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La separazione

Chapter 11: ATTO SECONDO.
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About This Book

Una commedia in quattro atti segue la separazione contestata di una coppia aristocratica, concentrandosi sulle trattative in tribunale, i consiglieri legali e la decisione sull’educazione della loro figlia. Le scene alternano un gabinetto del tribunale a Torino e uno stabilimento termale ad Andorno; un episodio secondario su una marchesa vedova s’intreccia alla vicenda principale per indagare seduzione, reputazione e decoro sociale. Attraverso situazioni satiriche e dettagli procedurali, l’opera esplora lo scontro tra colpa privata e apparenza pubblica, la responsabilità materna e le maniere e ipocrisie della buona società.

ATTO SECONDO.

Grande e ricca sala dello stabilimento balneario di Andorno, a piano terreno. In fondo gran terrazza a fiori, statue, ecc., con veduta di paesaggio montuoso. Usci laterali a destra e a sinistra. In fondo, pianoforte. Sofà, poltrone, sedie, variamente disposte. Tavole con sopra giornali, libri, ecc. Tavolini con l’occorrente per scrivere.

SCENA PRIMA.

Forestieri d’ambi i sessi formano vari gruppi. Altri sono seduti, altri in piedi; chi legge, chi fa allegra conversazione. Qualcuno potrebbe suonare il pianoforte. Il Corrispondente del Fanfulla sta ad un tavolino scrivendo, e non fa che scrivere durante il dialogo seguente, sino a nuova indicazione. — Dopo levato il sipario e un breve intervallo, entra il Dottore uscendo dal 1º uscio laterale di destra.

1.ª Sig. (Vedendo il dottore gli va incontro). Dottore, dottore....

Dott. Eccomi, principessa.

1.ª Sig. Ci dia notizie della marchesa Ernesta. (Altri signori e signore si avvicinano per udire le notizie).

Dott. C’è qualche miglioramento. Io ho grande fiducia nella cura idropatica del nostro stabilimento. Fra le stazioni balnearie questa nostra di Andorno è fra le più benefiche.

2.ª Sig. Continua ad avere quei suoi deliqui?

Dott. Oh rarissime volte; se non è colta da qualche improvvisa commozione, non ha più deliqui.

1.º Sig. Oh tanto meglio!

1.ª Sig. Ah sì! Perchè è affliggente vedere una signora bella, amabile, venire in società sostenuta dalla cameriera.

Corrisp. (S’è alzato ed è venuto a prender parte alla conversazione).

Dott. Cosa vogliono? Di regola i miei ammalati godono buona salute; e io ne ho piacere perchè quelli lì è più facile guarirli. — Ma di quando in quando capita anche un ammalato vero; e come si fa? Bisogna rassegnarsi.

Corrisp. Dottore, e la ragione della malattia della marchesa? Come corrispondente di un giornale indipendente debbo essere ben informato! Dunque?...

Dott. Isterismo, nervi.

Corrisp. (Scrivendo). Un amore infelice....

1.º Sig. Fece un così bel matrimonio!

2.º Sig. Per fare un bel matrimonio, non basta un marito ricco e nobile!

2.ª Sig. Ci vuole un marito giovine!

1.º Sig. Anzi, si parlava di una separazione!

Dott. (Sorridendo) Oh! Ci fu ben più che separazione!

Sig.i e Sig.e (Con curiosità). E che cosa ci fu? — Ci dica!...

Dott. (C. s.). Sciolto il matrimonio!

1.ª Sig. Eh! impossibile! La nostra legge non permette di divorziarsi!

Dott. Ma la nostra legge permette di morire!

Corrisp. (Scrivendo) ..... il dottore ha detto un motto arguto. Mi fa senso.

2.ª Sig. La marchesa Ernesta non è dunque una moglie separata!

1.ª Sig. Non ci mancherebbe altro! Basta bene che ne abbiamo una delle mogli separate!

Sig.i e Sig.e Chi? Chi è?...

Corrisp. (Viene avanti). Chi è? Come corrispondente debbo sapere....

1.ª Sig. La contessa Eugenia Portanzio.

Sig. e Sig. La contessa è qui? Da quando?

Dott. Da ieri.

1.º Sig. È malata anche lei?

Dott. No: è venuta a trovare la signora marchesa Ernesta — che è cugina del conte Leonardo — e grande, intima amica della contessa Eugenia.

1.ª Sig. Il conte Leonardo a Roma ha un appartamento nel palazzo della marchesa di lui cugina.

1.º Sig. Cioè, lo aveva, ma non lo ha più.

1.ª Sig. (Un po’ impazientita). Lo aveva, lo ha.... è poi tutt’uno.

Dott. E sta per arrivare qui anche la figlia della contessa Eugenia, la contessina Clelia.

1.ª Sig. (Sottolineando). Viene con la bella ed elegante sua istitutrice!

2.ª Sig. Ma la figlia della contessa Eugenia non era stata messa in educandato?

1.ª Sig. Ci fu messa al momento della separazione dei coniugi Portanzio; ma dopo due anni il conte la prese con sè e le diede una istitutrice! — La contessa voleva invocare i patti della separazione, ma il medico del conte disse che la giovine soffriva in educandato — e la contessa si arrese; e allora il conte sentì il bisogno di una istitutrice, bella, giovine!...

Dott. Per gli studi della figlia, ben inteso!

1.ª Sig. Per gli studi della figlia; è ben quello che dico!... E per gli studi anche del padre!

Voci. Oh! Come!

1.ª Sig. Si vocifera che il misterioso corrispondente da Roma al giornale di Bismarck a Berlino sia lui! E siccome lui non sa il tedesco, si pretende che le corrispondenze gliele scriva la istitutrice!

1.º Sig. Oh! un deputato, corrispondente del giornale del Gran Cancelliere!

(Disapprovazione).

1.ª Sig. Ma!... dicono che è rovinato — e che s’ingegni con quelle corrispondenze a tentare dei giuochi di borsa!

(Altra disapprovazione).

Dott. (Per deviare le malignità). Sicuro! — La contessa ha telegrafato alla figlia, che era a Viareggio, di venire a passare qui qualche giorno con lei.

2.ª Sig. Per cui la figlia sta col padre, eh?

1.ª Sig. Ci sta già da due anni.

2.ª Sig. E non era meglio darla alla madre?

1.ª Sig. Brava! E l’istitutrice?

Corrisp. Lasciarla al padre!

(Si ride).

1.ª Sig. Il padre ha voluto la figlia per darle l’istitutrice. — Così la cosa è corretta e nessuno può trovarci da malignare! (Sogghignando e guardando gli altri).

(Gli altri sogghignano).

Dott. (Sogghignando). Difatti nessuno ci trova da malignare.

(Il Corrisp. si volge ridendo a guardare il dottore).

Dott. (Osservandolo). Tranne forse questo capo ameno, del quale leggeremo presto la corrispondenza arguta nel suo giornale!

1.ª Sig. (Al Corrispondente). Oh! A proposito! Lei nell’ultima sua corrispondenza al Fanfulla ha descritta la mia toletta al ballo della settimana scorsa senza imbroccarne una! Ha sbagliato il colore, il taglio dell’abito, la pettinatura.... sino il colore delle scarpe!... Mi ha vestita proprio in un modo detestabile!

Corrisp. (Con scherzo garbato). Sono pronto a spogliarla!

1.ª Sig. (Seguendo lo scherzo con garbo). Ma per rivestirmi meglio, eh!

Corrisp. Sì, principessa! Subito dopo!

SCENA SECONDA. Detti, Corvini dal fondo, da viaggio, seguito da un Cameriere dello Stabilimento che resta in fondo.

Dott. (Incontrandolo). Oh signor avvocato! Bene arrivato!

Corv. Caro dottore!... Che camera mi assegna?

Dott. Il 20, accanto alla sua signora sorella la marchesa Ernesta.

Corv. E come va mia sorella? (Con premura).

Dott. Un po’ meglio.

Corv. I deliqui? La debolezza?

Dott. Meglio, meglio! Massime dopo l’arrivo della signora contessa Eugenia!

Corv. (Sorpreso). La contessa è qui?

Dott. Arrivò ieri. La di lei sorella le aveva scritto una lettera un po’ malinconica!...

Corv. Come a me!... Ma c’è qualcosa di serio?

Dott. No affatto. — Sua sorella esagera i suoi disturbi! È un temperamento così impressionabile!...

Corv. E dove è ora?

Dott. Ora sta facendo la cura. — La contessa Eugenia è con lei.

Corv. Allora io vado a fare un po’ di toletta. Addio, dottore. (S’avvia).

Dott. A rivederlo.

1.ª Sig. Ma, Corvini! È proprio vero che non mi riconosce più?

Corv. Oh, Principessa! Non la credevo qui ad Andorno.

1.ª Sig. Speriamo che lei ci porti una nuova mercanzia da immagazzinare.

Corv. Quale mercanzia?

1.ª Sig. (Ridendo). Mercanzia di conversazione!

Corrisp. Ossia di maldicenza!

Corv. La mercanzia vecchia è già smaltita?

Corrisp. Oh tutta, ce ne fosse! Fortuna che non c’è pericolo che i magazzini di una stazione balnearia restino mai vuoti di quella mercanzia lì. Ogni treno che arriva ne porta dei vagoni pieni! e noi corrispondenti ce la riportiamo, e la mandiamo a Roma, a Milano, a Napoli, da per tutto! — E le chiamano stazioni balnearie! Io le chiamerei stazioni di smistamento!

Corv. Scommetto che lei manda al suo giornale questa prosa!

1.ª Sig. E i lettori la troveranno spiritosa?

Corrisp. Per cinque centesimi non possono poi avere troppe pretese.

(Suona una campana).

Dott. Signori, la colazione!

(Tutti lentamente si avviano).

Corrisp. (Scrivendo). “Sarà continuato.” (Via cogli altri).

Dott. (A Corvini che resta). E lei, avvocato?

Corv. Mia sorella fa colazione a tavola rotonda?

Dott. No: in camera sua con la contessa.

Corv. Allora, starò con mia sorella.

Dott. (Guardando verso destra). Oh guardi! Ecco la contessa!

(Eugenia entra da destra).

Corv. (Incontrandola con affettuosa premura). Oh Eugenia! Cara Eugenia!

Eug. (Con gioia spontanea). Voi, Rodolfo! Voi qui?!

(Si stringono affettuosamente le mani).

Dott. Signori, vado a colazione! (Esce dal fondo).

SCENA TERZA. Eugenia e Corvini.

Eug. Ma come mai siete qui?

Corv. Leggendo nella vostra lettera che voi venivate a Andorno da mia sorella — invece di andare a Viareggio da vostra figlia — mi sono un po’ allarmato sulla salute di Ernesta! Senza un grave motivo non avreste rinunziato a trovarvi colla vostra Clelia.

Eug. Oh! Non ci ho rinunziato! Le ho scritto di venire qui; arriverà oggi: tre mesi che non la vedo! Ne ho un gran bisogno, ve’, di vederla! E lei pure ha bisogno di vedermi, di stare un po’ con sua madre! — Si fa di tutto per alienarne l’animo! L’ultima volta che la vidi, mi fece male! Fredda, frivola!...

Corv. Ma quella istitutrice?

Eug. (Con impeto). Non parlatemi di quella donna! Parliamo di vostra sorella. — Sta terminando la sua cura e viene qui in sala.

Corv. Il dottore mi ha detto che va meglio; che i deliqui sono diradati; diminuite le debolezze!

Eug. Eh, se non ci fosse altro!

Corv. Ma che c’è?

Eug. Non è facile a spiegarsi! Io stessa, che sono la sua più intima amica....

Corv. Dite pure l’unica sua amica!

Eug. Ebbene io stessa non riesco a rendermi conto di ciò che passa dentro all’anima di quella creatura!

Corv. E sì che per altro con voi si confida!

Eug. Si confida, sì, ma non interamente! Mi parla d’inquietudini morali; nell’ultima sua lettera c’era una parola cancellata; cancellata con cura; ma io riescii a leggere rimorsi! V’immaginate voi di rimorsi in quella creatura lì?

Corv. Io credo che alle sue tristezze contribuisca molto l’isolamento in cui vive! In quella sua solitudine essa si fissa su certe preoccupazioni, se le esagera, se le inacerbisce!

Eug. C’è qualcosa infatti che essa mi cela. Dacchè son qui non fo che adoperare tutte le arti che l’affetto m’ispira per farla parlare, e non dispero; a forza di parole amorevoli, a forza d’insistenze, ho fiducia di riescire! Mi renderò magari noiosa!... ma la mia tenerezza la vincerà!

Corv. (Con espansione). Angelo! Angelo! Grazie! Grazie per mia sorella! (Le bacia la mano). E per me! (Vorrebbe ribaciarle la mano).

Eug. (La ritira). Per vostra sorella passi! Ma basta! Vi ho detto altre volte che non vi permetto questi entusiasmi troppo famigliari!

Corv. Non intendo di offendervi! Infine tra cugini....

Eug. Se non avessi sposato Leonardo, noi due non ci si conoscerebbe neppure!

Corv. Bell’affare fu quello di sposare Leonardo! (Con certo scoppio di stizza). Un imbecille....

Eug. (Per interromperlo). Rodolfo!

Corv. (Senza interrompersi). Che invece di apprezzare il tesoro che gli era toccato....

Eug. (C. s., con più forza). Rodolfo!

Corv. (C. s.) .... contro ogni suo merito, va invece a cercare....

Eug. (Con più forza ancora). Ma Rodolfo!

Corv. (Con viva impazienza si corregge). Ah, sentite, Eugenia! Quando quattro anni fa io dovetti occuparmi della vostra separazione e dovetti approfondire le brutte, le sconce mostruosità di quella separazione, e potei vedere, valutare la virtuosa abnegazione della vostra anima. (Con discorso disordinato per passione). Avevate veduta una mano villana levata su voi.... e avevate perdonato! — e avevate conceduto una nuova somma di denaro.... a dei bisogni di giuoco e di vizio! — Vi giuro che, allora, quello che provai per voi, fu un tale sentimento di ammirazione, di venerazione.... che a chiamarlo amore, parola d’onore, sarebbe profanarlo!

Eug. (Commossa, ma dominandosi, vincendosi). Basta, Rodolfo! Non voglio queste parole!... Non vi dico, rispettatemi! — Vi dico.... come vi dirò? Vi dico, abbiate pietà!... Guardate! Io ho della forza, del coraggio; ho una certa fibra resistente, elastica.... alle volte mi piego sotto il peso delle amarezze, delle difficoltà della mia esistenza: poi mi rialzo, trovo della calma, anche della serenità.... quasi del buon umore!... Ma non rendetemi più difficili da vincere le battaglie.... a cui è condannata la mia povera anima!... (Starebbe per soggiacere alla sua emozione, ma con uno sforzo si domina e ripiglia con una specie di serenità). Là, là!... Voi ed io siamo qui per vostra sorella; non occupiamoci che di lei! (Guardando verso il fondo). Ah! eccola! (Le va incontro).

Corv. (Del pari).

SCENA QUARTA. Detti, Ernesta, la Cameriera, poi Clelia, Ester e il Dottore.

Eug. (Ad Ernesta). Guarda, Ernesta, che bella visita!

Ern. (Si appoggia al braccio della Cameriera, e coll’altra mano si regge ad un bastoncino elegante. — Non sia esagerato il di lei zoppicare). Oh! Rodolfo! Caro Rodolfo!

Corv. Sono io! (Abbraccia e bacia Ernesta).

Ern. Bravo Rodolfo! Sei venuto a trovarmi! (Aiutata dalla Cameriera siede a destra sopra una poltrona, avanti).

Dott. (Entrando con premura in atto di annunziare persone che arrivano). Signora contessa, le annunzio la sua figliuola!

(Entrano Clelia ed Ester dal fondo. — Abbigliamenti eleganti tutt’e due. Ester dev’essere giovine e avvenente molto).

Eug. (Correndo ad abbracciare Clelia con grande trasporto). Oh Clelia! Clelia mia! Ah che ti baci finalmente!

Clel. Sì, mamma, che ti baci anch’io, cara mammetta! (Scherzosa). Ma ohi! dico! tu mi schiacci il mio cappello!

Eug. (Tra scherzosa e nervosa). Poco male, carina! Te ne ho portati due nuovi!

Clel. Ah! Che brava mammina! — Oh la cugina Ernesta! (Si scioglie da Eugenia e va da Ernesta). Cara cugina! Come stai! (Abbracci e baci).

Ern. Così.... non c’è male!

Clel. Cammini già da te? (Senz’aspettare risposta, vedendo Corvini). Oh caro cugino! Anche tu qui?

Corv. Sicuro!... Ma.... (A bassa voce). (.... stai colla mamma! È un secolo che non la vedi!)

Clel. (Sorridendo). (Oh un secolo! Sono appena due mesi!)

Corv. (Fa un movimento nervoso).

Ester. (Venuta avanti ad Eugenia). Ben trovata, signora Contessa! Come sta?

Eug. (Freddamente). Benissimo!

Ester. (Va ad Ernesta). E la signora marchesa, come sta?

Ern. (Secca). Bene!

Ester. (Con affettata gentilezza). Anch’io sto benissimo: le ringrazio tanto tutt’e due della loro premura. — Cara Clelia, ti aspetto in camera per la toletta. (Esce).

Eug. E il babbo?

Clel. È a Roma: ha molto da lavorare; ma scrive a madamigella quasi tutti i giorni.

Eug. (Carezzando Clelia). Va bene!... Ma vieni qua, che ti osservi! Ma sai che ti trovo sempre più bella?

Clel. (Piano ad Eugenia). (Ohi, mamma! Sono fidanzata!)

Eug. (Stupita con amarezza). (Fidanzata? Come fidanzata?!)

Clel. (Io non so se si dice così. — Ma c’è un giovine che mi ha fatta chiedere.)

Eug. (E chi è?)

Clel. (È il figlio di quel presidente del Tribunale che celebrò la tua separazione!)

Eug. (Con amaro sorriso). (Non si dice celebrò!)

Clel. (Come si dice?)

Eug. (Si dice....)

Clel. (Senza aspettare la risposta). (È un bel giovine, sai!)

Eug. (E ti vuol bene?)

Clel. (Naturale!)

Eug. (E tu lo ami?)

Clel. (Naturale! Sai, ha fatto una eredità di un milione! Non ti pare una bella fortuna?)

Eug. (È certo che....)

Clel. (Senza aspettare risposta). (Nota che adesso sono tutta in disordine per il viaggio! Mi vedrai quando avrò fatto toletta!)

Eug. Senti, cara, prega la tua madamigella Ester che ti abitui, quando hai fatto una dimanda, ad aspettare la risposta.

Clel. Voi altri ce l’avete con madamigella Ester! E invece essa mi vuol tanto bene, e vuol tanto bene anche a papà!

(Azione di Eugenia, Ernesta e Corvini).

Eug. (Frenandosi). Va bene! ma abituati....

Clel. Sì, mammetta cara!

Eug. Perchè, vedi....

Clel. Sì, mammina mia! E allora vado a farmi bella! (Corre ad Ernesta). A rivederci fra poco, cugina! (A Corvini). A rivederci, cugino! — A rivederci, mamma!

Eug. Vengo con te, ad aiutarti!

Clel. Grazie, non incomodarti. — Madamigella Ester è tanto buona, tanto brava! Dunque vado! Che poi ho anche fame! — A rivederci tutti! (Ad Eugenia). Un altro bacio; e vengo poi a vedere i due cappellini! (Corre via dal fondo).

Corv. (Nervosissimo del contegno di Clelia).... Vado anch’io a farmi bello! (Prende a braccio il Dottore). Venga, dottore.... venga a prepararmi un calmante! (Esce col Dottore).

SCENA QUINTA. Ernesta e Eugenia.

Eug. (Amareggiata, irritata, passeggiando). Hai veduto, Ernesta mia? Hai sentita la mia signora figliuola? (Osserva Ernesta che sembra sofferente), Ernesta!... Ernesta!... Ti senti male?

Ern. (Ripigliandosi). No, cara! Una cosa da nulla! Mi passa!

Eug. Ma che cosa è stato?

Ern. Nulla, ti dico! — Un’impressione, una fantasticheria! — Non ci badare! — Nervi, dice il Dottore!

Eug. (Sedendole accanto). Insomma io voglio che tu mi apra tutto l’animo tuo! — Mi credi forse indegna delle tue confidenze? Mi credi forse incapace di comprendere i misteri del cuore di una donna? — Ah Ernesta! Non ho che da guardare dentro al mio cuore per comprenderli!

Ern. (Con grande e penosa sorpresa). Tu?! Tu, Eugenia!?

Eug. Ah ah! Ti stupisci?! Vuoi che ti parli di me? Che ti sveli il mio animo, per incoraggiarti a svelarmi il tuo?

Ern. E che cosa puoi tu avere da svelarmi?!

Eug. Ma di’! Mi pigli forse per una qualche monachella impastata coll’acqua santa?

Ern. Ti credo onesta!

Eug. E lo sono!... Ma non per virtù, sai! Lo sono per orgoglio!

Ern. Ah Eugenia!... Sii e rimani sempre onesta!

Eug. Sì, sì! — Ma questo non vuol dire che io non abbia sentito dentro di me svanire, dileguarsi ad una ad una tutte le attrattive, tutte le gioie, tutte le speranze di cui una volta mi era tanto caro abbellire, idealizzare la virtù! La virtù, che trova la sua forza e il suo premio negli affetti puri e dolci di sposa, di madre, di famiglia; ah Dio! che paradiso! e come è facile allora e piacevole essere virtuosi!

Ern. (Con strano accento, guardando fissa in terra). Ah Eugenia! Come hai ragione!

Eug. Ma io!? (Con amaro sorriso). Mio marito!... Scrive quasi tutti i giorni alla sua.... istitutrice!! Mia figlia?... Hai veduto come quella donna le abbia soffocato ogni sentimento figliale! Clelia, che una volta aveva per me una vera adorazione, adesso non sa mica più che cosa voglia dire avere una madre! Essa si crede quasi figlia di colei! E colei mi usurpa, mi ruba la tenerezza dovuta a me! Io sono ormai un’estranea per mia figlia! E dev’essere così! Diamine! Sì, io le ho portato due cappellini — essa mi ha dato due baci — il conto è saldato! — Ma non sono più io che l’aiuto a farsi bella! — È quell’altra! Non sono più io che divido con suo padre la cura del suo collocamento! È quell’altra! Tutto, sempre quell’altra!... Io? Io sono una separata! Che vuol dire una moglie senza marito, una madre senza la sua creatura; una donna giovine senza diritto alla sua gioventù! — Parlate di virtù a questa separata?! Quale virtù? Quella che le brave persone, le signore per bene sanno calpestare senza farsi scorgere e godendosela infinitamente? — No, no! Dio voglia che io conservi il mio orgoglio! Ecco la mia virtù! l’orgoglio di resistere da me, nell’abbandono, nel silenzio, nella solitudine di una casa vuota, al mio vertiginoso tumulto di ricordi, di sentimenti, di desideri, di privazioni, di disperazioni! — Perchè l’anima, cara mia, dicono che è pensiero, ma l’anima di una donna è amore! E quando non si può amare di amore legittimo, si ama.... di un altro amore! (Si alza vivamente).

Ern. (Affettuosamente spaventata). Ah mio Dio! Eugenia! Tu fai delle confessioni così arrischiate!....

Eug. (Ripigliandosi). Ti faccio queste confessioni per darti l’esempio della piena confidenza!

Ern. .... Ma ho io inteso bene?! Tu ami?!

Eug. Amo un uomo che non ha mai avuto da me neppure una parola! un uomo, che forse mi ama, ma che è troppo onesto per non rispettarmi!

Ern. (Con profonda amarezza). Onesto! Onesto! Ma sei poi bene sicura che sia onesto?

Eug. Tuo fratello! (Con forza).

Ern. (Con gran sorpresa). Rodolfo?! Tu ami Rodolfo?!

Eug. Tu vedi che ti ho dato l’esempio della franchezza, della fiducia! — Voglio il ricambio! Su, considerami come una vera sorella! Confidenza per confidenza! Su, da brava!

Ern. (Dopo una breve esitazione).... Sia come vuoi! Cara Eugenia, se tu ami, io ho amato! Ho amato un uomo che avevo amato da giovinetta, prima che mi maritassero a quel vecchio!

Eug. E.... continuasti ad amarlo... anche dopo?!

Ern. Credevo d’averlo dimenticato, ma alcuni anni dopo lo rividi....

Eug. E l’ami ancora!?

Ern. Ah no! — L’odio, lo detesto in proporzione dei dolori, delle angoscie, dei rimorsi, — sì, Eugenia, — dei rimorsi che egli mi ha procurato!

Eug. (Come sbigottita). Rimorsi!?

Ern. Oh Eugenia! Quell’orgoglio che è la tua virtù per me fu perduto! Quella gioia immensa.... che io avevo sperata, aspettata ansiosamente dal nodo benedetto da Dio... per me non fu che il frutto della colpa!... fu la condanna alle ipocrisie impostemi dalla necessità di nascondere, a costo di queste mie sofferenze insanabili, la mia vergogna!... (Una pausa).

Eug. .... E.... adesso?...

Ern. (Sommessamente con dolore). Povero piccino.... È ammalato!

Eug. E dov’è?

Ern. È a due soli chilometri di qui; presso la nutrice a cui lo consegnai due anni fa!

Eug. Due anni fa? — Non andasti a passare l’estate in Germania?

Ern. Lo lasciai credere!

Eug. .... E adesso è ammalato?

Ern. (Con dolore). E io non mi posso muovere! E non posso averne notizie! — Scrissi a un vecchio cameriere di mio padre, l’unico confidente.... mi ha veduta nascere.... mi vuol bene come fossi sua figlia!... Sta a Biella.... Io gli scrissi che andasse a vedere.... che mi scrivesse.... e sono quattro giorni.... e non ho risposta!...

Eug. (Risoluta). Il luogo preciso?

Ern. Lo chiamano “la Cascina bianca”.

Eug. Ci vado io!

Ern. No, no! — Tu?! No, Eugenia!

Eug. Come no!? Due chilometri, son subito fatti. — Il nome della donna?

Ern. Ma, Eugenia!...

Eug. (Risoluta). Il nome, il nome!

Ern. Oh! mio Dio! La chiamano la bionda perchè è biondissima di capelli.

Eug. Benissimo! (S’avvia verso il fondo di fretta, poi torna e va all’uscio di destra). Ah! ti chiamo la cameriera. (Sull’uscio sempre in fretta). Angela! Qui, dalla Signora. (Uscendo sempre in fretta). Vado e torno! (Via dal fondo).

SCENA SESTA. Ernesta, subito Angela, Cameriere, poi Clelia.

Ern. (Guarda dietro ad Eugenia).

Ang. (Entrando). Mi comanda, signora?

Ern. Sì, dammi braccio; voglio entrare in camera.

Ang. Subito, signora (Si accosta ad Ernesta).

Camer. (Entra con una lettera). Questa lettera per la signora Marchesa! (Consegna ed esce).

Ern. (Ah fosse mai?!). (Guardando la soprascritta). (Sì, è da Biella!) (Apre con ansietà e legge convulsa — subito si turba, è come fulminata — non parla: rilegge la lettera: guarda fissa verso il cielo profondamente accuorata, ma non ha lagrime).

Ang. (Impensierita, premurosa). Signora! Buona signora!

Ern. (Dopo un momento, con uno sforzo febbrile; ostenta una calma che cela la terribile burrasca del suo animo). Dammi da scrivere (Ripone la lettera).

Ang. Non sarebbe meglio che si ritirasse?

Ern. (Seccamente). No!... Dammi da scrivere!

Ang. Può scrivere in camera!

Ern. (Con cupa impazienza). Non capisci che non mi posso muovere!

Ang. Scusi!... Eccole da scrivere! (Le dà l’occorrente).

Ern. (Si pone a scrivere; la sua mano trema; ma essa continua a reagire con penoso sforzo; i suoi occhi sono sbarrati; l’interno dolore l’ha impietrita).

(Entra Clelia, gaia, correndo).

Clel. Mamma!... mamma!... (Verso Ernesta). Dov’è la mamma!

Ern. (Non può rispondere; fa un gesto).

Ang. E uscita di là, or ora....

Clel. (Guardando fuori). Eccola là! Dove diamine va per quel brutto sentiero?... Ah! meno male! Corvini la segue! (Torna).

Ern. (S’interrompe di scrivere).

Clel. (Osservando Ernesta). Ernesta!... Che cos’hai, Ernesta?...

Ern. (Smettendo di scrivere, con sforzo). Nulla!... Nulla!... Stavo scrivendo....

Clel. Ma no, tu hai male!... Che cos’hai? (Ad Angela). Che cos’ha?

Ang. Pare un po’ di deliquio.

Clel. Oh mio Dio! Corro a chiamare il dottore!

(Via dal fondo).

SCENA SETTIMA. Ernesta, Angela poi Eugenia.

Ang. Signora!... vuole un po’ del suo Elisire?

Ern. (ripigliandosi, tornando a sforzarsi). Sì fa presto!

Ang. Subito! (Esce da destra e subito torna).

Ern. (Si mette a scrivere).

Ang. (Torna con una boccettina). Ecco qui!

Ern. (Scrivendo). Aspetta! (Finisce di scrivere, piega la carta, prende una busta).

Eug. (Entra — essa è turbatissima; avvicinandosi ad Ernesta). Che cosa fai?...

Ern. Oh! Così presto tornata?... (Sempre con calma cupa).

Eug. (Piano ad Ernesta). (Ma.... ho incontrato a poca distanza.... quella donna....).

Ern. (Ad Angela). Non occorre altro. Vai pure.

Ang. (Esce da destra).

Ern. (C. s.). Hai incontrata la balia?

Eug. Essa voleva tentare di vederti.... senza comprometterti.

Ern. (Trae la lettera ricevuta e la dà ad Eugenia). So tutto! Leggi!

Eug. (Legge fra sè).

Ern. (Scoppia in pianto).

Eug. (Rende la lettera e cerca consolarla). Su, coraggio!... E vieni via di qua; vieni in camera tua.

Ern. Lasciami mettere questa lettera in una custodia.

Eug. Faccio io: qua la lettera. (La prende, la mette nella busta, la chiude). Ecco fatto. — Scrivi l’indirizzo. (Le dà la lettera).

Ern. (Si mette a scrivere).

Eug. (Chiama). Angela.

Ang. (Entra). Comandi.

Eug. Prendi questa lettera e gettala nella cassetta dello stabilimento.

Ang. Subito. (Prende la lettera, esce dal fondo e torna poi). (Entra Clelia dietro al Dottore e resta in fondo: Eugenia va a lei e le parla sommesso).

SCENA OTTAVA. Dette, Dottore, Clelia poi Leonardo.

Dott. (Venendo con premura ad Ernesta). Cosa c’è? Cosa abbiamo? La signorina Clelia m’ha detto di venire da lei....

Ern. (Sforzandosi). Oh!... un momento di debolezza.... di abbandono di forze.... Non è nulla.

Dott. Sentiamo un po’ questo polso. (Le prende il polso e intanto parla).

Clel. (Non sarà cosa grave?) (Ad Eugenia).

Eug. (No, no, torna di là!). (Esce con Clelia).

Dott. Sa? È arrivato il signor conte Leonardo suo cugino.

Ern. (Con soprassalto). Leonardo?!

Dott. (Sempre toccando il polso). Appunto! Anzi, guardi, eccolo qua! (Entra Leonardo e si avvicina).

Ern. (All’annunzio, alla vista di Leonardo cade in deliquio).

Leon. Ma che cosa avviene?

Dott. Uno dei soliti deliqui — non è nulla — vado a preparargli un calmante e torno subito. (Corre via dal fondo).

Leon. (Vedendosi solo con Ernesta le dice sommessamente e con calore). Ernesta!... Ernesta!... Sono io!... Sono Leonardo!... Ho ricevuto a Roma la tua lettera!... Sono corso.... Ernesta! Ernesta!

Ern. (Non si muove).

Leon. (L’osserva, poi come fra sè standole sopra). Ah!... Questa donna muore!

(Entra Corvini. Leonardo gli fa cenno di accorrere. Corvini corre presso Ernesta. Leonardo accenna che va pel Dottore ed esce dal fondo. Corvini si pone presso Ernesta).

SCENA NONA. Ernesta, Corvini, poi il Dottore, Angela, Eugenia, Ester, Clelia, Leonardo, poi i Forestieri d’ambo i sessi dal fondo.

Ern. (Ripigliandosi). No, Leonardo! io non muoio!... Invece leggete!... (Gli dà la lettera del vecchio servo). Oh Leonardo!

Corv. Ma no.... sono tuo fratello! (Intanto dà un’occhiata alla lettera e resta fulminato).

Ern. (Riavendosi del tutto). Ah mio Dio! Sei tu? Tu, Rodolfo?!...

Corv. (Sempre più disperato di ciò che ha letto). Sì!... Sono io!...

Ern. (Ah la mia lettera!)

Corv. (Cupo). (Zitta, vien gente!)

Dott. (Entra premuroso).

Ang. (Lo segue).

(Entrano dal fondo Eugenia; Leonardo da altra parte, Ester e Clelia).

(Intanto tutti hanno circondato Ernesta. Questa si ripiglia un poco, è sorretta, è fatta alzare, è condotta nelle sue camere da Corvini, Eugenia e il Dottore).

Leon. (Passeggia turbatissimo).

Corv. (Rientrando da destra, cupo, agitato, si pianta in faccia a Leonardo).

Leon. (Con accento brusco). Che diamine vi salta?... Mi lusingo che non l’avrete con me perchè ho disturbato le vostre passeggiate misteriose su per i sentieri del monte!...

Corv. (Con amatissima e provocante ironia). Scegliete male il momento! Perchè sono io che avrei da dire a voi qualche cosa!

Leon. E che cosa avreste da dirmi?

Corv. Che siete uno spregevole malvagio! (Esce dal fondo).

Leon. (Colpito, fra sè). (Per Dio! ci riparleremo!) (Esce).

(Si vedono in fondo i forestieri passeggiare come persone che si sono levate da tavola, ridendo, fumando, ecc.)

Sign. Che buon deiunè!

Sign. Che vini squisiti!

Sign. Che sigari di contrabbando.

Corrisp. E che pettegolezzi di contrabbando da immagazzinare.

(Cala il sipario).