gustare il singolare incanto, il delizioso turbamento di quell'ora fugace su quel convoglio in fuga. Prima di conoscerla, che cosa non avrei dato per poterla avere con me, da sola a solo, nell'intimità d'una specie di viaggio di nozze? Il cameriere che ci serviva, i viaggiatori che ci avevano visti scendere e risalire da una carrozza all'altra, non dovevano crederci sposi in piena luna di miele? Io non dovevo avere eccitato un senso d'invidia pungente tra gli uomini che ammiravano quella stupenda creatura?... Cinquantacinque franchi e cinquanta centesimi di pranzo, settanta franchi di fiori, venti franchi di mancia: l'illusione di esser parte della sua vita, la realtà di occuparne un'ora, mi venivano ancora a buon mercato.

«Traendo con le labbra di fragola lievi boccate di fumo dalla sigaretta che le avevo offerta, ella discuteva meco, per l'appunto, quanto valga l'amore d'una donna, che cosa metta conto di fare per ottenerlo.

«— Nulla!... — affermava sdegnosamente. — Se fossi uomo non farei nulla.

«— Dovreste distinguere, almeno, fra donna e donna.

«— Sono tutte uguali! Non valgono più di questo.... — e col mignolo scosse la cenere della sigaretta nel calice del vino spumante.

«— Se anch'io dicessi così?

«— Non sareste galante, ma vi stimerei sincero.

«— Ecco, per esempio, — esclamai con finta serietà, — valeva proprio la pena che lasciassi l'albergo, il mio buon letto, per farmi sballottare fino a Marsiglia e tornarmene poi solo, nel cuore della notte, per niente?

«Ella mi guardò con uno strano sorriso, il sorriso della sfinge dopo aver proposto l'enimma. Voleva dire che essendo io causa del mio male, non avevo da prendermela con altri fuorchè con me stesso? Oppure che la mèta del mio viaggio poteva anche essere più lontana ch'io non credessi?...

«Il treno rallentò: era il momento di tornare ai nostri posti. La riaccompagnai sulla carrozza coi letti, schiusi l'uscio della sua cabina, lasciai che ella passasse, m'indugiai un istante per considerare il lettuccio già pronto ad accogliere la bella persona. Ella mi stese la mano dicendomi:

«— Vi ho conosciuto abbastanza per giudicarvi uomo di spirito. Mi resta da sapere se siete gentiluomo.

«— Sentite, — risposi, — se la mia assicurazione non basta a lasciarvi dormire tranquilla, non posso far altro che buttarmi a capo fitto giù nella via....

«E feci il gesto di aprire il finestrino. Ella mi fermò col braccio.

«— Ho visto che siete testardo. Sareste capace di fare ciò che dite. Se v'impegnate ad accettare una proposta, sono sicura che manterrete la parola.

«— Qualunque cosa mi chiediate.

«— Sapete perchè vado a Parigi?

«— No. Probabilmente....

«— Probabilmente?...

«— Per raggiungere un amante.

«— Ora siete maligno. Vado a raggiungere mia sorella, che torna da Bruxelles.

«— Debbo credervi?

«— Ve lo posso provare.

«— Bisognerebbe che vi seguissi sino alla fine del vostro viaggio.

«— Dipende da voi.

«— Non chiedo di meglio.

«— Se mi promettete di ripartire subito, prendendo il treno del sud in coincidenza con quello che avrà trasportato mia sorella, io vi permetterò di accompagnarmi fino a Parigi.

«— Ve lo prometto. A che ora arriva vostra sorella?

«— Non lo so. Troverò al telegrafo sue notizie. Può darsi che venga col treno delle due e quindici: in tal caso lasceremo in deposito i miei bagagli, entreremo in città, mi inviterete a colazione e mi riaccompagnerete poi alla stazione. Ma se arrivasse alle dieci e trenta dovreste ripartire immediatamente, non avremmo altro tempo che di prendere una tazza di latte al «buffet». Vi conviene?

«— È detto che resterò con voi fino all'arrivo di vostra sorella?

«— È detto.

«— Allora, buona notte!

«— Buona notte.

«La lasciai, andai a buttarmi sul mio giaciglio, con una nuova febbre addosso, la febbre dell'aspettazione. Il treno precipitoso mi sembrava troppo lento. A Parigi! A Parigi! Non vi ero stato ancora, avevo sempre rimandato a miglior tempo quel viaggio tanto desiderato, quasi prevedendo di doverlo compiere in circostanze romanzesche, di dover giungere nella metropoli in compagnia d'una straordinaria creatura. A pochi passi da me, dietro alcune pareti di assi, quali pensieri volgeva ella nella mente? Che cosa provava per me? A quali prove mi avrebbe sottoposto? Forse non lo sapeva ella stessa; molto probabilmente riposava, tranquilla, serena, mentre io contavo le ore di quella notte eterna. Come avevo già provato la sensazione fisica dell'inarrivabile, provavo ora quella dell'interminabile: mai più si sarebbe fatto giorno, mai più saremmo giunti.... Un sobbalzare più brusco sugli scambii più frequenti, un fischiare più lungo e rauco, ed eccoci a Parigi. Corsi incontro alla mia compagna; prima d'ogni altra cosa vidi che aveva appuntato al seno i fiori della sera innanzi. All'ufficio telegrafico, quando lesse il foglietto azzurro, un nuovo sorriso, enimmatico come quello rivoltomi sulla soglia della cabina, le sfiorò le labbra.

«— Leggete.

«Lessi. La sorella diceva che le era stato impossibile partire, che sarebbe arrivata il domani alle dieci e trenta. Un lampo di gioia dovette accendermi lo sguardo.

«— Mi avete promesso di restare con me fino all'arrivo di vostra sorella?

«— Ve l'ho promesso.

«— Non mi potete più mandar via fino a domani! A che albergo scendete?

«— Io scendo al «Grand Hôtel», ma siccome vi andrà domani anche mia sorella, non è possibile farmi vedere oggi lì con voi.

«— Dove volete dirigervi allora? — le domandai, per non confessarle che venivo a Parigi la prima volta.

«— Non so.... — rispose, cercando. — Mi conoscono anche al «Bristol».... Ho sentito parlar bene del «Louvre»....

«— Al «Louvre»! — ordinai al facchino che portava il suo piccolo bagaglio. Le chiesi anche la ricevuta dei bauli, li feci ritirare come se fossero miei, e salimmo sopra un omnibus della Compagnia ferroviaria, tutto pieno di gente diretta, come per una tacita intesa, allo stesso albergo: alcuni viaggiatori, sopravvenendo tardi, restarono a terra. Noi vi stemmo pigiati, a disagio, e io domandavo a me stesso il perchè di tanta ressa, che cosa mai veniva a fare tutta quella folla. Le vie e le piazze della metropoli mi passarono dinanzi come dietro la lente d'un cosmorama, come dipinti sopra uno scenario, tanta era la mia inquietudine di non trovare alloggio, di dover cercare un altro albergo, di doverle confessare che non conoscevo la città. Giunti che fummo, domandai al portinaio:

«— Avete posto?

«Bisognava dire: — Dateci due camere — per evitare che ci considerassero come sposi. L'equivoco era tanto naturale, che ci guidarono ad una camera nuziale.

«— Ne abbiamo bisogno di due, — dissi al cameriere.

«— Mi rincresce, — rispose quell'uomo, — ma non abbiamo altro che questo salottino.... — ed in così dire schiuse uno degli usci laterali, mostrandomi una piccola stanza sprovveduta ed incapace d'un letto, addobbata soltanto d'un divano, di qualche poltrona, d'una scrivania e d'una specchiera.

«— Va bene, — dissi, soggiungendo poi, sottovoce, rivolto alla mia compagna: — La camera è vostra, io dormirò su quel divano.

«Ella che durante le trattative era rimasta a guardare tutt'intorno, indifferente, si tolse il cappello quando fummo soli, si tolse i guanti, si acconciò dinanzi allo specchio dell'armadio i capelli. Io trassi dalla sua borsetta il mazzo delle chiavi, dischiusi i suoi bauli e la sua cappelliera, e cominciai a trarne fuori la roba.

«— Vi ringrazio! — esclamò con effusione. — Fare e disfare i bauli è per me lo scotto insopportabile del piacere di viaggiare.

«— Sono qui per risparmiarvi ogni pena.

«Dalle vesti, dalle gonne, dai corpetti esalava un profumo acuto, carnale, inebbriante. La biancheria intima era d'una ricchezza straordinaria, le camicie da notte particolarmente, morbide, seriche, spumose, orlate di trine finissime, infiocchettate d'azzurro e di roseo. Da un involto trassi le pantofole, tutte acciaccate dalla pressione: ridiedi loro la forma perduta perchè fossero pronte ad accogliere i piedi, dei quali ottenni così la misura e quasi sentii il contatto.... Quando ella ebbe tutto ciò che le occorreva, mi disse:

«— Ecco: basta così! Ancora grazie!

«— Di niente! Ora avrete bisogno di cambiarvi, di riposare. Vi lascio; tornerò verso mezzogiorno, per la colazione: volete?

«— A mezzogiorno, benissimo. Arrivederci.

«— Arrivederci!

«Pensavo che un altro sarebbe stato meno riguardoso, non avrebbe insistito per le due camere, non si sarebbe tratto da parte con tanta discrezione; ma sentivo anche di non averne nessun merito, giudicandola semplicemente doverosa, ragionevole e prudente. Tentare di abusare di lei sarebbe stato un errore, oltre che una volgarità: io potevo offenderla ed alienarmela. Dovevo stender le mani per significare che desideravo cogliere il dolce frutto? Ma il mio desiderio non aveva più bisogno di altre espressioni, a quell'ora.... Ed io non volevo strappare il frutto, volevo che cadesse da sè. Con l'idea che quello fosse un viaggio di nozze, provavo l'imbarazzo presentito nell'immaginare di trovarmi con una sposa, avvertivo il pericolo di urtarla con qualche espressione od atteggiamento intempestivamente confidenziale.... Bisognava aspettare. Da un momento all'altro, naturalmente, per un incidente imprevedibile, per una parola, per quell'opera del caso di cui le avevo dimostrato l'importanza, i nostri rapporti si sarebbero mutati nel senso dei mio desiderio.

«Uscii nelle vie. Un sentimento di stupore mi occupava: ero a Parigi, dove avevo tanto sognato di andare, un giorno; e vi ero per un giorno, in sogno — poichè avevo, a tratti, la coscienza di sognare. Allo stupore s'aggiungeva l'imbarazzo, non sapendo da che parte rivolgermi, a qual mèta avviarmi. Ma superiore alla somma dell'imbarazzo e dello stupore era un altro sentimento, esagerato, di sogno: la vergogna di andare attorno, a quell'ora mattutina, con lo «smoking» serotino. Mi pareva che tutti i passanti mi guardassero curiosamente, che gli stessi gendarmi mi tenessero d'occhio, insospettiti. Come avrei fatto se mi avessero fermato e chiesto le mie carte? Ah, ecco: mi sarei fatto condurre all'ambasciata, dove qualcuno, un segretario, un addetto, avrebbe saputo dire chi ero. Passando dinanzi ad un negozio di abiti fatti, vi entrai per comprare un soprabito. Comprai anche una camicia, che indossai, col pretesto di vedere se mi stava bene, perchè quella portata in viaggio era tutta sgualcita; mi annodai al collo un'altra cravatta, di colore, acquistata anch'essa lì per lì. Quando tornai all'albergo con questo nuovo aspetto, ella mi disse in tono di amabile rimprovero:

«— Ah! mi avete dunque ingannata?

«— Come mai?

«— Fingendo di partire improvvisamente, senza bagaglio! Avevate invece spedito le vostre valigie, se ora vi siete cambiato!

«— Ma niente affatto! Queste sono mentite spoglie: osservate!... — ed apersi il soprabito perchè vedesse l'abito nero.

«Rise ancora, mentre le spiegavo come avevo fatto e le chiedevo il permesso di tenere il soprabito in sala da pranzo per non espormi alla curiosità dei commensali con quel ridicolo «smoking» a colazione. Ella era riposata, fresca, smagliante, più vaga, più deliziosa che mai. La colazione fu squisita; dopo uscimmo in carrozza; l'accompagnai in un giro di compere. Che impressione! Io non so se un giorno prenderò moglie; con grande probabilità continuerò ad astenermene; ma se mi accadrà di sposare una creatura diletta, se me la porterò via per il mondo, non credo che potrò provare un senso di gioia così pieno, di così intima felicità come quello che mi occupò. Mi pareva che quella donna fosse mia realmente, che io entrassi con lei in una nuova esistenza. Con che gioia le fiorii di nuove rose fresche il seno! Il tempo era delizioso, il cielo divino, la metropoli tutta fervida di vita. Ne cercavo i luoghi celebri, i monumenti insigni, descritti nei libri, illustrati negli albi; ma non li riconoscevo, o li ritrovavo diversi da quelli che immaginavo: taluni più vasti e solenni, altri al contrario più semplici ed angusti. Quando ella non ebbe da far altro, andammo al museo del Louvre. Che senso di meraviglia durante quella sfilata attraverso le sale meravigliose, specchiate dai pavimenti come da acque di lago, in mezzo alla profusione dei capolavori! Ella se ne rivelava giudice fine e sagace: le tele e le statue dinanzi alle quali si soffermava spiccavano realmente per qualche singolare qualità d'invenzione o di fattura, ed in quella creatura vibrante e fremente l'ammirazione si rivelava con la commozione della voce, con l'umidore degli occhi, con l'imminenza del pianto. Fino a quel momento io avevo apprezzato in lei la bellezza della forma ed il brio dello spirito; fra i miracoli dell'arte, riconoscevo l'acutezza della sua intelligenza, la serietà della sua cultura, la delicatezza dell'anima sua: cose prima intuite, ma ora misurate. E come mi lodavo di essermi frenato, di non averla offesa con qualche brutalità!... Usciti dal museo le offersi il tè. Andammo a prenderlo all'«Hôtel Riche»: mi indicò ella stessa quel sito, oppure mi rammentai che qualcuno me ne aveva parlato.... dove?... quando?... Chi sa!... Venticinque franchi di tè: i prezzi mi sono rimasti nella memoria non solamente per l'altezza straordinaria, ma anche per una sottile inquietudine di restare a corto di quattrini. Partendo per poche ore, non avevo pensato di dover rifornire il portafogli: quelle cinque o seicento lire che conteneva mi erano sembrate più che sufficienti; ma non sarebbero finite presto, spendendo a quel modo? Che importa! Avrei telegrafato, avrei lasciato in pegno le perle del mio sparato. E poi, la squisitezza del godimento era tanta, che nessun'ansia, nessuna paura l'avrebbe mai pagata abbastanza.

«Tornammo a casa al tramonto, mentre sul cielo d'oro si accendevano innumerevoli lune d'argento. Ella montò su in camera, dovendo vestirsi per il pranzo e per il teatro: passando dinanzi ad un ufficio di locazione avevamo prese due poltrone per l'«Opéra». La lasciai salir sola. Se avessi obbedito all'istinto, l'avrei seguita come la sua propria ombra; ma non volevo che le mie assiduità le pesassero, che mi giudicasse importuno ed esigente. Dopo avere sfogliato i giornali nella sala di lettura, salii anch'io, entrai nel salottino, mi disciolsi dinanzi allo specchio la cravatta di colore e riannodai la nera: mi ritrovai subito in tenuta da sera.

«— Siete pronta? — le domandai, dietro l'uscio, dopo avervi discretamente picchiato.

«— Eccomi!

«Era abbagliante di bellezza e d'eleganza, da far gridare, da far morire. Entrò al mio braccio nella sala splendente di luci: tutti gli sguardi si fermarono su noi, su lei. Come s'intitolava, di chi era il melodramma che davano all'«Opéra»? Non rammento altro se non che aveva per argomento una leggenda del nord. Certo io non udii mai una musica così divina. Tutti i sentimenti ai quali ero in preda dal momento che avevo conosciuto la mia compagna fino a quell'ora, la mia meraviglia, il mio desiderio, la mia febbre, la mia esaltazione, erano significati da quei suoni, da quei canti, come se io stesso li avessi espressi dal fondo dell'esser mio, come se fossero esalati dalle mie labbra nei languori dell'estasi, negli ardori della brama. Ella udiva e taceva con me; durante gli intermezzi proferì giudizî, intorno al valore espressivo della musica, ai rapporti fra questa e la poesia, che non si colgono spesso su labbra femminili. Accanto a quella straordinaria creatura, tra la folla festosa della sala fastosa, dinanzi ai vivi quadri che fantastici eroi e bellezze miracolose di ninfe e di amazzoni componevano e scomponevano sulla vasta scena, in mezzo all'oceano di onde sonore dilaganti dall'orchestra potente, un vapore di ebbrezza mi salì al cervello: all'ultima scena, una scena di amore sovrumano e di eroica morte, la tentazione prepotente di stendere la mano, di prendere quella della mia compagna, la mano nervosamente afferrata al bracciuolo della poltrona, di stringerla forte per significare in qualche modo la mia commozione, mi fece sollevare il braccio; ma poi mi contenni. Finito lo spettacolo le proposi di entrare in un Caffè; quando ne uscimmo ella volle tornare a casa a piedi. Pareva che il mio pensiero fosse il suo: prolungare le ore di quella notte. Era ella spinta dallo stesso mio sentimento? Io aspettavo l'avvenimento risolvente, l'incidente decisivo. Un'immagine mi occupava: quella della nave nella cui stiva le mercanzie si accatastano: le botti, le casse, le balle, i cesti; più carico essa riceve, più si immerge, finchè il livello del mare raggiunge il limite estremo segnato da una riga bianca sui fianchi poderosi; ma poichè quel segno è grosso parecchi centimetri, e molte e molte altre tonnellate farebbero abbassare lo scafo di qualche frazione di millimetro appena, così è ancor possibile imbarcare tanta altra roba, e ancora infatti se ne imbarca; non parliamo dei passeggeri col loro bagaglio, perchè essi sono troppo poca cosa a paragone della capacità del battello, e quanti ne arrivano tanti vi salgono; ma ecco che il livello preciso della massima immersione possibile, il livello segnato dalla linea ideale, infinitamente più sottile di un filo di capello, dalla linea matematica, senza spessore apprezzabile dai sensi umani, sta per esser toccato; ed ecco che per conseguenza bisogna andar cauti, perchè ora ogni aggiunta al carico potrebbe determinare il tracollo.... Era un paragone simile a quello del bicchier d'acqua che una semplice goccia fa traboccare; ma non so perchè io mi apprendessi a questo della nave; forse per un'associazione d'immagini, trovandomi in viaggio? Da trenta ore io condividevo la vita di quella donna; avevo percorso con lei tanta strada, avevo trascorso un'intera giornata in sua compagnia, insieme avevamo fatto e visto e detto tante cose; la nostra intimità si era venuta sempre più stringendo ad ogni episodio di quell'avventura. L'ora critica era imminente, ormai, come per la nave sotto carico: quando essa sta per toccare l'ultimo limite del galleggiamento, si può ancora imbarcarvi qualche balla, e poi ancora qualche botte, e poi ancora, qualche barile; ma, a furia di aggiungere altri pesi, anche piccoli, arriva pure un momento in cui questa cosa paradossale è possibile: che un pacco, meno ancora, un plico, meno ancora, una striscia di garza, la manderà a fondo. La mia compagna m'aveva consentito tante cose, da un giorno e mezzo, restando perfettamente padrona di sè; io m'ero astenuto da ogni atto, da ogni discorso che potessero sembrare minimamente aggressivi: una parola, un gesto, uno sguardo me l'avrebbe fatta cadere nelle braccia.... Io prolungavo l'aspettazione per cogliere l'istante propizio: voleva ella forse ritardarlo?

«Ad una cert'ora fu impossibile restare nel Caffè: già i camerieri raccoglievano le seggiole, le disponevano sui tavolini, spargevano segatura di legno sul pavimento, spegnevano una parte delle lampade elettriche. Quando arrivammo all'albergo il portone, naturalmente, era chiuso. Il portiere di notte ci aperse, il cameriere di guardia ci accompagnò fin sull'uscio del salottino, girando la chiavetta della luce. Dischiusi io l'uscio della camera da letto, dicendo alla mia compagna:

«— Vivessi mill'anni, non dimenticherò mai le impressioni che vi debbo.

«— Partirete domani col treno che arriverà da Calais?

«— Il treno arriverà alle dieci e trenta per ripartire alle undici e cinque. Se volete, v'accompagnerò alla stazione; quando andrete incontro a vostra sorella vi lascerò: potrete assicurarvi coi vostri occhi che salirò su quel convoglio.

«— Senza discenderne dall'altra parte?

«— Mi sono comportato in modo da farvi sospettare della mia sincerità?

«— Avete ragione!...

«— Ora siete stanca? Volete andare a dormire?

«— Che ore sono?

«— Le due meno un quarto.

«— È più che tempo!

«— Buona notte! — le augurai, stendendole la mano.

«— Mi rincresce veramente — rispose, ricambiando la mia stretta — che ne dobbiate passare un'altra a disagio.

«— Starò più comodamente su questo divano che non sul treno. Soltanto, se permettete....

«— Dite pure!

«— Vorrei prendere un guanciale dal letto.

«— Ma ve ne prego!

«Entrai in camera, presi il guanciale, tornai ad augurarle:

«— Buona notte!

«— Buona notte!

«E chiusi l'uscio dietro di me. Avrei potuto indugiarmi ancora per dirle: «Non è incredibile questa nostra situazione? Non sarò oggetto di beffe, quando narrerò fino a che segno ho mantenuto la mia parola?...» Ma questi, e simiglianti discorsi, sarebbero stati pretesti evidenti e grossolani: tanto sarebbe valso trasgredire più sostanzialmente la promessa fatta. L'incidente che doveva risolvere quella nostra situazione non si era ancora prodotto, la parola non era stata detta, lo sguardo non era stato scambiato. Il caricamento della nave era cessato alla linea matematica della massima immersione possibile. La porta chiusa dietro di me era come il boccaporto inchiavardato. Non ostante, io restavo nella medesima fiduciosa aspettazione. Non accade tante volte di prendere a bordo qualche collo sopra coperta?...

«Disponendomi a passare la notte su quel divano, vi accomodai il guanciale e andai ad accostare gli scuri della finestra. Dinanzi all'uscio che mi divideva da lei porsi l'orecchio, udii cigolare i gangheri dell'armadio, aprire qualche cassetto, rimuovere le porcellane sul lavabo, versare dell'acqua nella catinella. Senza ragionarvi sopra, per un moto istintivo, attaccai l'occhio al buco della serratura: non vidi altro che un'ombra trascorrere sulla parete: il tappeto attutiva il rumore del passo. Tornato al divano mi tolsi l'eterno «smoking», e ad un tratto pensai d'aver fatto male, la mattina, non comperando, oltre quella da giorno, anche una camicia da notte. Come era possibile riposare con quel colletto, quel petto e quei polsini tanto abbondantemente insaldati che parevano di legno? E allora, con gli occhi della mente e del desiderio, rividi le camicie da notte della mia compagna, quelle camicie nivee, fragranti, carezzose, lievi come di garza.... Tornai ad accostarmi all'uscio: non si udiva più nulla. Picchiai con le nocche delle dita, discretamente.

«— Chi è?

«— Sono io.... vorrei pregarvi....

«— Che dite? Non capisco....

«Un poco più forte, ma non troppo, per paura che qualche vicino udisse, ripresi:

«— Siete a letto?

«— Non si sente!... Aspettate.

«Dopo qualche momento udii risonare la voce più da presso, quasi dietro l'uscio.

«— Che cosa volete?

«— Sentite, vorrei darvi una preghiera.

«— Dite su!

«— Non posso dormire con questa camicia insaldata come una corazza.

«— E che posso farci?

«— Vorreste prestarmi una delle vostre?

«Mi rispose una delle sue risate più sonore, più provocanti, più scandalose, da destare i vicini immersi nel sonno. Concitatamente, ma studiando di frenarmi, insistetti:

«— Che c'è da ridere?... Volete destare tutto l'albergo?... Mi avete compianto perchè mi tocca passare la notte sopra un divano!... Potete contribuire ad alleviare il mio tormento.... Se ci avessi pensato, mi sarei provvisto stamani dal camiciaio, quando comprai quella da giorno.... temete che ve la sciupi, la vostra camicia?

«— Non temo, no!... Ah!... Ah!... Ma non pensate?... Come non pensate?...

«— Che cosa?

«— Quanto sarete buffo!

«— Che ve ne importa, se non mi vedrete?

«— Ah! Ah! Ah!

«— Sono contento di tenervi di buon umore, ma ridete un poco più piano!... Me la date, sì o no?

«— Ma proprio?... Dite proprio sul serio?

«— State pur certa che non sono d'umore da scherzare.

«— Se la volete proprio.... Un momento: aspettate....

«La voce tacque. Tesi l'orecchio: silenzio profondo. Poi un gemito di molle: ella era tornata a letto. Poi la voce risonò ancora una volta, lontana, percorsa ancora da fremiti d'allegria:

«— Venite a prenderla....

Il narratore, che aveva fatto qualche pausa qua e là, nei punti salienti del racconto, per eccitare la curiosità delle uditrici, per accrescere l'effetto delle cose dette, fu a questo punto costretto a tacere dalle esclamazioni delle signore:

— Basta così!... Abbiamo capito!... Vi facciamo grazia del resto!...

— Ma lasciatelo dire!... — intervenne Ferdinando Anselmi. — Egli deve certo soggiungere una cosa essenziale: che nessuna donna di carne e d'ossa gli ha mai fatto provar nulla di minimamente paragonabile a ciò che provò con quella del sogno: è vero?

— È vero.

— Accade sempre così. Disgraziatamente, anche tu dovesti destarti sul più bello, e te ne rimase come un senso di vuoto, come un bisogno di stender la mano per trattenere il fantasma fuggente, come un'angoscia nostalgica ed inconsolabile.

— Qui t'inganni, — rispose Alberto Mauri. — Io mi destai di molto buon animo, il domani, nella camera dell'«Hôtel Riche», a Parigi.

— Come?... Che vuol dire?... Ma dunque?... Ma allora?...

— Così. Vi ho detto che fu un sogno, perchè del sogno ebbe la stranezza, la difformità, l'incredibilità; perchè se vi dicessi che fu realtà, non potrei darvene la prova, nessuna prova, neanche il più piccolo indizio. Di quella donna io non seppi e non so il nome. Il domani della notte nuziale l'accompagnai alla stazione e la lasciai andare incontro alla sorella: da quel momento non l'ho mai più riveduta. Mi chiese di non scriverle, di contentarmi che neanche ella mi scrivesse, di non guastare con parole inutili il ricordo del nostro unico giorno d'amore. Dietro di noi, neanche la più tenue traccia. All'«Hôtel du Louvre», a Parigi, ci chiesero naturalmente i nostri nomi, ma neppur io potrei ritrovarli su quel registro, perchè furono nomi fantastici, inventati da lei, da lei stessa trascritti, e perchè non conosco la sua scrittura. Non solamente agli altri, ma neanche a me stesso io posso più dimostrare che non sognai. Il luogo reale dove la conobbi, dove non sono più tornato, è nella mia memoria trasfigurato: se vi ho parlato di una riva incantata e d'un tempio della Fortuna, è perchè Montecarlo e il Casino, da quell'unica volta che li vidi, hanno perduto i loro contorni reali nei miei ricordi, si sono annebbiati e confusi. Di lei non so più nuova, se vive o se è morta, dov'è, che cosa fa; e se volessi rintracciarla, non saprei da che parte rivolgermi; e se lo sapessi, non ne farei nulla. Col suo fulgore tollerabile, con la sua accessibile e umana divinità, ella mi diede nella vita reale l'impressione del sogno: bene è che resti confusa con le figure del sogno, con le immagini della fantasia, con le incerte creature nate dal desiderio folle e distrutte dal rapace obblio.


LA BELLA MORTE.

I.

Quando il capitano di vascello Ruggero Carleoni, comandante della «Siracusa», ebbe finito di decifrare nella sala del Consiglio della nave il lungo dispaccio del ministro della Marina, chiuse il foglio in uno dei cassetti della scrivania, strappò e stracciò la pagina del taccuino dove aveva trascritto alcuni dei passi più importanti degli ordini telegrafici, e disse a Catenuti, il sott'ufficiale-segretario:

— Chiami subito il comandante in seconda.

A bordo, finite le esercitazioni militari e marinaresche di orario, parte dell'equipaggio lavorava a rimettere in assetto il formidabile strumento di guerra, parte si godeva il riposo che precede l'ora del pasto. Il caporale-portalettere aveva già fatto la prima distribuzione; alcuni marinai, nel ponte di batteria, curvi sulle tavole dei ranci, rispondevano ai loro cari. Barbarini, il secondo, chiacchierava col capitano medico, a poppa, fumando, quando fu avvertito di scendere giù presso il comandante, che lo aspettava d'urgenza.

— Comandante Barbarini, — gli disse Carleoni, rispondendo con un breve cenno del capo e della mano al suo saluto, — siamo al totale di munizioni e di carbone?

— Sì, signor comandante.

— E di viveri?

— Mancheranno una quindicina di giorni alla dotazione normale.

— Si rifornisca nel più breve tempo possibile. Mandi una forte comandata, per affrettare il trasporto e l'imbarco. — Dopo avere alzato gli occhi all'orologio, riprese: — Dia ordine al direttore di macchina che accenda subito i fuochi e sia pronto a partire non più tardi delle cinque. Vi è molta gente a terra?

— Una ventina d'uomini, in permesso ordinario.

— Nessun ufficiale?

— Due guardiamarina e un sottotenente di vascello....

— Chi è?

— Suo figlio.

Carleoni tacque un poco. L'espressione già grave del maschio viso incorniciato dai capelli grigi e dalla barba candida, sulla quale spiccavano i folti baffi ancora del colore dell'oro, divenne severa.

— Scende troppo spesso a terra, quel ragazzo.

— M'aveva chiesto il permesso fino da ieri; non credetti di negarglielo.

— Lei sa che non deve accordargli nessuna preferenza, che è mio vivo desiderio di vederlo trattato come tutti i suoi compagni.

— Non gli ho accordato preferenze, comandante! Mi disse che aveva un impegno; era franco di servizio....

Dopo un'altra pausa Carleoni riprese, rapidamente, quasi per guadagnare il tempo perduto nella parentesi:

— Richiami tutta la gente a bordo. Senta il capitano medico se quei due infermi gravi sono da sbarcare. Avverta le mense che si provvedano di viveri freschi per una settimana, ed anche più.... — Parve cercare nella memoria altre cose; poi, movendo un passo verso il secondo, con voce più riposata, con tono di confidenza amichevole: — Del resto, — soggiunse, — non ho bisogno di spiegarle altro. Lei sa quel che deve fare. Appena la macchina sarà pronta si partirà.... Andiamo al Marocco. Pare che la feccia della popolazione tangerina, in uno scoppio di fanatismo religioso, abbia fatto strage di Europei. Il Consolato italiano sarebbe invaso e saccheggiato.... Ci toccherà probabilmente di menar le mani.... — Si stropicciò le sue, che erano belle e bianche, poi disse: — Mi mandi l'ufficiale di rotta e il commissario.

Alla nuova chiamata, agli ordini impartiti in macchina, alla formazione della comandata per l'imbarco dei viveri, un senso di curiosità cominciò a diffondersi tra l'equipaggio, e crebbe, fino all'inquietudine, quando l'ufficiale di guardia, sulla plancia, dopo avere ordinato al personale di timoneria d'invergare la bandiera di partenza e al capo cannoniere di caricare un pezzo in salva, ordinò:

— A riva il segnale!... Fuoco!...

La bandiera azzurra col dado bianco salì lentamente in cima all'albero; la cannonata rimbombò, ripetuta dall'eco per la cerchia delle colline.

Da una manica a vento emerse la testa affumicata di un fochista, il quale domandò a un gruppo di marinai confabulanti:

— Neh, ched'è?

— Zitto voi! — ingiunse l'ufficiale. — E voialtri, ai vostri posti!

Ma l'agitazione, repressa in quel punto, si diffuse altrove.

— Che è successo?... Una torpediniera nemica?... Compie gli anni il Re.... Un incendio a terra!... Ma che: si parte!... No, è una finta manovra!... È scoppiata la rivoluzione....

Le notizie più stravaganti s'incrociavano, dette sul serio e da burla, credute ingenuamente o accolte con sorrisi d'incredulità. Le risa dei tenenti di vascello scoppiarono sonore quando uno di essi, De Ricci, avendo domandato di che si trattasse al piantone, un Tarantino famoso per la sua stupidaggine, si udì rispondere: — È partorito un principe!

Giù, frattanto, nella sala del Consiglio, accorsi alla chiamata, il commissario Barresi, e Mietti, l'ufficiale di rotta, aspettavano gli ordini del capo. In piedi, presso la scrivania, col cifrario in mano e molte carte dinanzi, Carleoni dettava telegrammi al segretario.

— Eccomi a loro, — esclamò, quando ebbe finito. — Occorre provvedersi di fondi, Barresi, e specialmente di oro. Quanto ne abbiamo in cassa?

— Poche migliaia di lire, comandante: sei o sette. Se vuol sapere con precisione....

— Prepari subito una richiesta di centomila lire d'oro, e si rechi immediatamente alla Banca d'Italia per ritirarle.... Partiamo alle cinque, — riprese, volgendosi all'ufficiale; — partiamo per le coste marocchine.... Mi porti le carte e i portolani per stabilire le rotte.

Su, in coperta, gli ordini s'incrociavano, gruppi di marinai correvano da un capo all'altro, in mezzo al frastuono dei congegni messi in azione. I cannonieri rizzavano le artiglierie, altri uomini le forge, i banchi, tutto ciò che non era fissato alla nave; gli argani cigolavano, a prora, recuperando la catena dell'áncora fino a lasciarla a picco lungo; i fumaioli già eruttavano fumo misto a faville, e il fumo si disegnava nero e denso sulle volute delle nuvole emergenti dal mare di libeccio come foschi vapori di un vasto incendio lontano.

— Il barometro è basso, — fece osservare Barbarini al primo medico; — non avremo una comoda traversata. Dice il comandante se credi di sbarcare i due ammalati?

— Uno soltanto, il timoniere. L'altro va meglio.

Mentre l'infermo, pallido, esangue, era portato su, nella barella, i primi gruppi degli sbarcati ritornavano a bordo; poco dopo giunsero insieme i due guardiamarina. Una barca da nolo portò un altro fattorino del telegrafo con un espresso: un piego del ministero degli Esteri. Barbarini, dopo averlo mandato al comandante, vedendo che il suo figliuolo tardava a tornare, e concependone qualche inquietudine, fece chiamare il sottotenente di vascello Marco Roccaforte.

— Lei è molto amico di Luigi Carleoni: sa dove si potrebbe trovare, a quest'ora?

— Non so, comandante.... Forse.... — Parve che il giovane volesse dire qualche cosa; poi, come non potendo o non volendo spiegarsi, ripetè: — Non so davvero.... Potrei domandarne all'attendente.

— Sì, vada; e lo spedisca a terra, se occorre.

II.

Roccaforte sapeva.

Aveva dapprima intuíto il secreto dell'amico suo, convivendo tutti i giorni e tutte le ore con lui; poi ne aveva ricevuto le confidenze. Più volte, con la reputazione di essere esperto nelle cose del cuore, i suoi amici e camerati gli si erano aperti come ad un confessore; nessuno lo aveva mai tanto turbato quanto Luigi. Effetto, senza dubbio, del gran bene che gli voleva; ma anche un indifferente sarebbe rimasto impressionato dallo spettacolo di quella passione. Innamorato come un fanciullo e come un pazzo, non una volta Luigi gli aveva parlato dell'amor suo senza piangere. Aveva pianto di gioia e di dolore, di tenerezza e di rabbia, di speranza e di disperazione, secondo che il contegno della donna amata, i suoi atteggiamenti e le sue parole erano stati dolci o severi, freddi o incoraggianti. Luccicanti di lacrime e ardenti di febbre, gli occhi del giovane avevano impetrato dal compagno, dal fratello d'armi, consiglio nei dubbî, conforto negli accasciamenti, partecipazione alle esultanze. Gelosie cieche, collere bieche lo avevano róso, vedendo circondata, ammirata, desiderata da altri la prediletta, credendola infinta, giudicandola capace di prendersi giuoco di lui; poi, ad un biglietto cortese, ad un invito, ad un sorriso, il paradiso; poi ancora, all'idea di dover presto o tardi partire, di non poter vivere sempre nel cerchio dell'ombra sua, l'inferno.

Vani i tentativi di moderare quella gran fiamma, inascoltati i consigli, inefficaci i conforti. «Vincerai! Amore a nullo amato amar perdona!...» gli aveva detto, nel vederlo disperato, smarrito, perduto; ma sorrisi amari avevano accolto le assicurazioni. «Fingi d'allontanarti! Ingelosiscila!...» gli aveva suggerito; ma si era sentito rispondere: «Non posso!» E sempre un dubbio ansioso, e sempre un'avida domanda: «Mi ama? Mi ama?... È amore? È capriccio?...»

Come rispondergli? Roccaforte non conosceva quella donna se non dalle stesse confessioni dello spasimante. Sapeva, per averla vista a bordo, durante una festa, che era molto desiderabile: alta, di forme ben modellate, bella nel viso, non della semplice e spesso fredda bellezza che è data dalla perfezione delle linee, ma di quella che consiste nella loro capricciosa vaghezza, nella profondità della loro espressione. Gli era noto ancora che viveva divisa dal marito, che non aveva figli, che possedeva uno spirito molto vivace; ma come giudicarne l'anima? Certo, il suo contegno, la continua vicenda degli allettamenti e delle repulse, poteva giustificare le querele dell'adoratore. Nonostante il fervore dell'adorazione, Luigi l'aveva giudicata tante volte illogica, irragionevole, falsa! Se gli voleva bene davvero, non avrebbe dovuto farlo felice? E se non gliene voleva, non doveva togliergli ogni speranza? Questo diceva la logica, questo voleva la ragione. Sulla ragione e sulla logica, tuttavia, che assegnamento si poteva fare nelle cose del cuore, da parte d'una donna segnatamente? Ma quella vicenda durava da troppo tempo, si prolungava oltre i termini della resistenza che ogni donna, anche libera, anche amante, oppone alle sollecitazioni d'amore. E la sfiducia dell'innamorato, la disperazione di non poter vincere mai poichè non aveva vinto ancora, pareva talvolta tanto fondata, che nessun argomento di speranza restava da opporgli. Era egualmente fondato il sospetto che ella fosse perfida? Che, avendo appagato altre brame, godesse nell'accenderne ancora, freddamente, per soddisfazione di vanità, per compiacimento nel veder soffrire?

Sinceramente, Roccaforte non sapeva che cosa pensare, che cosa augurare all'amico. Forse una grande felicità lo aspettava, ma forse un disinganno atroce. Intanto non era dubbio che per quella donna egli tardava a riprendere il posto del dovere. A quell'ora egli era da lei, o con lei, o in qualunque modo occupato di lei. Bisognava trovarlo, avvertirlo, ingiungergli di accorrere, poichè con tutta probabilità non doveva essersi accorto dei segnali del richiamo.

Come durante altre lunghe soste in altri porti, anche questa volta i due amici avevano affittato insieme un piccolo alloggio in città, il «punto d'appoggio», due camerette dove tenevano gli abiti borghesi, dove ricevevano qualche amico: di lì egli doveva esser passato, lì bisognava cercarlo prima che altrove. All'annunzio della partenza, Roccaforte vi aveva spedito Lisi, il proprio attendente, per far ritirare tutte le cose di loro proprietà e consegnare la chiave al portinaio; ora girava per il ponte di coperta e per quello di batteria in traccia dell'attendente del compagno, ansioso di eseguire l'incarico affidatogli dal comandante in seconda. E appena ebbe scorto il marinaio, sull'uscio del quadrato, lo chiamò, gli fece cenno d'appressarsi.

— Tringale!... Scendi subito a terra! Vai a casa, vai a cercare il tuo padrone!

— Sissignore. Ma se non c'è?

— Se non c'è cercalo altrove. Domandane a Lisi, che è andato da un pezzo laggiù. E non far lo stupido, adesso: tu sai dove trovarlo. Dove ti manda coi libri, coi fiori?

— Sissignore, dalla signora contessa.

— Corri a dirgli che si parte fra un'ora. Digli che torni subito, riconducilo con te: hai capito?

Mentre la barca col marinaio s'allontanava a forza di remi, tornava quella col commissario recante i fondi. Erano le due. Roccaforte aveva esagerato, annunziando che mancava un'ora sola alla partenza; forse non si sarebbe salpato neanche alle cinque; ma il ritardo del compagno lo turbava troppo. Da parecchi giorni, da circa una settimana, Luigi lo impensieriva, non già perchè gli avesse rivelato di attraversare una nuova crisi, di trovarsi ridotto a qualche pericolosa estremità, anzi per non avergli confidato più nulla di nulla. Il preannunzio di una catastrofe non lo avrebbe tanto inquietato quanto quell'insolito silenzio. Perchè l'amico tacesse dopo averlo voluto partecipe di tutta la sua intima vita, qualche cosa di molto grave doveva essere avvenuto o prepararsi. Non taceva soltanto: lo evitava anche, tutto chiuso in sè stesso. Quella nuova condotta, data anche la delicatezza della situazione, era tale che gl'impediva, di prenderlo per la mano e domandargli: «Che cosa avviene?...» Che cosa avveniva, realmente? Egli si perdeva in supposizioni, intuendo un dramma, fremendo all'idea di una tragedia. Quel ragazzo non era capace di ricorrere ai più disperati propositi per sottrarsi a un disinganno, per dare una prova dell'amor suo?... No, via! Esagerazioni! Aveva taciuto non avendo nulla da dire, per non ridire sempre le stesse cose, vergognoso di non aver vinto nè l'amata nè sè stesso. Tardava, ora, a rientrare, per un motivo semplicissimo, forse volgare: perchè non sapeva della partenza, perchè comprava i corpetti dei quali aveva detto che cominciavano a mancargli.... Da un momento all'altro sarebbe sopraggiunto: ecco, non era nella lancia a vapore che tornava alla «Siracusa» fischiando e rimorchiando la bettolina coi sacchi e le botti delle provviste?... Roccaforte corse a prendere il cannocchiale: nella lancia stavano soltanto gli uomini della comandata col guardiamarina che li guidava e il tenente medico che aveva verificato la buona qualità dei viveri.

Pochi minuti dopo sopraggiunse l'altra imbarcazione con Lisi, il suo attendente, che riportava a bordo bauli e cassette e pacchi di libri e di giornali.

— Hai visto il tenente Carleoni?

— Nossignore.

— Non era passato da casa? Non ne domandasti al portinaio?

— Nossignore. Me l'avrebbe detto, se ci fosse stato.

Allora il cuore gli si strinse. Che ne era dell'amico suo, perchè, dopo quattro ore dai segnali, con tanta gente scesa a diffondere la notizia della partenza, nessuno lo avesse visto nè egli facesse saper nulla di sè? A terra tutti dovevano ormai sapere che la «Siracusa» stava per salpare; se egli non accorreva, bisognava credere che non volesse — o non potesse. Che fare? Se neanche l'attendente lo avesse trovato? Andare a cercarlo personalmente, mentre era ancora in tempo?...

— Signor comandante, — disse risolutamente al secondo, che sorvegliava alle gru l'imbarco delle provviste, — il ritardo di Carleoni m'inquieta. Permette che vada a cercarlo io stesso?

— Ha mandato l'attendente?

— Sissignore, ma ho paura che non lo trovi.

Sul viso di Barbarini si lesse una penosa esitazione. Ma prima che ne uscisse, il capo macchinista gli si avvicinò.

— La macchina è pronta. Posso provarla?

— Perbacco! Ha fatto miracoli! — rispose il secondo, guardando l'orologio e sorridendo d'un riso un poco stentato. — Non ha fatto mai così presto!... Ma il comandante ha ordinato oramai che si parta alle cinque. Provi il timone, per ora!...

E rivolto a Roccaforte, dopo aver congedato con un saluto il capo macchinista:

— No, vede: è troppo tardi. Correremmo rischio di perdere anche lei. Speriamo che torni con l'attendente.

Un sott'ufficiale gli si presentò:

— Il signor comandante ha bisogno di parlarle.

Carleoni era ancora alla scrivania, dove aveva studiato le rotte e decifrato l'espresso.

— È il ministro degli Esteri che trasmette istruzioni per gli accordi da prendere con i rappresentanti delle altre nazioni. Mi faccia il piacere di mandare subito al telegrafo questa risposta e questo dispaccio per la mia famiglia. Tutto è in ordine?

— Sono arrivati i viveri. Il commissario è già tornato.

— La gente è rientrata?

— Tutti i marinai sono a bordo; i due guardiamarina anch'essi....

— Mio figlio?

— Ho mandato a chiamarlo.

Il comandante alzò gli occhi all'orologio, senza dir nulla. Dopo un silenzio che al secondo parve molto lungo, proferì:

— Mi avverta, se verrà.... Desidero riceverlo io stesso.

— Vuol passare un guaio! — esclamava tra sè Barbarini, risalendo in coperta. — Bene gli sta!... Questi ragazzi!...

Però, se avesse potuto prevedere un simile abuso, mai più gli avrebbe permesso di scendere. Dall'altra parte, neanche quella partenza a rotta di collo era prevedibile!... Ed egli girava per la tolda, intanto che si alzavano le imbarcazioni, fingendo di ispezionare e di verificare, distribuendo ordini, rimproveri e lodi a destra e a manca, ma per guadagnar tempo, in verità, con l'occhio allo specchio d'acqua fra la nave e la città, aspettando di veder sopraggiungere da un momento all'altro il mancante. Roccaforte guardava anch'egli, dietro il cannocchiale che non aveva più lasciato, e ancora una volta tornò a sperare, scoprendo un'imbarcazione che tornava; poi le braccia gli caddero. L'attendente era solo.

— Non l'hai trovato? Dove sei stato?

— Sono stato all'alloggio; era tutto chiuso, Lisi ha lasciato la chiave....

— Va bene, questo lo so. E poi, dove sei andato?

— Sono stato dalla signora contessa. Era uscita.... Mi dissero d'aver visto il signor tenente in carrozza; ho preso una carrozza anch'io.... Ho chiesto di lui al Campari, al Circolo; ho girato per i Giardini.... — Sottovoce, con aria di mistero, soggiunse: — Il signor tenente aveva affittato un'altra casa, fuori la Barriera alle Colline, una settimana addietro.... Sono stato anche lì, ho bussato quattro o cinque volte, chiamando....

— Non c'era?

— C'era!

— E non l'hai condotto con te?

— M'ha mandato via! M'ha risposto: «Va bene! Ho sentito!...» Gli ho detto che lo aspettavo giù, con la carrozza; m'ha risposto: «Vattene, torna a bordo, sono buono di venire da me!...» Nonostante, ho aspettato un pezzo.... Poi ho avuto paura che si facesse troppo tardi.... Ho lasciato la carrozza al cancello, ne ho presa un'altra....

Ed aperse le braccia.

Barbarini, dall'alto della plancia, vide il gesto. Guardò ancora una volta l'orologio: erano le quattro e quaranta. Volse ancora uno sguardo verso terra. Un'imbarcazione filava verso la nave. Ma era l'ultima rimasta, e riportava il graduato che era andato al telegrafo. Allora il secondo si cacciò con un gesto brusco le mani in tasca e ordinò all'ufficiale di guardia:

— Faccia alzare le scale e rientrare le aste di posta. Faccia battere l'assemblea, prevenendo il commissario.

I comandi risonarono, la tromba squillò. L'equipaggio si raccolse e si schierò tutto in coperta; la voce: «Presente!» si propagò per le file, ripetuta su tutti i toni, con tutti gli accenti, ad ogni nome pronunziato dal commissario, mentre il chiamato gli passava davanti.

In quel punto dalle latebre della nave risonò al portavoce la nuova domanda del capo macchinista:

— Posso provare la macchina?

Barbarini esitava ancora, quando vide il comandante apparire sulla plancia.

— La macchina è pronta?

— Sissignore. Il direttore domanda se può provarla.

— Immediatamente.

Il secondo trasmise l'ordine.

— Ho sentito che si è fatto l'appello, — riprese il capo. — Ci sono tutti?

— Tutti, tranne....

E come Barbarini esitava, imbarazzato, volgendo uno sguardo disperato alla riva, il capo disse, forte, senza guardarlo:

— Il sottotenente di vascello Carleoni non è rientrato?

Non disse: «Mio figlio». E Barbarini rispose, quasi duramente:

— No, comandante.

Domanda e risposta furono scambiate in mezzo a un silenzio profondo; i circostanti restavano immobili, inquieti, intimiditi. A un tratto la sirena squarciò l'aria col suo formidabile strido, un fiato enorme parve esalasse dalle viscere della nave, tutta la sua compagine vibrò, le acque rimosse sfrusciarono al primo giro delle eliche, ribollendo e spandendosi in cerchi di spuma. Lentamente la «Siracusa» si avanzò verso l'àncora. Il rombo della macchina cessò un momento per riprendere subito dopo; ma ora la corazzata indietreggiava, al moto inverso dei propulsori.

Dalle profondità della macchina venne l'annunzio:

— Tutto bene. Siamo pronti.

— Fra dieci minuti la gente al posto di manovra, — ordinò brevemente il capo.

E la notizia si diffuse per tutto l'equipaggio. Il figlio del comandante assente, sul punto d'esser dichiarato disertore! Pochi, i maligni, si compiacevano del caso; la più gran parte dei marinai se ne dolevano, per il rispetto e l'amore che i due Carleoni, comandante e ufficiale, si meritavano.

Cinque minuti prima delle cinque, dopo aver fatto avvertire gli ufficiali che prendessero i loro posti. Barbarini ordinò a quello di guardia:

— Chiami i fischi al centro.

Il primo nostromo diede il segnale, tutti gli altri nocchieri accorsero, e i fischi ordinanti il posto di manovra si levarono, come una scappata di razzi sonori, come i sibili e i gorgheggi d'un'uccelliera. In mezzo a quel concerto la voce dell'uomo di vedetta piovve dall'alto dell'albero:

— Un battello borghese dirige verso il bordo.

Roccaforte lo aveva già avvistato. E finalmente il suo incubo si dissipava, egli traeva ora liberamente il respiro riconoscendo Luigi Carleoni nell'alta figura ritta a poppa della barca che due vogatori facevano volare sulle acque, remando furiosamente, sollevandosi e rovesciandosi sulla panchetta ad ogni colpo di remo. Si vedeva il giovane curvato verso gli uomini, incitarli con energici gesti del braccio, abbassarsi ad afferrare il timone, in prossimità della «Siracusa», per manovrare in modo che il battello restasse coperto dalla poppa della nave; ma allora Roccaforte, coi cenni, gli significò che non sperasse di rientrare inosservato, e perchè non s'arrampicasse da una delle scalette di combattimento, gli gettò una biscaglina.

Quando il giovane apparve dalla murata e la scavalcò, era rosso in viso, confuso ed ansante. Teneva nella sinistra un mazzolino di violette. Dovevano stargli molto a cuore se neanche la ginnastica necessaria per montar su lo aveva deciso a sbarazzarsene. Due file di marinai, con gli ufficiali alla testa, gli si aprivano dinanzi; in fondo stava il comandante, suo padre.

— Venga avanti, — disse questi, con le mani in tasca e guardandolo fiso.

Nascosti i fiori in una delle tasche del cappottino, Luigi Carleoni si avanzò; giunto a qualche passo dal padre si fermò sull'«attenti», portando la destra alla visiera.

— Ha sentito il segnale della partenza?

— Sissignore, — rispose con voce che voleva esser franca e tentando di sostenere il freddo sguardo del capo.

— A che ora l'ha sentito?

— Alle undici e un quarto.

— È stato anche avvertito a voce, mi pare?

— Sissignore.

— A che ora?

— Alle tre.

— Le faccio osservare che sono le cinque passate. Si costituisca agli arresti in attesa di provvedimenti.

E si voltò dall'altra parte.

Gli astanti non fiatavano, come se la punizione fosse piombata su tutti loro. Il giovane rinnovò il saluto alle spalle del padre e corse a prora, al suo posto di manovra.

Tutti i gabbieri erano sul castello, un timoniere stava accanto all'asta della bandieruola, pronto ad ammainarla. L'argano e i verricelli già stridevano e sbuffavano; la tensione della catena dell'áncora, nello sforzo di svellere il ferreo dente dal fondo delle acque, era violento; pareva a tratti, ad uno scatto, che qualche ingranaggio si fosse spezzato; poi lo stridore, il cigolio, i soffî riprendevano, più forti, e la nave s'avanzava di qualche passo.

— L'áncora è a picco! — gridò il secondo, dal castello, rivolto al comandante.

— Viri a lasciare! — rispose la voce del capo.

Altri ordini, brevi, concitati, per recuperare catena; dopo un nuovo sforzo risonò finalmente l'annunzio:

— L'áncora ha lasciato.

Il timoniere, pronto a levar volta alla ságola della bandieruola, guardava il sottotenente di vascello Carleoni, aspettandone, quasi sollecitandone l'ordine; ma il giovane pareva assorto nell'esaminare, oltre la battagliola, l'áncora fangosa pendente lungo il fianco della nave, i cerchi concentrici che gli spruzzi del fango disegnavano cadendo sulle acque morte.

— Carleoni! — chiamò forte e brusco il secondo. — Guardi un po' se il tirante è libero e ben guarnito.

Il giovane, riscuotendosi, incontrò finalmente lo sguardo del timoniere: ad un cenno la bandieruola fu ammainata.

E ancora una volta, all'ordine di: «Avanti, adagissimo» trasmesso in macchina dal comandante, parve che la nave traesse un profondo sospiro, e un fremito passò per le sue commessure, e un sordo fragore di acque sbattute annunziò che le eliche giravano. La «Siracusa» cominciò ad avanzarsi, mettendo la prora, per via di accostate, fra l'estremità della diga ed il Faro. Giunta l'áncora all'occhio, il nuovo comando volò elettricamente dalla plancia alla macchina: — Avanti, adagio!

Già in franchia, la nave procedeva ora verso la lanterna della Vegliaia, lasciandosi sulla sinistra la spianata dei Cavalleggeri: al primo urto del mare libero cominciò a rollare.

— Faccia rotta per 250 alla normale, — ingiunse il comandante all'ufficiale di guardia. Fissato poi lo sguardo all'orizzonte, soggiunse: — Il tempo non mi piace. Mi avvisi, se peggiorasse; mi partecipi subito qualunque novità. Buona guardia!

Sul castello, traversata l'áncora, il secondo disse anch'egli a Luigi Carleoni:

— Avremo mare, stanotte. Badi di far rizzare le áncore come si deve.

— Non dubiti!

E ad un tratto, come preso da una gran fretta ora che il secondo si allontanava dal castello e che il comandante non stava più sulla plancia, il giovane, già assorto e come assonnato, ordinò al primo nocchiere:

— Nostromo, facciamo presto a passare le rizze in catena!

Il lavoro degli uomini non gli parve sollecito abbastanza.

— Su, svelti, — li spronò; — non v'incantate!

Nè l'operazione era ancor finita, che egli gridò verso la plancia, dove Barbarini parlava con l'ufficiale di guardia:

— Le áncore sono rizzate!

— Faccia rompere le righe!

Il giovane corse alla scala. In quel punto il fischio di «Pronti!» echeggiò all'altra estremità della nave; subito dopo si udì la voce dell'ufficiale di guardia ordinare:

— Ammaina bandiera!

Tutta la gente si scoprì, voltando il capo verso la bandiera nazionale che discendeva, distesa e flagellata dal vento, lungo l'asta. Luigi Carleoni, subitamente fermatosi sul boccaporto, restò col berretto in mano più che tutti gli altri, guardando verso la poppa, verso la terra svanente nell'ombra del rapido crepuscolo.