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La rovina della civiltà antica

Chapter 4: I.
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About This Book

La raccolta propone un'analisi concisa delle cause che trasformarono in pochi decenni una civiltà antica ancora fiorente in un processo di declino; sostiene che l'instabilità politica e l'ambiguità dell'autorità imperiale, insieme a tensioni economiche, spopolamento urbano, pressioni militari e alla diffusione di una religione universalizzante, smantellarono istituzioni pubbliche, pratiche culturali e vita civile. L'autore esamina nel dettaglio debolezze istituzionali nelle pratiche di successione, il deterioramento delle finanze e delle attività produttive, la regressione delle arti e delle scienze e il ruolo delle trasformazioni spirituali, articolando l'argomentazione in cinque saggi collegati e ricavandone riflessioni sulle possibili lezioni per il presente.

CAPITOLO PRIMO LE CAUSE PROFONDE

È convinzione di molti che la civiltà antica si sia spenta a poco a poco, dopo un’agonia di secoli; ma bisogna persuadersi, quando almeno si consideri l’Occidente, che la verità è tutt’altra. Allorchè l’imperatore Alessandro Severo fu trucidato dalle legioni, nel 235 dopo Cristo, la civiltà antica era ancora intatta in Europa, in Africa, in Asia. Nei templi edificati e restaurati durante gli ultimi secoli, con la magnificenza della prosperità, gli dei greci e romani, e gli dei indigeni ellenizzati o romanizzati delle provincie vegliavano ancora sull’ordine e sulla prosperità dell’impero. Dal fecondo seno del politeismo era nato, nei due ultimi secoli, un culto nuovo: il culto di Roma e dell’Augusto, che al principio del terzo secolo unificava ancora, dal Reno all’Eufrate, la maestosa vastità dell’Impero. Una mistura cosmopolita di romanismo, di ellenismo e di orientalismo si stendeva su tutte le provincie come una vernice luccicante sopra una rustica terracotta. Due aristocrazie, l’imperiale, vivente in Roma, e la provinciale, disseminata nelle città minori, erano preparate o dalla cultura greca o dalla cultura latina o da tutte e due, a governare l’Impero con saggezza, giustizia e magnificenza. Le Arti — scultura, pittura, architettura — benchè avessero perduto la semplicità e la purezza delle grandi epoche, per sodisfare un pubblico più numeroso ed eterogeneo, fiorivano ancora; la filosofia e la letteratura erano coltivate con un ardore un po’ superficiale e senza grande originalità, da uomini e donne, nelle classi medie e nelle classi alte. Dappertutto, anche nelle piccole città, pullulavano scuole. La disciplina più studiata e pregiata era la giurisprudenza; qualità, che fanno un giurista, la perspicacia, la sottigliezza, la dialettica, l’equità, l’inventiva nell’ordine dei principii, aprivano la via alle cariche della corte e dell’esercito. Il grande impero, fondato con tante guerre, voleva dare al mondo la giustizia, con una legge che fosse pura opera della ragione e dell’equità: missione nobilissima tra tutte, nella quale si attuava la dottrina di Aristotele, che non la ricchezza e la potenza, ma la virtù è il supremo fine dello Stato. Le piccole città rivaleggiavano con le grandi nel costruire begli edifici, nel fondare scuole, nell’organizzare feste e cerimonie sontuose, nell’incoraggiare gli studi in voga, nel provvedere al benessere delle plebi. Prosperavano l’agricoltura, l’industria, il commercio; le finanze dell’impero e delle città non pericolavano ancora, anche se già erano oberate; e l’esercito era abbastanza forte, da imporre il rispetto del nome e delle frontiere romane.

Cinquant’anni dopo l’impero è una rovina. La civiltà greco-romana agonizza nel politeismo. Gli dei si nascondono nelle campagne, fuggendo i templi rovinati e deserti. Sono sparite le aristocrazie, che governavano con tanto splendore e che avevano eretto il grande monumento del diritto razionale. L’Impero è preda di un dispotismo violento e debole, che racimola i funzionari civili e militari fra le popolazioni più barbare. Rovinato è l’Occidente, compresa la Gallia, compresa l’Italia. Si spopolano le campagne e le cittadine, uomini e ricchezze vanno a congestionare pochi grossi centri; spariscono i metalli preziosi; deperiscono l’agricoltura, l’industria e il commercio; decadono le arti e le scienze. Mentre i due secoli precedenti si erano sforzati di sovrapporre una grande unità politica a un’immensa varietà di religioni e di culti, la nuova epoca crea una grande unità religiosa sulla frantumazione dell’impero. La civiltà greco-latina, distrutta nella carne dall’anarchia, e dallo spopolamento e dalla miseria, è scompaginata nello spirito dal cristianesimo, che scaccia gli dei del politeismo per far posto a Dio e cerca di costruire una universale società religiosa, mirante solo alla perfezione morale, sulle rovine dell’esercito e dello Stato romano. Come si spiega questo mutare del destino? Che cosa è successo in quei cinquant’anni?

I.

Per rispondere all’oscuro quesito, bisogna risalire agli inizi dell’Impero e intendere che cosa fu veramente l’autorità imperiale. Gli storici odierni si ostinano a fare dell’imperatore romano, nei due primi secoli dell’era volgare, un monarca assoluto, sul modello delle dinastie che governarono l’Europa nel ’600 e nel ’700. L’imperatore romano rassomigliavasi ai monarchi degli ultimi secoli, perchè il suo potere durava quanto la vita, e perchè questo potere, senza essere proprio assoluto, era così vasto che spiriti abituati alle forme e ai principii dello Stato moderno possono facilmente confonderlo con il moderno potere assoluto. Eppure l’Impero romano si differenzia dalla vera monarchia, antica o moderna, perchè non ha mai riconosciuto, fino a Settimio Severo, il principio dinastico o ereditario.

L’imperatore come i magistrati repubblicani, è investito dei suoi poteri da un’elezione; la parentela o la nascita non sono mai state considerate titoli legittimi della sua autorità; e se talora una stessa famiglia conservò il potere per parecchie generazioni, ciò accadde per ragioni non di diritto, ma di fatto. Basterebbe questa differenza a farci concludere che fino a Settimio Severo l’Impero non fu una monarchia assoluta, senza che, per questo, possa essere definito una repubblica. Fu un regime intermedio fra i due principii; e questo incerto carattere è stato una ragione di debolezza che gli storici hanno avuto il torto di non studiare a fondo.

In ogni sistema politico fondato sulla scelta, la grande difficoltà sta nel salvare il principio elettivo dalla frode e dalla violenza. Per molte ragioni che qui sarebbe impossibile di studiare, ma quasi tutte nascenti da questo carattere incerto dell’autorità imperiale, Roma non riuscì a fissare le regole dell’elezione imperiale in modo da rendere impossibili le esitanze nella procedura e da render vane le tentazioni della frode e della violenza. Il principio voleva che l’imperatore fosse eletto nei comizi dal popolo romano; tanto è vero che del potere era investito con una lex de imperio; la quale, almeno fino a Vespasiano, fu sottomessa ai comizi e formalmente approvata. Ma noi sappiamo che sotto l’impero i comizi erano una finzione costituzionale, e che, votando la lex de imperio, sanzionavano soltanto il testo del Senatus consulto, col quale il Senato aveva assegnato all’imperatore il potere. Il corpo che per davvero legittimava l’autorità dell’imperatore, investendolo del potere costituzionale, era dunque il Senato. Il Senato avrebbe dovuto scegliere l’imperatore, poichè esso aveva il diritto di legittimare il potere. Ma per diverse ragioni d’ordine politico e costituzionale il Senato non fu sempre in grado di esercitare questo diritto in tutti i casi e con la necessaria libertà: cosicchè scelse qualche volta il capo e lo impose all’Impero; ma gli capitò anche, altre volte, di essere costretto a ratificare la scelta fatta al di fuori di lui. Per esempio: Nerva fu scelto dal Senato; ma Tiberio fu imposto dal Senato da una situazione politica e militare, che non corrispondeva punto con le preferenze e le vedute dell’illustre assemblea; Claudio e Nerone furono imposti dai pretoriani; Vespasiano dalla vittoria e dai soldati. Da Nerva a Marco Aurelio, durante il periodo più brillante dell’Impero, prevalse un sistema misto: l’imperatore sceglieva nel Senato e d’accordo col Senato, l’uomo che gli sembrava più adatto a succedergli; lo adottava come figlio e lo associava al potere, cosicchè, assegnando al figlio adottivo il potere imperiale, dopo la morte dell’Imperatore, il Senato ratificava ormai una scelta, alla quale aveva già consentito. C’era insomma nell’Impero un corpo che poteva e doveva eleggere l’Imperatore; ma questo corpo, il Senato, non sempre ebbe l’autorità e la forza necessaria per esercitare il suo diritto; e, spesso, invece di eleggerlo, si limitò a legittimare un imperatore scelto da altri. Ma questa funzione almeno gli fu riconosciuta senza contestazione, cosicchè l’autorità di nessun imperatore fu legittima, prima che il Senato, volente o per forza, gliela avesse conferita con la lex de imperio. Il Senato romano sotto l’Impero potrebbe dunque paragonarsi ai parlamenti di molti Stati moderni, i quali in teoria dovrebbero scegliere, ma in realtà spesso legittimano soltanto, con la loro approvazione, dei governi eletti dalla corte o composti da potenti consorterie, estranee al Parlamento. Per questa ragione gli storici moderni han l’aria, di solito, di disdegnare il Senato dell’epoca imperiale, che considerano come una mummia lasciata in eredità dalla repubblica: mummia venerabile, certo, ma inutile e ingombrante, nella nuova costituzione. Il secolo XIX ha fatto troppe rivoluzioni, e s’è troppo abituato a confondere l’autorità con la forza, per poter valutare equamente una istituzione, che aveva per compito di imprimere sull’autorità imperiale il carattere indelebile della legittimità. Tanto più sarà utile e savio che ci sforziamo di capire come la prosperità dell’Impero, durante il primo secolo, fu opera di un’istituzione, la quale sembra a molti storici moderni inutile, perchè ebbe una funzione, invece che sostanziale, formale.

II.

Benchè la maggior parte degli storici moderni, seguendo l’esempio del Mommsen, si ostinino a immolare il Senato, come vittima espiatoria, sulla tomba di Cesare, certo è, invece, che il Senato non solo potè ancora vivere e governare dopo la morte di Cesare, ma che nella seconda metà del I secolo ringiovanì come un albero invecchiato dopo un innesto. Si rinnovò, acquistò nuovo prestigio e vigore, governò l’Impero con un’energia e una saggezza che possono essere paragonate ai tempi più grandi della Repubblica. Per quali ragioni? Quale fu l’innesto miracoloso?

Durante il primo prospero e pacifico secolo dell’Impero, molte famiglie dell’Italia settentrionale, della Gallia, della Spagna, dell’Africa settentrionale, si arricchiscono e creano delle nuove, piccole aristocrazie locali. La ricchezza, come al solito, risvegliando il desiderio di distinguersi e di dominare, queste famiglie cercano un modello da imitare per raffinarsi e divenire una vera aristocrazia, staccandosi dal maggior numero non solo per l’opulenza ma anche per la superiorità intellettuale e morale. Salvo qualche rara famiglia, che cerca questo modello fra le ceneri ancor calde delle tradizioni e della indipendenza nazionale, le altre lo trovano a Roma, e nella nobiltà romana; e non tanto nella nobiltà divisa, prodiga, fastosa, inattiva, indocile e debole del tempo dei Giuli-Claudi, quanto nella figurazione solenne e venerabile che Cicerone, Sallustio, Orazio, Virgilio, Tito Livio, avevano tracciata della vecchia aristocrazia romana; poichè la letteratura latina non fu una semplice distrazione per ricchi signori oziosi e curiosi, ma il più nobile organo della potenza romana, il veicolo elegante, che propagò la conoscenza della lingua latina, il gusto delle lettere e le dottrine morali e politiche in cui credeva l’aristocrazia tra nuove élites che emergevano dalla confusa eguaglianza dei vinti nelle provincie dell’Occidente e dell’Africa. Educate da precettori latini, le nuove generazioni studiarono i grandi autori come maestri non solo della forma, ma anche del pensiero e del sentimento; crebbero con il meraviglioso modello dell’antica nobiltà romana, innanzi agli occhi, della nobiltà non quale era stata, ma come l’aveva dipinta, purificandola dai vizi e dalle debolezze, nella cornice della sua storia immortale, il pennello di Tito Livio; s’innamorarono delle sue virtù, rese ideali dall’arte: la semplicità, l’abnegazione civica, il coraggio, la fedeltà alle tradizioni civili e religiose; si persuasero che, per un uomo, la più alta ambizione fosse d’essere accolto in quella aristocrazia, e nel Senato, che la rappresentava.

Tuttavia, fino a Nerone, la vecchia aristocrazia romana non disserrò le sue porte. Poche furono le grandi famiglie provinciali, che riuscirono a penetrare nel Senato. Il quale era quasi esclusivamente composto di famiglie dell’Italia centrale: aristocrazia, in verità troppo ristretta per un impero così grande, e rosa da troppi vizi, antichi e nuovi. Un secolo di pace non era riuscito a spegnere le discordie, gli odii e le rivalità da cui quelle famiglie erano state sempre divise; aveva anzi esaltato i due vecchi vizi, l’orgoglio e lo spirito di cricca, aggiungendo a questi dei difetti nuovi: la frenesia del lusso e un certo scetticismo, che non aveva paura di scherzare con gli esotismi più pericolosi. Fu responsabile dei torbidi da cui fu agitato, da Augusto a Nerone, l’impero; questa aristocrazia troppo orgogliosa e superba l’avrebbe forse trascinato alla rovina, se, nelle provincie, non si fosse formata un’aristocrazia nuova, che, innestata sul vecchio tronco, doveva ringiovanire il Senato.

Vespasiano fu l’imperatore che fece, e con felice successo, in tempo opportuno, l’innesto riparatore. L’atroce guerra civile, che si scatenò dopo la morte di Nerone, vince l’egoismo e l’esclusivismo secolare dell’antica aristocrazia. Il pericolo era stato così grande, che tutti gli uomini di buon senso capirono essere necessario rinnovare e rinforzare il corpo politico, a cui spettava di scegliere e aiutare gl’imperatori; e Vespasiano potè, senza troppe difficoltà, compire la gran riforma, che, qualche anno prima, sarebbe stata impossibile. Gli storici dell’antichità ci raccontano che assunta l’autorità di censore, scelse mille famiglie fra le più importanti delle provincie, le iscrisse nell’ordine senatorio e nell’ordine equestre, e facendole venire in Roma ricostituì l’aristocrazia romana. Per questa riforma, Vespasiano merita d’essere considerato come il secondo fondatore dell’Impero, dopo l’Augusto. Siccome veniva dalle provincie, quest’aristocrazia era più parsimoniosa, più semplice, di costumi più austeri, più attiva, più seria, e sopratutto più devota alla grande tradizione romana, repubblicana e aristocratica, che non la vecchia aristocrazia originaria d’Italia, guasta dalle guerre civili, dal successo, dalla ricchezza e dalla pace del primo Impero. Per una di quelle sorprese di cui la storia è piena, i nipoti dei Galli, degli Iberi, degli Africani, vinti da Roma, vennero a Roma, quando l’Urbe li chiamò, più romani che i discendenti di quelle famiglie dell’Italia centrale, da cui l’Impero era stato fondato. Lo spirito di Roma, moribondo in Italia, riviveva nelle provincie.

Tacito, Plinio il vecchio e Plinio il giovane nella letteratura, Traiano e Adriano nella politica, rappresentano questa nuova aristocrazia provinciale che, con sincerità e fermezza, applicò nel governo dell’Impero i principii morali e politici della Repubblica, adattandoli al nuovo stato del mondo, conciliandoli con l’arte e la filosofia dell’ellenismo e del romanesimo, e creando la vera civiltà dell’Impero. Il secolo in cui quest’aristocrazia governò fu tranquillo e prospero, perchè rispettò insieme l’autorità del Senato e quella dell’Imperatore; cosicchè non nacquero mai, fra i due poteri, quegli urti e quegli antagonismi, immaginati dagli storici, i quali, a tutti i costi, vogliono fare dell’impero, già nei due primi secoli, una monarchia. Come abbiamo detto, il Senato sceglieva, d’accordo con l’Imperatore, colui che doveva succedergli; lo Stato era una vera repubblica, governata dal Senato e dall’Imperatore, quest’ultimo rispettoso dei diritti del primo, e il primo ossequiente all’autorità del secondo, come al più illustre e al più potente dei suoi membri. Non ci fu mai, per un secolo, nessuna incertezza a proposito dell’elezione degli imperatori e delle condizioni richieste perchè fosse legittima. Il maggior difetto della costituzione imperiale parve miracolosamente medicato; l’autorità di Traiano, di Adriano, di Antonino, e di Marco Aurelio fu riconosciuta da tutti, senza essere minata, come quella di Tiberio, di Claudio e di Nerone, dall’opposizione segreta e inesorabile della nobiltà; e poichè non era più infirmato da discordie troppo violente, infurianti in seno al gruppo onnipotente che teneva il governo, lo Stato romano riuscì, durante quel secolo, a compiere grandi opere di pace e di guerra nell’immenso Impero.

III.

Ma i principii su cui posa una civiltà, e le classi che hanno il compito di attuarli, si logorano con il tempo. Anche questa nuova aristocrazia, originaria delle provincie, si disgregò a poco a poco, per interno esaurimento, parte per l’azione delle filosofie e delle religioni di spirito universale. Dottrina nazionale e aristocratica, e perciò esclusivista; simile ad un’armatura, nella quale un popolo e uno Stato si chiudevano, per isolarsi, il romanesimo era in contradizione con le filosofie e con le religioni universali, come lo stoicismo e il cristianesimo, che mescolavano tutti gli uomini e tutti i popoli in un principio di uguaglianza morale. Senonchè già indebolita per l’esaurimento interno e per l’azione delle filosofie e delle religioni universali, quest’aristocrazia fu sorpresa da una crisi politica, che l’annientò, dando la prima spinta alla rovina della civiltà antica. Marco Aurelio è uno dei più celebri tra gli imperatori, perchè i suoi pensieri sono uno dei più bei monumenti della saggezza umana. E’ però necessario riconoscere che la filosofia, chiamata, nella sua persona, a governare il mondo, fece un curioso passo falso nella questione della successione, che imperatori meno filosofi avevano così bene risolta. Invece di intendersi, come i suoi predecessori, con il Senato, e di scegliere Claudio Pompeiano che il Senato giudicava il più degno, Marco Aurelio, nel 177, si diede per associato all’Impero, e con potestà tribunizia, il figlio Commodo, quindicenne. Che proprio un filosofo stoico dovesse tentare di introdurre il principio dinastico nella repubblica aristocratica, a cui l’impero obbediva, è per noi un mistero singolare e pur troppo inesplicabile, con quello che sappiamo. Ma le conseguenze dell’errore furono terribili. Quando Marco Aurelio morì nel 180, Commodo, che era diciottenne, non aveva nè l’età, nè la preparazione necessaria, per sobbarcarsi a un compito così grave; onde parte per la maniera con cui Commodo era stato imposto, parte per l’inettitudine sua non tardò a nascere, fra il Senato e lui, un conflitto così violento che, dal tempo di Domiziano, non se n’era visto l’eguale. Come ai tempi di Domiziano, questa nuova lotta fra i due supremi poteri dello Stato, si chiuse con una congiura; ma mentre, dopo la morte di Domiziano, il Senato aveva potuto dominare gli eventi e imporre il suo candidato nella persona di Nerva, questa volta, dopo l’uccisione di Commodo, non riuscì ad assicurare la trasmissione legale dell’autorità suprema. Le legioni si mossero; incominciò, come dopo la morte di Nerone, una guerra civile, che inalzò l’assolutismo militare di Settimio Severo sulle rovine dell’autorità del Senato.

Settimio Severo apparteneva a una famiglia di Lepti, molto ricca e assai colta, ma di nobiltà fresca, poichè egli stesso per primo sedeva in Senato. Aveva coltivato con uguale ardore le lettere latine e le greche; ma aveva anche sposato Giulia Domna, discendente di una delle più ricche famiglie siriache, alla quale doveva i suoi più celebri sacerdoti il culto del Sole. Africano di nobiltà recente, ellenizzato e romanizzato ma con forti influssi dell’Oriente asiatico, Settimio Severo non era uomo da rispettare — come l’aveva rispettata un secolo prima, il grande Traiano — l’autorità del Senato, massime poi che il Senato si era schierato contro di lui nella guerra civile. Se il Senato, per ragioni che non conosciamo, aveva messo al servizio dei suoi nemici l’autorità di cui disponeva, l’Africano se ne vendicò dopo la vittoria, lavorando a disfare l’opera di Vespasiano. Appoggiandosi alla fedeltà delle legioni, indebolì e impoverì quando potè, con esecuzioni e confische, l’aristocrazia storica; l’umiliò, diminuendo i suoi privilegi e il suo prestigio a favore dell’ordine dei cavalieri; a questi assegnò molte cariche, tenute, fino allora, soltanto da senatori; e cominciò a costituire fra i cavalieri una nobiltà di funzionari scelti e dipendenti da lui, alla quale dette nuovi titoli onorifici (vir egregius, vir perfectus, vir clarissimus); esercitò apertamente il potere assoluto, rinvigorì il principio dinastico, e trattò apertamente l’impero come una proprietà di famiglia, dividendolo fra i due figli; fece dell’esercito una potenza politica superiore al Senato, considerando il favore dei soldati e la forza che gliene veniva, come titoli d’autorità più validi che la scelta del Senato. Settimio Severo fu insomma il primo vero monarca assoluto, o quasi assoluto, dell’Impero; quello che osò farsi chiamare, ufficialmente, dominus; che rese giustizia nel suo palazzo, e colpì l’autorità del Senato con una umiliazione, dalla quale non potè più riaversi. Fece insomma nell’Impero quella rivoluzione, che troppi storici troppo frettolosi attribuiscono a Cesare!

Ora, da principio, non sembrò che l’Impero avesse a lagnarsi di questa profonda rivoluzione, per cui il potere aveva mutato natura e carattere. L’abbassamento del Senato potè anzi, nei primi tempi, essere salutato come guadagno e beneficio, non solo dall’ottimismo ufficiale, ma anche dagli osservatori imparziali. Il governo degli ultimi Antonini, specialmente quello di Marco Aurelio, era stato giusto e chiaroveggente, ma assai debole, lento, poco attivo, come sono spesso i governi delle aristocrazie invecchiate. Il governo di Settimio Severo fu agile, risoluto, fecondo in ardite iniziative, quale poteva essere la dittatura di un guerriero fortunato, intelligente, e nel quale c’era la stoffa di un vero uomo di Stato.

Ma i pericoli, insiti nella sua rivoluzione, si fecero manifesti, quando lo strumento così ben maneggiato da Settimio Severo passò in mani più fiacche. Settimio Severo aveva lasciato il potere, come cosa sua, ai figli: Caracalla e Geta. Ma i due eredi non andaron d’accordo; Caracalla assassinò il fratello; e, rimasto solo padrone dell’Impero, cadde a sua volta, poco tempo dopo, vittima di una congiura militare, che proclamò imperatore il prefetto del pretorio, Marco Opelio Macrino, un semplice cavaliere. Era la prima volta che i soldati osavano scegliere un imperatore fuori del Senato; ma la proclamazione dei soldati, benchè Mommsen abbia sostenuto il contrario, non era senza l’investitura del Senato, titolo legale di autorità; non conferiva che un potere di fatto, fragile e incerto. Ciò che un gruppo di legioni aveva decretato, un altro gruppo poteva disfare, se l’imperatore scelto non era uomo molto forte e di gran prestigio personale.

Infatti, Macrino cercò di assicurarsi la ratifica dal Senato. Ma mentre stava negoziando e maneggiando per far legittimare la sua autorità, un’altra rivolta militare, fomentata dalla famiglia di Settimio Severo, lo rovesciò, proclamando imperatore Eliogabalo. Appena quattordicenne, e non avendo, come titolo, che il favore mobile dei soldati, neppure Eliogabalo conservò a lungo il potere. Dopo quattro anni, i soldati che l’avevano inalzato all’Impero lo rovesciarono; e non rimase, come Imperatore, che il cugino di Eliogabalo, Alessandro Severo, il quale era stato, un poco prima della strage, associato a Eliogabalo, per volontà dei soldati e della famiglia imperiale. Ma queste rivoluzioni militari e l’instabilità del supremo potere avevano tanto spaventato le classi governanti, compresa la famiglia di Settimio Severo, che tutti si rivolsero ancora verso il Senato, per ristabilire un governo forte e rispettato, il quale potesse, con incontestabile legittimità, imporsi all’osservanza delle legioni.

Alessandro Severo rinnovò dunque, e persino esagerò la politica di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiutò il titolo di dominus, soppresse il cerimoniale, trattò i senatori da pari a pari, affidò di nuovo al Senato la scelta dei funzionari più importanti, compresi i governatori delle provincie; formò, con dei senatori, il Consilium Principis; volle che i senatori assistessero i governatori, e non solo limitò l’autorità dei procuratori imperiali, ma li fece anche eleggere dal popolo. Come Silla, Augusto e Vespasiano oppose alla forza scatenata della rivolta militare, il Senato, rocca della legalità. Ma fu l’ultima volta. Le legioni non erano più, come ai primi secoli dell’Impero, reclutate quasi unicamente fra gli italiani, che per tradizione veneravano il Senato come il padre della loro nazione: erano piene di provinciali, calati dai paesi barbari dell’Impero, pei quali il Senato appariva un’autorità vaga, lontana, che si rispettava solo in ragione della forza. Inoltre lo spirito severiano del potere assoluto, l’ambizione di essere unico sostegno dell’autorità imperiale, era troppo penetrato nelle legioni, perchè si inchinassero davvero e sul serio dinanzi al Senato.

Le circostanze infine favorirono il loro spirito di rivolta. In quel momento critico della storia d’Occidente, scoppiò una grande rivoluzione in Oriente: l’ultimo re dei Parti è rovesciato, e risale sul trono la dinastia nazionale dei Sassanidi, risoluti a sterminare in Persia la cultura greca che era stata agevolata, nella sua diffusione, dall’Impero dei Parti, e a riconquistare i territori dell’antico impero persiano, soggetti, allora, a Roma. L’Impero Romano si trovò tutto a un tratto impegnato in una guerra con la Persia. Alessandro Severo riuscì a respingere l’invasione persiana, ma impiegando tutte le forze dell’Impero, comprese quelle che difendevano le frontiere d’Occidente. Ed ecco gli Alamanni e i Marcomanni ne approfittano per guadare gli uni il Danubio, gli altri il Reno. Impegnato in Oriente, Alessandro Severo giudicò di non poter respingere l’invasione, con la sola forza delle armi, e ricorse ai negoziati e ai sussidii. Ma i soldati scontenti di non sentirsi più padroni dello Stato, come ai tempi di Settimio Severo e di Caracalla, colsero questo pretesto, accusarono Settimio Severo di render l’Impero tributario dei barbari, si rivoltarono e sterminarono con lui tutta la famiglia imperiale. Dopodichè proclamarono imperatore il capo della congiura, un ufficiale superiore nato in Tracia, soldato valoroso, ma che sapeva appena balbettare il latino: C. Giulio Vero Massimino.

IV.

Questa rivolta segna l’inizio di un interminabile seguito di calamità, guerre civili, guerre esterne, pesti e carestie che per cinquant’anni, spopolarono e impoverirono l’Impero, distruggendo le élites che l’avevano governato, pacificato, e incivilito durante il primo e il secondo secolo; e con queste élites, le arti della pace e la parte migliore della cultura greca e latina.

Si cercano da secoli le ragioni per cui la civiltà antica è scomparsa: e si capisce che l’argomento abbia tentato e tenti gli spiriti, perchè poche civiltà sono state, nel loro fiore, più gloriose, e hanno, nello stesso tempo, subito un destino più fatale. Quando noi consideriamo quale fu la sorte della civiltà che, dall’anno mille, cominciò a rifiorire in Europa sulle rovine della antica, non possiamo non domandarci perchè l’Europa goda da 9 secoli di uno sviluppo quasi ininterrotto, in cui le conquiste e i profitti accennati sorpassano sempre le perdite; e perchè, invece, la civiltà antica, vigorosa e creatrice, è stata vittima di una terribile catastrofe, in cui doveva essere, quasi interamente, sommersa. Si accusano da molti, le invasioni dei barbari; e si dimentica che è necessario, allora, spiegare come un sì grande Impero, che possedeva tutta la scienza militare dell’epoca, non sia stato capace di difendere le sue frontiere, contro quei popoli che da lui avevano imparato i primi rudimenti dell’arte della guerra e del governo. Altri storici attribuiscono questa rovina al cristianesimo; altri ancora alla preponderanza che presero, nell’Impero, le classi inferiori e le popolazioni più barbare; altri al fiscalismo spoliatore e all’assolutismo. Ma tutte queste spiegazioni, in parte giuste, non spiegano nulla; se non si spiega nello stesso tempo perchè il cristianesimo potè, in certo momento, imporre all’Impero dottrine e istituzioni, che dovevano annientare il suo vigore politico e militare; se non si spiega per quali ragioni le razze, che popolavano l’Impero, si mescolarono insieme, diventando barbare; e come e perchè lo Stato finì per strangolare l’Impero con il suo assolutismo e la sua finanza insensata. Tutti questi fenomeni di decomposizione dovevano avere una causa prima, che bisogna chiarificare.

Questa causa prima è un grande disordine politico: proprio quel disordine politico, che fu generato dalle guerre civili seguite alla morte di Alessandro Severo e che continuò per mezzo secolo. Ma quale fu a sua volta la causa di questo disordine politico? L’annientamento assoluto dell’autorità del Senato, che tanti storici considerano come ingombro inutile nella struttura dell’Impero. Il Senato fu distrutto dalle legioni barbare che, a un certo momento, non s’inchinarono più alla sua autorità secolare; dalla paura che lo paralizzò dinanzi alla forza scatenata delle legioni, quando s’accorse che il suo prestigio, tutto morale, non esisteva più; dalla distruzione delle famiglie più illustri e più rispettate; dagli elementi nuovi, incolti e grossolani, che riempirono i vuoti della vecchia aristocrazia, decimata dalle guerre civili. Ma quando il Senato fu spogliato della sua autorità, non ci fu più in tutto l’Impero un’autorità capace di legittimare l’imperatore; venne cioè a mancare ogni principio di legittimità, in nome del quale si riconoscessero tutti obbligati a obbedire all’Imperatore; e con questo principio sparì ogni traccia di procedura legale per l’elezione dei capi dell’Impero. Le legioni scelsero gli imperatori, e il loro favore divenne unica fonte dell’autorità suprema; ma le legioni eran molte, stazionavano in paesi lontani, di rado si trovavano d’accordo, e spesso cambiavano idea.

Come si sarebbe potuto, se non con la guerra e la spada, fare una scelta, fra imperatori che tutti si riconoscevano lo stesso diritto, poichè tutti erano egualmente eletti da legioni, il cui voto conclamatorio aveva il medesimo valore? Onde l’interminabile seguito delle guerre civili; perchè non c’è verdetto della forza contro il quale non si possa ricorrere alla forza. Non era la prima volta che, nel mondo antico, un popolo restava come sospeso in aria, dopochè erano cadute quelle istituzioni con cui s’era, per secoli, governato.

Ma quelle crisi, benchè spesso rovinose, erano state circoscritte, trovandosi quei popoli attorniati di Stati, in cui l’ordine legale non era turbato, e in cui il potere si basava su un principio di legittimità ancora solido. Il popolo in rivoluzione poteva sempre prendere in prestito ai paesi confinanti questo principio di legittimità e il modello delle istituzioni, che su quello posavano, per ristabilire, presto o tardi, un governo. Quando in un popolo l’anarchia durava tanto tempo da inquietare i vicini, si trovava sempre tra questi vicini, uno Stato, pronto a imporre con la forza quell’ordine, che non sapeva darsi da sè. Per questo, nell’antichità, le guerre sono tanto spesso legate alle rivoluzioni interne degli Stati.

Invece, per la prima volta nella storia del mondo antico, nel terzo secolo nella nostra era, un immenso Impero si trovò senza un principio con cui distinguere l’autorità legittima dall’usurpazione violenta, senza nessuna istituzione politica abbastanza forte per imporre tale principio. Ma questo immenso Impero, che comprendeva una parte dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa, era, per la sua stessa grandezza, al sicuro di un intervento, che vi avrebbe ristabilito l’ordine, imponendo altri principii e altre istituzioni; e non poteva d’altra parte attingere in nessun paese un nuovo principio di legittimità, perchè a settentrione, a occidente, a mezzogiorno, confinava con una turbolenta barbarie; a oriente con un Stato non barbaro, l’Impero persiano, ma di recente fondazione, uscito appena da una guerra civile, ostile e quanto diverso per storia ed aspirazioni! L’Impero Romano fu dunque abbandonato a sè stesso e costretto a risolvere il tremendo problema di trovare, con le sue forze, un nuovo principio d’autorità e di legittimità. Donde la formidabile esplosione di violenza, che distrusse a poco a poco la più grande e miglior parte della civiltà antica.

V.

Sarebbe un errore il voler negare che la civiltà greco-latina, in apparenza ancor florida al principio del terzo secolo, fosse già sordamente minata da un travaglio di lenta decomposizione.

Questa civiltà posava sul politeismo e sopra uno spirito di tradizione locale, che noi troppo facilmente confondiamo con lo spirito nazionale della nostra civiltà, benchè fosse cosa molto diversa. Senonchè il cosmopolitismo dell’Impero, le mescolanze delle razze delle religioni dei costumi delle culture, l’unificazione del governo, lo sviluppo del commercio e dell’industria, le nuove dottrine religiose e filosofiche, favorite dal cosmopolitismo, avevano ferito a morte il politeismo e lo spirito della tradizione locale. La prosperità stessa, quella relativa facilità di arricchirsi, di istruirsi, e di salire nelle classi superiori con la ricchezza o con l’istruzione, o con ambedue insieme, erano state segrete ma profonde cause di indebolimento. La civiltà greco-latina era aristocratica; la sua forza stava nelle sue élites molto ristrette, ma molto intelligenti; quanto essa guadagnava in diffusione, perdeva in intensità. L’umanismo egualitario, che si sviluppò durante l’Impero in forme così varie, doveva indebolirla nella religione, nello Stato, e nei costumi.

Ma tutte queste cause nascoste e profonde non avrebbero mai partorito una catastrofe così vasta, se non fosse sopravvenuto un formidabile accidente politico, che precipitò le cose e impedì ogni tentativo di salvarle. Questo accidente fu la distruzione dell’autorità del Senato, opera della rivoluzione di Settimio Severo. Bastò questa distruzione perchè tutto l’Impero restasse senza un principio di legittimità con cui riconoscere l’Imperatore che aveva il diritto di comandare; e l’assenza di questo principio scatenò rivoluzioni e guerre quante bastarono in cinquant’anni ad annientare quasi tutta l’opera di tanti secoli.

La rovina della civiltà antica è dunque il resultato di una decadenza lenta, dovuta a malattie organiche, e di un terribile accidente che, distruggendo con una scossa vigorosa la chiave di volta di tutto l’ordine legale, gettò questa civiltà già indebolita, per la sua massa e per la sua decadenza interna, nelle convulsioni del dispotismo rivoluzionario. Questa terribile esperienza merita di essere meditata dalla nostra epoca. Da cinquant’anni la civiltà occidentale s’è indebolita per la crescente confusione delle dottrine, dei costumi, delle classi, delle razze e dei popoli; per una specie di anarchia intellettuale e morale a cui nessuna istituzione o tradizione o dottrina ha resistito; per lo spossamento del lavoro continuo, rapido e senza riposo, per la mobilità via via crescente di tutti gli elementi della vita sociale; per una specie di febbre universale, che sovraeccita le volontà e le intelligenze, rendendole atte a sforzi molto intensi, ma corti e poco profondi; per la volgarizzazione di tutte le attività dello spirito e di tutti i beni della terra. Mentre eravamo in questo stato di indebolimento interno, è sopravvenuto un accidente terribile, il più terribile, forse di tutta la storia....

La guerra mondiale può ricordare, per le sue conseguenze, ed in grande, la rivoluzione di Settimio Severo, perchè ha distrutto o indebolito tutti i principi d’autorità o di legittimità che sostenevano l’ordine sociale. Due erano questi principii: il diritto divino delle dinastie nelle potenti monarchie dell’Europa centrale e settentrionale; la volontà del popolo, nelle democrazie dell’Europa occidentale. Con la caduta dell’Impero russo, dell’Impero austro-ungarico, e dell’Impero tedesco, il diritto divino ha ricevuto un colpo, da cui è ben difficile che possa rialzarsi. Ma è dubbio che l’opposto principio approfitti della sua rovina. Questo principio, di per se stesso poco chiaro e di applicazione difficilissima, esce da questa grande crisi debole e screditato a tal punto, che il suo inatteso trionfo negli imperi del centro e nell’impero russo non suscitò sette anni fa nè speranza nè entusiasmo nel resto dell’Europa; è stato seguito da una sua clamorosa rovina in Italia, e sembra oggi, sette anni dopo la fine della guerra, pericolare in molte nazioni, perfino in Francia e in Inghilterra, dove è risalito da molte parti in vigore.

Come l’Impero romano al terzo secolo, l’Europa sta dunque per trovarsi senza un principio chiaro e preciso con cui riconoscere chi e in che limiti ha il diritto di comandare e chi, e in che limiti, ha il dovere di obbedire? Nessuno potrebbe oggi rispondere risolutamente nè sì nè no. Ma appunto perchè non si può rispondere risolutamente di no, non sarà inutile ristudiare un po’ la vecchia storia di Roma, la quale ci mostra che cosa può capitare ad una civiltà, la quale lasci cadere tutti i vecchi principii di autorità, che sono il fondamento del diritto di comandare, sia che non sappia sostituirli con dei nuovi, sia che si illuda essere cosa facile di sostituirli.