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La mort de César: Tragédie

Chapter 34: DECIMUS.
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About This Book

The tragedy dramatizes the conspiracy, assassination, and immediate political fallout surrounding Julius Caesar, following the moral debates and conflicting ambitions of prominent actors and the public's volatile response. It moves between private deliberation and public scenes of persuasion, showing how appeals to honor, liberty, and personal ambition collide and lead to disorder and remorse. Rhetorical confrontation and ethical uncertainty drive the action, and the compact, three-act structure concentrates on the consequences of political violence and the fragile boundary between civic duty and private interest.

The Project Gutenberg eBook of La mort de César: Tragédie

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Title: La mort de César: Tragédie

Author: Voltaire

Release date: May 9, 2005 [eBook #15804]
Most recently updated: December 14, 2020

Language: French

Credits: Produced by Carlo Traverso, Renald Levesque and the Online Distributed
Proofreading Team. This file was produced from images generously
made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MORT DE CÉSAR: TRAGÉDIE ***

LA MORT
DE CESAR

TRAGEDIE.



LETTERA

DEL SIGNOR

CONTE ALGAROTTI

AL SIGNORE

ABATE FRANCHINI

Inviato del Gran Duca di Toscana à Parigi

Io non so per che cagione cotesti Signori si abbiano a maravigliar tanto che io mi sia per alcune settimane ritirato alla campagna, e in un angolo di una Provincia come e' dicono. Ella nò che non se ne maraviglia punto; la qual pur sa à che fine io mi vada cercando varj paesi, e quali cose io m'abbia potuto trovare in questa Campagna. Qui lungi dal tumulto di Parigi vi si gode una vita condita dà piaceri della mente; e ben si può dire che a queste cene non manca nè LambertMoliere. Io do l'ultima mano à miei Dialoghi, i quali han trovata molta grazia innanzi gli occhi così della bella Emilia, come del dotto Voltaire; è quasi direi allo specchio di essi io vò studiando i bei modi della culta conversazione che vorrei pur transferire nella mia Operetta. Ma che dira ella se dal fondo di questa Provincia io le manderò cosa che dovriano pur tanto desiderare cotesti Signori inter beatæ sumum & opes strepitumque Romæ? Questa si è il Cesare del nostro Voltaire non alterato o manco, ma quale è uscito delle mani dell' Autore suo. Io non dubito che ella non sia per prendere, in leggendo questa Tragedia, un piacer grandissimo; e credo che anch'ella vi ravviserà dentro un nuovo genere di perfezione à che si può recare il Teatro Tragico Francese. Benchè un gran paradosso parrà cotesto a coloro che credono spenta la fortuna di quello insieme con Cornelio e Racine, e nulla sanno immaginare sopra le costoro produzioni. Ma certo niente pareva, non sono ancora molti anni passati, che si avesse a desiderare nella Musica vocale dopo Scarlatti, o nella strumentale dopo Corelli. Pur nondimeno il Marcello e il Tartini ne han fatto sentire che vi avea così nell'una come nell'altra alcun termine più là. Intantochè egli pare non accorgersi l'uomo de' luoghi che rimangono ancora vacui nelle Arti se non dopo occupati. Così interverrà nel Theatro; e la Morte di Giulio Cesare mostrerà nescio quid majus quanto al genere delle Tragedie Francesi. Che se la Tragedia, a distinzione della Commedia, è la imitazione di un'azione che abbia in se del terribile e del compassionevole, è facile à vedere, quanto questa che non è intorno à un matrimonio o à un amoretto, ma che è intorno à un fatto atrocissimo e alla più gran rivoluzione che sia avvenuta nel più grande imperio del mundo, è facile dico à vedere quanto ella venga ad essere più distinta dalla Commedia delle altre Tragedie Francesi, e monti dirò così sopra un coturno più alto di quelle. Ma non è già per tutto ciò che io credo che i più non sieno per sentirla altrimenti. Non fa mestieri aver veduto mores hominum multorum & urbes per sapere che i più bei ragionamenti del mondo se ne vanno quasi sempre con la peggio quando egli hanno à combattere contra le opinioni radicate dall'usanza e dall'autorità di quel sesso, il cui imperio si stende fino alle Provincie scientifiche. L'Amore che è Signor dispotico delle scene Francesi vorrà difficilmente comportare, che altre passioni vogliano partire il regno con esso lui; e non sò come una Tragedia dove non entran donne, tutta sentimenti di libertà e pratiche di politica, potrà piacere là dove odono Mitridate fare il galante sul punto di muovere il campo verso Roma, e dove odono Cesare medesimo che novello Orlando si vanta di aver fatto giostra con Pompeo in Farsaglia per i belli occhi di Cleopatra. E forse che il Cesare del Voltaire potrà correre la medesima fortuna à Parigi che Temistocle, Alcibiade e quegli altri grandi uomini della Grecia corsero in Atene; i quali erano ammirati da tutta la Terra e sbanditi à un tempo medesimo della patria loro.

Come sia, il Voltaire ha preso in questa Tragedia ad imitare la severità del Teatro Inglese, e segnatamente SaKespeare uno de' loro Poeti, in cui dicesi, e non à torto, che vi sono errori innumerabili e pensieri inimitabili, faults innumerable and thoughts inimitable. Del che il suo Cesare medesimo ne fà pienissima fede. E ben ella può credere che il nostro Poeta ha fatto quell'uso di Sakespeare che Virgilio faceva di Ennio. Egli ha espresso in Francese le due scene ultime della Tragedia Inglese, le quali, toltone alcune mende, sono come quelle due di Burro e di Narciso con Nerone nel Britannico, due specchi cioè di eloquenza nel persuadere altrui le cose le più contrarie tra loro sullo stesso argomento. Ma chi sa se anche da questo lato, voglio dire a cagion della imitazione di SaKespeare, questa Tragedia non sia per piacere meno che non si vorrebbe? A niuno è nascosto come la Francia e l'Inghilterra sono rivali nella Politica, nel Commercio, nella gloria delle armi e delle lettere.

Littora littoribus contraria fluctibus undæ

E si potrebbe dare il caso la Poesia Inglese fosse accolta a parigi allo stesso modo della Filosofia che è stata loro recata dal medesimo paese. Ma certo dovranno sapere i Francesi non picciolo grado à chi è venuto ad arricchire in certa maniera il loro Parnasso di una sorgente novella. Tanto più che grandissima è la discrezione con che ad imitare gl'Inglesi s'è fatto il nostro Poeta, come colui che ha trasportato nel Teatro di Francia la severità delle loro Tragedie senza la ferocita. Nella quale idea d'imitazioni egli ha di gran lunga superato Addissono, il quale nel suo Catone ha mostrato a' suoi non tanto la regolarità del Teatro Francese quanto la importunità degli amori di quello. E con ciò egli è venuto à corrompere uno de' pochissimi Drammi moderni, in cui lo stile sia veramente tragico, e in cui i Romani parlino Latino, à dir così, e non Spagnuolo.

Ma un romore senza dubbio grandissimo ella sentirà levarsi contro à questa Tragedia, perchè ella sia di tre Atti solamente. Aristotile egli è il vero, parlando nella Poetica della lunghzza dell' azione teatrale non si spiega così chiaramente sopra questa tal divisione in cinque Atti, ma ognuno sa quei versi della Poetica Latina:

Neve minor neu sit quinto productior actu

Fabula quae posci vult & spectata reponi.

Il qual precetto da Orazio per la Commedia egualmente che per la Tragedia. Ma se pur vi ha delle Commedie di Moliere di trè Atti e non più, e che ciò non ostante son tenute buone, non so perchè non vi possa ancora essere una buona Tragedia che sia di tre Atti, e non di cinque.

—————————Quid autem

Cæcilio Plautoque dabit Romanus ademptum

Virgilio Varioque?

E forse che sarebbe per lo migliore se la maggior parte delle Tragedie di oggidì si riducessero a trè Atti solamente; dacchè si vede che per aggiungere i cinque, il più degli Autori sono pur stati costretti ad appiccarvi degli Episodi, i quali allungano il componimento e ne sceman l'effetto, snervando come fanno l'azione principale. E il Racine medesimo per somiglianti ragioni compose gia l'Ester di tre Atti e non più. Che se i Greci nelle loro Tragedie benchè semplicissime furono religiosi osservatori della divisione in cinque Atti, è da far considerazione, oltre che per lo più gli Atti sono anzi brevi che nò, che il coro vi occupa una grandissima parte del Dramma.

Io non so se quivi io bene m'apponga; questo so certo che mi giova parlare di Poesia con esso lei che ne potrebbe esser maestro come ella ne è talora leggiadrissimo artefice. Pollio & ipse facit nova carmina. Sicchè ella bien saprà scorgere la bellezza di questa Tragedia, molti versi della quale hanno di gia occupato un luogo nella mia memoria, e vi risuonan dentro in maniera che io non gli potrei far tacere. E pigliando principalmente ad esaminare la costituzione della favola, ella potrà meglio giudicare di chichesia se il Voltaire siccome ha aperto tra' suoi una nuova carriera così ancora ne sia giunto alla metà. Ma che non vien ella medesima à Cirey à communicarci le dotte sui riflessioni? ora massimamente che ne assicurano essere per la pace già segnata composte le cose di Europa. Niente allora quì mancherebbe al desiderio mio, e à niuno potrebbe parer nuovo in Parigi che io mi rimanessi in una Provincia.

Cirey 12. Octobre 1735.






ACTEURS.

JULES CESAR, MARC-ANTOINE, JUNIUS BRUTUS, Dictateur.
Consul
Préteur
CASSIUS,
CIMBER,
DECIMUS,
DOLABELLA,
CASCA,


Sénateurs.
Les Romains.
Licteurs.

La Scène est à Rome au Capitole.




LA MORT

DE CESAR

TRAGEDIE.


ACTE PREMIER.



SCENE I.

CESAR, ANTOINE.

ANTOINE.

Cesar, tu vas régner; voici le jour auguste,

Où le peuple Romain, pour toi toujours injuste

Changé par tes vertus, va reconnaître en toi

Son vainqueur, son appui, son vengeur, & son Roi.

Antoine, tu le fais, ne connaît point l'envie.

J'ai chéri plus que toi la gloire de ta vie;

J'ai préparé la chaîne où tu mets les Romains,

Content d'être sous toi le second des humains,

Plus fier de t'attacher ce nouveau Diadème,

Plus grand de te servir que de régner moi-même.

Quoi! tu ne me répons que par de longs soupirs!

Ta grandeur fait ma joie, & fait tes déplaisirs!

Roi de Rome & du Monde, est-ce à toi de te plaindre?

Cesar peut-il gémir, ou Cesar peut-il craindre?

Qui peut à ta grande âme inspirer la terreur?

CESAR.

L'amitié, cher Antoine; il faut t'ouvrir mon coeur.

Tu sais que je te quitte, & le destin m'ordonne

De porter nos drapeaux aux champs de Babylone.

Je pars, & vai venger sur le Parthe inhumain

La honte de Crassus & du peuple Romain.

L'aigle des légions, que je retiens encore,

Demande à s'envoler vers les mers du Bosphore;

Et mes braves soldats n'attendent pour signal,

Que de revoir mon front ceint du bandeau royal.

Peut-être avec raison Cesar peut entreprendre

D'attaquer un pays qu'a soumis Alexandre.

Peut-être les Gaulois, Pompée & les Romains,

Valent bien les Persans subjugués par ses mains.

J'ose au moins le penser; & ton ami se flate

Que le vainqueur du Rhin peut l'être de l'Euphrate.

Mais cet espoir m'anime, & ne m'aveugle pas.

Le sort peut se lasser de marcher sur mes pas:

La plus haute sagesse en est souvent trompée;

Il peut quitter Cesar, ayant trahi Pompée;

Et dans les factions, comme dans les combats,

Du triomphe à la chute il n'est souvent qu'un pas.

J'ai servi, commandé, vaincu, quarante années;

Du Monde entre mes mains j'ai vu les destinées;

Et j'ai toujours connu qu'en chaque évenement

le destin des Etats dépendait d'un moment.

Quoi qu'il puisse arriver, mon coeur n'a rien à craindre;

Je vaincrai sans orgueuil, ou mourrai sans me plaindre.

Mais j'exige en partant, de ta tendre amitié,

Qu'Antoine à mes enfans soit pour jamais lié;

Que Rome par mes mains défenduë & conquise,

que la Terre à mes fils, comme à toi, soit soumise;

Et qu'emportant d'ici le grand titre de Roi,

Mon sang & mon ami le prennent après moi.

Je te laisse aujourdhui ma volonté dernière.

Antoine, à mes enfans il faut servir de père.

Je ne veux point de toi demander des sermens,

De la foi des humains sacrés & vains garans;

Ta promesse suffit, & je la crois plus pure

Que les autels des Dieux entourés du parjure.

ANTOINE.

C'est déjà pour Antoine une assez dure loi,

Que tu cherches la guerre & le trépas sans moi,

Et que ton intérêt m'attache à l'Italie,

Quand la gloire t'appelle aux bornes de l'Asie.

Je m'afflige encor plus de voir que ton grand coeur

Doute de sa fortune, & présage un malheur:

Mais je ne comprens point ta bonté qui m'outrage,

Cesar, que me dis-tu, de tes fils, de partage?

Tu n'as de fils qu'Octave, & nulle adoption

N'a d'un autre Cesar appuyé ta maison.

CESAR.

Il n'est plus tems, ami, de cacher l'amertume,

Dont mon coeur paternel en secret se consume.

Octave n'est mon sang qu'à la faveur des lois:

Je l'ai nommé Cesar, il est fils de mon choix,

Le destin, (dois je dire, ou propice, ou sévère?)

D'un véritable fils en effet m'a fait père,

D'un fils que je chéris, mais qui pour mon malheur,

A ma tendre amitié répond avec horreur.

ANTOINE.

Et quel est cet enfant: Quel ingrat peut-il être,

Si peu digne du sang dont les Dieux l'ont fait naître?

CESAR.

Ecoute: Tu connais ce malheureux Brutus,

Dont Caton cultiva les farouches vertus,

De nos antiques lois ce défenseur austère,

Ce rigide ennemi du pouvoir arbitraire,

Qui toujours contre moi, les armes à la main,

De tous mes ennemis a suivi le destin;

Qui fut mon prisonnier aux champs de Thessalie;

A qui j'ai malgré lui sauvé deux fois la vie,

Né, nourri loin de moi chez mes fiers ennemis.

ANTOINE.

Brutus! il se pourrait...

CESAR

Ne m'en crois pas. Tien, lis.

ANTOINE.

Dieux! la soeur de Caton, la fière Servilie!

CESAR.

Par un hymen secret elle me fut unie.

Ce farouche Caton, dans nos premiers débats,

La fit presqu'à mes yeux passer en d'autres bras:

Mais le jour qui forma ce second hyménée,

De son nouvel époux trancha la destinée.

Sous le nom de Brutus mon fils fut élevé.

Pour me haïr, ô Ciel! était-il reservé?

Mais lis: tu sauras tout par cet écrit funeste.

ANTOINE. (Il lit)

Cesar, je vais mourir. La colère céleste

Va finir à la fois ma vie & mon amour.

Souvien-toi qu'à Brutus Cesar donna le jour.

Adieu. Puisse ce fils éprouver pour son père

L'amitié qu'en mourant te conservait sa mère!

(Servilie)

Quoi! faut il que du sort la tyrannique loi,

Cesar, te donne un fils si peu semblable à toi?

CESAR.

Il a d'autres vertus; son superbe courage

Flate en secret le mien, même alors qu'il l'outrage.

Il m'irrite, il me plaît. Son coeur indépendant

Sur mes sens étonnés prend un fier ascendant.

Sa fermeté m'impose, & je l'excuse même,

De condamner en moi l'autorité suprême.

Soit qu'étant homme & père, un charme séducteur,

L'excusant à mes yeux, me trompe en sa faveur;

Soit qu'étant né Romain, la voix de ma patrie

Me parle malgré moi contre ma tyrannie;

Et que la liberté que je viens d'opprimer,

Plus forte encor que moi, me condamne à l'aimer.

Te dirai-j encor plus? Si Brutus me doit l'être,

S'il est fils de Cesar, il doit haïr un Maître.

J'ai pensé comme lui, dès mes plus jeunes ans;

J'ai détesté Sylla, j'ai haï les Tyrans.

J'eusse été Citoyen, si l'orgueilleux Pompée

N'eut voulu m'opprimer sous sa gloire usurpée.

Né fier, ambitieux, mais né pour les vertus,

Si je n'étais Cesar, j'aurais été Brutus.

Tout homme à son état doit plier son courage.

Brutus tiendra bientôt un différent langage,

Quand il aura connu de quel sang il est né.

Croi-moi, le Diadème à son front destiné,

Adoucira dans lui sa rudesse importune;

Il changera de moeurs, en changeant de fortune.

La nature, le sang, mes bienfaits, tes avis,

Le devoir, l'intérêt, tout me rendra mon fils.

ANTOINE.

J'en doute. Je connais sa fermeté farouche:

La secte dont il est n'admet rien qui la touche.

Cette secte intraitable, & qui fait vanité,

D'endurcir les esprits contre l'humanité,

Qui dompte & foule aux pieds la Nature irritée,

Parle seule à Brutus, & seule est écoutée.

Ces préjugés affreux, qu'ils appellent devoir,

Ont sur ces coeurs de bronze un absolu pouvoir.

Caton même, Caton, ce malheureux Stoïque,

Ce Héros forcené, la victime d'Utique,

Qui fuyant un pardon qui l'eût humilié,

Préféra la mort même à ta tendre amitié;

Caton fut moins altier, moins dur, & moins à craindre,

Que l'ingrat qu'à t'aimer ta bonté veut contraindre.

CESAR

Cher ami, de quels coups tu viens de me frapper!

Que m'as-tu dit?

ANTOINE.

Je t'aime, & ne te puis tromper.

CESAR.

Le tems amollit tout.

ANTOINE.

Mon coeur en désespère.

CESAR.

Quoi, sa haine!...

ANTOINE.

Croi-moi.

CESAR.

N'importe; je suis père.

J'ai chéri, j'ai sauvé mes plus grands ennemis:

Je veux me faire aimer de Rome & de mon fils;

Et conquérant des coeurs vaincus par ma clémence,

Voir la Terre & Brutus adorer ma puissance.

C'eft à toi de m'aider dans de si grands desseins:

Tu m'a prêté ton bras, pour dompter les humains;

Dompte aujourdhui Brutus, adouci son courage!

Prépare par degrés cette vertu sauvage

Au secret important qu'il lui faut révéler,

Et dont mon coeur encor hésite à lui parler.

ANTOINE.

Je ferai tout pour toi; mais j'ai peu d'espérance.

SCENE II.

CESAR, ANTOINE, DOLABELLA.

DOLABELLA.

Cesar, les Sénateurs attendent audience;

A ton ordre suprême il se rendent ici.

CESAR.

Ils ont tardé long-tems,... Qu'ils entrent.

ANTOINE.

Les voici.

Que je lis sur leur front de dépit & de haine!

SCENE III.

CESAR, ANTOINE, BRUTUS,
CASSIUS, CIMBER, DECIMUS
CINNA, CASCA, &c. Licteurs.

CESAR assis.

Venez, dignes soutiens de la grandeur Romaine,

Compagnons de Cesar. Approchez, Cassius

Cimber, Cinna, Décime, & toi mon cher Brutus.

Enfin voici le tems, si le Ciel me seconde,

Où je vais achever la conquête du Monde,

Et voir dans l'Orient le Trône de Cyrus

Satisfaire, en tombant, aux mânes de Crassus.

Il est tems d'ajoûter, par le droit de la guerre,

Ce qui manque aux Romains des trois parts de la Terre.

Tout est prêt, tout prévû pour ce vaste dessein:

L'Euphrate attend Cesar, & je pars dès demain.

Brutus & Cassius me suivront en Asie:

Antoine retiendra la Gaule & l'Italie.

De la Mer Atlantique, & des bords du Bétis,

Cimber gouvernera les Rois assujettis.

Je donne à Décimus la Grèce & la Lycie,

A Marcellus le Pont, à Casca la Syrie.

Ayant ainsi réglé le sort des Nations,

Et laissant Rome heureuse & sans divisions,

Il ne reste au Sénat, qu'à juger sous quel titre

De Rome & des humains je dois être l'arbitre.

Sylla fut honoré du nom de Dictateur,

Marius fut Consul, & Pompée Empereur.

J'ai vaincu le dernier; & c'est assez vous dire,

Qu'il faut un nouveau nom pour un nouvel Empire;

Un nom plus grand, plus saint, moins sujet aux revers,

Autrefois craint dans Rome, & cher à l'Univers.

Un bruit trop confirmé se répand sur la Terre,

Qu'en vain Rome aux Persans ose faire la guerre;

Qu'un Roi seul peut les vaincre & leur donner la loi:

Cesar va l'entreprendre, & Cesar n'est pas Roi.

Il n'est qu'un Citoyen fameux pour ses services,

Qui peut du peuple encor essuyer les caprices...

Romains, vous m'entendez, vous savez mon espoir,

Songez à mes bienfaits, songez à mon pouvoir.

CIMBER.

Cesar, il faut parler. Ces Sceptres, ces Couronnes,

Ce fruit de nos travaux, l'Univers que tu donnes,

Seraient aux yeux du Peuple, & du Sénat jaloux,

Un outrage à l'Etat, plus qu'un bienfait pour nous.

Marius, ni Sylla, ni Carbon ni Pompée,

dans leur autorité sur le peuple usurpée,

N'ont jamais prétendu disposer à leur choix

Des conquêtes de Rome, & nous parler en Rois.

Cesar, nous attendions de ta clémence auguste

Un don plus précieux, une faveur plus juste,

Au-dessus des Etats donnés pas ta bonté...

CESAR.

Qu'oses-tu demander, Cimber?

CIMBER.

La liberté.

CASSIUS.

Tu nous l'avais promise; & tu juras toi-même

D'abolir pour jamais l'autorité suprême.

Et je croyais toucher à ce moment heureux,

Où le vainqueur du Monde allait combler nos voeux.

Fumante de son sang, captive, désolée,

Rome dans cet espoir renaissoit consolée.

Avant que d'être à toi nous sommes ses enfans;

Je songe à ton pouvoir; mais songe à tes sermens.

BRUTUS.

Oui, que Cesar soit grand: mais que Rome soit libre

Dieux! maîtresse de l'Inde, esclave au bord du Tibre!

Qu'importe que son nom commande à l'Univers?

Et qu'on l'appelle Reine, alors qu'elle est aux fers?

Qu'importe à ma patrie, aux Romains que tu braves,

D'apprendre que Cesar a de nouveaux esclaves?

Les Persans ne sont pas nos plus fiers ennemis;

Il en est de plus grands. Je n'ai point d'autre avis.

CESAR.

Et toi, Brutus, aussi?

ANTOINE à Cesar.

Tu connais leur audace:

Voi si ces coeurs ingrats sont dignes de leur grace.

CESAR.

Ainsi vous voulez donc, dans vos témérités,

Tenter ma patience, & lasser mes bontés?

Vous qui m'appartenez par le droit de l'épée,

Rampans sous Marius, esclaves de Pompée;

Vous qui ne respirez qu'autant que mon courroux

Retenu trop long-tems s'est arrêté sur vous:

Républicains ingrats, qu'enhardit ma clémence,

Vous qui devant Sylla, garderiez le silence;

Vous que ma bonté seule invite à m'outrager,

Sans craindre que Cesar s'abaisse à se venger.

Voilà ce qui vous donne une âme assez hardie,

Pour oser me parler de Rome & de patrie,

Pour affecter ici cette illustre hauteur,

Et ces grands sentimens devant votre vainqueur.

Il les fallait avoir aux plaines de Pharsale.

La fortune entre nous devient trop inégale.

Si vous n'avez sû vaincre, apprenez à servir.

BRUTUS.

Cesar, aucun de nous n'apprendra qu'à mourir.

Nul ne m'en désavouë, & nul en Thessalie

N'abaissa son courage à demander la vie.

Tu nous laissas le jour, mais pour nous avilir:

Et nous le détestons, s'il te faut obéïr,

Cesar, qu'à ta colère aucun de nous n'échappe:

Commence ici par moi; si tu veux régner, frappe.

CESAR.

Ecoute... vous sortez.

(Les Sénateurs sortent.)

Brutus m'ose offenser!

Mais sais-tu de quels traits tu viens de me percer?

Va, Cesar est bien loin d'en vouloir à ta vie.

Laisse-là du Sénat l'indiscrète furie.

Demeure. C'est toi seul qui peux me désarmer.

Demeure. C'est toi seul que Cesar veut aimer.

BRUTUS.

Tout mon sang est à toi, si tu tiens ta promesse.

Si tu n'es qu'un Tyran, j'abhorre ta tendresse;

Et je ne peux rester avec Antoine & toi,

Puisqu'il n'est plus Romain, & qu'il demande un Roi.

SCENE IV.

CESAR, ANTOINE.

ANTOINE.

Eh bien, t'ai-je trompé? Crois-tu que la nature

Puisse amolir une âme, & si fière, & si dure?

Laisse, laisse à jamais dans son obscurité

Ce secret malheureux qui pése à ta bonté.

Que de Rome, s'il veut, il déplore la chute;

Mais qu'il ignore au moins quel sang il persécute.

Il ne mérite pas de te devoir le jour.

Ingrat à tes bontés, ingrat à ton amour,

Renonce-le pour fils.

CESAR.

Je ne le puis: je l'aime.

ANTOINE.

Ah! cesse donc d'aimer l'orgueil du Diadème:

Descen donc de ce rang, où je te vois monté;

La bonté convient mal à ton autorité;

De ta grandeur naissante elle détruit l'ouvrage.

Quoi! Rome est sous tes loix, & Cassius t'outrage!

Quoi Cimber! quoi Cinna! ces obscurs Sénateurs,

Aux yeux du Roi du Monde affectent ces hauteurs!

Ils bravent ta puissance, & ces vaincus respirent!

CESAR

Ils sont nés mes égaux; mes armes les vainquirent;

Et trop au-dessus d'eux, je leur puis pardonner

De frémir sous le joug que je veux leur donner.

ANTOINE.

Marius de leur sang eût été moins avare.

Sylla les eût punis.

CESAR.

Sylla fut un barbare,

Il n'a su qu'opprimer. Le meurtre & la fureur

Faisaient sa politique, ainsi que sa grandeur.

Il a gouverné Rome au milieu des supplices;

Il en était l'effroi, j'en serai les délices.

Je sai quel est le peuple, on le change en un jour;

Il prodigue aisément sa haine & son amour;

Si ma grandeur l'aigrit, ma clémence l'attire.

Un pardon politique à qui ne peut me nuire,

Dans mes chaînes qu'il porte, un air de liberté

A ramené vers moi sa faible volonté.

Il faut couvrir de fleurs l'abîme où je l'entraîne,

Flater encor ce tigre à l'instant qu'on l'enchaîne,

Lui plaire en l'accablant, l'asservir, le charmer,

Et punir mes rivaux en me faisant aimer.

ANTOINE.

Il faudrait être craint: c'est ainsi que l'on règne.

CESAR.

Va, ce n'est qu'aux combats que je veux qu'on me craigne.

ANTOINE.

Le Peuple abusera de ta facilité.

CESAR.

Le Peuple a jusqu'ici consacré ma bonté.

Voi ce Temple que Rome élève à ma clémence!

ANTOINE.

Crain qu'elle n'en élève un autre à la vengeance.

Crain des coeurs ulcérés, nourris de désespoir,

Idolâtres de Rome, & cruels par devoir.

Cassius allarmé prévoit qu'en ce jour même

Ma main doit sur ton front mettre le Diadème.

Déjà même à tes yeux on ose en murmurer.

Des plus impétueux tu devrais t'assurer.

A prévenir leurs coups daigne au moins te contraindre.

CESAR.

Je les aurais punis, si je les pouvais craindre.

Ne me conseille point de me faire haïr.

Je sai combattre, vaincre, & ne sai point punir.

Allons, & n'écoutant ni soupçon, ni vengeance,

Sur l'Univers soumis régnons sans violence.

Fin du premier Acte.




ACTE II.


SCENE I.

BRUTUS, ANTOINE, DOLABELLA.

ANTOINE.

Ce superbe refus, cette animosité,

Marquent moins de vertu que de férocité.

Les bontés de Cesar, & surtout sa puissance,

Méritaient plus d'égards & plus de complaisance:

A lui parler du moins vous pourriez consentir.

Vous ne connaissez pas qui vous osez haïr:

Et vous en frémiriez, si vous pouviez apprendre...

BRUTUS.

Ah! je frémis déjà; mais c'est de vous entendre.

Ennemi des Romains, que vous avez vendus,

Pensez-vous ou tromper, ou corrompre Brutus?

Allez ramper sans moi sous la main qui vous brave;

Je sai tous vos desseins, vous brûlez d'être esclave.

Vous voulez un Monarque! & vous êtes Romain!

ANTOINE.

Je suis ami, Brutus, & porte un coeur humain.

Je ne recherche point une vertu plus rare:

Tu veux être un Héros, mais tu n'est qu'un Barbare:

Et ton farouche orgueil, que rien ne peut fléchir,

Embrassa la vertu, pour la faire haïr.

SCENE II


BRUTUS seul.

Quelle bassesse, ô Ciel! & quelle ignominie!

Voilà donc les soutiens de ma triste patrie!

Voilà vos successeurs, Horace, Decius,

Et toi, vengeur des Loix, toi mon sang, toi Brutus!

Quels restes, justes Dieux! de la grandeur Romaine!

Chacun baise en tremblant la main qui nous enchaîne.

Cesar nous a ravi jusques à nos vertus,

Et je cherche ici Rome, & ne la trouve plus.

Vous que j'ai vu périr, vous immortels courages,

Héros, dont en pleurant j'apperçois les images,

Famille de Pompée, & toi, divin Caton,

Toi dernier des Héros du sang de Scipion,

Vous ranimez en moi ces vives étincelles

Des vertus dont brillaient vos ames immortelles.

Vous vivez dans Brutus, vous mettez dans mon sein

Tout l'honneur qu'un Tyran ravit au nom Romain.

Que vois-je, grand Pompée, au pied de ta statuë?

Quel billet, sous mon nom, se présente à ma vuë?

Lisons: (Il prend le billet.)

Tu dors, Brutus, & Rome est dans les fers!

Rome, mes yeux sur toi seront toujours ouverts;

Ne me reproche point des chaînes que j'abhorre.

Mais quel autre billet à mes yeux s'offre encore?

Non, tu n'es pas Brutus. Ah! reproche cruel!

Cesar! tremble, Tyran, voilà ton coup mortel.

Non, tu n'es pas Brutus. Je le suis, je veux l'être.

Je périrai, Romains; ou vous serez sans Maître.

Je vois que Rome encor a des coeurs vertueux.

On demande un vengeur, on a sur moi les yeux:

On excite cette ame, & cette main trop lente:

On demande du Sang... Rome sera contente.

SCENE III.

BRUTUS, CASSIUS, CINNA, CASCA,
DECIMUS, Suite.

CASSIUS.

Je t'embrasse, Brutus, pour la dernière fois.

Amis, il faut tomber sous les débris des Loix.

De Cesar désormais je n'attens plus de grace;

Il sait mes sentimens, il connaît notre audace.

Notre ame incorruptible étonne ses desseins;

Il va perdre dans nous les derniers des Romains.

C'en est fait, mes amis, il n'est plus de patrie,

Plus d'honneur, plus de loix, Rome est anéantie;

De l'Univers & d'elle il triomphe aujourdhui.

Nos imprudens ayeux n'ont vaincu que pour lui.

Ces dépouilles des Rois, ce Sceptre de la Terre,

Six cent ans de vertus, de travaux & de guerre:

Cesar jouit de tout, & dévore le fruit

Que six siécles de gloire à peine avaient produit.

Ah Brutus! es-tu né pour servir sous un Maître?

La liberté n'est plus.

BRUTUS.

Elle est prête à renaître.

CASSIUS.

Que dis-tu? Mais quel bruit vient frapper mes esprits?

BRUTUS.

Laisse-là ce vil peuple, & ses indignes cris.

CASSIUS.

La liberté, dis-tu?... Mais quoi... le bruit redouble.


SCENE IV.

BRUTUS, CASSIUS, CIMBER,
DECIMUS.

CASSIUS.

Ah! Cimber, est-ce toi? parle, quel est ce trouble?

DECIMUS.

Trame-t-on contre Rome un nouvel attentat?

Qu'a-t-on fait? qu'as-tu vû?

CIMBER.

La honte de l'Etat.

Cesar était au Temple, & cette fière idole

Semblait être le Dieu qui tonne au Capitole.

C'est là qu'il annonçait son superbe dessein,

D'aller joindre la Perse à l'Empire Romain.

On lui donnait les noms de foudre de la guerre,

De vengeur des Romains, de vainqueur de la Terre;

Mais parmi tant d'éclat, son orgueil imprudent

Voulait un autre titre & n'était pas content.

Enfin parmi ces cris, & ces chants d'allégresse,

Du peuple qui l'entoure Antoine fend la presse,

Il entre: ô honte! ô crime indigne d'un Romain!

Il entre, la Couronne, & le Sceptre à la main.

On se tait: on frémit: lui, sans que rien l'étonne,

Sur le front de Cesar attache la Couronne;

Et soudain devant lui se mettant à genoux,

Cesar, règne, dit-il, sur la Terre & sur nous;

Des Romains à ces mots les visages pâlissent;

De leurs cris douloureux les voûtes retentissent.

J'ai vu des Citoyens s'enfuir avec horreur,

D'autres rougir de honte & pleurer de douleur.

Cesar, qui cependant lisait sur son visage

De l'indignation l'éclatant témoignage,

Feignant des sentimens long-tems étudiés,

Jette & Sceptre & Couronne, & les foule à ses pieds.

Alors tout se croit libre, alors tout est en proie

Au fol enyvrement d'une indiscrète joie.

Antoine est allarmé: Cesar feint, & rougit;

Plus il cèle son trouble, & plus on l'applaudit.

La modération sert de voile à son crime:

Il affecte à regret un refus magnanime.

Mais malgré ses efforts, il frémissait tout bas,

Qu'on applaudit en lui les vertus qu'il n'a pas.

Enfin ne pouvant plus retenir sa colère,

Il sort du Capitole avec un front sévère.

Il veut que dans une heure on s'assemble au Sénat,

Dans une heure, Brutus, Cesar change l'Etat.

De ce Sénat sacré la moitié corrompuë,

Ayant acheté Rome, à Cesar l'a venduë;

Plus lâche que ce peuple, à qui dans son malheur,

Le nom de Roi du moins fait toujours quelque horreur.

Cesar, déjà trop Roi, veut encor la Couronne:

Le peuple la réfuse, & le Sénat la donne;

Que faut-il faire enfin, Héros qui m'écoutez?

CASSIUS.