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La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia

Chapter 45: NOTE:
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About This Book

An extended critical essay reads Dante's Commedia through its central images — the dark wood, the moon as grace, and the veltro as a moral-political force — arguing that individual will and inner freedom are the basis for social justice and peace. Through close readings of episodes and figures such as Beatrice, Virgilio and Matelda, the author traces a dynamic of descent by knowledge and ascent by volition, proposing that moral purification and self-rule enable human progress. The work combines literary analysis, philosophical reflection and cultural commentary across many focused chapters.

NOTE:

1. “Augusto„ per esattezza s'avrebbe a dire, poichè le predizioni del veltro che verrà, di colui per cui la lupa disceda, del messo di Dio che anciderà la fuia, sono echi delle predizioni dell'Eneide, nelle quali si promette, per bocca di Giove e d'Anchise, Augustus Caesar (Aen. I 286; la lupa è il furor impius; VI 791: la lupa è il complesso dei mostri domati da Alcide).

2. Ep. VI ad Florentinos, 5.

3. Vedi a pag. 473, nota. Nell'Ottimo (ed. Pisa Capurro 1828) leggo al verso 118 del XXXIII Pur. “se altro non ne sai, vedi il libro Donico, il quale trattò di questa materia„. Che è o chi è questo Donico? Non forse Doniço? cioè, quel Donizone che cantò la contessa Matelda e le disse Marta e Maria? Su che, vedi L. Rocca, Matelda (nel vol. Con Dante e per Dante, 1898 Hoepli).

4. Co. 4, 9.

5. Co. 4, 6. E si legga ciò che segue: “Oh miseri, che al presente reggete! e oh miserissimi, che retti siete! che nulla filosofica autorità si congiugne colli vostri reggimenti nè per proprio studio, nè per consiglio„. Essi non furono addotti dal proprio studio all'arte lor conveniente. Sull'arte leggi tutto il Cap. 9.

6. Mi pare che sia naturale interpretare che Matelda cantasse (Pur. 28, 41) appunto il salmo Delectasti a cui poco dopo ella si riferisce (ib. 80).

7. Pur. XXXII 100 segg.

8. Vedi L'Ultimo Rifugio di Corrado Ricci, pag. 114 segg. e anche la sua Guida di Ravenna, 2a, pag. 134 sgg.

9. Vedi a pag. 279 sgg. Tralascio qui l'ancor più debole obbiezione di Marcabò diruto nel 1309.

10. Vedi a pag. 259 sgg.

11. Vedi a pag. 277 sgg.

12. Vedi a pag. 240 sgg. e a pag. 581 sgg.

13. Vedi Aen. I 716 sqq. IV 165 sq. 169 sq. Vedi nel mio libro a pag. 271 sgg. e 283 sgg.

14. Aen. VI 640 sqq. Vedi in questo libro a p. 250 e sg.

15. Vedi Sotto il velame (Bologna, Zanichelli 2ª ediz. MCMXII) pag. 434 sgg. Al luogo del libro XXII contra Faust, si può confrontare un passo de Cons. Evang. I 5. Ne ricavo questi dati: “(la vita attiva) è quella per cui si va, (l'altra) è quella per cui si giunge; per l'una si fatica, al fine di mondare il cuore per veder Dio; per l'altra si riposa e si vede Dio; quella è nei precetti di esercitar questa vita temporale; questa nella dottrina di vita eterna... Quella è nella purgazione de' peccati, questa nella luce che segue la purgazione. E perciò in questa vita mortale, quella consiste nell'operare il bene, questa più nella fede, e presso pochissimi quasi in uno specchio, per enigma, e in parte in alcuna visione dell'incommutabile verità...„. Queste ultime parole sono di S. Paolo ad Cor. I 13, 12.

16. Il lettore a pag. 22, nel momento d'una dimostrazione decisiva, aggiunga alla penultima riga il concetto che è a pag. 149; così: “Il che Dante ha espresso nel poema, a proposito di Maria alla quale è tanto divota e simile Beatrice, dicendo ch'ella in cielo è face di carità e in terra fonte di speranza„. (Par. 33, 10)

17. Indico con le sigle VN. la Vita Nova (edizione del Witte e del Casini), con Ca. il Canzoniere (ed. Fraticelli), s. sonetto, b. ballata, c. canzone; con VE. il de Vulgari Eloquentia (ed. Rajna), con Co. il Convivio (ed. Fraticelli), con M. il de Monarchia (ed. Fraticelli), con Inf. Pur. Par. le singole cantiche della Comedia (ed. Witte). Nelle note, MO. e Vel. significano i miei due volumi, Minerva Oscura (Giusti) e Sotto il Velame (Zanichelli).

18. “Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito naturale ad essere impedito ne la sua operazione etc.„

19. V. nella Vita Nova di AD'Ancona (Pisa, Nistri 1872 e 1884) la nota in proposito al cap. III.

20. Un nobile maestro di psicologia, a questo proposito dice: “Per quanto sia ancor tenebrosa la psicologia dei sogni nei loro rapporti colle provocazioni della veglia, si può ritenere che il prodotto intellettuale di origine esclusivamente fantastica, meno facilmente s'inquadra nella trama d'un sogno, come quello che dispiega minor relazione cogli stimoli sensitivi. La disposizione al sogno par più viva sempre rispetto al reale, di cui il sogno è una qualche trasformazione, che rispetto all'ideale di cui il sogno non è che continuazione, perchè l'ideale è appunto il sogno della veglia„.

21. Il Casini (VN. pag. 22) con poca verisimiglianza intende “la morte chedea... la tua donna„. Come avrebbe detto Dante che lo verace giudizio del detto sogno non fu veduto allora per alcuno, se Guido l'aveva veduto? Meglio PErcole (Guido Cavalcanti e le sue rime p. 314 segg.). Pur dissento anche da lui. Il su' contraro è per me il contrario del sonno, e non l'avversione di Beatrice. Di più non credo a ciò ch'egli dice che “B. conquistandolo (il cuor di Dante) ne voleva la morte„, e che Amore desse “alla Donna da mangiare il cuore, destinato alla morte, per impietosirla„. Leggiamo per es. il Son. XXIII di Guido:

la nova donna cui mercede cheggio
questa battaglia di dolor mantene.
············
drizzami gli occhi de lo su disdegno
sì feramente che distrugge 'l core.

Il core muore, quando è disdegnato. E ci vuol, da parte della donna, mercede. Or questa mercede, nel fatto del sogno, Guido la vedeva e interpretava con quel fero cibo delle novelle, che si credeva potente a indurre in amore. (V. in VN. del D'A. pag. 34).

22. Togliendo a venticinque (l'adolescenza termina a venticinque anni) i nove anni della puerizia, abbiamo sedici, la cui metà è otto. Nell'esatto mezzo della sua adolescenza sarebbe stato Dante, se avesse avuto diciassette anni e non (come egli pone), due volte nove anni. Il nostro pensiero si fermerà su questi numeri. Notiamo ora che, se non Dante, Bice, sì, era allora proprio nel mezzo, avendo ella poco più di diciassett'anni.

23. MBarbi (Un son. e una ball. d'amore etc. Fir. 1897) crede sia da preferire la lezione monna Lagia a monna Bice.

24. Son. XXIX nell'edizione di PErcole. Il quale legge, con l'Arnone, al v. 8 avei ricolte, lasciando la lezione avea ricolte, havea riccolte di due codici, cui si può agguagliare l'altra d'un terzo, have (have') riccolte. E anche l'interpretazione, non solo a questo punto ma altrove, è disforme dalla mia. E bisogna leggere in FD'Ovidio, Studii sulla D. C. “La rimenata di Guido„, per aver notizia della letteratura dell'argomento. FD'O. sostiene tutt'altra opinione della mia.

25. Son. X dell'ed. citata. FTorraca pensa così in Rass. Crit. di Percopo e Zingarelli I 33.

26. che tutte le tue rime avea ricolte. Quel senso di ricogliere è in Dante, Pur. 18, 86. Par. 4, 88; 10, 81; 29, 69; e altrove. E a me pare alluda alla risposta perfetta, rima per rima (come non era sempre solito: cfr. gli altri sonetti a botta e risposta in PErcole p. 317 segg.). E mi pare interpretazione così facile e piana, che per certo alcun altro l'avrà trovata prima di me. L'asindeto avversativo, appoggiato al forte del verso di me parlavi sì coralemente, che io dichiaro col ma, non è alieno dallo stile stringato e poco agevole di Guido in altre sue cose. Anche il D'O. dà a quel valore esclamativo e lo dichiara per invece.

27. E può venire in mente che queste rime fossero quelle “certe cosette per rima„ fatte per la “gentile donna schermo de la veritade„ (VN. 5).

28. “Sì mi venne una volontà di volere ricordare il nome di quella gentilissima, e d'accompagnarlo di molti nomi di donne, e specialmente del nome di questa gentile donna„: VN. 6. Checchè fosse il segreto intendimento di Dante, quello “specialmente„ ci dice che nella pistola trionfava il nome della donna dello schermo.

29. Casini: Notizia sulla VN. nella sua edizione par. 5: “Se quest'idea del nove non avesse avuto un fondamento nel fatto, Dante avrebbe potuto imaginarla in ogni circostanza, non avrebbe avuto bisogno di dare un'espressione approssimativa alle sue parole, e tanto meno poi dì ricorrere a un artificio del ragionamento etc.„. Lascia invece dubitare l'intervallo tra la prima apparizione e il saluto.

30. Aur. Aug. Confessiones 3, 11, 20; 4, 1, 1.

31. Non posso tenermi dal dire che (nè con ciò intendo che Dante vi s'ispirasse qui o non s'ispirasse anche altronde), che ne' libri Contra Faustum di S. Agostino è grande uso di tali spiegazioni simboliche di numeri. Per es. Et quod vicesimus et septimus dies mensis commemoratur... id est quodam modo conquadratos trinitas perficit; in memoria qua Deum recolimus, in intelligentia qua cognoscimus, in voluntate qua diligimus. Tria enim ter et hoc ter fiunt viginti septem, qui est numeri ternarii quadratus. Lib. XII cap. XIX.

32. Vedasi, per citar l'ultima, negli “Studi sulla D. C.„ di FD'Ovidio, la trattazione “Dante e San Paolo„ a pag. 326-31. Il D'O. s'acqueta alla chiosa di GMazzoni, ridotta alla più semplice espressione, così: “I celesti vorrebbero subito in cielo la celeste Donna, e Dio la concederebbe se un solo essere celeste, la Pietà, nol rattenesse. I celesti avranno un giorno Beatrice, gli uomini destinati a salvarsi l'avranno ugualmente, ma e quei poveretti che non vedranno mai il Paradiso? Dio misericordioso pensa di lasciar che essi godano almeno un raggio di Paradiso in terra vedendo Beatrice„. Vedi nella VN. del d'Ancona e anche del Casini le varie opinioni d'altri, come quella dello Scherillo nello studio innanzi citato.

33. In molte questioni della Summa specialmente in 2a 2ae 18, 2 e 3. Trascrivo: Contra est quod Apost. dicit ad Rom. 8: Quod videt quis, quid sperat? sed beati fruuntur Dei visione; ergo in eis spes locum non habet... cum beatitudo iam non sit futura sed praesens, non potest ibi esse virtus spei; et ideo spes, sicut et fides, evacuatur in patria, et neutrum eorum in beatis esse potest... Evacuata spe in beatis, secundum quam sperabant sibi beatitudinem, sperant quidem aliis beatitudinem, sed non virtute spei, sed magis ex amore charitatis... — Ad conditionem miseriae damnatorum pertinet, ut ipsi sciant, quod nullo modo possunt damnationem evadere... unde patet, quod non possunt apprehendere beatitudinem ut bonum possibile, sicut nec beati ut bonum futurum; et ideo neque in beatis, neque in damnatis est spes; sed in viatoribus, sive sint in vita ista, sive in purgatorio, potest esse spes... magis potest esse fides informis in damnatis, quam spes.

34. Ne trovammo altri. Leggasi per esempio il mito del lume che è tenebra in Vel. pag. 67.

35. Vedasi nella Summa 2a 2ae 14, 2. L'uomo si distoglie dall'elezion del peccato, mediante la speranza che sorge dalla considerazione della misericordia che rimette i peccati e premia le virtù: e questa speranza è tolta dalla disperazione.

36. Vel. p. 477.

37. Aur. Aug. Contra Faustum XXII cap. 52-8. Riferisco qui molte delle dichiarazioni che dà S. Agostino di Rachele, dichiarazioni sinonimiche e che s'accentrano nella parola sapientia... (52) Rachel... (interpretatur) Visum principium, sive Verbum ex quo videtur principium — Spes... aeternae contemplationis Dei, habens certam et delectabilem intelligentiam veritatis, ipsa est Rachel; unde etiam dicitur bona facie et pulcra specie... (53) Unusquisque, quid aliud corde gestavit, quid aliud adamavit, nisi doctrinam sapientiae...? — pro concupita et sperata delectatione doctrinae... — ad pulcrae atque perfectae sapientiae delicias pervenire... — voluptas intelligendi quae vera sunt — Concupisti sapientiam — intelligentiae meritum... — ad sapientiam... intelligentia pertinere monstreturqui flagrant ingenti amore perspicuae veritatis... — in eo quod appetit, (est) luminosa sapientia... Verbum quo videam rerum omnium, principium... — speciosa intelligentia... — (54) Rachel clara adspectu mente excedit Deo et videi in principio Verbum Deum apud Deum (Paul. ad Cor. 5, 13, Ev. Ioan. 1, 1)... studio contemplationis, ut ea quae carni sunt invisibilia, non infirmis oculis mentis, per ea quae facta sunt, intellecta conspiciat, et sempiternam Dei virtutem, ac divinitatem ineffabiliter cernat (Paul. ad Rom. 1, 20)... — studia contemplationis ignescunt... etc.

38. Liber Sapientiae, Cap. VIII. Vedi FPPerez, La beatrice svelata, cap. XI.

39. Vel. passim spec. 49 sgg.

40. La lezione di questo verso è assai incerta. “Pur„ non può significare “ancora„, dice il Rajna, che perciò interpunge col d'Ancona

che mi dicean pur: Morrati, morrati

Il Casini vuole che “pur morrati„ sia mantenuto, per far riscontro al “Tu pur morrai„ della prosa dichiarativa. Ma come “pur morrati„ valga “tu pur„ ossia “tu solo„ non si vede.

41. Vel. Il passaggio dell'Acheronte, pag. 69-103.

42. Aur. Aug. contra Faustum XXII 53: Quamlibet enim acute sinceriterque cernatur a mortalibus incommutabile bonum adhuc corpus quod corrumpitur etc. (Sap. 9, 15).

43. Ciò è in Perez, La beatrice svelata, XII.

44. Notevole il fatto, segnalato dal Perez, che l'autore dell'Epistola a Can della Scala ricorda e questo passo di S. Paolo e il nome di Riccardo da S. Vittore. È un fatto in favor dell'autenticità che vale quanto molte argomentazioni, quanto si vogliano sottili, contro.

45. PRajna, La genesi della Divina Comedia: “Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nella esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla — a donne e donzelle amorose — ...„

46. Vel. pag. 28.

47. Giuliani: “Io duro costante, non così tu: io rimango sempre lo stesso, non mi muto mai per diverse che sieno le circostanze in cui m'aggiro, ma tu invece ti cambi di frequente„. Il Witte: “un amico amore manda i suoi raggi ugualmente a tutte le parti della circonferenza, cioè si manifesta ugualmente in tutte le azioni dell'amante, ma le tue azioni hanno più d'un centro„. Queste due spiegazioni implicano il concetto d'incostanza e imprudenza. E l'implica anche quella del Notter: “Amando Beatrice mortale, oppure quel che in lei è mortale e non iddio, tu non sei ancora nel vero centro del tuo essere, cioè in me, che sono iddio„.

48. Nel Vel. (pag. 153) è notato lo sparire quasi a questo modo della lonza e specialmente del leone nella lupa.

49. AD'Ancona nella sua ed. della VN. “In questi due amori... a noi sembra trovare la conferma di ciò che il Boccaccio scrisse, Dante cioè essere stato prono ad amori, non sempre spirituali, specialmente in gioventù. Dovendo egli in questo libretto far le sue confessioni, non poteva tacere di quei due affetti giovanili: solamente, volendo anche mostrare la fatalità e la perennità dell'amore a Beatrice, li collegò con questo rappresentandoli come schermi„ etc.

GCarducci, nella medesima ed. “Peregrino indica lo errare da un amore all'altro o da una sembianza d'amore a un'altra: leggermente vestito, adombra la leggerezza e varietà di siffatti amori; e di vili drappi, significa che quel nuovo amore fu indegno: per ciò, più sotto, guarda la terra.„

MScherillo in Alcuni Capitoli etc. (pag. 268-272) rintraccia in poeti provenzali quest'uso d'amori finti a coprire il vero. Io credo però che Dante s'ispirasse a codesti rimatori per dare la sua figurazione allegorica di amori veri sebbene non serii, o che tali, almeno, non gli parvero dopo.

50. L'idea del circolo a significare l'amore può D. averla tratta dal 3 de Anima (in Summa 1a 2ae 26, 2): appetitivus motus circulo agitur. Invero il quid appetibile muove l'appetito che tende all'appetibile, da cui è mosso: così la linea converge a ritrovar sè stessa. Come però l'amore sia il centro di questo circolo, piuttosto che il principio di questo moto, qual è nella Somma, D. può averlo indotto da questo passo di S. Agostino nelle Confessioni, 13, 9: “Il corpo tende, per il peso, al suo luogo. Il peso non è solo verso il basso, ma verso il luogo suo. Il fuoco va a su, la pietra a giù. Sono tratti da' loro pesi, cercano i luoghi loro... Il mio peso è l'amor mio: là son condotto, ovunque io sia condotto„. Per la gravità il corpo cerca invero locum medium come è in Summa 1a 2ae 26, 1; e questo locus medius è detto centro da Dante stesso; (Inf. 34, 107)

dal centro...
il punto
al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

È incluso, nel paragone di Dante, il concetto che amore sia Dio stesso? Può stare. Dio (per dirla con un filosofo cattolico, GMCornoldi, Lezioni di Filosofia, pag. 551), Dio “amando sè ama in sè e con sè tutte le cose„. E come egli è il centro cui tendeva l'anima ardente d'Agostino, ed è l'Amore stesso, così possono essere buone e cattive le cose ch'egli ama.

51. Secondo il Lubin sarebbe stato nel 1289. La canzone è trascritta in parte sopra un memoriale dell'anno 1292 del notaio bolognese Pietro Allegranza. Ve la trovò il Carducci.

52. Si contradice a F P Perez, che si giova di questo passo, per dimostrare che tutto è allegoria e simbolo nella VN. (Vedi ad esempio Gaspary). Si dice che qui si tratta di personificazioni. Le quali, dunque (dico io), il rimatore deve sapere denudare di cotal vesta. E così dunque negli esempi recati da Dante di poeti, Virgilio avrebbe dovuto certo aprir per prosa che Aeole namque tibi valeva, che cosa? Lucano “non senza ragione alcuna, ma con ragione„ avrebbe detto: Multum, Roma, tamen debes, e questa ragione consisterebbe tutta, in che? nel dire, tu, o Roma, devi, invece che, Roma deve? O guardate: lo scoliaste (vedi per ciò la V. N. del Casini, pag. 141) di Lucano qui soccorre: tamen quod per illud (bellum) tantum rectorem habemus, ideo etc. Dante forse non pensava che quel sì grande reggitore fosse Nerone o pensava che il concetto di Lucano fosse “che le guerre civili avevano portato alla monarchia„. Superfluo ricordare i sensi mistici attribuiti all'Eneide. Per questi, e per altri, attribuiti alla Farsalia, vedi di Dante stesso il Co. 4, 26, 28. Dante dice che tali personificazioni non si adoperano che in poemi i quali hanno ben altro intendimento di quel che paia, e così non si debbano adoperare in rime (d'amore, per forza) se non per coprire di tal veste un altro senso.

53. FPPerez, Beatrice svelata, Cap. XVIII. “Le quali (Beatrice e Giovanna) mentre esprimono, nel concetto di Dante, la distinzione delle due Vite possibili all'uomo — l'operativa, sotto l'impero della ragione, e la speculativa, sotto quello dell'intelligenza — e i loro rapporti d'attenenza e successione, valgono a sodisfare pur anche un gentile bisogno dell'anima sua; consociare alla propria gloria colui che fu primo e dolcissimo tra' suoi amici„. Così vedi nel cap. VIII il divario tra scienza e sapienza, basato sul passo di Paul. ad Cor. 1 12, 8: alii quidam datur per spiritum sermo sapientiae, alii sermo scientiae. Scientia in Dante era anche sinonimo di “arte„, poichè la Musa (VN 25) egli chiama la propria scienza del poeta.

54. La proporzione sarebbe questa: 25 : 10 :: 18 : 7, 2.

55. Vel. La selva oscura, pag. 1-48.

56. Non diversamente del Giuliani, FFlamini in Dante e lo “Stil Novo„ (Rivista d'I. 15 Giugno 1900): “Nè chiosa più veritiera poteva egli fare appunto a quella designazione (Io sono uno che scrive quando etc.), se gli dobbiamo credere quanto nella Vita Nova afferma, il cominciamento di canzone riferito da Bonagiunta essergli venuto spontaneo sulle labbra„ etc.

57. Vedi a pag. 49.

58. Ol. II 94. Nem. III 80. V. 21.

59. Perchè non si creda trattarsi di facoltà essenzialmente diversa, basti, per un esempio, ricordare (Pur. 4, 73):

Vedrai...
Se l'intelletto tuo ben chiaro bada
············
Non ved'io chiaro sì, com'io discerno,
là dove mio ingegno parea manco.

Ingegno è espressione più modesta che intelletto. Intelletto si fa dir da Virgilio, esso dice ingegno.

60. Ecco il luogo del Convivio: “Pure avvegnachè all'abito di quella si vegna, non vi si viene sì per alcuno, che propriamente abito dire si possa; perocchè il primo studio, cioè quello per lo quale l'abito si genera, non può quella perfettamente acquistare„.

61. Sap. 8. Lo cita il Perez, e se ne parlerà ancora.

62. E qui scienzia vale certo sapienza, come si vede da ciò che seguita all'ultimo passo che cito: “chè, siccome di sopra si dice, Filosofia è quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Pure non credo a una svista di Dante. Scientia è anche nel VE. per habitus scientiarum. Le scientiae (di cui una è l'arte poetica, detta pur scienza da Dante in VN.) sono le membra della sapienza. Scienzia sarà quindi la Sapienza ma considerata nelle sue parti, veduta come un complesso di parti. Sarà insomma scienzia lo stesso concetto di sapienza, analiticamente espresso invece che sinteticamente. Nello stesso capitolo dice che i seguitatori di scienza, cioè filosofi, erano chiamati sapienti, e che filosofo vuol dire amator di sapienza. Scienza da scire, che in italiano è sapere da sapere, donde sapienza: gran confusione.

63. V. in IDel Lungo Dal Secolo e dal Poema di Dante, Bologna 1898, nello studio “Il disdegno di Guido„ a p. 40-41, la biblioteca (una gran biblioteca) del disdegno di Guido. E aggiungivi “Il disdegno di Guido„ degli Studii sulla D. C. di FD'Ovidio; studio che contiene con qualche lieve ritocco i successivi articoli di lui. NTommaseo aveva enunziate le parole decisive nel suo commento: “Guido non curò l'eleganza dello stile e lo studio degli antichi... Non mai però l'arte e lo studio sono (in Guido) quanto in Dante profondi„.

64. È tanto decisiva, che basterebbe, invertendo il modo della dimostrazione, a provare che Virgilio significa studio.

65. Oltre i suoi modi di “sdegnoso e solitario„ (Cronica di D. C. I. 20) giova ricordare che Guido Orlandi (PErcole p. 330) gli dice: “Ovidio leggi: più di te ne vide!„ e Cino (ib. 358) par che dica di lui, ch'e' “cuopre sua ignoranza con disdegno„. Ma a nessuno sfugga che Dante nella Vita Nova non fece tanto alta testimonianza di Guido, quanto nella Comedia, perchè qui lo dichiara l'unico idoneo a venir con lui, mancandogli solo lo studio, che forse non disdegnò volontariamente.

66. Per es. FPPerez. “Non so qui tenermi dal notar la singolarità di questo esprimere per sillogismo e in modo induttivo, anzichè affermativo, il dolore della propria donna alla morte del suo padre„.

67. Vedi a pag. 16, 24, 25, 30 e 31.

68. Sap. 6. FPPerez, in Beatrice svelata XI.

69. Tradurrei: non qui prior vidit, ma, con la frase biblica, cui se prior ostendit.

70. AD'Ancona nella sua VN. “Per uno di quegli accorgimenti, di quelle transazioni, che facciamo con noi stessi, quando vogliamo persuaderci della bontà di una cosa che il sentimento o la ragione ci fanno apparire d'altra natura, Dante mormora entro di sè che le ragioni dell'antico e del nuovo affetto sono identiche, che è lo stesso amore quello che lo fa triste e quello che appare adesso nel volto della donna pietosa. Così l'antico affetto scusa e spiega il nuovo„.

71. V. a pag. 12.

72. Pag. 57.

73. Vedi Scritti su Dante di Giuseppe Todeschini, 1872 vol. I pag. 311 e segg.; Studi su Dante di Raffaello Fornaciari, La Trilogia Dantesca, pag. 113 segg.

74. Vedi Intorno all'epoca della Vita Nova... diss. di A. Lubin, Graz. 1862; a pag. 22. Questi afferma trattarsi di due rivoluzioni equivalenti a due anni solari. Il Todeschini contradice affermando significate dalle parole di Dante due rivoluzioni “di Venere nell'orbita sua„, dello spazio, cioè, di 450 giorni circa, in tutto.

75. Confess. IV 1, 1: Per idem tempus annorum novem, ab undevicesimo anno aetatis meae, usque ad duodetricesimum, seducebamur et seducebamus, falsi atque fallentes... Si tratta proprio di false imagini di bene. Vedi S. Agostino e Dante, Saggio di Arena Antonio, 1899. Della Vita Nova questi non parla.

76. Confess. I 6, 10; 7, 12.

77. ib. III 4, 7.

78. ib. III 11, 19.

79. ib. V 3, 3 sqq. E vedi a pag. 15, 16, 24, 31.

80. Nel pensiero di Dante, Giovanna non mi sembra che fosse, come non è Matelda, la vita attiva in sè e per sè, ma qualche cosa della vita attiva in quanto questa dispone alla vita contemplativa. Ne riparleremo, e già se n'è parlato molto in Vel. Il colle, sì, rappresenta la beatitudine della vita attiva in sè; il santo monte, no, ma della vita attiva in quanto si dispone e si rende atta alla contemplativa. In cima al bel colle non avrebbe Dante trovata nè Giovanna nè Matelda. Lia lassù non si sarebbe specchiata. Beatrice a Dante dice: (Pur. 30, 73)

Ben son, ben son Beatrice:
come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom felice?

“Qui: non nell'altro colle, dove è beatitudine imperfetta, per chi ci può arrivare. E tu non potesti. Gran mercè, che allora lasciasti il colle e ti mettesti per questo monte! Eppure io lo sapevo che tu non eri fatto per quella vita là, che poi non dà la beatitudine perfetta, non ha me sulla cima„.

81. Vedi VN. di TCasini, pag. 199; PRajna, Per la data della VN. in Giorn. stor. della lett. ital. VI 112-162.

82. Hier. proph. lam. I. Vedi anche ALubin, Dante spiegato con Dante, 1884, p. 39 segg. Egli non persuade me come non aveva persuaso il D'Ovidio (Nuova Antologia 15 marzo 1884).

83. Sopra tutti, AD'Ancona, Discorso su Beatrice, nella sua ed. della VN.

84. Dino Compagni, Cronica (ed. Del Lungo); II. G. Villani VIII, I. Vedi Dino Compagni e la sua cronica, e Da Bonifazio VIII ad Arrigo VII di IDLungo. Qui specialmente di quest'ultimo volume il cap. III.

85. La V. di D. Testo del c. d. Compendio... per cura di E. Rostagno.

86. Nè in queste imaginazioni sono primo, giova avvertire. Ma lungo e fuor del mio proposito, far qui una lista. Si ricorra per altro, da chi voglia vedere come possa aver proceduto Dante nel trasformare una Bice donna in una Beatrice Sapienza, al citato “Discorso su Beatrice„ di AD'Ancona.

87. La nota già citata (pag. 11) di MBarbi porta a escludere monna Bice. Un solo ms. ha monna bice e... uaggia. Nella Giuntina (del 1527) che recò monna Vanna e monna Bice, questo nome può essere emendamento dell'editore. Il quale si sarebbe ricordato del sonetto XIV della VN. verso 9: io vidi monna Vanna e monna Bice. Ora non è più verosimile che i trascrittori antichi cercando la monna di Lapo e non volendola riconoscere in quella ch'era in sul numero di trenta o delle trenta (se non pensavano al serventese, potevano vedere in quel numero qualcosa di privilegiato), cominciassero a mettere, prima in margine e poi dentro, monna Lapi (Vat.) e monna Lagia?

Questo non è più che un dubbio; ma fa pensare quell'unione di Vanna e Bice nel sonetto XIV! e quel pensiero di Dante su Giovanna precorritrice della vera luce! A ogni modo, anche se si esclude Bice dal sonetto del vascello, non si deve però escludere che Guido avesse dall'amico la confidenza dell'amore suo per Bice o Beatrice.

88. Cronica di Dino Compagni, XX. Vedi PErcole, nel libro citato, a pag. 44: “Resta dunque che il pellegrinaggio si ponga tra il 1292-93 e il 1295-96. Ed io credo infatti che, avvicinandosi la bufera del 1293... Guido aristocratico, sdegnoso, dovesse sentire assai forte dispetto della sconfitta dei Grandi... è molto probabile che Guido abbandonasse sconfortato Firenze, approfittando dell'occasione d'un pellegrinaggio„.

Leggi poi a pag. 49: “Il primo (periodo della vita di G.) va dalla fanciullezza sino al tempo in cui egli cessò, come dice Dante, di mirare la beltà della Primavera gentile. Fino a questo tempo lo vedemmo quasi interamente estraneo dalle lotte cittadine... Il secondo periodo, che va dal 1290 (per me, dal 1292 o 93, riferendomi non al tempo del sonetto, ma della prosa dichiarativa) al 1300, è il più fortunoso... È quindi probabile assai che nel primo periodo egli attendesse a quegli studi filosofici che lo resero così celebre fra i contemporanei„. E aggiungiamo che è assai probabile che nel secondo periodo, non vi attendesse più. Per il viaggio interrotto, vedi a pag. 80 e segg. dello stesso libro.

89. IDLungo Bon. e Arr. VII pag. 118, id. Dal Sec. e dal Poem. di D. pag. 385 segg. Ivi si legge anche che il Biscioni aveva a' suoi tempi veduto di Dante atti consiliari del 1295.

90. Vel. La selva oscura.

91. Vel. Le tre fiere; e, spec. qui Il corto andare, pag. 169 seg.

92. Vel. Il passaggio dell'Acheronte, p. 73 segg.

93. Così almeno dice Dante di sè; ma le sue non erano confessioni come quelle d'Agostino; bensì erano note della sua vita, molto generiche, per formare una specie di trattato filosofico.

94. Vel. pag. 171. Iohn Earle, La “Vita Nova„ di Dante, 1899, pag. 56. Egli crede che il monte non sia quello del Purgatorio, sì quello al termine della valle. Duro peraltro è intendere espresso, da una che sta sur un monte, con quella parola “il monte„, un altro monte che quello su cui ell'è. La sconnessione tra i versi 74 e 75 sparisce, quando s'unisce il 75 al 73. Del resto IEarle intende bene: qui, non là; pure non interpretando esattamente il colle ch'egli dice “il monte della scienza„. E pure anche “scienza„ andrebbe, ma interpretandola come quasi sinonimo di vita attiva, nel modo stesso che sapienza si prendesse per vita contemplativa.

95. Nel che peraltro è da vedere un dubbio che veramente ebbe il Poeta. Come la sapienza, di cui si parla nel libro di sapienza, non è la sapienza vera? la sapienza che s'identifica nella contemplazion di Dio? E solve il dubbio dicendo che veramente ella era senno (cfr. Inf. 16, 20: fece col senno assai e con la spada) o prudenza regale. Così nel Convivio (4, 17): “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale virtù... avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù, e mostri la via perchè elle si compongono, e senza quelle essere non possono„. Vedi Co. 4, 27.

96. Nel Convivio (2, 5) Dante chiama “più divina„ la vita contemplativa. Divina la chiama, a dirittura, Beatrice qui nella Comedia (Pur. 33, 88).

97. Aur. Aug. contr. Faustum XXII. L'espressione è in Sap. 9, 14. Vel. pag. 435.

98. Ps. 91.

99. Ottimamente tratta GPoletto (in Alcuni Studi su Dante Alighieri, App. X) questa materia della vita attiva preparazione alla contemplativa. È meno esatto, a parer mio, in alcune conclusioni. Queste, per esempio. “La Vita Contemplativa non è che complemento dell'attiva, questa quale preparazione di quella„. No: non tutti quelli che riescono a bene, dall'attiva sono passati alla vita contemplativa, in questo modo. Sarebbe un negare che ci sia vita attiva. “Matelda adombra le due Vite„. Non precisamente: adombra qualche cosa che tiene delle due vite: dall'operare e contemplare: l'arte, virtù intellettuale e abito operativo, Vel. 462.

100. Osservazione di GPoletto, in Alcuni Studi, pag. 217: “Così è stabilita la necessità della prima parte del viaggio, lasciando alla libera elezione di Dante la seconda„. E cita un passo di S. Gregorio citato in Summa 2a 2ae 182, 4.

101. S. Bern. Op. I 842: “Quod quidem si magnum illud Ecclesiae corpus considerare libet, facile satis advertimus, longe acrius impugnari spirituales viros ipsius Ecclesiae, quam carnales: quae nimirum duo eius latera, dextrum sinistrumque, puto non inconvenienter accipimus„. Vedi Vel. 264.

102. Vedi in S. Bernardo (op. II 461) l'antitesi tra Lucifero e Maria. Mi giovo, trattando di Maria, pure in cose vulgate, di S. Bernardo, perchè certo autore di Dante.

103. Bern. Op. I 1564.

104. Bern. Op. I 468.

105. A ogni tratto Maria è chiamata domina e domina nostra in S. Bernardo. Vuolsi ch'ella cominciasse a chiamarsi domina a esempio de' Cistercensi, chè tutti i loro monasteri sono dedicati alla Vergine. Vedi in Bern. Op. (ed. Migne) I 89.

106. Bern. Op. I 743.

107. Bern. Op. I 468.

108. Bern. Op. I 1006, 723.

109. Bern. Op. I 1374.

110. Bern. Op. I 1012.

111. Vedi a pag. 18 sgg.

112. Bern. Op. I 1012.

113. Vedi a pag. 87 sgg.

114. Bern. Op. II 610.

115. Bern. I 995.

116. Leggi più avanti a pag. 155.

117. Ev. Luc. 1, 35.

118. Bern. Op. I 1328.

119. Vedi a pag. 12 sgg. e 98.

120. Vedi a pag. 35.

121. Si può dire che dietro CWitte (Dante-Forschungen I 1-65 e altr.) tutti ora credano alla così detta Trilogia Dantesca, di cui il Convivio figurerebbe il traviamento, pieno di contradizioni e di martirio, e la Vita Nova uno stato per così dire d'innocenza e purezza, e la Comedia il ritorno a quella. Modo superficiale, a parer mio, d'intendere! O se invece il Convivio è l'opera moralmente più pura! Lì Dante è fermo (vedremo, come pietra) nell'amor della sapienza, dal quale amore sì nella VN. e sì nella C. narra d'essersi disviato! Per alquanti dì, nella VN.; per un decennio, nella C. Il martirio dell'anima nel Convivio è l'alternarsi di luce e d'ombra ne' suoi stadi: non altro.

122. Per es. il Dionisi, del sonetto E' non è legno; il Fraticelli, delle tre sestine, e della sestina doppia e della canzone Io son venuto.

123. Isaia 16, I.

124. ad Cor. I 10, 4.

125. S. Bern, Op. II 1002. In annunt. Dominica Sermo II.

126. id. ib.

127. In festo S. Benedicti Sermo I. Bern. Op. II 988 sqq.

128. Ev. Iohann. 6, 61.

129. Così nel comento alla canzone seconda conviviale dice, come già riferii: “E di tutto questo il difetto era dal mio lato„.

130. Così intesero veramente il Dionisi e il Fraticelli, interpretando allegoricamente queste composizioni.

131. A pagina 156.

132. In cantica, Sermo XLVIII, 6; alle parole del Cant. 2, 3: Sub umbra eius quem desideraveram sedi, et fructus eius dulcis gutturi meo. Bern. Op. I, 1437.

133. Sermo LIII, 8. Op. I, 1453.

134. De laudibus Virginis Mariae, Hom. II, 6. Op. I, 745.

135. Medit. in Antiph. Salve Regina. Op. II, 750. Veramente la meditazione si attribuisce ad Anselmo vescovo di Lucca, che visse avanti la nascita di S. Bernardo.

136. Georg. I 208. Libra die somnique pares ubi fecerit horas. Servio annota: dicit autem aequinoctium auctumnale, quod fit sole in Libra posito. Vernale enim aequinoctium sol in ariete efficit.

137. Georg. II 336.

138. IDLungo Dal Sec. e dal Poem. di Dante: pag. 385 segg.

139. OBacci Dante ambasciatore, etc. Firenze 1899.

140. Non mi persuade al tutto Antonio Cimmino con Il Giubileo del 1300 e D. A. Roma 1900, dell'importanza in genere dell'anno santo nella Comedia; nè prima di lui m'aveva persuaso Nunzio Vaccalluzzo con Il plenilunio e l'anno della Visione Dantesca, Trani, 1899 (pag. 23 sg.), nè gli altri, citati in quel bello opuscolo. L'importanza c'è; non però precipua nè grande.

141. Vel. pag. 126 segg.

142. Vel. pag. 331.

143. Vedi a pag. 94. E vedi nota a pag. 134.

144. Vedi, per un esempio, PFraticelli nella Dissertazione nel Convito (pag. 6 segg. dell'ed. Barbera 1857). Con che non dico d'accettare le sue date.

145. Vedi in FPPerez, La beatrice svelata, l'inoppugnabile capitolo XVIII.

146. Vedi nota a pag. 49. E leggi tutto il discorso di GCarducci, Della varia fortuna di Dante.

147. IDLungo: da Bon. VIII ad Arr. VII. Cap. VIII.

148. Su ciò ritorneremo. E dico sin d'ora che m'acqueto a ciò che dei Malaspina ospiti di Dante dice LStaffetti in Bull. Soc. Dant. It. N. 5. VI 6.

149. Epistola V dell'ed. Fraticelli.

150. IDLungo, Op. cit. Cap. IX.

151. IDLungo, Op. cit. pag. 421.

152. IDLungo, Op. cit. pag. 422.

153. Epistola VII.

154. GAScartazzini, Dante in Germania, II, 317 segg. Id. in Giorn. stor. lett. ital. I, 270 sg. — Scheffer Boichorst, Aus Dante's Verbannung, pag. 105-138.

155. Tesi di FSKraus in Dante sein Leben und sein Werk etc. V. Egli però sostiene che tutto il Trattato ebbe occasione da quella bolla e principio in quell'anno.

156. CWitte, IDel Lungo, Grauert.

157. Il seme, i due capitoli 4 e 5 del IV del Convivio; l'innesto, le correzioni e aggiunte che Dante nella Monarchia fa a' concetti del Convivio: per es. a quello della nobiltà. Nel Co. 3, 8 non cita l'autore dell'opera di S. Martino Dumiense; in M. 2, 5 l'attribuisce, sia pure a torto, a Seneca. E altro, in rapporto alle epistole e al poema.

158. In questo senso mi par di accettare l'idea di IDel Lungo.

159. Nella Comedia (Pur. 16, 107) rettifica, e dice che anche l'autorità temporale è un sole. Nel vigesimo dell'inferno (v. 127) ha seguito l'idea o imagine della Mon. che quell'autorità si raffiguri nella luna. Con l'ipotesi e il calcolo che si leggeranno nei cap. seguenti, Dante alla fine del 1317 si sarebbe trovato a comporre, su per giù, il diciottesimo del purgatorio. C'è da credere che nel tempo stesso che, in ossequio alla tradizione, manteneva nel terzo di Monarchia l'imagine della luna imperiale, nella Comedia la facesse correggere quasi dispettosamente da Marco Lombardo.

160. Vel. pagg. 122, 169 e altr.

161. Dell'epistola a Can Grande è controversa l'autenticità, negata in questi giorni dal D'Ovidio, difesa da FTorraca. A me man mano pare che quest'autenticità risulti dall'esattezza singolare con cui è esposto il pensiero di Dante: da chi, se non da lui stesso?

162. È l'epitafio di Giovanni del Virgilio, che al verso 7 dice: