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La pianta dei sospiri / con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore cover

La pianta dei sospiri / con alcuni cenni su la vita e su le opere dell'autore

Chapter 9: III.
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About This Book

Una narrazione ambientata in un contesto rurale che segue famiglie e vicini diretti a una festa sul monte, intrecciando episodi di vita quotidiana, curiosità giovanile e vicende amorose. Attraverso racconti e ricordi emergono le sventure degli amanti del colle e si alternano osservazioni morali e considerazioni critiche sul costume e sulle lettere. Il testo mescola episodi popolari e riflessioni, offrendo un affresco della comunità, dei suoi legami affettivi e delle tensioni tra sentimento e riconoscimento sociale; include inoltre cenni biografici e note sull'autore che completano il quadro complessivo.

The Project Gutenberg eBook of La pianta dei sospiri

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Title: La pianta dei sospiri

Author: Defendente Sacchi

Commentator: Giovanni Battista Cremonesi

Release date: August 28, 2008 [eBook #26453]
Most recently updated: January 4, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

BIBLIOTECA SCELTA

DI OPERE ITALIANE ANTICHE E MODERNE

vol. 428

DEFENDENTE SACCHI

LA PIANTA DEI SOSPIRI

  Illustrazione: Appoggiato ad un bastone narrò le sventure
  degli amanti del colle.

                           p. II.

LA PIANTA DEI SOSPIRI

ROMANZO DI DEFENDENTE SACCHI

CON ALCUNI CENNI DI G. B. CREMONESI SU LA VITA E SU LE OPERE DELL'AUTORE

MILANO

PER GIOVANNI SILVESTRI

1841

A GIOVANNI SILVESTRI

Voi m'invitaste a dettare alcuni Cenni intorno a Defendente Sacchi, ed io non ebbi a frapporre un solo istante per vedere, che a Voi, dolce e tenero amico di sì caro uomo, era dovuto il mio lavoro qualsiasi.

Conosco già che questa mia fatica sarà tenuta in pochissimo pregio da tutti quelli che non vogliono udir a narrare che le grandi cose, o gli uomini straordinarj; desiderio perdonabile a questi tempi, in cui fummo agitati da tante meraviglie di avvenimenti quasi incredibili. Ma non importa; io non confido certamente di piacere a que' saccenti i quali, gonfi del loro fumo scientifico vorran disprezzare questo umile lavoro ch'io dedico alla Vostra amicizia, lavoro che certamente non ha merito fuorchè nei sentimenti che lo dettarono. Da questo lato torni egli più caro al vostro cuore scevro da quella fredda politura, che, venuta in un momento di calma, travisa non di rado le calde ispirazioni delle passioni.

Accoglietelo dunque benevolo, e assicuratevi della mia pienissima estimazione.

Di Casa, 27 febbrajo 1841

GIAMBATTISTA CREMONESI

DEFENDENTE SACCHI

CENNI
DI G. B. CREMONESI¹

                             Bello è il pianger gli estinti; e separato
                               Dall'immemore vulgo, a cui non fiede
                               L'alma torpida oggetto altro nessuno
                               Fuor che l'oggetto che la man gli tocca,
                               E con forma e colori occupa il guardo,
                               Bello è il ridursi a solitaria cella;
                               E ad uno ad uno riandando i giorni
                               Che negri precedeano alla sventura,
                               Chiamar l'amato nome, e con lo spirto
                               Conversar del defunto.

¹ _Quantunque i molti scritti di D. Sacchi sieno bastanti a render durevole la di lui fama, pure non ispiacerà al lettore che un suo caro amico, il sig. Giambattista Cremonesi, abbia, da noi richiesto, dettato alcuni cenni per rilevarne maggiormente la virtù del defunto. Il sentimento di una viva riconoscenza ed ammirazione che il suo animo nutre costantemente verso la memoria di Sacchi, ed il desiderio di renderne un pubblico attestato, sono le sole ragioni che lo obbligano ad appagare in un col suo, il nostro desiderio.—L'Autore di questi cenni non intese di scrivere l'elogio a questo letterato, ma sì bene, per quanto si poteva così subitamente, dare un pubblico segno di riverenza a chi gli fu caro amico ed alla patria, la quale deve godere che sia onorata la memoria di un suo chiaro cittadino._

Nota dell'Editore.

Chiunque sia zelante dell'onor nazionale, e tenga in pregio chi s'adopra a celebrar cogli scritti la memoria de' propri concittadini per ingegno e per virtù chiari e benemeriti, saprà certamente buon grado a noi che abbiam dettato un breve cenno che risguarda Defendente Sacchi, scrittore degno d'essere collocato nel novero di quei personaggi di cui va superba la biografia italiana. Ma delle chiare imprese quanto più ricca è la messe, tanto è meno agevole stringerla debitamente in parole, e le speranze de' leggitori e il pubblico grido adegnare. E noi sopra questa cagione principalmente ci scusavamo coll'egregio signor Giovanni Silvestri dal tessere questi Cenni, quando altri rispetti nell'animo nostro le forze loro usarono di qualità, che noi stessi i sospetti nostri improverando, fummo costretti a dettare queste parole, le quali se troppo povere all'argomento, ci saranno, speriamo, testimonio di osservanza e di volontà debita a tale che negli anni giovanili ci raccolse e agli studi dell'umane lettere confortò. Rimembranza veramente la quale più c'invoglia a piangere che a favellare.

Quanta dottrina, quanto ingegno, quante solide qualità, quante amabili virtù ci hanno fatto estimare ed amare questo caro confratello! Amico egli del vero, non istudiava che per conoscerlo, non iscriveva che per esporlo nella più chiara sua luce. Veruna prevenzione mai non lo traviò ne' suoi giudicj, mai non signoreggiò le sue opinioni. Vituperò sempre il mal vezzo di quelli che mettono con aspre critiche ed inurbane a rumore il pacifico regno delle lettere. Tale è il danno delle discordie letterarie, che mai non si può abbastanza dire di esse; ed allora si vogliono maggiormente combattere i vizj, quando per li malvagi esempi possono divenire comuni, e talvolta per certa loro indole vestir le sembianze della virtù.—Pur troppo, convien dirlo, questa mala costumanza di trattare le controversie letterarie colle armi della plebe e co' personali oltraggi, si è quasi perpetuata in Italia, ed anche al presente, sotto l'impero di più miti costumi, si è veduto nella giostra fra i Classici ed i Romantici, come pochi abbiano saputo attenersi alle norme di gentilezza che governano il moderno viver civile.

A ricondur sul buon sentiero gli abituati all'ira e alla critica mordace, giovino le seguenti parole di un illustre Italiano, parole che spirano reciproco amore e salutevole concordia; parole che noi dirigiamo principalmente, o giovani, a voi «ne' quali or la patria ripone le sue più liete speranze; a voi, ci rivolgiamo, e vi scongiuriamo, che vogliate discacciar del cuor vostro, se mai entrato vi fosse, un amore sì scellerato, e riprovi quel legittimo, quel santo amor di noi stessi onde si nutrono le anime generose, quell'amore onde si conciliano i nostri veri interessi con quelli d'altrui. Questo, questo collocò di sua mano la natura ne' petti umani; e appunto vel collocò affinchè avessero gli abitatori della stessa contrada, avvinti co' dolci legami d'una mutua benevolenza, a passar lietamente la loro vita. Se un amor di tal natura allignerà negli animi vostri, egli avverrà che, coltivando anche adulti le lettere con quell'ardore con cui ad esse dedicati vi siete fino da' vostri anni teneri, e congiungendo le vostre forze in loro vantaggio, siccome fecero gli avi nostri, le veggiate rialzarsi da quell'avvilimento in cui sono cadute per le discordie de' loro medesimi coltivatori. Già la grand'opera è oramai cominciata da alcuni privilegiati ingegni, dalla cui valorosa penna vanno esse ricevendo nuovo lustro. Quello che cominciarono a fare questi spiriti illustri, sarà continuato da voi: e le lettere nostre riacquisteranno il primo loro splendore; e voi darete agli altri del vostro paese un luminoso esempio di quell'amorevolezza ed urbanità con la quale gli uomini, dal loro Facitor destinati a dover vivere insieme, hanno a trattarsi fra loro.»

Se, nel corso di discussioni sempre franche ed amichevoli, avveniva a Sacchi di difendersi con qualche calore, questo non aveva per cagione che un interno convincimento; l'amor proprio non vi prendeva parte nessuna. Ispirato da quell'animosa verità di cui havvi sì grande scarsezza in questo secolo di servili dichiarati, e di liberali mentiti, si può dire essere sempre stato indifferente per lui che la verità uscisse dalla sua bocca, ovvero da quella di uno de' suoi amici, soltanto ch'essa riportasse vittoria. Egli definendo il merito e le mende d'ogni scrittore e d'ogni produzione, esaminando e paragonando le cose in modo da ischivare i traviamenti, traeva gli animi al bello ed all'utile; e adoperava la lima della critica per mostrare nel suo nudo aspetto tutto che era atto a fortificare le facoltà conoscitive invece di affinar le armi della bassa vendetta e della vile invidia. Chi più di lui nemico di quella smania di dileggiare e maledire per abitudine o per inclinazione tutte le cose buone e oneste? Noi vorremmo che ci intendessero quegli scrittori dei leggiadri nulla e dei pettegolezzi… Vorremmo c'intendessero tutti coloro i quali non sanno modellarsi che cogli spiriti mediocri, il cui contatto nuoce al genio, come la ruggine a' metalli!—S'abborriscano alla per fine le frivolezze ed il vano garrito, e si procuri di vivere in sè e non già negli oggetti esterni, di badare più alla realtà delle cose che alle apparenze, di agire e pensare senza imitazione, e di studiare d'esser uomo, perchè a tutti deve esser grave il veder scimmie da per tutto.—Non sappiamo comprendere come ai nostri giorni il piccolo numero de' veri letterati, e il grandissimo di coloro che aspirano a questa rinomanza, tanto si affanni in parole vuote affatto di un senso utile, e come alcuni scrittori di opere periodiche, senza al più delle volte leggere gli scritti degli autori, e non mai penetrando più a dentro nell'animo loro mandano da' loro scanni sentenze di morte e diplomi di immortalità e di gloria per i loro contemporanei, quasi che tutto il resto di questo vastissimo mondo che legge e che pensa abbia in essi soli riposta tanta parte delle loro facoltà d'intelletto da costruirne una sola inappellabile ed assoluta. E pazienza ciò si facesse apertamente confessando la propria religione in fatto di lettere, e difendendo a visiera calata la bandiera sotto la quale si viene assoltato, ma invece, in capo ad ogni opuscolo, ad ogni articolo da giornale, ad ogni giudizio, ad ogni controversia, noi vediamo sempre una solenne dichiarazione dell'imparzialità di chi scrive, ed una modestissima protesta di essere unicamente per il vero ed il giusto. Ma chi sono questi tali?—Oh! mio caro Cremonesi: la smania che non pochi hanno di mostrarsi dotti, solevaci spesse fiate ripetere Defendente Sacchi, ancorchè tali non siano, e le ciurmerie che usano a tal uopo, sono mirabilmente indicate nel Capo secondo della Relazione della Repubblica de' Cadmiti di Agnolo Piccione, dove si narra come i Cadmiti avendo testa piccina e statura di pigmeo, si allacciano a piedi una sorta di zoccoli d'elegante lavoro, e ritti ritti sen vanno sì, che veduti da lungi fanno una bella comparsa, ma se tu li squadri ben bene davvicino, ti si appalesano quelli che sono.—Se i nostri scrittori si porranno un giorno a raccogliere materiali per compilare la storia letteraria di questo beato ottocento, incontrando tanto profluvio di disputatori in materia di lettere, di scienze e di arti, crederanno che costoro con sì ricca dottrina di parole, con tanto gusto, con tante opinioni avranno dato al loro secolo capi d'opera maravigliosi in ogni ramo di italiana letteratura. Cercheranno i monumenti di tanta benemerenza gloriosa; ma che troveranno eglino invece?

    Rari appajon nuotando in vasto mare
      Prossimi anch'essi a rimaner sepolti
      Entro i gorghi profondi.

Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne egli sempre alla sentenza di Platone: Rerum naturam investigare difficile, in vulgus vero aperire nefas.

Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza viltà, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo attristava, poichè ripetea di sovente: Non si parla che dei malvagi in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in sì gran numero!—Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare dall'impetuosità della sua indole. Pur vero e giusto è il dire, che un costante e fermo dominio sopra sè stesso sarebbe il primo passo e il più importante, ad ottener il quale è necessario ed indispensabile la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento, incontentabile, irragionevol io, che tutto guasta e deforma, e che non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verità e conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante volte ciò che parzialmente è male, generalmente considerato, trovasi essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio male, ed anche in mezzo a quello è felice. Ma che? Questo fermo carattere e questa dignità non impedirono che intorno a lui bulicasse uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e presentarli al popolo, cui sì facile è l'ingannare, macchiati e deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo sempre più la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, nè lasciando che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con felicissimo successo.—L'avversità lo trovò sempre imperturbabile e sereno, e ben di lui può dirsi aver indefessamente praticato quel grave consiglio di Orazio:

    Æquam memento rebus in arduis
    Servare mentem, non secus in bonis
    Ab insolenti temperatam
    Laetitia.

Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la fortuna si è mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si è presentata al suo cospetto.—Se alcuno cerca la cagione di un sì crudele destino, ei durerà fatica in trovarlo. Volete voi chieder la ragione perchè questo perde al giuoco e quel vince? O perchè si danno quegli anni in cui non v'ha nè primavera nè autunno, in cui i frutti si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ciò non vi cada in pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicità colla prosperità degli uomini deboli. La fortuna può farsi ludibrio della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha d'atterrarne il coraggio.

Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorchè gli avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricchì il suo fondo senza diminuir quello di loro, e portò via il suo bottino eccitando l'altrui gratitudine. Alla gioventù dava l'idea dei fasti antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte età insieme conciliava. Abbandonò mai sempre la sua anima al tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si abbandona all'inquieta felicità della fortuna, di cui egli ridevasi ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ciò che solca spesse fiate ripetere Shakspeare:—Vada il mondo come sa andare, sorgano o cadano regni, purchè io abbia con che vivere, io sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola a bracciuoli è il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame che nessuno mi vorrà contrastare. Quest'è un minuzzolo di certezza ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra esistenza; è un istante di sole che rischiara benevolmente i miei dì nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.—Queste parole ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua affettuosità noi sempre partecipammo, e dal quale nè distanza di luoghi, nè disuguaglianza di tempi, nè vicende d'alcuna sorte poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere portò lui pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni città in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasciò sì profondo desiderio di sè, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione succeduta.

Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella più lontana prospettiva dell'antichità, dissero D. Sacchi uno scrittore spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno molti, in campi mietuti, nè di vivere delle altrui reliquie: egli possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per lo più il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava, furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici giornali.—La pubblica lode anima, è vero, vivifica, moltiplica i talenti: ma non serve di scuola che li formi, perchè i suoi giudizj, i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre più illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed è moneta fuori di corso: fa duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e costante il sentimento, la verità, il giudizio. I letterati, disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato, tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve con coscienza alle lettere.—Per la eccessiva lode, il campo della letteratura è a dì nostri, per la gioventù, come la scena teatrale: troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella è pericoloso il volersi fare una precoce riputazione, imperciocchè egli è talor più difficile il sostenerla quando è immatura, che il giungere a meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in noi franchezza di opinioni senza temerità, saviezza di principj senza nè pedanteria nè smanie di novità, aggiustatezza di giudizj dettati da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!—Pare proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre, santa è la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l'è un fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla più. Questo diciamo e a malincuore perchè la lettura di non pochi scritti di circostanze che si pubblicano in alcune città lombarde ne ha pur troppo convinti di questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di immortalità! Eglino ignorano che c'è un pubblico spassionato che gli ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici negozj, nè sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e dagli altri verità ed istruzione, come cibo salutare dell'animo. Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici convegni, nè rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori, giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, più forte d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo.

    «Se d'un forte pensier l'anima hai pregna,
      Se amor di verità ti trae dal fondo
      Franco l'accento e come strale acuto,
      Se te stesso non fuggi, e se Viltate
      Non t'è Prudenza, o Cortesia la pingue
      Sciocchezza intesta con sottil menzogna,
      Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno,
      Noia, dolor, calunnia a te raddensa
      Dell'agognato calice la fercia.
      Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio?
      Allor qual sei ti mostra: all'alto passo
      Della sventura, ove l'amor dei vili
      Quasi a meta finisce, il tuo cominci.
      Ma del gregge il contagio, e delle ciance
      Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue
      Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua:
      Ch'uom di lingua innocente è uom perfetto.
     . . . . . . . . . . . . . . .
      Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro
      Recherà degli eletti in cui rivivi;
      Cui tu l'immensa via delle intentate
      Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto,
      E la scienza degli arcani affetti:
      Or fa che in te primier forte s'alligni
      De' forti sensi il delicato germe.
      E di gentil fortezza e di verace
      Non commutabil gioia unica fonte
      È solitudo, il sai. Quivi te stesso
      Al Sol di Verità lento matura:
      L'alta fantasia, l'immota mente,
      E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso
      Rafferma, adergi, in armonia contempra.
     . . . . . . . . . . . . . . .
      Oh se possente meditar solingo,
      E labor diuturno, e integra vita
      E incessante pregar, dal ciel t'impetri
      Poche, ma pregne di fecondi Veri
      Splendide carte, in cui l'età lontane
      Bacin segnata del tuo cor la stampa,
      E ogni anima gentil senta il tuo spirto
      In sè trasfuso, e a pianger teco impari,
      Te beato in fra mille! Allor potrai
      Volgere al mondo, che da lunge amasti,
      Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi.»

Ma a che ripetere questi versi pieni di verità in tempo in cui sono in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che è la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile la facoltà di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume: in cui trionfa l'inganno…. Ma il mondo, altro non è che una piazza pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come ignoranti.

Defendente Sacchi possedeva in sommo grado quell'arte tanto necessaria, e direm quasi indispensabile per chi scrive pei giornali, di dir molto in poco senza procedere sempre ad estratti altrettanto pesanti che nojosi, e di esporre la propria opinione in lode o biasimo, come uomo che parli per gli altri e non per sè solo, il tutto spiegando e comentando in favorevole senso e giustamente, a differenza di non pochi che, senza carattere e senza propria opinione non sono che un eco della opinione la più generale o dell'ultima che han sentita. Vi sono di quelli che per darsi vanto di perspicacia maggiore di quella di colui con cui parlano o di cui scrivono, sempre una diversa opinione oppongono, qualunque sia, purchè diversa, e la propria asseriscono in tuono di certissima verità esser la sola da aversi. Fissare un'opinione in mezzo a tanti non è men difficile a chi non ne ha, che ad un giudice il decidere d'una lite da cento avvocati trattata.

Dotato di uno spirito conciliatore, di un carattere nobile e generoso, fermo sotto ogni aspetto, indulgente come lo sono tutti quegli uomini che non han bisogno di far forza a sè stessi per conservarsi puri in mezzo ad un mondo corrotto, mostrossi egli a suoi compagni di lettere, senza nulla ostentare, e sempre sotto un ingenuo sembiante. E questi suoi compagni di lettere erano veramente generali veterani e non appartenenti all'esercito di molti letterati attuali, esercito composto in gran parte di bande erranti, senza vessilli, senza disciplina, senza valore.

Persuaso che chi consuma e non produce, muore fallito verso il banco sociale, Sacchi non lasciò passar giorno senza stendere qualche linea di storia, di scienze, di lettere, di arti. I suoi studj erano animati dai sentimenti più nobili, la riconoscenza, l'amicizia, la gloria nazionale, l'amore della patria, per la quale conservava in petto vivissima la fiamma che agitava l'animo suo con energiche commozioni; e a questi sentimenti frammischiavasi la passione delle anime dabbene e l'interesse pubblico.

Convinto che la virtù non sia una parola, possedeva in sommo grado il pregio de' veri dotti, la modestia. Le morali e le intellettuali qualità erano in lui temperate con felice mistura. Gagliarda tempra di passioni avea in lui riposto natura, ma con assoluto imperio ei le governava. Purissimi sensi di religione fortificarono la sua virtù, ed ogni parte adornarono della irreprensibil sua vita. Per formarsi un'opinione e professarla, egli non consultò mai nè il timore, nè la speranza, nè le viste personali: il suo motto abituato era Verità e Giustizia.—Di memoria vasta e tenace, versatissimo in ogni genere di letteratura, facile prestavasi a chiunque lo richiedeva di qualche cognizione, non lasciandosi mai prendere a questa vaghezza di conquistare una facile lode, per timore di vederla spenta infruttuosamente, e di star solo contento della meraviglia del nome.—Commiserava le altrui disgrazie, e compiangendo gli errori e le umane follìe, vestiva di un dolce patetico gli oggetti pascendosi di filosofiche considerazioni e di belle speranze, che si sublimano sopra la sfera delle volgari passioni e de' cittadineschi tumulti. In tempi in cui gli studj letterarj non ottengono incoraggiamento o mercede, e in cui chi non nacque patrizio difficilmente sorge a qualche considerazione o fortuna, egli non brigò nè cariche nè onori, e persuaso che ciascuno debba servire lo Stato in ragione delle sue forze, rendette de' servigi, ma invece di chiedere ricompense, fu soddisfatto di meritarle.

Amava la gioventù generosa cui dava spesse fiate lezione di scienza morale, e insegnandoli la rettitudine dei giudizj, l'onestà delle azioni, il governo degli affetti sì nella vita pubblica che privata, spronavala all'eccellenza universale. Ci sta fisso in mente quel grande dettame di Parini, che Sacchi spesso ripeteva, onde i giovani se ne giovassero, per declinare ove torni meglio, o ritardare almeno l'ordinario giro delle vicende: Povertà fa industria, industria fa ricchezza, ricchezza fa nobiltà, nobiltà fa superbia, superbia fa ignoranza, ignoranza fa povertà.

Che diremo ora del suo cuore? Come lodare abbastanza quell'attitudine a un tenero e vivo affetto, che così caro lo rendeva agli amici? Nei suoi discorsi come ne' suoi scritti, nessun indizio si scorse di pretensione o d'orgoglio; ciò avvenne perchè la bellezza della sua anima pareggiava la rettitudine della sua ragione e la coltura del suo ingegno.—Se reggeva al minuto squittinio ch'egli solea fare delle cose scientifiche e letterarie, usciva pago e tranquillo dalla indagine; diversamente, pace non davasi, e l'errore animosamente impugnando, conduceva a disinganno la pigra e facile credulità, rovesciando a terra, anche senza riguardo, ogni venerata antichità d'opinioni. Egli esponevasi a questi cimenti, che l'ardenza de' spiriti suoi gli pingeva sempre pieni di gloria per colui, che non isfornito di forze s'innamora della stessa difficoltà, e animoso l'affronta.

Coloro che dicevan male di lui soleva riguardarli siccome malati, renduti ingiusti dalla sciagura, e loro perdonava sinceramente; in tal modo raddoppiava il suo amore per quella sublime filosofia, le cui consolazioni, i cui benefizj ci accompagnano sino alla soglia del sepolcro.

Era suo costume, come non mutava nella infermità il suo tenor di vita, nè le solite azioni, così nè anche i piacevoli e arguti ragionamenti, che in un turbato corpo argomentavano una piena sicurezza e intiera serenità di mente. La natura gli aveva data una costituzione gracile; l'applicazione e più sventure la indebolirono.—Perchè mai, o eterno Iddio, ci dividesti innanzi tempo da persona sì cara! Ma così svengono e cadono in sul fiorire le umane speranze, e mutata in un subito la fortuna, dai più cari diletti a conforto dati della travagliosa vita spesso non si raccoglie che lutto e amarissimo desiderio. Ben disse un saggio, che alla miseria della mortal condizione vietato è anche lo sperar lungo, perchè il tempo sovvertitor d'ogni cosa e struggitore possente, tutto percuote ed abbatte nel suo passare, e i beni di questa terra non sono che un'ombra mobile e fuggitiva, la quale veduta appena, dileguasi. E tanta è l'incertezza in che siamo, e così fatta la caducità della vita, che tale piangente oggi l'amico morto o il congiunto, sarà pianto domani, e scenderà in quel sepolcro ch'ei vide aprire ai suoi cari, e sopra il quale si ripromise di lagrimare pur molto o per verace angoscia sentita o almeno per pompa e vanità di dolore. E questo ferreo decreto di necessità inesorata forse a buon dritto fe' dire gli estinti lungamente a piangersi, avvegnachè breve fosse troppo la linea che i viventi divide dai trapassati. Ma a Defendente Sacchi, che veniva accarezzato, riverito, rispettato da chiunque o per cospicuo natale, o per bella dote d'ingegno si distinguesse, non mancherà il lungo pianto degli amici, dei concittadini, degli estranei che lo conobbero; e quel pianto, quando pur fosse passaggero e di scarsa vena, già non è per inaridire la fonte di quello che ha versato ed avrà a versare chi scrisse questi pochi Cenni, al quale l'essere vedovo di sì cara compagnia, pesa più che il morire.

    Oh! largite gli sieno
      Tutte le grazie che Virtù si merca;
      E quaggiù dove par la Sorte rida
      Svolgendo a suo talento
      Ogni merto, ogni vita ed ogni evento
      Non mai stilla si perda
      Della memoria sua santa e devota,
      Ma ne' suoi cari l'opra sua rinverda.

Ancor ci pare vederlo seduto nel suo letticciuolo; ancor ci pare udirlo narrarci i motivi per i quali con animo gagliardo egli lasciato avrebbe la vita; e pronosticandosi la morte, dar caldi prieghi agli amici, che non mettessero sospiri, nè singhiozzassero sul suo cadavere: e questo voto è degno di laude, perocchè ogni anima elevata che è persuasa di eternar la sua fama su la terra dir dovrebbe come il poeta Ennio: Nemo me lacrymis decoret.—Pochi giorni prima ch'egli morisse, dicevaci stringendoci amorosamente la mano:—Credete voi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte?—Sì, gli risposimo—Lasciate dunque, soggiunse egli, ch'io esca dal palco scenico accompagnato dai vostri applausi.—Queste poche parole bastino a far considerare al parassita, al buffone, al maldicente, al compagno da buon tempo quanta lode potrà ridondar loro allorchè scenderanno nel sepolcro…. dal dirsi di ciascun d'essi che altr'uomo non sapeva meglio divorar un pranzo, ch'egli aveva un ammirabil talento nel motteggiare i suoi amici, che niuno uguagliavalo in uno scherzo crudele, o ch'egli non ponevasi mai a letto senza aver dato passo alla quarta bottiglia. E queste sono cionnondimeno assai generali funebri orazioni ed elogi di morte persone che pur agirono nell'umana società con qualche lustro e riputazione: ma se noi riguardiamo da vicino il grosso della nostra specie, esso è composto di tali uomini che non saranno probabilmente rammentati un solo istante dopo la loro scomparsa.

Tre anni e più fu egli travagliato da forti dolori, ma con tanto vigor d'animo il fiero male tollerò che mai non ne fu superata la virtù. Finalmente venuto quasi meno d'ogni forza, come vide niuna speranza per sè più rimanere, si fece sollecito di affrettarsi i soccorsi della religione consolatrice, esclamando che ito sarebbe lieto e pieno di speranza a ribaciare e padre e madre, e moglie e figlia: ed acconciatosi con decenza sovra la sua seggiola a bracciuoli, sereno in volto come l'innocenza, i suoi occhi s'illanguidirono a poco a poco, simili ai raggi del sole che vanno a perdersi nell'onde quando il mare è tranquillo, finchè dopo una brevissima agonia, mancare sentendosi, stendendo la mano,

Dir parve: s'apre il cielo, io vado in pace.

Egli sciolse lo spirto alla mercede delle sue virtù, lasciando lo spento volto ancor atteggiato di una soave dolcezza, traccia sicura della tranquillità che gli era abituale e che è il frutto e la prova di una coscienza illibata. Il suo ultimo spiro fu esalato tra le braccia di un amico oltremodo accorato¹, al quale stringendo la destra disse con voce tremebonda: Ricordati del tuo Defendente che t'ha tanto amato.—Filosofo senza ostentazione, cristiano di fatto più che di parole egli morì rassegnato perchè visse virtuoso, e che quali nunzj dell'inevitabile umano sfacimento gli antiveduti spasimi portasi in pace, ed alla natura perdona.—In questo tremendo abbandono di tutte cose a noi sembra aver men desolata fine ove le moribonde mani a cader vengano l'ultima volta fra quelle di cara persona, che raccogliendo cogli aliti le parole estreme, quelle si chiuda nel petto a farne serbo nell'avvenire; e veggendo di lagrime un umano volto bagnarsi, ci pare quasi rivivere nell'affetto e nella dogliosa memoria di chi rimane.

¹ _Il cavalier Pompeo Marchesi, nelle cui concezioni noi ravvisiam sempre lo scultore che ha studiato il bello nel vero contemporaneo; che lasciò le orme greche aperte e richiuse con Canova per porsi al livello delle affezioni e delle immagini del secolo in cui viviamo. Il nome di lui risuoni spontaneo sulle nostre labbra con senso di gratitudine._

Possa la nostra gioventù mirar sempre in questo lucidissimo specchio; e possa la memoria di Defendente Sacchi accenderla di nobile ardore a imitarne l'esempio; salvo però in quella non lodevole intemperanza di affaticarsi negli studi a dispetto della sua mal ferma salute; intemperanza che troncò il filo de' suoi giorni, e la quale, anzi che riscaldare i più tepidi, potrebbe soffocare in loro ogni piccola scintilla che mai avessero facendo scioccamente valere a difesa della propria infingardaggine e viltà quella popolar sentenza, che dice: Essere troppo meglio vivere con ignoranza, che morir con dottrina; appunto perchè non sanno che il vivere ignoranti altro non è che un continuo morir da giumenti.

La morte di Defendente Sacchi fu quasi non avvertita. Questa disonorevole trascuratezza deriva in parte dalla natura di alcuni cittadini, i quali scioccamente s'immaginano e pretendono che i chiari uomini debbano avere la pompa e la jattanza degli eroi da teatro: ma è pure una conferma dell'antica sentenza riportata da Pietro Verri nelle Memorie del Frisi, Che le vite dei filosofi sarebbero la vera satira de' loro tempi se potessero scriversi, o si dovessero, con cinica libertà.

La cerimonia funebre d'un uomo sì caro alle Scienze, alle Lettere, alle Arti, alla patria, non ebbe alcun corredo di pompa. Egli fu accompagnato alla tomba da pochi scienziati, letterati ed artisti che gli erano legati da gratitudine, rispetto ed amicizia; e noi, disturbati dalla febbre, l'abbiam veduto portato sulle spalle lentamente oltrepassare il limitare per non varcarlo più mai. Tale è il corso della vita dell'uomo! Così rapidamente essa fugge! Somigliante ad una meteora, essa lucica e non è più.—Tre brevi discorsi vennero pronunziati su quelle care spoglie, discorsi veramente affettuosi, sinceri, a cui rispose il cuore di tutti gli astanti, i quali sbandatamente si scostarono da quell'asilo di morte assorti in lagrime e in tristi pensieri.—Pochi uomini discesero nella tomba, accompagnati siccome quegli di cui piangiamo la perdita da sommo e universale rincrescimento. Ma più memorabile sua ventura fu quella che s'infervorasse l'amicizia intorno al suo cadavere, contro la sentenza d'Euripide, il qual dice: Nessuno fra gli uomini serbasi fedele amico alla tomba.

Defendente Sacchi era piccolo di persona e non bello di aspetto, benchè i suoi lineamenti presentassero un non so che di piacevole nel tutt'insieme e di sereno. Dentro a' suoi occhi leggevasi una immaginativa vivace non disgiunta dalla penetrazione dell'ingegno, e ne scintillava un certo poetico brio. Un fiume di dottrina scorreva dalla sua lingua, quando gli avveniva di poter a lungo e non interrotto parlare. I suoi modi erano cortesi e la bontà dell'anima sua andava del pari colla rettitudine de' suoi costumi.

Lasciò varie opere, ad alcune delle quali, così il mio caro Piazza, «si è mostrata propizia l'opinione degli Italiani.» In quasi tutte però noi scorgiamo uno scrittore abituato alla lettura dei classici, ai quali attinse principj generosi, checchè ne possano dire in contrario coloro che fanno gemere i torchj sotto il peso de' libri inutili, nei quali trovansi idee comuni sulle lettere, sulle scienze, sulle arti, e ciò che più deve rincrescerci, vili adulazioni, siccome già dicemmo, proprie a lusingare ora l'orgoglio, ora l'ignoranza, e sempre la stolta presunzione d'illustri fantasmi. Le opere di Sacchi presentano una mescolanza d'ingegno e di interesse, e trattano alternamente di gravi e ridenti soggetti; motivo per cui elleno andranno alle mani d'ogni genere di persone, facendo la delizia specialmente di quelle che col sentimento del bello e dell'utile cercano d'illudere i penosi sentimenti dai quali è offesa la vita. Noi confessiamo però che in molti de' suoi scritti regnano calor d'idee e fretta di composizione: che non v'è tutta la maturità di riflessioni, tutta l'aggiustatezza di pensieri ond'esser degni di lunga vita. Pure anche in mezzo al loro disordine e alla scoria di che son pieni, talor s'incontrano bellezze e lumi che meritano d'essere conservati.

Le opere che abbiamo di lui alla stampa sono: La Storia della Filosofia greca, in sei volumi.—La Collezione dei Classici Metafisici pubblicata in concorso del professore Rolla e dell'avvocato Germani, in sessantadue volumi.—La Vita di Lorenzo Mascheroni, colla Raccolta di alcuni suoi scritti inediti.—I Lambertazzi ed i Geremei, romanzo storico di cui se ne fecero due edizioni.—Le Antichità Romantiche d'Italia, in due volumi, al primo dei quali concorse anche Giuseppe Sacchi.—Miscellanea di Letteratura.—Varietà di Letteratura.—Saggio sulla Letteratura Civile.—La traduzione del Diritto Pubblico universale, o sia Diritto di Natura e delle Genti di Gio. Maria Lampredi, la quale forma i volumi 8, 9, 10, 11, 12 della Biblioteca Scelta di Opere tradotte dal latino.—I Saggi sugli Uomini Utili e Benefattori del Genere Umano, che formano i vol. 417 e 418 di questa Biblioteca Scelta.—La Pianta dei Sospiri, di cui questa è la seconda edizione, e che ottenne, a Parigi l'onore di una traduzione in lingua francese.—Oltre altre Opere, ed un infinito numero d'opuscoli letterarj e di articoli pubblicati nello Spettatore Italiano, nella Minerva Ticinese, negli Annali di Statistica, nella Gazzetta Privilegiata di Milano, nel Pirata, nel Cosmorama pittorico, nell'Annotatore Piemontese, nella Vespa, nella Farfalla, nell'Eco, nell'Indicatore Lombardo, nel Ricoglitore, nella Rivista Europea, ecc. Avea egli dato mano ad un interessante lavoro, i Voti dell'Italia: ma questo venne dall'Autore medesimo consegnato alle fiamme, ed a noi non resta che di poter dire col poeta,

    A suoi voti alfin deh rida
      Una sorte più serena,
      L'infelice assai la pena
      D'esser bella oh Dio pagò!

O Italia, o Italia! Sorgi alle glorie; tu la reina sei del mondo, tu sei la figlia de' Cieli. Il tuo genio t'invita a contemplare in dolce estasi i secoli gareggiare coi secoli a far più vividi i tuoi splendori. Un mondo è il tuo regno; degne d'un mondo sieno le tue leggi.

Defendente Sacchi nacque in Pavia nell'ottobre del 1796, e morì a Milano nella florida età di 44 anni il 20 ottobre del 1840.

Bastino questi pochi Cenni a raccomandare la ricordanza di lui. Gloriose per chi le fa, efficaci sovra chi le ascolta riescir debbono le evocazioni dalla tomba e dall'obblio; perchè l'animo de' giovani, ha detto un valente scrittore, è la terra più ospitale alla memoria delle persone illustri.

A MALVINA

    Vedesti, o Bella, il mar su cui combatte
      Il vento e la tempesta, che la nave
      Scorge in porto festante? Se improvvisa
      Su lui s'asside la fatal bonaccia,
      Ne dispera il nocchiero, e gela e trema,
      Che invan raggiunge coll'ansio desìo
      Le patrie sponde, i pargoletti figli,
      E della sposa l'iterato amplesso.
      Tale è il mio core: in lui convien sia desta
      Degli affetti la pugna ognor: se tace,
      La vita è muta in lui, e l'armonia
      Immortale del bello e la favella
      Ch'entro si sente, e sembrano parlarne
      Il ciel, la terra e l'onde e l'erbe e i fiori.

    S'ei tal sortiva, e se innocente affetto
      È solo amor fra l'ire torve e crude
      E i pensier tristi del bel mondo, amore
      Accolgo or sol. Soave ei più mi versa
      Per entro il seno il nèttare di vita;
      Di voti cari ed innocenti in mente
      Ei mi ragiona: a nuovi voli addestra
      L'accesa fantasia, e finchè il gelo
      Dell'età nol costringe, dalle gravi
      Di Sofia cure, cui solo son care
      Le insonni notti e la squallida face
      Che del pensiero invan svelar procaccia
      L'oscuro inestricabil labirinto,
      Amor m'invola, e fra le vie rapisce
      Del dolce immaginar, e in queste carte,
      Cui fia talun segni di fola, sparge
      La mestizia onde il core ognor si veste.

    Tu, vezzosa MALVINA, a cui le Grazie
      Vaghe composer la gentil persona,
      Nido d'alma più bella, un dì beasti
      De' tuoi sguardi le piagge erme e romite
      Ov'io già corsi colla mente, e pinsi
      A' meno austeri, lagrimose scene,
      Costumi antiqui e ferità degli avi
      E novelle sventure. Ecco alle labbra
      Schive di succhi estranei, che di miele
      Asperso il vaso, agl'Itali palati
      Ministra amaro tosco il secol novo
      E ogni senso di bello estingue, ardiva
      Io l'onda pura appresentar del fonte
      Nel cratere di creta. Già me avea
      Mosso a libarlo amor de' prischi tempi
      Alla tomba prosteso, ove sdegnoso,
      Pel culto ora negletto, il cener giace
      Di quegli ausonj cigni il cui divino
      Canto pur vinse i secoli canuti,
      E dolce ognor nell'anima risuona.
      Cui più la voluttà soave alletta
      Della tristizia, amai di fresche valli
      E leggiadre selvette e ameni colli,
      Mal noti, pinger la quiete e il bello
      Onde son dilettosi, se nol cinse
      Il rozzo parlar mio di fosca nube.

    Se fra que' monti ancor Bella ti giovi
      Il piè inoltrar curioso, allor che l'ali
      Volger vorrai de' lumi ove s'innalza
      La Pianta ond'io parlava, sulle rose
      Del tuo labbro avverrà forse baleni
      Un sorriso, più grato assai dell'alba
      Nella stagion novella: a quel sorriso
      Vedrai d'intorno rallegrarsi il poggio
      E rifiorir la valle, ed inviarti
      Collo stormir de' rami il conscio bosco
      Sull'aure un noto nome e i miei sospiri.

    Nè tu vorrai tacciar di dura nota
      Questi studi e d'inutili: talora
      Giova lo spirto da severe idee
      Richiamar fra più liete, onde rinnovi
      Lena ed ardir: così fra balze e sassi
      Al lasso vïator spesso rinverde
      Le forze un prato ameno. Talor giova
      Di soavi blandizie adescar l'alma,
      Ed educar di cari affetti il core.

    Amor che spesso è di venir sì vago
      Dolce a parlar nel volgere soave
      De' tuoi bei rai, ed ivi insegna altrui
      Con quai saette fera e quai tu annidi
      Virtù, per che seder teco si piace
      Meglio che in grembo a Venere celeste;
      Amor ti porga questi fogli, e s'unqua
      Pietà ti mova de' dolenti amanti,
      E qual rugiada del mattin ti brilli
      La lagrima sul ciglio, ei la raccolga
      Sollecito e a versarla ah! tosto voli
      Pietoso sul mio cor. Tempri ella alquanto
      Il bollor che l'incende e nel mio petto
      Un fiume sparga di tutta dolcezza,
      E spunti nuova luce a' miei pensieri.

LA PIANTA DEI SOSPIRI

LIBRO PRIMO
L'INNOCENZA DEL COLLE.

    Senza odorati fiori
    Le rive e i poggi, e senza verdi onori
    Vedrai le selve alla stagion novella,
    Prima che senza amor vaga donzella.

GUARINI.

I.

Ameni colli ove seminò tanto bello Natura, vallette solitarie in cui spesso venni a confortare lo spirito lasso e a bere più dolce l'aura di vita, voi non sarete mai posti in obblìo dal mio cuore. Le tue ingenue virtù non fieno dimenticate, o abitator del dirupo, da chi fuggendo il lezzo della social corruzione ritrasse sovente ricreamento, imitando la semplicità de' tuoi modi. A te di campestri fiori intreccierò una corona, pianticella solitaria, ove sparse i suoi sospiri la vergine della collina, commetteva all'aura le proprie sventure, e muoveva a pietà quegli cui ferivano i suoi lamenti.

Lungi lo sguardo severo del freddo Sofo dalle care innocenze della natura, lungi gli agghiacciati petti chiusi alla dolce voluttà delle passioni: non ignoti agli affetti del cuore, noi spargiamo sospiri per le anime sensitive, e cediamo per un palpito soave i contrastati allori della volubile fama.

II.

Povera Marcellina, invano una rozza culla volea tenerti lontana dalle passioni del bel mondo; invano il natìo tuo colle ti crebbe alla solitudine ed alla pace. Amore s'apprende ai petti più rozzi, e penetra i più silenziosi recessi; Amore stringe il cuore de' porporati monarchi e dell'ultima villanella: è il vento che scuote la cima del superbo pino e la viola della valle, è bufera che spande la discordia nelle popolose città, e la desolazione nelle innocenti capanne.

Natura, che avara sempre ricopre di geloso velo i suoi tesori, destò la face di vita in Marcellina sulla cima di un poggio solitario. Nebiolo è una collinetta che umile s'innalza fra Casteggio e Voghera, alle cui radici da un lato scorre il torrente Carvenzolo e volge dall'altro più ricca d'acque la Schizzola. Nebiolo è collina che quasi orfana si leva siccome piramide in mezzo alle sue uguali: era antica sede di uno di quei castelli che seminò il feudalismo sulle Alpi e sui liguri monti: questo, come vollero il destino di chi il tenea e le fazioni, fu preso e distrutto, sicchè di tanto orgoglio appena or se ne scoprono l'orme.

Su queste rovine sorgono otto o dieci anzi capanne che case, e le abitano altrettante semplici famigliuole. Le tenebre delle fuggite età involgono la loro origine, si chiamano tutte dal nome del loco, e vivono in grembo all'innocenza di natura. Scorrendo quei dirupi, e a gran diletto avventurandoli in Nebiolo, ti avviseresti seguace di Vailland visitare nei deserti dell'Africa una di quelle povere orde di Ottentotti, che ricoverandosi in pochi tugurj di canne non invidiano al fasto de' molli Europei.

Que' di Nebiolo non hanno neppure il forno ove cuocere il pane, non comodi della vita, non ambiziosi pensieri d'aggrandimento. Lavorano a lor mani le poche terre enfiteutiche ch'ebbero in retaggio dai loro padri; raccolgono quanto solo è richiesto ai loro bisogni, spesso si maritano fra loro, e vivono in mezzo alla società nel semplice stato di natura.

III.

Marcellina era figlia di Giovanni, che fra i maggiori di Nebiolo teneasi pel più venerabile padre. Innocente come l'agnella che pasceva sul suo pendìo, negletta come la pianta del bosco, cresceva la bella come il fiore di primavera: era pronta e vivace, d'un animo puro e dilicato, vestita di quella soave verecondia, onde natura volle far presente al suo sesso per renderlo più vago e desiato.

La madre di Marcellina essendo lieta di questa unica figlia, la crebbe come si coltiva la bionda spica del campo, era il primo pensiero della sua vita. Sebbene il lavorìo della poca sua terra dovesse solo condursi per le sue e per le braccia del marito, e l'opera della Marcellina potesse riuscir loro a molto sollievo, essa non volle serbarla che alle cure più lievi, e amò meglio sola indurare nelle fatiche.

Mentre i genitori intendevano a rompere le zolle de' campi, a raccorre la matura messe, o andavano per le legne al bosco, Marcellina nella povera capanna, lunge dall'importuna sferza del sole e dalla malvagità della stagione, preparava loro lo scarso desco che offerto dalla mano di lei, riusciva a quegli innocenti condito della più squisita dolcezza. Essa imbandiva pure nella tersa caldaja il cibo più semplice dell'uomo coll'aurea farina del monte; con questa pur facea una maniera di pane, che forse fu quello de' primi uomini, allorchè rozzi come que' di Nebiolo, non conoscevano l'arte di costringere il calore entro cave vôlte di creta, per cuocervi i loro cibi. Marcellina formava colla farina senza lievito un rotondo pane: fatto indi ben riscaldare un largo mattone ch'era base al focolare, ivi il collocava, ricoprivalo di ardenti brage e lasciavalo colà finchè fosse a debita cottura.

Tale è il modo con cui la natura insegnò a que' di Nebiolo a supplire all'arte, e pone tanta squisitezza in questo cibo, che quegli uomini ingenui sporgendomelo, m'accertavano essere assai più saporito di quello che si ministra alle mense cittadine. Assaggiandolo lo innaffiai d'una lagrima, perchè sentiva la sublimità di quegli accenti, mentre quella schietta vivanda non era loro amareggiata dall'assenzio che spargono le cure sociali fino sul più abbietto frusto di pane.

Non io già sogno la felicità de' pastori, non le favole degli abitatori di Arcadia: dipingo i costumi de' rozzi coloni dei nostri colli. Non io già invito gli uomini ad abbandonare le città, onde menare nella solitudine una semplice vita, straniera alle colpe ed ai delitti, che sarebbe vana fola per la lor civiltà: io accenno come quei semplici montanari fra le fatiche e i disagi, gustano la felicità, e certo nella innocenza della loro vita, se invidiano alle nostre dovizie, non sanno che, ottenendole, rinunzierebbero alla pace.

IV.

Marcellina aveva la cura del piccolo pollajo, tosava alla stagione le agnelle, e aveva pensiere de' loro piccioletti. Preparava col latte della giovenca il burro per la famigliuola, attendeva a racconciare i rozzi abiti de' genitori, in fine prendeva sollecitudine di tutte le cose domestiche; nè veniva ai campi che al tempo della vendemmia e nelle più stringenti necessità. Quindi era più gentile e meno brunetta delle altre femmine della montagna, assai dilicata, ed anzi pallidetta che rubiconda: poteva valere a modello onde rappresentare la grazia della collina. Capelli castani inanellati, viso piacevole, e sebbene qualche menda vi si potesse trovare nel profilo, avea una di quelle fisonomie che dir si possono saporite. Pronta, snella, dolce d'indole, non melanconica, ma, anzichè gaja, di un carattere soave.

Marcellina era la delizia de' suoi genitori nella fanciullezza, loro conforto nell'età più verde. Allorchè il padre nella state ritornava madido di sudore dai campi, essa se gli faceva festevole incontro, gli toglieva d'in collo gli stromenti agresti, e invitatolo ad adagiarsi sotto l'ombra di alcuni castani che prosperavano vicino alla casa, col suo grembialetto gli veniva lievemente tergendo la fronte, e con qualche fronda provocava l'aria, perchè muovesse quasi coll'ali fresche a scherzargli intorno, e temprargli la tiepid'ôra.

Siccome spesso Giovanni al ritorno desiderava di bere, ed essa temeva forte non gli inducesse nocumento il subito freddo dell'acqua, anche correndo pericolo d'esserne ammonita teneva vuoti i secchj, onde finchè ella scendesse al pedale del colle ad attingere l'umor del fonte, alquanto si rattemprasse il calore nelle arse di lui membra. Rinfrescatolo e presentatogli il cibo, gli preparava qualche fascio d'erba o di fieno, e fattonelo adagiare lo invitava al riposo. Con qualche fronzuto ramo gli allontanava i molesti insetti, e conciliavagli il sonno: quando erasi addormentato, gli copriva con quella fronda il volto, e stava sempre in attenzione perchè niuno venisse a dargli molestia o a rompergli il riposo.

Nè men tenera la Marcellina era per la madre. Aveale questa dato il proprio latte, cresciutala con amore e confidenza: teneala più qual sorella che figlia. Già anche adulta la forosetta, faceale intorno mille amorevolezze e mille baci: la ripigliava sovente perchè troppo si affaccendasse, in vece di commettere a lei il peso de' lavori più gravi. Ogni dì le serbava l'uovo recente della gallina e la induceva a berlo; la pettinava; era sollecita di lavarle i panni più spesso del solito bucato; vegliava per filare il lino di lei; attendeva con ogni premura ai bachi, perchè Giovanni ne concedea l'utile alla moglie. Marcellina non era mai lieta se non vedeva la giovialità sorridere sul volto della madre; non sosteneva mai che andasse ancor digiuna al lavoro, e nel verno pativa di starsi più a lungo nella piccola stalla, ove teneva l'asinello e la giovenca, per serbare le legne a destare un bel fuoco quando quella tornava dalle proprie cure.

Rosa d'altra parte non era meno amorosa verso la figlia. Ne' giorni dì mercato andando a Voghera a vendere qualche pollo o la lana, o alcuna misura di castane, avea sempre premura di portare a Marcellina qualche pan bianco, ch'ella però divideva co' genitori; spesso un fazzoletto, talora qualche spillo d'argento da rannodare le trecce, od altri simili vezzi. Come la buona donna aveala fregiata del nuovo presente, la riguardava quasi innamorata, e sembrandole più bella, con trasporto la stringeva e la baciava caramente.

V.

Fra queste innocenti cure era cresciuta la Marcellina, sicchè già le sorrideva il terzo lustro, e sua madre non aveala che una sola volta condotta a Voghera. Non mai avea corso i vicini paesi, non mai erasi trovata fra i tumulti delle feste de' propinqui colli. Usava ne' dì festivi andar coll'alba nascente a S. Antonino sua parrocchia insieme alla madre, assisteva con raccoglimento ai divini uffizj e ritornava al natìo casale, senza mai immischiarsi in vani discorsi colle altre donnicciuole, o prendersi pensiero di sapere quanto altri oprasse.

In Nebiolo però essa era nè selvaggia nè schiva; giacchè non constando il paesetto che di pochi vicini focolari, viveano quasi que' solitarj come in una sola famiglia, nè vi aveano che cinque madri, altrettanti mariti e dei figli.

Allorchè alcuno di questi ammalava, e mentre tutti intendevano al lavoro, la sola Marcellina restava nell'eremitaggio, ne pigliava essa pensiero, gli prestava ristoro col latte delle sue capre, e raccoglieva le erbe onde preparargliene col succo salutare beveraggio. Avea cura pei fanciulli degli assenti e delle loro case, e all'estate verso sera, raunata sur un vicino praticello la pia tribù, faceva recitar loro l'orazione de' morti: era in fine la delizia, il pensiero più tenero di tutti, e alle preghiere di lei ognuno confidava nelle proprie calamità.

In vero la semplicità ed il candore dell'animo sono l'olocausto più grato al nume della virtù; e Marcellina esser dovea il solo interprete di que' puri cuori presso la divinità: essa era religiosa come una cenobita, ispirata come un serafino, nè altro mai domandava al cielo che la salute de' suoi parenti e la prosperità de' vicini. Così, presso a sedici anni, fresca come la rugiada del mattino, pura come la neve del monte, altro affetto mai non aveva accolto il suo cuore, fuorchè l'amore di coloro che le diedero vita, e la carità de' suoi simili.

VI.

Già al raggio d'estivo sole biondeggiava la messe nell'arso solco, e il tempo s'appressava in cui correa la festa della Madonna del Monte. È un tempio consacrato alla Vergine, sulla cima di un colle alquanto erto, in cui gli scabri macigni fan testimonianza della vicina montagna. Essa s'innalza fra la catena delle colline che con diverso pendìo e vago succedersi or di valli verdeggianti, or di sterili dirupi, muovono lungo il letto della Copia verso la di lei sorgente.

A metà del colle mezzo ascoso fra il seno delle rocce, le circostanti alture e le piante, siede il paesetto in dolce pendìo. A lui sovrasta quasi piramide la cima del monte, sopra cui romita sorge la chiesetta colla cella del levita che ne ha la cura: conducono a questa varj tortuosi sentieri, che ora si innalzano sullo scoglio, ora si perdono nei silenziosi labirinti del bosco. Niuna vetta di opposto monte, niuna fronda d'importuna pianta adombra il solitario tempio; sicchè il sole nell'intero suo giro sempre lo indora co' suoi raggi, e concilia a vederlo da lungi religioso ossequio, perchè ti avvisi ch'ivi l'aura rifulga, indizio della presenza del nume. A questa chiesa traggono i terrazzani del sottoposto paese, per essere addottrinati nella religione de' loro padri, ed ivi coi puri lor cuori porgono voti innocenti al cielo.

Numeroso e vago è il concorso degli abitatori delle altre colline al Monte il dì della festa: d'ogni età, d'ogni sesso, eguali di semplicità di costumi, pari negli abiti e nel cuore, se non che taluno nella diversa foggia di qualche ornamento accenna la natìa sua terra. Tutti serbano questo giorno a sollievo delle diuturne fatiche; ognuno si procaccia far pompa de' più eletti fregi, e ti piace fra quella semplicità un lusso che è di vezzi anzichè di ornamenti: ognuno si studia meglio di riuscire gradito altrui o colle grazie o coll'innocente allegria, sicchè potresti dire che colà si uniscono i fiori più eletti della campagna.

Ivi fra semplici parlari e liete cure si rinfrescano le vecchie amicizie e se ne stringono delle nuove; ivi si veggono gli antichi congiunti, e vi convengono e gli amorosi genitori e le figlie che andarono lungi a marito, per ritornare ai paterni amplessi. Sovente s'incontrano taluni che, da gran tempo lontani, pareano dimenticati dal cuore, si ricordano i trascorsi tempi di felicità; corrono grate all'animo le fauste novelle; e fra loro batte la gioja le scherzose penne, senza che mai invido umore ne annebbii il caro sorriso, cui sovente, fra l'avvicendarsi degli affetti e delle accoglienze oneste e belle, gode la volubile sorte d'intrecciare inaspettate avventure, e insidioso amore prepara nuovi nodi e future felicità.

VII.

L'industria dell'uomo si procaccia di trarre partito anche dalla semplicità di questa festa. In ogni parte sulle strade, che conducono all'erta, entro varj seni del monte, vedi annicchiati alcuni che vendono ornamenti, merletti e tele, altri che fanno mercato di fettucce a vario colore, di semplici fiori coi quali il contadino fregia il suo cappello. Alcuni ti sporgono dolci, non quali si richiederebbero al molle palato della dilicata dama, ma pur grati a quelle labbra che non ancor rifuggirono dai semplici cibi della natura. Fra questi ancor più grate riescono le inanellate file che tu, schietta contadinella, sporgi cibo squisito a' più schivi: tu col fior della farina e col burro della tua giovenca, componesti una molle pasta, e con questa formasti varie picciole anella cui il calore del fuoco rese rigonfie e rilucenti, e sovente, perchè riuscissero più gradite, sopra vi spargesti i favi delle tue api. Tu con grazia le offri al passeggiero che con molli parolette le compra, e spesso si ricorda di quelle che a lui già vendevi la scorsa estate; e mentre te ne dà lode, dolce ti corre un piacere all'animo che si annunzia sul tuo labbro con un caro sorriso.

Altrove in breve piano a sè rapisce gli orecchi, non abituati alle diverse armonie de' combinati stromenti, la melodia di un'umile sampogna o di una montana piva, al cui suono due fantocci mossi da una cordicella che si appicca alle ginocchia del suonatore, menano allegra danza su una breve assicella. Più vicino schiude un altro un ligneo tempietto ove son dipinte le sacre storie: ognuno si studia di scoprire se sieno quali le udì dal sacerdote, ama ravvisare i fatti che più gli piacquero, e sebbene spesso non sappia leggervi entro, si provvede del breve libretto ove è il noto racconto.

Qui un altro tiene un capace arnese che in varia foggia s'innalza, e in cui per diversi cristalli sporgenti all'intorno può spiare l'occhio della curiosità. Vi si accosta il semplice montanaro, e all'abbassare di varie cordicelle, vede succedersi e scomparire innanzi a' propri sguardi città, palagi, giardini, mari e monti e le più strane meraviglie: già è trasportato in lontane contrade, e mentre coll'occhio sta fiso al breve pertugio, si scuote per gioja, chè già emulo degli eroi, di cui sentì nel presepe raccontare al verno la storia, gli par di scorrere l'universo, e sovente poi ragiona cogli amici de' lontani paesi come se gli avesse visitati. Altrove si stringono in breve giro uomini e donne, ed ecco scorrere all'intorno un destro cane che or va a pigliare nell'altrui tasca l'ascoso fazzoletto del padrone, a questi indovina gli anni, a quella le passioni, e con qualche altro più pungente giuoco tiene lieta la brigata.

A questo ingenuo ricreamento ti sostieni, o montano abitatore, non correre al palco vicino, nè starti coll'affollata turba che già il circonda, tese le orecchie, immobili gli sguardi e aperte le bocche quasi li tocchi gran meraviglia, a udire colui che dall'alto ti è largo di parole. Ah! non credere di acquistare vantaggio ne' suoi accenti: semplice! non prestar fede ai portenti ond'ei si millanta maestro: ei viene dalle corrotte società, nè v'ha menzogna che rifugga dalle enfiate sue labbia sitibonde di guadagno. Non porre speranza negli antidoti che ti offre, nè affidare troppo ciecamente a' suoi ferri te stesso: ei si ride della tua inesperienza, ei si adopra più presto procacciare a sè lucro, che a procurarti salute.

In vece meglio ti alletti quest'altro che sopra un breve tavoliere ti viene attelando eletta schiera di graziosi giuochi. Ecco tre bossoletti, sono vuoti al tuo sguardo; sgombre sono le mani di chi li move fra le cui dita si agita magica bacchetta: ecco è percossa sul tavoliere, e d'ogni parte come più ti talenta spicciano lignee pallottole, e quasi polvere che s'insinua, passano sotto il cavo metallo. Mentre meravigli al primo portento, uno novello il tragettatore ne crea: leva que' piccioli globetti che sempre si riproducono, e li pone in copia nel tuo cappello: or se il tenti e lo rivolgi il trovi solo pieno di vento, eppur tu stesso il tenevi gelosamente coperto! Ma le palline che sfuggirono alle tue cure gelose, già si moltiplicarono sotto il magico bossolo: ecco mentre le riguardi mutano colore, a un soffio s'ingrossano, e sempre crescendo divennero gonfie per modo che più non possono ritornare sotto il capace vase.

Meraviglia pure e sorridi: questa è tutta destrezza della dotta mano. Anch'io sovente quando teco passai ore di schietta gioja, io t'apriva il velo di que' nuovi portenti, e apportandoti diletto, spesso mi compiacqui nelle improvvise commozioni della tua meraviglia. Ah furon pur quegli innocenti piaceri assai più dolci di quanti ne comparte pieni d'amarezze il bel mondo! Ah fia pur ch'io ritorni a rintracciarli, allorchè stanco di rintuzzare con indomito petto i dardi di bieca fortuna, con questi incolpabili strumenti, ultima mia speranza, e in vero più certa di quella che talor risplende fra il sorriso della volubile opinione, io riederò a voi, ingenui mortali: niuno mercè la festività di que' giuochi negherà lo schietto pane del suo campo alla purità del mio cuore.