ACQUA SUL FUOCO (Commedia in un atto).
PERSONAGGI:
- Bistone, pecoraio
- Riga, massaia, sua moglie
- Oliva — Gigi, loro figli
- Leopoldo, marinaio
- Pippo, carbonaio giovane
- Dente di legno, carbonaio vecchio.
SCENA.
Interno di un tugurio da pastori sull'Appennino toscano. Il camino acceso, a sinistra, e davanti una tavola rusticissima con sopra una lampada ad olio. Sulla parete di fondo, sempre a sinistra, l'acquaio e una fenestrella inferriata sopra. In mezzo la porta, a destra, accosto alla parete di fondo, un paglione steso in terra: sopra appeso un cappotto nero, e vicino, una povera mensola su cui è posato un cestellino di cannucce non terminato. La parete di destra è un rustico tramezzo di legno, con una apertura. Il soffitto è la travatura di un tetto spiovente verso la porta del fondo.
All'alzarsi della tela, dalla porta aperta si vedono rosseggiare al tramonto le vette vicine. Gigi dorme profondamente, sdraiato sul paglione; Riga monda delle patate lessate e fumanti, soffiandosi sulle dita col rumore di un mantice.
SCENA PRIMA
BISTONE, RIGA, GIGI.
RIGA
(vedendo rientrare BISTONE)
Rieccolo!
BISTONE
C'è poco da dire! Quella capretta non mi piace punto!
RIGA
(con rabbia)
Ma che volete che abbia! Ogni poco...
BISTONE
Ecco lei... lei sa ogni cosa!... Se tu ti spicciassi piuttosto a mondar codeste patate!... Me n'avrei a intender io di bestie; no?... Quando dico che domani non lo vede... non ti confondere... è tale e quale come se Cristo lo dicesse per noialtri! C'è poco da dire!...
RIGA
Ditele grosse!... che Cristo ve la perdoni! Tanto, meglio di lui che ve l'ha fatta la testa... chi lo po' sapere quel che ci avete dentro!
BISTONE
Insomma! queste patate... l'hanno a essere per istasera!... perchè, c'è poco da dire...
RIGA
E dagli, col «c'è poco da dire»!... O zittatevi allora, così ne direte meno di grullerie! Aspettate piuttosto Oliva che ritorni e mostrategliene a lei la capretta... chè quella sì, la capisce qualcosa davvero... e poi l'ha maniera a fargli le cure a quelle bestiole... e no voi che se gli mettete un dito sul corpo l'ammazzate!
BISTONE
O che dicevo io? Chiacchierona! Se ti stessi zitta qualche volta! E dicevo giust'appunto che volevo cenar subito, perchè appena torna Oliva con le pecore, mando Gigi a serrarle, e lei la meno con me a veder la capretta.
RIGA
Meglio!
BISTONE
Nemmeno così va bene?
RIGA
O Oliva non avrebbe a cenare, povera figliuola?! La sta con quella fettuccia di cacio da stamani! Quando tornate voi da parar le pecore, non conoscete ragioni: volete mangiar subito!... Se no, Dio ci liberi!
BISTONE
Eh!... eh!... ora dimmi anche che non gli voglio bene a quella figliuola!...
RIGA
No, non volevo dir codesto... ma...
BISTONE
«Ma...» cosa?... «ma...» cosa?... Quando c'è una bestia che more, e' mi pare si potrà mangiare anche mezz'ora dopo, no?...
Si sente avvicinarsi lentamente un campanaccio, di quelli che i carbonai usano appendere al collo del primo mulo della loro piccola carovana nera.
SCENA SECONDA
BISTONE, RIGA, GIGI, PIPPO.
PIPPO
(affacciandosi alla porta)
Salute, gente!
RIGA
(con molto buon viso)
Buona sera, Pippo!
BISTONE
Come va, ella?
PIPPO
Male!... S'è incappellato tutto il Poggio Orsaia, tra poco vôl esser acqua! ma... di quella bona! Ridatemi il mio cappotto. Riga!... chè questa volta all'estate se gli po' dire addio davvero!... (rivoltandosi dalla parte dei muli) Jeee... (il rumore del campano si ferma subito).
RIGA
(a Pippo che è entrato)
Eccovelo il vostro cappotto... vi ci ho riattaccato il bottone sapete... (esce, guarda il tempo e la terra d'intorno) Ma questa grullerella d'Oliva?
PIPPO
(posa la bacchetta sulla tavola, e s'infila il pastrano).
BISTONE
Eh! sarà ita su, in verso la Cocca: glie l'ho detto io...! c'è quella bella merigge grande: le bestie le ci stanno più volentieri che a' Tre Faggi...
PIPPO
Brutta birbante!... Allora era lei?!... M'era parsa... su alla Cocca!... l'ho chiamata tanto!... Ma che! come se avessi chiamato la luna!... Fatemi riaccender la pipa (va al camino, si china sul fuoco e accende la pipa).
RIGA
(che intanto ha chiuso l'imposta della finestrella)
Brutta sciagurata!... (avvedendosi di Pippo che accende la pipa) Me lo potevate dire, no? ve lo davo io il foco... senza che vi sporcassi tutto codesto bel pastrano.
PIPPO
Eh!... (scuotendosi) L'è cenere! Salute, gente! (si ferma sulla soglia. — Il vento soffia forte. — E cadono i primi goccioloni) To'! Eccola l'acqua! Addio pipa! (la batte allo stipite dell'uscio; poi se l'affonda lentamente nella tasca del cappotto) Ci avevo una mazzetta di castagno... (va verso la tavola).
RIGA
(prendendola subito di sulla tavola)
Eccola, Pippo.
PIPPO
(riprende la bacchetta. Avviandosi per uscire, scorge Gigi che si rivoltola a occhi chiusi sul paglione, gli dà una bacchettata scherzosa ma piuttosto forte e gli grida):
Aoe! Quando ti si fa giorno a te? (esce e si ferma ancora mentre Gigi ha richiuso gli occhi e si stira brontolando parole incomprensibili contro il complimento amichevole di Pippo).
RIGA
Dategliele più sode!... Andate via, Pippo?...
PIPPO
Eh! vo' via... Salutate Oliva quando viene! (tornando un passo addietro senza entrare) Oh! Domenica passo con i muli scarichi!... Vi ci porto io alla messa; voi e Oliva!... diteglielo, avete inteso, a Oliva, che ci si faccia trovare... se no... m'adiro! (si allontana quasi correndo coi pesanti stivali) Salute a tutti... Aiuu... Mora!...
RIGA
(mentre il campano riprende il suo cammino allontanandosi, saluta dalla porta Pippo. Poi tira a sè la porta senza serrarla; l'acqua scroscia)
Addioooo...!
SCENA TERZA
BISTONE, RIGA, GIGI.
RIGA
(a Gigi, impetuosamente)
Bella figura, broccolone! Tu fai schifo a tutti!... sempre su codesto paglionaccio maladetto!... Te lo voglio buttar nel fosso, qualche volta. (a Bistone) Partisci il pane, to'! (gli dà il pane, coltello e Bistone partisce) Oh (di nuovo a Gigi) dico a te, Gigi! o gatto mammone, laggiù!... levati, per dio Bacco! Non mi ricordo più quanto tu se' lungo! Le son condite le patate?
GIGI
(finalmente si muove)
O che date retta anche voi a quel muso nero di Pippo?! Portatemi le patate, mamma... e state piuttosto attenta a Oliva che non abbia a finir male con quel tizzo!
RIGA
Tu devi aver fatto qualche brutto sogno! Che Dio ti faccia veder lume una volta! Magari gli piacesse a Oliva Pippo!... (mentre parla mette un piatto di insalata e patate davanti a Bistone, il quale comincia subito a mangiare) Quello sì che è un uomo, e no voialtri pecoraiacci! Lo vedete con que' sacchi neri quanti scudi sa fare? Magari lo volesse quella grulla d'Oliva!... Chi sa che sogna, anche quella! qualche principe!... accidenti a quelle favolacce che gli ho raccontato da piccola! Sognerà il principe coll'elmo d'oro sur un cavallo tutto nero con la bardella d'argento... che ha sentito dire d'una pastora tanto bella... più bella della regina... e allora si mette a ricercarla per queste capannacce affumicate... e quando l'ha trovata, se la porta via e la rinchiude...
GIGI
Portatemi le patate, mamma, se no mi rimetto a dormire!
RIGA
Ma che dormire, torsolo! Ecco le patate! Non hai sentito il babbo che ha detto dianzi: tu devi serrar le pecore, stasera?...
LEOPOLDO
(di fuori, battendo all'uscio)
Si può entrare?
BISTONE
(a bocca piena mugola)
Venite.
RIGA
(contemporaneamente rivolgendosi al marito, piano)
Chi è?
BISTONE
Chi vôi che sia! Sarà uno che passa! (forte) Venite avanti!
SCENA QUARTA
BISTONE, RIGA, GIGI, LEOPOLDO.
LEOPOLDO
(entra. È vestito con una pesante giacca turchina scura, porta un berretto alla basca. Chi li ha visti, riconosce subito un marinaio di grandi vapori mercantili: ha quasi trent'anni; il mare, il sole, il vento hanno impresso sul suo volto qualche ruga profonda rendendolo più solido, più bello)
Buona sera, pastori! (si scrolla l'acqua di dosso e va ad appendere il berretto ad una seggiola vicino al fuoco dicendo): Permettete? Con questa razza di piovasco, ci sarebbe voluto il mio incerato!
BISTONE
Voi siete forestiero, eh? Volete favorire?... Ma prima no... levatevi quella giacchetta, l'è tutta zuppa: ve ne dò una asciutta... un po' sdruscita si sa... da poveri pecorai... ma l'è asciutta!
LEOPOLDO
No, no... grazie! State comodo...
BISTONE
Vi fa bene a mutarvi... date retta a me. C'è poco da dire, quando...
LEOPOLDO
Lasciatemi fare a modo mio: non abbiate paura, che le spalle le ho avvezzate bene!... Piuttosto queste scarpacce me le leverei un momentino: l'ho comprate apposta per venir su queste montagne... devono essere state fatte con la pelle di qualche elefante!!... Oh! ora sì!... Sono troppo abituato a sentirmi il piede libero!...
GIGI
(guarda con indifferenza diffidente, mangiando e ruminando le sue patate).
RIGA
(esamina attentamente lo sconosciuto rattenendo a gran stento qualche domanda che le viene sulle labbra. Sembra poco ben disposta verso di lui).
LEOPOLDO
(con la naturale rapidità di movimenti ha levato dalla valigetta un paio di zapatillas spagnuole e se l'è infilate in luogo delle grosse scarpe da montanaro; discende dal camino misurando la stanza con passi soddisfatti).
BISTONE
To'! Avete bell'e fatto!... Per diana! Come siete lesto! Ci vorrebbe che gli insegnaste un poco al mio figliuolo... là... (indicando Gigi).
RIGA
(decidendosi)
Ma... ecco... ora si fa così per dire... ma come mai siete capitato quassù tra queste macchie... Chi sa come potreste starvene comodo in città!...
BISTONE
(gridando)
E che te n'importa a te, intrigante?... (a Leopoldo) Non dite niente, sapete? Non fiatate!... perchè non voglio sentir niente!... C'è poco da direi... Mettetevi a sedere qui subito (batte con la palma sulla tavola) e mangiate... e dopo, se vi garberà di dirlo, lo direte chi siete, perchè ci si possa ricordar di voi, avete inteso?... (a Riga, irritato) Da quando in qua, in questa capannaccia mia s'è domandato: «chi siete?» a un cristiano che vien per ricovero? Bisogna vivere, per sentirle nôve da queste donne! Dagli una fetta di cacio, Riga... di quello partito ieri! (Riga eseguisce con poca buona grazia) Ecco qui, alla buona! mangiare da pecorai... c'è poco da dire... caro signor... come vi devo chiamare?
LEOPOLDO
Leopoldo.
BISTONE
Caro signor Leopoldo!... assaggiate un po' di questa robaccia da montanari!
LEOPOLDO
S'avesse sempre in mare! Va bene che quando siamo in terra si mangia da gran signori, questo sì; ma in mare...! Voi non lo mangereste quello che si mangia noi qualche volta! (Riga seduta in un canto del camino tende le orecchie. — Gigi ha finito le patate e il pane, posa il piatto in terra e si rimette a giacere. Leopoldo leva di tasca un coltello catalano lucente come uno specchio; lo apre, e i tre scatti meravigliano Bistone e Riga. Quella di Riga è una meraviglia paurosa e diffidente).
BISTONE
Bell'arnese!
LEOPOLDO
Bello, eh?... Questo l'ho comprato in America: l'avete sentita nominare voi l'America?
BISTONE
Saranno un diciott'anni. Avevo sposato di fresco: un giorno... giù al paese, capitò uno che raccontava un monte di frottole... bisognava sentire!...
LEOPOLDO
Vi voleva portare in America anche voi.
BISTONE
To'! O come mai lo sapete?...
LEOPOLDO
Oh, bon omo! Non c'è bisogno di esser maghi per indovinarlo! Ce ne saranno delle centinaia che girano per l'Italia in cerca di lavoranti da portare in America! Ma perchè non ci siete andato?... È un bel paese! Voi che vivete sulle pecore... ce n'è una razza laggiù, che ha la coda così grossa, che bisogna legargliela sulla groppa! Quella che ho visto io... la coda sola pesava otto chili!...
BISTONE e RIGA
(contemporaneamente)
Uuuuh! (Gigi comincia a russare).
LEOPOLDO
Davvero! A me, dico la verità, non mi fece proprio nè caldo, nè freddo... Ma a voi!... Chissà come vi sarebbe piaciuta! Noi marinai siamo troppo abituati a vedere un mondo di cose straordinarie; oramai non c'è più niente che ci faccia rimanere a bocca aperta... levato le belle ragazze!
BISTONE
(senza entusiasmo, anzi con un leggero accento di istintiva inimicizia)
Dunque siete un uomo di mare, voi! di quelli che vanno con i bastimenti... e girano tutto il mondo... e portano le spezie... Ecco, ecco... ho capito! O come mai siete venuto quassù a veder noialtri pecorai, che si nasce e si more dentro una capannaccia? (si sente un campano di pecore, lontano; onde subito volgendosi a Riga) Oh, senti Riga il campano (indi a Gigi) O Gigi per Diana! che ho detto dianzi? Va a serrar le pecore e chiama Oliva... digli che venga subito qui (Gigi si leva con sforzo ed esce aggiustandosi la sciarpa rossa intorno alla cintola. A Gigi) Oh! e guarda che ci sia la «Rossaccia»; non far come sabato passato... (come tra sè) Con questi bei discorsi, m'ero mezzo dimenticato della capretta. (Gigi uscendo ha lasciato l'uscio aperto: la pioggia è cessata; il cielo coperto di nubi nere ha affrettata la notte).
LEOPOLDO
È una figliuola vostra anche questa Oliva?
BISTONE
(fa cenno col capo di sì)
GIGI
(di fuori)
O Olivaaa!...
LEOPOLDO
Bel nome!
OLIVA
(di fuori, lontana)
Eeeh!...
GIGI
(di fuori, di rimando)
Vien'a casaaaaa!... le serro io le pecoreee!...
LEOPOLDO
E chi sa quanti ce n'avrete di figlioli!... Voialtri pastori fate economia di tutto... ma di quelli, no!
BISTONE
Non n'ho tanti, no! n'ho soli sei vivi...
RIGA
(curiosa)
E voi? ce n'avete figlioli?
SCENA QUINTA.
BISTONE, RIGA, LEOPOLDO, OLIVA.
Entra Oliva quasi correndo, un po' affannata — ha udito la domanda della madre, gira gli occhi — vede a chi è fatta; ascolta la risposta che è resa subito, ma distrattamente, da Leopoldo, il quale fissa gli occhi sul viso e sul corpo elegante di Oliva.
LEOPOLDO
Io? No, no, no! Libero come un pesce! (poi con marinaresca galanteria): Buona sera, Oliva!...
OLIVA
(squadra maravigliata Leopoldo, poi abbassa gli occhi arrossendo tutta, mormorando): Felice sera.
RIGA
Il babbo ti vuol portare a vedere la «Monica»: dice la sta male: ma prima tu devi mangiare, sai.
OLIVA
Sta male la «Monica»? Voglio andarci subito allora... o che ha, babbo?
BISTONE
Ha' tu visto?... l'ha più giudizio lei di te!
RIGA
Ma che giudizio!... Adesso Oliva deve mangiare: non l'ho a piantare anch'io le riffe qualche volta! (a Oliva): O che gli da' retta, grulla; non lo vedi che a dar retta a lui le sarebbero bell'e morte e rimorte dieci volte quelle tre caprucce... Una volta la «Calzetta nera» non doveva ingollar più: un'altra volta la «Rosa» l'avrebbe dovuto morir di parto, ti ricordi, Oliva? Un'altra volta...
BISTONE
Oh!... falla lunga ora!... dà retta a me, Oliva, la tu «Monica» la scoppia per davvero! C'è poco da dire!...
OLIVA
Siate bono, via... babbo! andateci voi intanto: fo' contenta mamma, mangio un boccone e corro subito. Va bene?
BISTONE
Uhm!... (si avvia brontolando ed esce. Oliva prende di sulla tavola il pane e l'addenta senza sedersi alla tavola dove Riga ha posato il piatto di insalata per lei al posto di Bistone. Essa appare agitata, intimidita, ma anche quasi attratta dallo sguardo dell'ospite che da quando essa è entrata non ha ancora cessato un istante di fissarla).
RIGA
Meno male... se n'è ito! (si dispone a pulire certi secchi per il latte con la cenere del focolare — Pausa).
SCENA SESTA
RIGA, LEOPOLDO, OLIVA.
LEOPOLDO
(rompe il silenzio con una voce dolce che quasi non par sua)
Perchè non vi sedete, bella Oliva?... Avete paura del marinaro?... Il marinaro ha la pelle dura... ma il core tenero...!
OLIVA
Grazie (timidamente si avvicina alla tavola ma non si siede — Alla parola «marinaro» le sfugge un lieve moto di ammirazione).
LEOPOLDO
Avete fretta di veder la vostra capretta... eh? Gli volete tanto bene, è vero? a quelle bestiole vostre!
OLIVA
Sono pastora! Dopo mamma e babbo, vengono quelle per me!... A voi non vi debbono piacere...
LEOPOLDO
E voi, dite un poco, al mare, gli volete bene?...
OLIVA
Io?... ecco... Ma prima vorrei sapere se è vera una cosa... Voi sapete leggere?
LEOPOLDO
Sì.
OLIVA
Allora... (più forte) dategliela, mamma, la lettera di Memmo (di nuovo a Leopoldo): è il mio fratello che fa il soldato. Ora l'hanno mandato in un paese tanto distante! Voi chi sa? ci sarete stato: Ge... Genova...
LEOPOLDO
Eh! Genova; diavolo, per noi marinai, è come per voialtri la capanna! (guarda fissamente Oliva durante una pausa finchè ritorna Riga con la lettera, dalla stanza vicina).
RIGA
Povero Memmo: quello sì, vedete, che era un figliuolo: e no questo che avete visto lì (indica il paglione). Non mi potevano pigliar questo?... non so che farmene! No: proprio quello, m'hanno voluto pigliare.
OLIVA
Consolatevi, mamma! Ormai... cinque mesi soli... che penano a passare?
RIGA
Tenete (dà la lettera a Leopoldo baciandola e poi tra se): Riscrivesse presto, almeno!
OLIVA
Guardate se trovate dove dice del mare... dev'essere dopo...
LEOPOLDO
(leggendo con sforzo)
Ecco qua, se non mi sbaglio: «Finalmente, dopo tanto che ne ho sentito parlare, ho veduto il mare con gli occhi miei. Che prateria sarebbe quella se Dio l'avesse fatto di terra invece che d'acqua. Come ho a fare, Oliva, a fartelo intendere?».
OLIVA
O quanto è grande il mare?
LEOPOLDO
Figliuola mia! ma potete camminare dei mesi per il mare, senza mai veder terra da nessuna parte! E poi il mare è fondo... che vi posso dire?... Se pigliaste tutte queste montagne vostre, e ce le buttaste dentro, non rimarrebbe sopra acqua nemmeno la vetta d'un albero! Ve lo immaginate?...
OLIVA
Poverina me! Se ci penso, impazzo!... Leggete ancora un poco... Mi piace tanto, come leggete voi...
LEOPOLDO
Sì?... Figuratevi!... «Un amico mio, marinaro, sposa una bella ragazza che è figliuola di un pescatore: Quante feste! Mi ci hanno invitato anche me, e mi son divertito tanto!... Ma poi, pensa come è fatta la vita del marinaio! Dopo un mese solo che staranno insieme, lui s'imbarca e parte e sta fuori un anno!».
OLIVA
Ma che può esser vero questo?... ditemelo voi!...
LEOPOLDO
Come no! così è fatta la nostra vita, cara ragazza mia: è un dirsi addio da quando si nasce a quando si more!... Chi ci vuol bene nel mondo, ha da piangere!... Voi, Oliva, non lo sposereste un marinaio?...
OLIVA
(esitante)
Quando si piange non si fa peccato!
LEOPOLDO
Dite bene, voi! ma quando foste a scegliere tra un pastore che tutte le sere ritorna... e un marinaio che va via e non si sa se ritorna; e va tanto lontano che le lettere le leggete un mese dopo che lui le ha scritte... e se anche vi dice: «Sto bene, ho fatto buon viaggio!» voi non potete ridere, perchè mentre voi leggete... lui può essere in corpo a qualche pesce!
OLIVA
(facendosi seria e quasi sdegnandosi a queste ultime parole)
Non le dite... certe cose così brutte!... Leggete un altro pochino, piuttosto... Dice ancora del mare?
LEOPOLDO
(scorrendo la lettera)
Ecco...: «E come gli vogliono bene al mare questa gente! A noi, gente di montagna, ci contano per poco! (ride). Loro vorrebbero che tutto il mondo fosse mare! Ma io penso: allora, tutte quelle nostre bestiole, dove la troverebbero l'erba?».
OLIVA
Vedete se è vero che voi non gli volete bene alle pecore?!...
LEOPOLDO
È perchè ci abbiamo le nostre, di pecorelle!... Se le vedeste. Oliva!... Quando comincia il vento fresco, popolano tutto il piano del mare... sono più bianche delle vostre, e sono qualche milione... e non le guarda nessuno, eppure camminano tutte insieme... Non hanno padrone, non si sa di dove vengono, non si sa dove vanno, non si lasciano tosare, e nemmeno mungere... Ma sono tanto belle... libere... là... sull'acqua! Se le vedeste, Oliva...
OLIVA
O che razza di pecore son quelle?
LEOPOLDO
Son fatte di schiuma bianca, Oliva! e le fabbrica il vento, e corrono, saltano sul mare!... Io, certe volte, quando sono di guardia franca, invece di dormire, mi metto a guardarle, appoggiato così (fa atto coi gomiti sulla tavola e i pugni contro le tempie) al bastingaggio e ci sto anche un'ora!...
OLIVA
Dunque, fate come faccio io!... Quando mi metto a capo il poggio, e guardo le mie... poverine... che vanno piano piano... e mi girano intorno... brucando tra i sassi, e ogni poco mi guardano con quegli occhietti chiari... Non c'è pericolo che mi stanchi, sotto quel sole!... e non si sente altro che qualche vespa per l'aria... eh! Se ci steste un poco, quassù, imparereste a volergli bene, anche alle pecorine mie...
LEOPOLDO
Eh!... Se stessi quassù... Oliva!... sarebbe più facile che imparassi a voler bene a voi!...
Mentre questo dialogo si è acceso, Riga è andata e venuta due volte nella stanza vicina dove sono i suoi piccini. Ha ripreso per due volte il suo duro lavoro, quando si sente ancora un breve lamento di bambino.
RIGA
Vacci un po' tu, Oliva, a sentir che vole Settimio; non mi lascia benavere, stasera...
OLIVA
(strappata rudemente a un bel sogno in cui l'avevano immersa le parole di Leopoldo, stenta quasi a capire: poi corre verso la cameretta vicina facendo un breve urlo d'esclamazione).
RIGA
(lasciando un momento il lavoro, a Leopoldo)
Ora me lo dite, eh? signor Leopoldo, come v'è preso l'estro di venir quassù su questi monti: non volevo offendervi prima... voi l'avete capito!... quel buacciolo di Bistone non capisce ragioni... Che c'era qualcosa di male forse a domandarvi?...
LEOPOLDO
Ma che male!... diavolo! ve lo dico subito: è stato per accompagnare un amico mio, poveretto... ma uno di quegli amici che due non se ne possono ritrovare nella vita! (con profonda tristezza).
RIGA
O che ha fatto?... è morto?...
LEOPOLDO
No... ma per me... è come se fosse morto! Ha sposato una ragazza, una campagnuola: una certa Virginia... di Rifiglio... la conoscerete, forse...
RIGA
(si ferma un momento, poi col capo fa cenno di no).
LEOPOLDO
Una bella ragazza bionda... basta! Se ne innamorò un giorno a Firenze: s'era insieme: da quel giorno non ha veduto più lume!... Quella non voleva sposare un marinaio... e lui, allora, non c'è stato santi... tanto ha fatto, che s'è trovato un impiego in una fattoria, e ieri se l'è sposata!...
RIGA
To'!...
OLIVA
(dopo aver ascoltato sull'apertura del tramezzo non vista, il racconto di Leopoldo)
Vacci tu, sai, mamma: a me non mi dà retta... lo senti?...
RIGA
Benedetto!... o che avrà stasera?... gli abbiano fatto il malocchio!...
LEOPOLDO
Ma che malocchio!... (guardando Oliva con desiderio, lieto di rimanere un momento con lei) Vuol la mamma... si capisce!
RIGA
(va di mala voglia alla camera vicina).
Oliva ritorna al suo posto di prima sempre in piedi. La rete di sogni in cui è presa, si stringe intorno all'anima sua: guarda fisso in terra seguendo una sua finzione gioconda.
LEOPOLDO
(dopo una breve pausa)
A che cosa pensate, Oliva?
RIGA
(cantando nella camera vicina)
Ho visto una sirena in mezzo al mare,
Sur uno scoglio, piangeva, piangeva!
OLIVA
Penso che nel mondo c'è qualcuno felice!...
RIGA (c. s.)
Ho visto tanti pesci lacrimare
Dalle tristi parole che diceva!
LEOPOLDO
Come sei bella, Oliva! Forse... chi sa... se tu mi volessi bene... anch'io sarei felice! (si leva e le si fa vicino alle spalle, guardando a tratti la porta del tramezzo e quella di fondo)
RIGA (c. s.)
Figliolo bello, non t'innamorare,
Chi s'innamora non si può salvare!
LEOPOLDO
Eh!... Oliva!... la senti questa canzone... chi lo sa com'è salita quassù! è la canzone che cantano tutte le mamme da noi!... Dicono tutte: Non t'innamorare!... E noi si gira il mondo, si scampa dalle bocche dei pescicani... ma poi un bel giorno s'incontrano due occhi... e se quelli ci guardano, si more... Anche a te, te l'avrà cantata... Oliva... quand'eri piccina... invece...
OLIVA
Io? chi ve l'ha detto?...
LEOPOLDO
(abbracciandola)
Credi che non si senta anche di fori, quando questo cuoricino grida?... Quando tu vedi un nido, hai bisogno di strapparlo, per vedere se c'è dentro la nidiata?...
OLIVA
(fanciullescamente)
Io non li strappo mai mai... sapete? i nidi! Quand'ero bambina sì... ero cattiva... ma da un pezzo in qua non c'è pericolo... Qualche volta... sapete che faccio? M'arrampico a un nido... e a quanti ce ne trovo dentro... gli dò un bacio sul capo... e poi li lascio strillare e scappo via!...
LEOPOLDO
(cingendo con un gesto rapidissimo il capo di Oliva)
Un bacio sul capo!... e làsciatelo dare anche te!... (la bacia forte sul viso).