WeRead Powered by ReaderPub
La rovina della civiltà antica cover

La rovina della civiltà antica

Chapter 29: IX.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

La raccolta propone un'analisi concisa delle cause che trasformarono in pochi decenni una civiltà antica ancora fiorente in un processo di declino; sostiene che l'instabilità politica e l'ambiguità dell'autorità imperiale, insieme a tensioni economiche, spopolamento urbano, pressioni militari e alla diffusione di una religione universalizzante, smantellarono istituzioni pubbliche, pratiche culturali e vita civile. L'autore esamina nel dettaglio debolezze istituzionali nelle pratiche di successione, il deterioramento delle finanze e delle attività produttive, la regressione delle arti e delle scienze e il ruolo delle trasformazioni spirituali, articolando l'argomentazione in cinque saggi collegati e ricavandone riflessioni sulle possibili lezioni per il presente.

CAPITOLO QUARTO COSTANTINO E IL TRIONFO DEL CRISTIANESIMO

I.

Diocleziano aveva cercato di restaurare l’autorità su tre principii: la divisione dell’Impero, la divinità degli imperatori, la scelta per cooptazione. Il suo sistema era dunque più complicato e raffinato che il sistema della monarchia asiatica, fondata sui principii dinastici dell’eredità e, in certa misura, dell’unità, perchè era una contaminazione di orientalismo e di romanesimo. Nel suo sistema il figlio non era il divino successore del padre, ma il successore scelto diventava, per adozione, figlio del predecessore, proprio come nel secolo degli Antonini. Così, nell’ultima ripartizione dell’Impero, Diocleziano aveva escluso dal trono il figlio di Costanzo Cloro, Costantino, e il figlio di Massimiano, Massenzio. Come supremo omaggio alla civiltà greco latina che, in punto di morte, aveva generato quel sistema e il suo creatore, Diocleziano aveva voluto salvi i diritti sovrani dell’intelligenza, non affidandosi per la scelta dell’imperatore a quell’accidente di un accidente che è la nascita, e sforzandosi di evitare nello stesso tempo, a ogni successione, quelle lotte di ambizioni che avevano già fatto tanto danno all’impero.

Ma questa contaminazione di monarchia asiatica e di scelta aristocratica era troppo complicata per le passioni violente e la cultura grossolana di quegli elementi quasi barbari, nelle mani dei quali era caduto l’Impero. Nemmeno un anno dopo l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano moriva Costanzo Cloro, lasciando, come si è detto, un figlio, Costantino, che Diocleziano, nella nuova ripartizione del potere, aveva escluso. Ma Costantino era un giovane intelligente, energico, molto ambizioso; e appena morto il padre, pensò bene di farsi proclamare Cesare dai suoi soldati, a Eboraco, senza aspettare le decisioni degli Augusti (28 luglio del 306). Questo colpo di testa riuscì. Per evitare la guerra civile, Galerio, che era il più antico e il più autorevole dei due Augusti, riconobbe il fatto compiuto e proclamò Costantino Cesare, dando a Severo il rango di Augusto. Ma la guerra civile, ch’egli aveva sperato di evitare, cedendo in Gallia, scoppiò poco tempo dopo in Italia, appunto perchè egli aveva ceduto in Gallia. La vecchia Roma tollerava con malumore il rango di città di provincia, in cui era caduta. L’assenza della Corte e dell’Imperatore feriva l’orgoglio e danneggiava insieme gli interessi della metropoli. Il Senato non aveva più autorità, i pretoriani non contavano più nulla; mancavano al popolo i grandi spettacoli e tutti i profitti dei tempi passati. Cosicchè, valendosi di un pretesto offerto da un nuovo censimento, ordinato da Galerio, il popolo e il corpo dei pretoriani si sollevarono, proclamando Augusto il figlio di Massimiano, Massenzio, che viveva poco lontano da Roma e che voleva pure, dopo la nomina di Costantino, salire al trono imperiale (27 ottobre 306). Massenzio, per essere più saldo nel potere, persuase il padre, malcontento del suo ritiro, a riprendere il potere imperiale. La tetrarchia era distrutta; l’Impero contava oramai sei imperatori: quattro Augusti e due Cesari!

Questa volta Galerio non volle (o non potè) riconoscere il fatto compiuto, e incaricò Severo di riconquistare l’Italia. Ma il nome di Massimiano, dell’antico collega di Diocleziano, era ancora una tale forza, che i soldati di Severo non vollero combattere contro il vecchio generale e preferirono passare al nemico. Severo, fuggito a Ravenna, restituì a Massimiano la porpora di cui Massimiano stesso, poco prima, l’aveva insignito (307). Un secondo tentativo contro Massenzio, fatto da Galerio, in persona, non ebbe esito più felice, perchè l’Italia, mal contenta del nuovo regime e dei nuovi signori che le erano stranieri, s’era tutta dichiarata solidale con Roma e con Massenzio; e le città sbarrarono le porte al legittimo erede della potenza di Diocleziano. Galerio giudicò savia cosa non assediare Roma, che Aureliano aveva così ben fortificata; uscì dalla penisola; e invitò a Carnunto (in Pannonia) Diocleziano stesso, sperando nel suo consiglio e nella sua autorità per trovare una soluzione del conflitto, che minacciava di smembrare l’Impero.

Era questo un grande omaggio fatto al fondatore della tetrarchia; ma il risultato fu mediocre. Nemmeno l’uomo che l’aveva creata riuscì a riorganizzarla. L’avrebbe forse potuto, riprendendo il potere, ma non volle, sebbene Massimiano, che aveva già litigato con il figlio, e Galerio cercassero di persuaderlo. La conferenza decise soltanto che un nuovo Augusto, un antico compagno di Galerio, Luciniano Licinio, sarebbe sostituito a Severo, nel governo dell’Illiria (novembre del 307); che Massimiano sarebbe rientrato a vita privata, e Massenzio escluso dall’Impero. Il rimedio era peggiore del male. Massenzio conservò l’Italia a dispetto delle deliberazioni di Carnunto; Massimiano non depose la porpora e cercò di intendersi con Costantino, al quale diede in moglie la figlia Fausta, sperando da lui l’appoggio che non aveva trovato in Massenzio; la nomina di Licinio creò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto dell’Impero senza essere passato attraverso il grado di Cesare, lasciandosi così indietro Massimino Daja e Costantino. I due Cesari protestarono; il primo si fece proclamare Augusto dalle sue truppe, e il secondo reclamò per sè, da Galerio un’altra investitura. Al principio del 308 c’erano quattro Augusti, oltre Massenzio e Massimiano, senza che, fra questi quattro Augusti, apparisse più nessun rapporto di subordinazione. Tutti gli sforzi di Diocleziano erano fatti sterili per le ambizioni rivali degli Augusti e dei Cesari; l’unità dell’Impero era di nuovo rotta; l’incertezza del principio d’autorità, sul quale posava la carica suprema, questa malattia mortale che dalla morte di Augusto aveva continuato a tormentare l’Impero, generava ora una nuova crisi, che non doveva chiudersi senza fiumi di sangue. La prima vittima fu Massimiano, scomparso in circostanze misteriose. Si buccinò che avesse cospirato contro il genero, e certo è che Costantino lo fece arrestare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, sparire per sempre (310) senza curarsi dei grandi servizi che aveva resi all’Impero. Ma proprio in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, tutto a un tratto, nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino, Licinio, promulgavano un editto, che sospendeva la persecuzione del Cristianesimo.

II.

Come spiegare questo improvviso cambiamento di una politica che durava da tanti anni? Per quale motivo i Cristiani vedevano finire ad un tratto l’ultima delle grandi persecuzioni? In che misura le convinzioni personali degli imperatori sia stata cagione di questo mutamento, non ci è possibile dire; più facile ci riesce determinare l’influenza che potè avere sulla decisione lo stato interno dell’Impero. Era evidente che fra i cinque Augusti, l’accordo non poteva durare a lungo, ora che tra di loro non c’era più un’autorità preponderante; e che presto o tardi scoppierebbe una nuova guerra civile. Ma Massenzio e Massimiano Daja erano favorevoli all’antico culto pagano e contrari ai cristiani; anzi Massimino Daja cercava di dare al paganesimo un’organizzazione più forte. È dunque verosimile che gli altri Augusti abbiano pensato di procurarsi, con quel decreto, l’appoggio dell’elemento cristiano, così potente, per gli eventi dell’avvenire. In altre parole, i cristiani approfittavano dell’indebolimento dell’Impero, nato da questa nuova crisi del potere supremo.

Il decreto del 311 è dunque uno dei segni che annuncia, dopo tanti altri una nuova guerra civile. Parve infatti che scoppiasse subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino si prepararono subito a disputarsi la successione con l’armi, ma si accordarono poco dopo, dividendosi l’Oriente. Massimino prese l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; Licinio, il resto delle provincie orientali, dal Bosforo all’Adriatico. La guerra doveva scoppiare poco dopo, non in Oriente, ma in Europa. Da almeno due anni Costantino, che si era già fatto notare in guerre fortunate contro i Franchi e gli Alemanni, sorvegliava attentamente gli affari d’Italia, dove Massenzio apprestava degli eserciti, destinati, si diceva, a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e intanto si avvicinava a Massimino, che continuava a perseguitare vigorosamente i Cristiani in Siria, in Egitto e nelle altre provincie. Costantino a sua volta si riavvicinò a Licinio, al quale diede in moglie la sorella Costanza, preparò un esercito, si creò in Italia delle segrete intelligenze, per non ripetere l’errore di Severo e di Galerio, entrando nella penisola come in paese nemico. Quando gli parve di essere pronto, al principio del 312, passò le Alpi con circa 50.000 uomini, che per metà erano legionari scelti e temprati; ruppe facilmente le prime resistenze, s’impadronì della valle del Po e marciò contro la metropoli. Massenzio non s’era mosso da Roma, confidando nella posizione forte della città, nei suoi molti eserciti, e in tutti gli ostacoli che avevano fatto fallire le spedizioni di Severo e di Galerio. Ma Costantino aveva preparata meglio la sua spedizione, e s’appoggiava a una parte della popolazione: i cristiani. Non lo trattenevano perciò quelle difficoltà e quelle resistenze, che avevano già fermato Severo e Galerio. Quando Massenzio seppe che Costantino si avvicinava a Roma, a capo di un forte esercito, e che le popolazioni stanche del suo governo avevano favorito l’invasione, comprese che non poteva restar chiuso nelle mura aureliane e uscì dalla città per affrontare il nemico in campo aperto. La battaglia avvenne a Saxa o a Castra Rubra, vicino all’attuale ponte Milvio, e finì con la disfatta di Massenzio. Massenzio stesso perì nel fiume con grossa parte dell’esercito (25 ottobre del 312). Il giorno dopo il vincitore entrava in Roma, dove il Senato, lusingato da un discorso che quasi prometteva la restaurazione delle sue antiche prerogative, gli conferì il titolo di primo Augusto e gli decretò un arco trionfale, che si può ancor oggi ammirare. I Romani lo adornarono con le spoglie dell’arco di Trajano.

III.

La conquista dell’Italia, a cui avrebbe seguito tra poco la conquista dell’Africa, alterava seriamente l’equilibrio delle forze dei tre imperatori, e a scapito precipuamente di Massimino. Per intendersi appunto sul nuovo stato delle cose, Licinio e Costantino si incontrarono, al principio del 313, in Milano. Non sappiamo quali questioni furono trattate in quella nuova conferenza, perchè la misera tradizione storiografica del tempo tace totalmente su questo punto. Non è tuttavia arbitrario supporre che, Licinio acconsentendo al nuovo ingrandimento di Costantino, ottenesse da costui libertà d’azione contro Massimino. Ma il congresso di Milano, intorno al quale siamo così male informati, è famoso nella storia per un’altra ragione; perchè promulgò un nuovo editto di tolleranza, in favore dei Cristiani, che è generalmente considerato come il trionfo definitivo del cristianesimo. Quest’editto, a dire il vero, non riconobbe ancora la nuova religione come superiore a tutte le altre, nè come la sola vera religione, o come il culto ufficiale dello Stato; si contentò di convalidare il precedente del 311 con una forma enfatica, concedendo di nuovo ai cristiani la libertà di culto già concessa due anni prima; tolse qualche ultima restrizione che era rimasta, e offrì una nuova sanzione pratica della volontà degli Augusti, ordinando che fossero restituiti alle chiese cristiane i beni sequestrati durante la grande persecuzione. Della crisi del potere supremo continuavano ad approfittare i cristiani: i due imperatori accarezzavano i cristiani, quanto più Massimino nelle provincie orientali li maltrattava, ordinando le ultime persecuzioni; il cristianesimo e il paganesimo diventavano nelle mani degli imperatori rivali, armi di guerra civile. I due imperatori non avevano forse nemmeno pensato, che la storia darebbe un giorno tanta importanza al loro editto; è anzi probabile che, fra le questioni trattate, quest’ultima sembrasse loro di importanza relativa, a paragone d’altre questioni di cui la storia non doveva occuparsi più. Ma quando mai gli uomini di stato, occupati a disputarsi il potere, hanno capito il vero oggetto delle loro lotte, e il vero significato del loro operare? Non vedono e non s’appassionano che al piccolo gioco in cui son mescolati. Infatti Massimino lesse subito chiaro nel gioco degli avversari, e non esitò un momento a muoversi; mentre Licinio era ancora in Italia, invadeva già la penisola balcanica, assaliva prima Bisanzio e poi Perinto, spingendosi verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e mettersi sulla difensiva. Ma una grande battaglia, combattuta non lontano da Perinto, a circa diciotto miglia da Eraclea, il 30 aprile del 313, mutò le sorti della guerra. Massimino sconfitto, fuggì in Cilicia, dove morì.

IV.

Poco prima Diocleziano era morto a Salona, dopo aver assistito alla rovina del suo sistema. La sua tetrarchia era ormai ridotta a una diarchia, che si reggeva soltanto e per miracolo sull’equilibrio della forza. Quanto tempo durerebbe questo equilibrio, che minacciavano di continuo la diffidenza, l’ambizione, la rivalità, tutte le violenti passioni dell’epoca semi barbara, in cui nessun principio sovrano d’autorità dominava? Non tardò infatti a scoppiare una guerra tra i due Augusti sopravissuti. Pare che Costantino ne abbia preso l’iniziativa, con un qualunque pretesto; e Licinio fu battuto a Cibale, in Pannonia, sulla Sava (oggi Vinteow) l’8 ottobre del 314, e poi di nuovo in Tracia. Ma nè l’una nè l’altra furono battaglie decisive. Costantino comprese che per vincere definitivamente il rivale, bisognava portar la guerra nel cuore dell’Oriente, adoperando la maggior parte degli eserciti e impoverendo la difesa delle frontiere, sempre minacciate. Non avendo forze sufficienti per tale impresa, preferì un accordo. A sua volta Licinio, che era stato vinto, consentì a trattare. Costantino ebbe l’Illiria, la Grecia, una parte della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dardania, la Dalmazia, la Pannonia, il Norico. Con questo accordo, l’equilibrio delle forze tra i due imperatori, fu ricostituito e si conservò per circa nove anni; durante i quali l’impero conservò la forma equivoca di una diarchia, in cui la potenza degli imperatori era limitata soltanto dalla diffidenza e dalla paura reciproca.

Ma non fu che una lunga tregua. Il sistema di Diocleziano era distrutto mancando un Augusto che ne fosse, con la sua autorità, il dominatore; e le ambizioni dei due imperatori e delle due corti concorrevano, con le forze delle cose, a spingere l’impero verso la monarchia unitaria ed ereditaria. In quei nove anni i due imperatori si prepararono alla lotta risolutiva in tutti i modi, organizzando gli eserciti, cercando alleati, e sfruttando sopratutto la lotta tra l’antica religione moribonda e la nuova, che la sostituiva con tanta energia. Costantino si sforzò, quanto potè, di assicurarsi l’elemento cristiano; Licinio, per opposizione, mutò politica e cercò il favore dell’elemento pagano. Quando scoppiò la guerra nel 323, Costantino non rappresentava soltanto l’Occidente contro l’Oriente, aveva con sè anche i voti dei cristiani, contro il rivale, a cui guardavano con fede e simpatia i pagani. E’ noto che la vittoria arrise al campione dei cristiani. Il 5 luglio del 323, i due eserciti si incontrarono nella pianura di Adrianopoli; Licinio fu vinto, e dopo avere combattuto con energia, si richiuse in Bisanzio, che sbarrava la strada terrestre dell’Asia mentre la sua flotta potente sbarrava quella del mare. Ma la flotta di Costantino era comandata dal primogenito dell’imperatore, Crispo, che, ancora molto giovane, s’era già distinto in precedenti operazioni contro i Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata di Licinio allo sbocco dell’Ellesponto. Licinio abbandonò Bisanzio e cercò di sbarrare a Costantino le vie dell’Asia Minore; ma circondato dal nemico, dovette combattere vicino a Chrisopoli (Scutari), dove fu vinto ancora (18 settembre del 324). Si rese allora al vincitore che, pur avendogli promessa vita salva, lo fece uccidere l’anno seguente.

V.

Con questa vittoria, cadevano le ultime vestigia del sistema di Diocleziano, e la monarchia ereditaria poteva finalmente governare tutto l’Impero, ricomposto di nuovo nell’antica unità. La lunga evoluzione della grande repubblica aristocratica, riordinata da Augusto, stava per chiudersi. Costantino avrebbe dunque la gloria di creare la dinastia, che governerebbe il vasto impero, come i Tolomei avevano governato l’Egitto. Il frutto sembrava questa volta maturo; poichè, morte ormai le ripugnanze dello spirito e della tradizione greco-latina, non c’erano più istituzioni così forti da opporsi; e la dinastia era pronta, Costantino avendo abbattuto tutti i capi che nutrissero ambizioni rivali, mentre l’Impero aveva bisogno di un’autorità unica e forte, solida e permanente.

Senonchè tolte di mezzo tutte le altre difficoltà, ne sorse una nuova, quella a cui abbiamo già alluso, più formidabile che le precedenti: il cristianesimo. Costantino, che nella sua lotta contro Licinio, s’era appoggiato sui cristiani, non poteva più governare che d’accordo con i cristiani, e rispettando le loro credenze gli apologisti cristiani videro più giusto di molti storici moderni, quando hanno detto che la vittoria di Costantino su Licinio fu la vittoria decisiva del cristianesimo sul paganesimo. Dopo la vittoria, di fatto se non di diritto, il cristianesimo è già la religione ufficiale dell’Impero; e non tarderà molto a diventare tale anche di diritto. Costantino poteva dunque introdurre nell’Impero le istituzioni e il cerimoniale delle monarchie asiatiche, ma non la dottrina che il sovrano era un Dio, perchè questa idolatria politica avrebbe fatto orrore a tutti i cristiani. Se aveva potuto istituire un potere più forte che quello di Diocleziano, evitando la divisione dell’autorità suprema tra quattro sovrani, doveva rinunciare per riguardo ai cristiani, al principio della divinità degli imperatori, e per questo lato, il suo governo sarebbe stato più debole che quello di Diocleziano.

La monarchia assoluta ed ereditaria è un sistema politico molto comodo, sopratutto perchè scioglie con molta semplicità i due problemi maggiori, che stanno dinanzi a ogni governo: l’unità e la continuità. Ma fra gli inconvenienti, ce n’è uno particolarmente grave: la difficoltà di giustificare l’attribuzione di poteri così illimitati a una sola famiglia, come un privilegio ereditario. Gli antichi, i quali nelle loro concezioni politiche facevano spesso prova di un’audacia ingenua che manca ai moderni, avevano trovata una soluzione di questa difficoltà radicale, facendo del sovrano una divinità. Come dei, i re potevano avere dei privilegi, che sarebbero stati assurdi per uomini. Il cristianesimo ha distrutto questa giustificazione del potere monarchico che appare un po’ grossolana, ma che è ottima per gli spiriti semplici; e questo spiega come il governare gli stati sia divenuto, dopo il trionfo della nuova religione, molto più difficile e complesso di prima.

Costantino ne fece a sue spese la prima esperienza. Se ci fu mai un imperatore, che compì tutti gli sforzi dopo la sua vittoria su Licinio, per ricostituire l’unità dell’Impero, per dargli di nuovo un governo coerente e potente, la sua cultura e le sue arti, le sue leggi, questi fu certo Costantino. Quanto ricca, varia e tenace ci appare l’opera sua! Rimaneggiò definitivamente il sistema politico e amministrativo di Diocleziano, cercando di rinforzare lo Stato. Se il sovrano non è più considerato ufficialmente come un Dio, la corte diventa totalmente orientale; la pompa del cerimoniale, la complicazione dell’etichetta, il lusso dei cortigiani, il mistero in cui si nasconde l’imperatore sono accresciuti. I grandi dignitari hanno, sotto la loro dipendenza un numeroso personale, minutamente gerarchizzato. Sono il Questor Sacri Palatii che accoglie le istanze e prepara e controfirma le leggi discusse dal Concistorium; il magister officiorum, una specie di ministro della casa reale, che dirige il personale della polizia, le guardie del palazzo, gli impiegati dell’amministrazione centrale; i due ministri delle finanze, il comes sacrarum largitionum e il comes rerum privatarum. Anche il nuovo Consiglio dell’Imperatore, il Concistorium, diventa più regolare che ai tempi di Diocleziano.

Sotto il Concistorium e i ministri della casa imperiale sta la burocrazia, creata da Diocleziano e notevolmente ingrandita. L’incremento della burocrazia è uno dei fenomeni, che accompagnano la decadenza e la dislocazione dell’Impero.

Tutti gli alti funzionari dell’Impero hanno ai loro ordini, un ufficio o scrinium; e ogni scrinium ha un personale gerarchizzato, che servirà di modello alle monarchie assolute della prima storia moderna.

L’organizzazione provinciale è sempre quella di Diocleziano. Invece di quattro tetrarchi c’è un solo imperatore; ma la divisione amministrativa, creata da Diocleziano, è ancora in vita. L’Impero è diviso in due o tre, forse anche quattro sezioni; alla loro testa stanno appunto i prefetti del pretorio che, dopo la scomparsa dei pretoriani, son divenuti dei grandi funzionari, civili e militari. Da costoro dipendono i vicari, dai vicari i praesides o i consulares o i correctores. Ma sembra che il numero delle provincie, in cui l’Impero era diviso, sia stato ancora accresciuto; e per quelle stesse ragioni, che avevano spinto Diocleziano alla sua riforma delle provincie.

Che fanno durante questo tempo le vecchie magistrature e il Senato romano? Roma conserva ancora il suo Senato, i suoi consoli, i suoi pretori, i suoi editti, e i suoi tribuni. Ma queste gloriose magistrature non sono quasi più che delle cariche municipali. L’esercito resta quello di Diocleziano con alcune riforme, che in parte, ne esagerano, in parte, ne alterano il carattere originale. Gli effettivi di ogni legione continuano a esser ridotti; il comando militare è distinto dal civile; anzi, quello della cavalleria è separato da quello della fanteria; il servizio dei viveri e del soldo, da quello del movimento degli eserciti. Tutto l’Esercito è diviso in tre grandi sezioni. La prima è rappresentata dalla milizia palatina (domestici, protectores, scolares) che può essere paragonata all’antica guardia pretoriana, e comprende un quinto o un sesto di tutti gli effettivi, formando come un esercito di riserva e seguendo nelle spedizioni importanti, l’imperatore. La seconda sezione è rappresentata dall’esercito di linea o comitatenses composta di cittadini e di barbari, sparsa in piccole guarnigioni nelle città dell’interno. La terza sezione comprende le truppe delle frontiere (riparienses, castriciani, limitanei) reclutata sopratutto tra i barbari e nei bassifondi delle popolazioni. Valevano meno dei comitatenses; il loro servizio, era più lungo, e più piccola la loro retribuzione; dovevano restare in permanenza nelle zone determinate della frontiera, o nei castelli, nelle fortezze, nei campi di concentramento. Una parte di queste truppe erano coloni.

Si scopre subito il difetto di questo sistema; mentre il corpo scelto, la milizia palatina, era più che altro una truppa di parata, il nerbo dell’esercito (i comitatenses) è suddiviso in piccoli nuclei e sperso in piccole città dell’interno, per mantener l’ordine pubblico; fa dunque l’ufficio di una gendarmeria più che quello di un vero esercito. Di più nelle tre sezioni dell’esercito, abbondano i barbari. Costantino apre ai barbari persino le porte della milizia palatina; e in una sola volta recluterà 40,000 Goti.

VI.

Anche la legislazione economica di Costantino è molto importante. Pare che proprio Costantino abbia avviato l’impero all’organizzazione coercitiva del lavoro e della produzione. La ragione principale che ci induce a crederlo è che nel codice teodosiano (XIII-5) le leggi più importanti che organizzano il servizio dei navicularii sono di Costantino, e che le leggi degli imperatori successivi, relativamente a questo servizio, alludono spesso ad altre sue leggi, che non ci sono arrivate. Queste leggi ci danno una idea abbastanza precisa dell’organizzazione dei trasporti marittimi nel quarto secolo; e non sarà inutile fermarci un momento su questo argomento, per capire in che condizione si trovavano ridotti il lavoro e la produzione durante l’agonia dell’Impero. I navicularii erano gli armatori, che facevano i trasporti marittimi per conto dello Stato (grano, marmi, soldati, oggetti necessari agli eserciti); e formavano in tutte le provincie una corporazione, i cui membri venivano indicati dal governo secondo certe regole fissate dalla legge. Erano sempre scelti nelle classi possidenti; e se, come membri della corporazione, godevano di molti privilegi, non potevano nemmeno rifiutare di farne parte, quando voleva il governo; era, anzi, per i cittadini scelti, un dovere com’è ai giorni nostri, il servizio militare; e un dovere che si trasmetteva con le proprietà. Chi comprava o ereditava i beni di un navicularius, ne assumeva anche il compito. In che cosa consisteva, questo compito? Il navicularius doveva costruire un bastimento secondo il disegno che gli forniva lo Stato, e tenerlo a disposizione dello Stato, per ogni sua necessità. Riceveva dallo Stato, gratuitamente, il materiale necessario per la costruzione e delle sovvenzioni (subsidia) per le spese di navigazione; pare che lo Stato lo garantisse anche contro i naufraghi e gli altri accidenti. Le spese di riparazione e l’eventuale differenza tra il costo reale dei viaggi e i subsidia allogati dallo Stato erano a carico del navicularius.

Al principio del quarto secolo troviamo dunque nell’Impero una organizzazione coercitiva di trasporti marittimi fatti per via di requisizioni, che doveva essere una novità, poichè non se ne trova traccia nei secoli precedenti. Tutto ci fa credere che, nel primo e secondo secolo, i trasporti marittimi fossero liberi; gli imperatori, allora, si limitavano tutt’al più a incoraggiare, con sovvenzioni e favori, gli armatori che si dedicavano particolarmente al servizio dello Stato. Questo sistema di requisizione, del resto, doveva essere molto oneroso per i navicularii, com’è provato dagli sforzi che si facevano per sfuggire a quel dovere, e dai molti inconvenienti ai quali le leggi han cercato di rimediare. Anche questi inconvenienti sono curiosi a studiarsi. Il maggiore era la lentezza voluta dei viaggi. Siccome i trasporti erano onerosi per i navicularii, costoro avevano interesse di viaggiare, per conto dello Stato, il meno possibile. La cosa era, a quei tempi, molto facile, perchè la navigazione non poteva sfidare le tempeste e il cattivo tempo, come la navigazione moderna, che dispone di navi di ferro e di macchine a vapore. Bisognava aspettare il bel tempo, rifugiarsi quando si avvicinava la tempesta, nei porti. Col pretesto di non esporre il bastimento, di cui lo Stato, in qualche maniera, era comproprietario e garante, al pericolo del naufragio, il navicularius poteva fermarlo per strada fin che voleva, cercar dei noli per conto di privati, tentare di ricavare un profitto personale dal servizio oneroso, che gli imponeva lo Stato. Questo inconveniente era così inerente al sistema, che, come ci insegna il codice teodosiano, Costantino dovette concedere ai navicularii due anni di tempo per ogni viaggio di andata e ritorno nel Mediterraneo. Se non riportava, nei due anni, all’autorità che gli aveva affidato le merci, le securitates, o ricevute di quelle merci, consegnate dall’autorità a cui eran dovute, il navicularius viaggiava a suo rischio e pericolo; lo Stato non garantiva più la perdita in caso di naufragio del bastimento. Tanto era l’interesse del navicularius a viaggiar lentamente, che lo Stato si accontentava di esigere, per suo servizio, da ogni bastimento e durante due anni, un solo viaggio: questo era il significato della legge. I trasporti marittimi erano insomma paralizzati a mezzo, in un impero che aveva nel Mediterraneo la grande via di comunicazione tra le provincie!

Ma il codice teodosiano ci fa sapere che anche questa generosità dello Stato non bastò a impedire nuovi abusi. I due anni, conceduti da Costantino per ogni viaggio, bastavano ampiamente ai navicularii abili e senza scrupoli, per fare affari dannosi all’interesse pubblico. Quelli che trasportavano del grano lo vendevano spesso nel primo porto di scalo, sopratutto durante gli anni di carestia, per ricomprarlo a miglior prezzo l’anno di poi. Ci volle una legge che, pur concedendo per il viaggio due anni di tempo, obbligava il navicularius a consegnare il carico nel primo anno (Cod. Teod. XIII, 5, 26).

Costantino ha dovuto rassegnarsi a un sistema così imperfetto, così oneroso, così pieno di abusi, solo perchè non poteva più servirsi, come gli imperatori del primo e del secondo secolo, della navigazione libera. Ma perchè non poteva più servirsi della navigazione libera? Su questo punto non abbiamo nessuna informazione diretta. Ma abbiamo un documento della maggiore importanza, che ci permette di attribuire questa difficoltà straordinaria ai prezzi eccessivi a cui s’erano alzati i trasporti marittimi, come ogni oggetto e ogni genere di lavoro, al principio del quarto secolo. Questo documento è il famoso editto di Diocleziano, de pretio rerum venalium, che tassa le merci fissando i prezzi che commercianti e clienti non possono oltrepassare, sotto pena di morte. Questo editto non ci ha soltanto trasmesso informazioni preziose sulla carezza della vita al principio del quarto secolo; ma lo precede una lunga prefazione dell’imperatore, nella quale il fenomeno della vita cara è analizzato e deplorato con molti particolari e molta forza, benchè in un latino oscuro e bizzarro. È detto chiaramente, in quella prefazione che i prezzi esorbitanti di tutte le cose stremano le risorse dell’amministrazione militare, in modo che tutti i tesori raccolti in tutto l’Impero per mantenere l’esercito, appaiono ogni giorno più insufficienti.

Senza dubbio Costantino ha dovuto ricorrere all’organizzazione coercitiva dei trasporti marittimi per conto dello Stato, perchè i trasporti liberi gli sarebbero costati somme enormi. Per giungere sino alla causa profonda di questa crisi, resterebbe dunque da spiegare perchè i prezzi avessero tanto aumento da disorganizzare tutta l’Amministrazione.

Diocleziano, che deplora il male e vuol guarirlo col ferro, non fa nessuno sforzo per ritrovarne le cause. Ma noi possiamo indovinarle anche dopo tanti secoli; erano la distruzione degli uomini e delle ricchezze, prodotta dalla guerra, le carestie, le epidemie, e la svalutazione del denaro. L’Impero non aveva più nè gli uomini nè le ricchezze necessarie, per mantenersi nella civiltà che aveva raggiunta; siccome voleva conservare una amministrazione e una organizzazione sociale troppo costose per la sua diminuita ricchezza, tutto rincarava — lavoro e oggetti — come capita sempre quando si chiede a un mercato più di quel che può dare. La svalutazione del denaro, di cui abbiamo già visto le ragioni, doveva anche allora generare quegli effetti che ha prodotto in tutte le epoche. Una volta falsificata l’unità di misura dei valori economici, nessuno sapeva più precisamente quanto valevano le cose; tutti i valori diventavano mobili; per mettersi al sicuro dal fluttuare del denaro, la gente ricorreva al solo mezzo che sembra esistere contro un male così capriccioso: guadagnare il più possibile, vendendo tutte le cose ai prezzi più alti.

La guerra e l’anarchia decomponevano dunque l’agricoltura, l’industria e il commercio, con cui si era sostenuta fino allora la vita materiale della civiltà antica. Costantino cercò di fermare questa decomposizione, con una organizzazione coercitiva. Siccome le cause di questa decomposizione persisteranno, questa organizzazione s’allargherà; a poco a poco, durante il quarto e il quinto secolo, la vita economica dell’Impero si muterà in un sistema complicato di requisizioni sempre più tiranniche, e che alla fine lo soffocheranno.

VII.

Tra le riforme più famose di Costantino, è necessario annoverare anche uno degli atti più audaci che potesse immaginare un capo di Stato. Egli riprese il disegno di Antonio; tolse a Roma la sua corona; e trasportò in Oriente la capitale dell’Impero.

La sua azione è larga, forte, profonda, ricca di idee generali; è la manifestazione di un genio politico e amministrativo di prim’ordine; ma è anche la prova luminosa che la monarchia pura era ancora più debole che con il sistema di Diocleziano. Si potrebbe definire la politica di Costantino dicendo che, per conquistare e esercitare da solo il potere assoluto, ne aveva indebolito, appoggiandosi sul Cristianesimo, le basi che Aureliano e Diocleziano avevano cercato di consolidare coi culti orientali.

Per che ragione Costantino avrebbe complicato ancor più il cerimoniale e moltiplicato la burocrazia, se il suo governo non si fosse sentito più debole del precedente, nonostante la concentrazione di tutti i poteri in una sola mano? Allo stesso modo, non si può spiegare che un soldato e un uomo di Stato di tanto genio abbia frazionato e immobilizzato l’esercito in un sì gran numero di guarnigioni, nell’interno e lontano dalle frontiere, se non si ammette che l’esercito doveva ormai servire a conservare con la forza l’ordine interno, minacciato da tante cause di dissoluzione, più ancora che a difendere l’Impero, dai nemici esterni. Non si può nemmeno spiegare come Costantino abbia così facilmente aperto ai barbari i ranghi delle legioni, senza ammettere che si sentiva impotente a lottare contro la ripugnanza della nuova società cristiana verso la vita militare. E’ finalmente impossibile di spiegare, se non come segno di indebolimento dell’Impero, la fondazione di Costantinopoli. Se molte furono le cause di questo avvenimento, la prima dev’essere cercata nella decadenza delle provincie occidentali, devastate dai barbari, impoverite, spopolate. Come lo sviluppo delle provincie occidentali, e sopratutto della Gallia, avevano fissata in Italia la sede dell’Impero, allo stesso modo l’Impero si spostava verso l’Oriente, cioè verso le provincie più ricche, più popolate, meno tocche dalla perturbazione dei tempi, ora che l’Occidente cadeva in rovina. Costantino scelse il posto con intelligenza straordinaria, perchè Costantinopoli si trova nella situazione ideale per essere capitale di un Impero che è metà in Asia e metà in Europa. Ma trasportare sul Bosforo la capitale dell’Impero era come dichiarare che il compito di Roma in Occidente, l’ultima grande opera della civiltà antica, era finito, e che la storia aveva voltato pagina.

Nè Costantino riesci a ricostituire, col principio dinastico, l’unità e la continuità del potere supremo. La dinastia, che vuol fondare, è subito minata dalle discordie, dai sospetti, dalle gelosie; ai mali che avevano afflitto sino a quel tempo l’Impero si aggiungono le sanguinose e oscure tragedie dinastiche. Nella famiglia stessa del fondatore comincia una lunga storia di rivoluzioni di palazzo, della quale, per molti secoli, sarà teatro Costantinopoli.

Già nel 326, per ragioni ignote, Costantino fece uccidere il figlio Crispo, vincitore dei Franchi e di Licinio, e poco dopo Fausta, la sua seconda moglie e la figlia di Massimiano. Nel 333, compì un atto meno tragico, ma ancor più significativo, come prova della debolezza dell’edificio politico che egli aveva costruito. Divise l’Impero tra i suoi tre figli e uno dei suoi nipoti. Assegnò a Costantino la Spagna, la Gallia, la Britannia; a Costanzo l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante, l’Italia, l’Illirico, l’Africa; e il titolo di Augusto a tutti e tre; al nipote Dalmazio, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia, l’Acaia. Finalmente, a un fratello di costui, Annibaliano, erano assegnati, col titolo di re dei re, il trono allora vacante dell’Armenia, e le regioni limitrofe del Ponto. A che dunque aver tanto lottato e sparso tanto sangue, per rovesciare la tetrarchia di Diocleziano, se poi la ricostituiva più debole e in forma più pericolosa? Ma nemmeno Costantino aveva la forza di risolvere la terribile questione del principio legale della suprema autorità. Anche il principio dinastico, spoglio del carattere divino, era debole, incerto, oscillante, come tutti gli altri principii che l’Impero aveva provati. Costantino comprese che non aveva nè la forza, nè l’autorità necessaria per imporsi alle ambizioni di tutti i membri della sua famiglia e trasmettere il suo potere a uno solo dei suoi figli; preferì di rompere l’Impero, coll’illusione di assicurargli più facilmente la pace, soddisfacendo a tutte le ambizioni rivali che non poteva sopprimere.

VIII.

Ma questa divisione dell’Impero, pur annullando, nella sua parte sostanziale, l’opera di Costantino, non era il pericolo più grave. Non rompeva infatti che l’unità materiale! Molto più grave era il pericolo che minacciava l’unità morale dell’Impero col cristianesimo trionfante. Costantino, e lo dice egli stesso, in un editto che citeremo più innanzi, si era avvicinato al cristianesimo e l’aveva favorito con l’idea di ricostituire l’unità morale dell’Impero. Costantino era ancor troppo un uomo politico d’idee antiche, per non considerare, alla romana, la religione come uno strumento della politica. Poi che il cristianesimo era oramai più diffuso e più forte che il paganesimo, la saggezza politica consigliava di accelerare la cristianizzazione dell’Impero. Ma il cristianesimo non era una religione che potesse servire di strumento politico, nelle mani dello Stato, come le varie religioni pagane. Aveva una morale e una dottrina tutte sue, indipendenti e tali che nessuno Stato poteva modificarle per i suoi fini politici. Costantino non tardò ad accorgersene, quando le eresie, limitate a lungo dalle persecuzioni, scoppiarono, come una forza distruttiva, nella pace e nell’ordine, appena il cristianesimo trionfò con l’aiuto e l’appoggio dell’imperatore. Non è esagerato dire che Costantino, cercando di ricostituire l’unità dell’Impero con l’aiuto del cristianesimo, vi ha introdotto una nuova forza dissolvente; le dispute teologiche. Ne è prova la storia della grande eresia ariana. Un prete di Alessandria, Ario, aveva cominciato a sostenere, da qualche tempo, che Dio ha creato il Cristo, o il Logos, per adoperare la lingua teologica, dal Niente, come tutte le altre creature, e non dalla sostanza divina; che l’aveva adottato come figlio, prevedendo i suoi meriti, ma senza che da questa adozione dovesse risultare una partecipazione della divinità. Ario negava così l’identità delle persone della Trinità e la divinità del Cristo. In Oriente, dove la cultura filosofica e la passione della dialettica erano ancora ben vive, questa eresia, che non era nuova, aveva sollevato questa volta una tempesta formidabile, perchè da quando i cristiani non avevano più da temere le persecuzioni dei pagani, s’erano messi a discutere con fervore sulla divinità di Cristo. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, sostenuto dal voto di un sinodo di cento vescovi, aveva espulso nel 321 Ario dalla comunità cristiana. Ma Ario non era solo: la semplicità della sua dottrina la rendeva più accessibile alla media degli uomini, che la dottrina opposta, molto oscura e profonda, della Trinità; le simpatie che egli ritrovava nel neo platonismo pagano così diffuso in Oriente, gli odi e i rancori lasciati dalle precedenti eresie, le molte discordie che dividevano il mondo cristiano, gli dettero subito un partito numeroso, se non scelto.

Immediatamente i sinodi cominciarono a opporsi ai sinodi; gli animi si accesero; alle dispute teologiche seguirono i parapiglia, i colpi, le violenze nella strada. La sicurezza di cui godevano dopo il trionfo, favoriva anche frammezzo ai cristiani l’esplosione delle cattive passioni. Poteva Costantino, che era stato spalleggiato dai cristiani, nei suoi sforzi per ricostituire l’unità dell’Impero, vedere con indifferenza questo disordine religioso, che stava quasi per mutarsi in guerra civile? No, certamente. E così fu preso nel vortice delle dispute teologiche.

Ciò che egli pensasse, col suo senso politico, di quelle dispute, lo sappiamo dalla lettera, che rivolse ai cristiani dissidenti:

«M’ero proposto di ricondurre a una unica forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi potuto, su questo punto, ristabilire l’accordo come volevo, ne sarebbe stata facilitata la gestione degli affari pubblici. Ma, oh divina bontà! che novità ha ferito crudelmente i miei orecchi, anzi il mio cuore! Vengo a sapere che ci sono tra voi più dissensi che in Africa nei tempi passati. Eppure mi par che la ragione sia ben piccola, e assolutamente indegna di tante contestazioni... Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che pensavano i tuoi preti sopra un punto della legge, anzi soltanto sopra una parte di una questione, priva, assolutamente di importanza; e tu, Ario, se pensavi così, dovevi tacere. Non si doveva nè interrogare nè rispondere, poichè si tratta di problemi che non v’è nessun bisogno di discutere, ma che suggerisce soltanto l’ozio, dato che, tutt’al più, son buoni a aguzzar l’ingegno. E’ forse giusto, che per delle vane parole, impegniate una battaglia tra fratelli e fratelli? Son queste cose volgari, degne di bambini senza esperienza, non di preti o d’uomini di senno. Ridàtemi dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini, in modo che possa anch’io, nell’avvenire, goder della pura gioia di vivere».

Il senso della lettera è chiaro. Costantino, che concepiva la religione come uno strumento politico per mantenere l’ordine nello Stato, considera insensato quel furore di discussioni teologiche. Una religione che, invece di aiutare l’imperatore gli crea delle difficoltà, sembrava a lui, fedele interprete del pensiero romano, una mostruosa assurdità. E infatti, approfittando dell’autorità di cui godeva tra i cristiani, prese l’iniziativa di un gran concilio, che doveva metter fine alla questione. A Nicea, nella primavera del 325, si riunirono più di 250 vescovi di ogni parte delle provincie orientali, e Costantino inaugurò il Concilio con un assai modesto discorso. Ristabilendo la concordia nella Chiesa, l’assemblea avrebbe fatto un’opera che sarebbe piaciuta a Dio e avrebbe reso un gran servizio all’Imperatore. Il concilio era presieduto da uno dei suoi segretari, il vescovo Osio, avversario dell’arianismo; onde le influenze imperiali agirono tutte contro questo partito.

Ario fu dunque rinnegato ancora una volta. Il Concilio decretò che Cristo non era stato creato dal niente, e che non era diverso dal padre, ma che invece era stato fatto da Dio, dell’essenza del padre «vero Dio del vero Dio» e che gli era consubstanziale.

Ma poco durò l’illusione d’aver così ricostituita l’unità morale dell’Impero. Ciò che sembrava pazzia furiosa al suo senso politico di romano, era qualcosa di così profondo, che tutta l’autorità dell’Imperatore riusciva impotente a combatterla. Condannato dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianismo era diffuso e potente; aveva, anche a corte, degli amici fidati, tra i quali Costanza, la sorella di Costantino; non rinunciò dunque alla lotta. Approfittando degli errori degli avversarii, addolcendo la sua dottrina. Ario e i suoi partigiani riuscirono a riguadagnare il favore di Costantino, persuadendolo che era possibile una riconciliazione. L’Imperatore, sempre animato dal desiderio di ristabilire l’unità morale dell’Impero, tentò allora questa riconciliazione; ma si urtò in un’opposizione invincibile specialmente da parte del nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio. Questa intransigenza degli avversari spinse finalmente Costantino verso Ario. Il favore imperiale rese coraggio alla setta, che, nel 335, riuscì a far condannare Atanasio al concilio di Tiro. A sua volta Atanasio fu esiliato in Gallia e i suoi partigiani più in vista vennero perseguitati e dispersi; Ario rientrò come trionfatore; la corte fu invasa dagli ariani, che in quasi tutto l’Oriente divennero il partito prevalente della Chiesa cristiana. Ma il partito avverso non disarmò; e da quel momento una lotta immensa, di furore implacabile, squassò tutto l’Impero, aggiungendo, alle altre più gravi, una causa nuova di debolezza.

IX.

Come spiegare questo fenomeno quasi incredibile? Queste dispute teologiche, che sono state parte così importante nella storia del cristianesimo, sembrano a noi moderni, come a Costantino, quasi un’inconcepibile pazzia! Ma qui si pone una grave questione. Come mai tutta la forza e la saggezza dell’autorità imperiale furono impotenti contro questo che è, o sembra a noi, un delirio? Come han potuto, quegli uomini, odiarsi, perseguitarsi, massacrarsi per tanti secoli, spingere alla rovina un grande impero per questioni così astruse e sottili? Perchè a noi, che non vediamo più ciò che si nascondeva dietro, quelle dispute sembran fatte soltanto di parole. Ma giudicar così significa non capire uno dei più grandi drammi della storia umana. Che vita anima quelle discussioni oscure, quando le ricollochiamo nel disordine dell’immenso impero che crollava, perchè non possedeva più un principio d’autorità solido e sicuro da sostenere l’ordine sociale: nè l’antico principio greco latino, aristocratico e repubblicano, consacrato dal politeismo, che era caduto definitivamente; nè il nuovo principio asiatico e monarchico, che non riusciva ad abbarbicarsi con radici resistenti. Le lotte teologiche di quest’epoca non sono che uno sforzo titanico per costituire una disciplina intellettuale di ferro, una dottrina della vita, indiscussa e indiscutibile, forte contro tutti gli assalti degli interessi e delle passioni, in un momento in cui l’autorità politica barcollava, l’autorità religiosa era ancora divisa e debole, e tutte le tradizioni erano state scompaginate dalle rivoluzioni, dalle guerre, dalle mescolanze delle classi e delle popolazioni, dalle infiltrazioni dei barbari. Se ogni cosa, nel mondo era instabile, le leggi, le tradizioni, le forze dello Stato, le fortune e gl’interessi degli uomini e delle famiglie, stabile e fermo fosse almeno il pensiero umano, nella dottrina che Dio aveva rivelata agli uomini per mezzo del Messia e degli Apostoli, trasmessa in un’edizione autentica e in aeternum, nei libri santi. Tale è il pensiero profondo, che si trova in queste terribili e oscure lotte teologiche. Molte, se non tutte le grandi lotte dell’ortodossia e contro l’eresia, si spiegano e si comprendono, quando ci si rende conto che dietro le questioni teologiche, sottili, in apparenza, e puramente teoriche, era nascosta la questione, ben altrimenti grave, dell’unità e della stabilità delle dottrine fondamentali del cristianesimo, e che questa unità e questa stabilità era l’ultima base dell’ordine, in un mondo che si decomponeva, perchè non aveva trovato un sicuro e solido principio d’autorità. L’arianismo è un caso particolarmente chiaro e istruttivo di questa verità. Separando Cristo da Dio come una delle sue emanazioni ed esteriorizzazioni, l’arianismo ammetteva implicitamente che altre emanazioni e esteriorizzazioni potevano seguire quelle di Cristo. Come Dio aveva di sua volontà creato dal nulla e poi adottato Gesù Cristo, così potrebbe di sua volontà creare dal nulla e adottare altri redentori. Dunque il libro della rivelazione non era chiuso; potrebbe continuare in volumi nuovi; potrebbero comparire ancora altri Messia, e la dottrina del cristianesimo si muterebbe in un continuo divenire come lo concepiscono certe sette del protestantesimo più radicale, che in Ario hanno trovato veramente un precursore. Ma questo continuo divenire della dottrina doveva spaventare, come una pazzia criminale, in mezzo alla dissoluzione universale delle leggi, dei costumi, degli Stati, gli spiriti illuminati e profondi che sentivano quanto fosse necessario di dare agli uomini, disperati per l’universa mobilità, qualcosa di solido, di fisso, d’incrollabile a cui potessero abbrancarsi. Per questa ragione tanti grandi spiriti si opposero all’eresia ariana, fino a sfidare, per questo, l’esilio e la morte, per questa ragione le dispute sulla consubstanziazione poterono riscaldare tanto gli animi, da provocare battaglie nelle strade e continue effusioni di sangue. Se Cristo era figlio di Dio, consustanziale del padre, vero Dio nato dal vero Dio senza romperne l’unità, il mistero dell’Incarnazione era unico e definitivo in eterno; un altro Messia non verrebbe più; il libro della Rivelazione era chiuso per sempre e l’umanità aveva ormai trovato il fondamento indistruttibile della perpetua verità, sul quale potrebbe costruire l’ordine morale e sociale a condizione di interpretarli alla lettera, nei due Testamenti.

Non è difficile di spiegare l’ardore terribile delle grandi lotte teologiche in mezzo a cui si è formato a poco a poco il dogma, quando queste lotte si intendano in questa maniera. Che volevano i grandi fondatori e difensori dell’ortodossia? Unificare e fissare le credenze sulla base della rivelazione e dei libri santi, con la forza del pensiero, e sopratutto con quello strumento particolare dell’intelligenza che è la dialettica. Ma il pensiero è uno degli elementi più mobili dell’universo; e la dialettica uno strumento potente, ma poco sicuro perchè sa servire tutte le passioni, anche quelle che seminano i torbidi e il disordine negli spiriti e nel mondo. Se n’erano già serviti i filosofi greci, per distruggere più che per sostenere le credenze e le tradizioni del mondo antico, sostituendo loro l’eterna mobilità delle passioni e degli interessi, mascherati con ingegnosi sofismi. Inoltre, se il pensiero dell’uomo ripugna sempre a sottomettersi a una forte e seria disciplina, vi ripugna di più in tempi d’anarchia politica e sociale. Voler ricostituire l’ordine nell’anarchia di un immenso impero crollante incominciando dal pensiero, era iniziar l’opera proprio dalla parte più difficile, seguire la linea dello sforzo più grande, affrontare, con dei ragionamenti, tutte quelle pericolose passioni scatenate dall’anarchia, che cercano sempre di prolungarla, perchè vivono di lei!

X.

Se quell’opera era necessaria per salvare una parte del mondo da una catastrofe totale, che avrebbe annientato tutta la civiltà antica; era certo la più difficile che si offrisse allo spirito umano. Non bisogna dunque meravigliarsi se in quella gigantesca difesa dell’ortodossia, apparvero tanti uomini straordinari per grandezza intellettuale e morale, che la Chiesa ha santificati. La grandezza della natura e del genio umano non si vedono che in tempi di calamità, di fronte alle imprese difficili e quasi impossibili.

Ma che cosa rappresentavano, a paragone di questo sforzo ultra umano, per unificare la verità con la dialettica e l’eloquenza, e per adoperare i più potenti strumenti della cultura antica in vista di un fine così nuovo, gli sforzi di Costantino per salvare i resti della cultura antica? Anche in questa direzione Costantino aveva saggiamente continuata l’opera di Diocleziano.

Nella nuova capitale dell’Impero aveva fondato quella che noi chiameremmo una università, ove professori pagati dallo Stato insegnavano la lingua e la letteratura greca e latina, la retorica, la filosofia, la giurisprudenza, per preparare all’Impero dei funzionari. Ci restano ancor molte leggi di Costantino che concedono privilegi e vantaggi, o che assicurano la vita ai medici, ai grammatici, ai professori di belle lettere in tutte le città dell’Impero. Ma quegli sforzi restavano sterili. Burocratizzate in un insegnamento ufficiale, non avendo più nell’agonia del paganesimo da compiere un’opera viva e vitale, le letterature e le filosofie antiche si disseccavano nella mediocrità dei professori di mestiere, che volevano vivere e farsi una posizione a spese dei geni del passato, mentre i nuovi geni, gli spiriti di grande forza, voltavan la schiena al presente, sprezzavano la protezione ufficiale, si davano tutti alla grande opera vivificatrice dei loro tempi....

Uno dei più grandi libri dell’antichità, le Confessioni di S. Agostino, ci fa vedere sul vivo questa crisi spirituale della cultura antica.

S. Agostino aveva ricevuto dalla natura tutti i doni necessari per diventare un grande scrittore; l’immaginazione, il sentimento, lo stile, la lingua, lo spirito sintetico e filosofico. La forza della dialettica era in lui pari alla potenza delle immagini; lo slancio della fantasia e del sentimento alla profondità del pensiero. E pure era diventato uno di quei professori ufficiali di letteratura, che l’Impero pagava e onorava perchè conservassero viva la tradizione della letteratura antica. Una volta tanto, l’insegnamento ufficiale aveva messo la mano sopra un vero genio... Ma l’Uomo di genio ci ha lasciato un’indimenticata descrizione della misera esistenza, che egli condusse facendo il professore a Cartagine, a Roma, a Milano; l’inquieto scontento che lo rodeva in quegli anni, il furioso agitarsi del suo grand’ingegno nel vuoto di quella cultura ormai esaurita e schematizzata nel quadro convenzionale di un insegnamento ufficiale. Quando un giorno, in un villaggio vicino a Milano, si fece la luce in quella grande anima, disgustata dal vile mestiere, a cui voleva condannarlo una civiltà moribonda. Il professore di letteratura abbandonò la cattedra, gettò i vecchi libri morti e come un ardito palombaro si cala nel mare, scese negli abissi teologici della grazia, della predestinazione, del libero arbitrio, per gettare laggiù i piloni del gran ponte sul quale l’Europa doveva fare il lungo e difficile passaggio dalla civiltà antica a quella moderna.

Costantino insomma non fallì, ma riuscì solo a mezzo; e contribuì a evitare per il momento la catastrofe, prolungando l’agonia. Dopo di lui, l’Impero visse ancora, ma tra scosse continue, e indebolendosi ogni giorno di più. Aumenta la povertà; lo Stato si disorganizza e si fa insieme più violento, oppressivo e rapace, il fiscalismo imperiale imperversa, si rinnovano le atroci tragedie dinastiche; l’esercito si decompone; vacilla la difesa delle frontiere, le campagne si spopolano affollando le città; le piccole città, a vantaggio delle grandi, rovinano; i barbari s’infiltrano dappertutto; la cultura, dalle arti alla filosofia, si deteriora; s’inaspriscono le lotte religiose; si spezza l’unità dell’Impero; si separano l’Oriente e l’Occidente. L’Oriente si difende meglio che l’Occidente, contro la decadenza, perchè la monarchia assoluta, ritornando come nel suo paese di origine, vi si stabilisce con maggior facilità e solidità, e può arginare la dissoluzione generale con più forza e più lungamente che in Occidente. Così che la forza dell’Impero si ritira, a poco a poco, verso l’Asia, fino al giorno in cui l’Occidente cade sotto i colpi rinnovati dei barbari. La civiltà antica è allora, in Occidente, distrutta quasi del tutto. Per secoli, non ne resteranno più, in quelle immense regioni ridiventate barbare e deserte, molte delle quali son colonizzate dagli invasori germanici, che dei vaghi ricordi e poche vestigia frammentarie, tra cui, unico elemento vitale, la teologia creata negli ultimi secoli dell’Impero per unificare la dottrina della nuova religione. La teologia è stata, per lunghi secoli, in Occidente, l’ultima forma di alta cultura sopravissuta in mezzo alla rovina di tutte l’altre, quella che ha salvato l’Impero dalla barbarie piena e definitiva. Da questa ultima forma sopravissuta infatti, sono a poco a poco uscite, per svilupparsi di nuovo, la filosofia, la letteratura, il diritto, tutto il grande movimento intellettuale, che culminò nella Rinascenza. Nella disciplina intellettuale, conservata dal dogma attraverso il gran caos del medioevo, l’Europa a poco a poco ha ritrovato e sviluppato i principii d’autorità, che l’Impero aveva cercati invano, e che gli hanno permesso di ricostituire dei governi solidi e forti. Ma a mano a mano che ricostituiva l’autorità dei governi e si sottometteva a una vigorosa disciplina politica, l’Europa è diventata più intollerante di quella unità e disciplina intellettuale che, dall’epoca di Costantino alla Riforma, gli erano parse necessità vitali, più dell’organizzazione degli Stati e degli eserciti. Incominciano nello stesso tempo a formarsi i grandi Stati e il pensiero umano si rivolta contro tutte le autorità, alle quali s’era sottomesso nel medioevo; doppio movimento parallelo e inverso che doveva svilupparsi per tre secoli e sbocciare nella situazione attuale: Stati di una potenza formidabile, come non se n’erano mai visti, che s’appoggiano sopra una delle più grandi anarchie intellettuali e morali della storia, ossia sul vuoto. Schizzeremo rapidamente, nell’ultimo capitolo, l’ultima fase, quella più importante, di questa straordinaria trasformazione del mondo.