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La separazione

Chapter 21: ATTO TERZO.
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About This Book

Una commedia in quattro atti segue la separazione contestata di una coppia aristocratica, concentrandosi sulle trattative in tribunale, i consiglieri legali e la decisione sull’educazione della loro figlia. Le scene alternano un gabinetto del tribunale a Torino e uno stabilimento termale ad Andorno; un episodio secondario su una marchesa vedova s’intreccia alla vicenda principale per indagare seduzione, reputazione e decoro sociale. Attraverso situazioni satiriche e dettagli procedurali, l’opera esplora lo scontro tra colpa privata e apparenza pubblica, la responsabilità materna e le maniere e ipocrisie della buona società.

ATTO TERZO.

Salotto nell’appartamento di Eugenia ad Andorno — uscio in fondo — di qua e di là di questo, finestroni dai quali si vede il paesaggio — usci laterali — mobili signorili.

SCENA PRIMA. Leonardo è in scena. Entra da sinistra il Cameriere poi Clelia pure de sinistra.

Cam. (A Leonardo). La signora contessa viene fra poco, intanto ecco la signora contessina. (Esce dal fondo)

Clel. (Andando incontro a Leonardo). Oh papà! Già tornato?

Leon. Sono arrivato stamani alle 6.

Clel. Da Torino?

Leon. Da Torino!

Clel. E in questi quattro giorni soli hai combinato tutto?

Leon. Spero! vedremo! Dov’è mammà?

Clel. È in camera. Scrive a Genova alla cugina Ernesta.

Leon. E che notizie di lei?

Clel. Ieri l’altro Rodolfo scrisse a mammà che malgrado il viaggio stava passabilmente. Egli torna stamani; viene a prendere la roba che Ernesta, condotta via così improvvisamente da Rodolfo, non ebbe tempo di prendere con lei.

Leon. Va bene.

Clel. Mi ha scritto da Roma Ester. A proposito. Di’ un po’. Perchè la mandasti a Roma!?

Leon. La mandai a Roma per raccogliere delle carte, delle lettere.... e, specialmente, perchè tu ti occupassi un po’ più di tua madre. Il matrimonio che ti si offre sarebbe una grande fortuna per te e per me! Ma ci sono certe difficoltà! E tua madre può contribuire moltissimo a superarle! E quindi bisogna che tu faccia il possibile per guadagnarne l’animo: e non sarà cosa punto difficile perchè tua madre ti adora, e il suo carattere, in fondo, è tanto buono!

Clel. Io non ho mai capito perchè siete separati!

Leon. Ci sono delle cose che alla tua età non si possono capire.

Clel. Sarà così proprio. Perchè madamigella mi ha detto che ti separasti pel carattere aspro, irascibile della mamma; e tu adesso mi decanti il suo carattere tanto buono!! Tu mi dici che la mamma mi adora, e mi separasti da lei per mettermi in collegio, poi per affidarmi a una istitutrice!

Leon. Posso avere commesso uno sbaglio in un momento di malumore....

Clel. (Scherzando con garbo e sorridendo). Eh!... ma papà!... Un momento di malumore che dura da quattro anni!

Leon. Insomma, adesso si tratta di renderti favorevole la mamma!

Clel. E che cosa dovrei fare?

Leon. (Con qualche vivacità). Occuparti di lei! Stare con lei! Farle compagnia! Invece non fai altro che leggere i tuoi libri tedeschi.

Clel. Imparo il tedesco!

Leon. E quando scrivi, ogni giorno, delle lettere di sei o otto pagine a madamigella, impari il tedesco?

Clel. Sicuro! Se scrivo in tedesco!

Leon. Ma tutti i giorni è troppo!

Clel. Le scrivi tutti i giorni anche tu?

Leon. (Impazientendosi). Io le scrivo per affari di casa, e non le scrivo in tedesco!

Clel. (Sorridendo). Perchè non lo sai!

Leon. (C. s.). Insomma, finiamola! E cerca di meritare l’affetto di tua madre! Perchè, ti farò una confidenza! A facilitare il tuo matrimonio, potrebbe giovare moltissimo che io mi riconciliassi, che tornassi a convivere con lei.

Clel. E madamigella?

Leon. Se sposi quel giovine, non avrai più bisogno di istitutrice.

Clel. Sicuro! È tanto istruito! penserà lui a completare la mia educazione.

Leon. Ecco, ci penserà lui!

Clel. (Guardando al fondo). Oh guarda, ecco Rodolfo.

SCENA SECONDA. Detti, Cameriere che introduce Corvini.

Cam. Il signor avvocato Corvini.

Corv. (Entra).

Clel. Ben tornato, Rodolfo!

Corv. Ben trovata, cara Clelia; fammi il favore di chiedere a mammà la chiave delle camere di mia sorella; vengo a raccogliere le sue valigie e portarle a Genova.

Clel. Come sta Ernesta?

Corv. Non c’è male!

Leon. (Seccamente). Voi ripartite subito?

Corv. Sì, ho molta fretta.

Leon. (A Clelia). Va a dire a mammà che Rodolfo è tornato.

Clel. Ma che diamine avete tutti e due?

Leon. Nulla, nulla! Va.

Clel. Dio! come siete misteriosi! (Esce da sinistra).

SCENA TERZA. Leonardo e Corvini.

Leon. (Sdegnato e sommesso). Stavo per venirvi a cercare a Genova. Bisogna pure che ci parliamo! Non vi immaginerete che la cosa possa finire così!

(Tutta questa scena deve farsi con dialogo concitato, ma sempre a bassa voce).

Corv. È inutile che parliamo! Non avete trovato padrini perchè nessuno vuole immischiarsi di uno scontro fra due cugini germani? E ciò che volete dirmi?

Leon. (Vivamente). Padrini se ne trovano sempre e io li ho trovati.

Corv. Ebbene, se voi li avete trovati, io non li ho neppure cercati! Uno scontro fra noi due è impossibile! Potete fare e dire quello che volete! Ma io non vi darò, ne accetterò nessuna soddisfazione!

Leon. Ma se la soddisfazione è impossibile, potrò almeno esigere una spiegazione!

Corv. Non vi darò nessuna spiegazione!

Leon. E perchè?

Corv. Perchè non posso — perchè mi ripugna!

Leon. (Con forza). Ma, viva Dio! Fra noi due c’è sicuramente un malinteso, un equivoco, qualche cosa che non riesco a spiegarmi! Se fossi stato io a provocare voi....

Corv. Avreste compromessa la riputazione di una donna onesta, della madre di vostra figlia, di vostra moglie!...

Leon. Ma insomma, si capirebbe il perchè!... Ma una provocazione da parte vostra?! Lì, così, senza una ragione, senza un pretesto immaginabile? Siamo in un luogo dove le persone non hanno di meglio che i pettegolezzi per passare il tempo. Il dottore mi ha detto or ora che da tre giorni non si parla d’altro che di noi due — e tutti cercano, spiano, almanaccano! Diamo almeno a questa gente una spiegazione plausibile, che soddisfaccia le curiosità maligne da cui siamo circondati! Facciamo almeno in modo di restare esposti a queste curiosità noi due soli, noi che siamo uomini e possiamo disprezzare le maldicenze — e occorrendo, rintuzzarle, costringerle al silenzio!

Corv. Ebbene.... se volete diremo che io cedetti a un impeto di dispetto per la vostra condotta!

Leon. (Con forza). Per la mia condotta?!

Corv. (Con pari impeto). E vi pare forse che la vostra condotta sia quella che conviene a un uomo, come voi, marito — separato sia pure — ma marito! ma padre!

Leon. (Impazientito). Ah siete sublimi voi altri uomini di professione virtuosi! Così un marito, perchè separato, deve anche essere un anacoreta! E a che pro poi? Le macerazioni non bastarono a liberare un anacoreta famoso, vecchio e santo dalle tentazioni dell’eterno femminino! E allora! Marito, padre, fin che volete! Ma non ho che 42 anni e non voglio macerarmi e non aspiro ad essere santificato! Oh dunque? Che cosa farà un povero diavolo di marito separato? Sedurrà? S’incanaglierà? Voi, di professione virtuoso, quale di queste due soluzioni avreste preferita?

Corv. (Con forza). Non avrei preferito quella terza di una scurrile ipocrisia!

Leon. (Con fuoco). Vale a dire?

Corv. (Sdegnoso). Andiamo! L’istitutrice alla figlia!

Leon. (Scuote le spalle con disprezzo; e tra i denti). O pedanterie!

Corv. (Sdegnosissimo). Oh avete il cinismo di dire pedanterie? Allora, poichè lo volete, vi dirò che non avrei preferito mai la soluzione del violare i vincoli dell’ospitalità e del sangue!

Leon. (È colpito).

Corv. (Crescendo d’impetuosità sdegnosa, continua) .... sino a compromettere la riputazione.... a distruggere la gioventù, la salute di una donna! sino a dover ringraziare la morte d’aver soppresso una tremenda testimonianza!

Leon. (Sbigottito, incerto) .... Che volete dire?

Corv. (Con solenne mestizia e terribile rimprovero) .... Il vostro bambino è morto!

Leon. Morto!?

Corv. E dopo ciò, chi volete che compromettiamo con un duello? Vostra moglie, o mia sorella?

SCENA QUARTA. Detti, Eugenia dal fondo.

Eug. (Entra, vede il contegno irritato dei due, si ferma).

Corv. (Continuando, a Leonardo rimasto colpito). Scegliete!... La scelta è degna di voi!

Eug. (Avanzandosi vivamente). Quale scelta?

Corv. (Cercando di dissimulare). Nulla.... nulla!

Eug. (A Leonardo con vivacità). Parlate voi!... Cosa c’è? Siete lì che sembrate interdetto, allibito!?

Leon. (Sforzandosi di ripigliarsi) .... Ma no, non sono nè interdetto, nè allibito!...

Eug. E non vedete che non trovate modo di rispondermi, nè l’uno nè l’altro?... Ma parlate, in nome di Dio! Io esigo di sapere la verità!

Corv. Ebbene, ecco.... fu a proposito.... — Voi troverete frivola la causa di quel mio momento di sdegno — fu una quistione.... giornalistica... È corsa sui giornali la voce che certe corrispondenze politiche da Roma a un giornale di Berlino, fossero di un deputato che ha credito, che ha seguito alla Camera italiana.... e ciò era censurato.... e da qualcuno s’insinuava che il deputato corrispondente fosse Leonardo.... Io gliene avevo fatta parola, esortandolo a smentire quella diceria. — Leonardo s’era rifiutato.... — Di qui quel mio momento di sdegno.

Eug. (Un po’ incredula, a Leonardo). È veramente così?

Leon. È così.

Eug. E.... non vi batterete?!

Leon. No!... Non ci batteremo!

Eug. (A Leonardo). Sul vostro onore?

Corv. (Subito). Sul mio onore!

Eug. Non so.... vi veggo così turbati!... tutti e due!

Corv. Sapete.... il pensiero di mia sorella!.... che è sua cugina!... (Fissando Leonardo con intenzione) E io ho fretta di rivederla!

Eug. (Fissandoli ancora — a Corvini). Eccovi la chiave!

Corv. Grazie. E a rivederci.... Verrò a salutarvi prima di partire. (Parte commosso).

SCENA QUINTA. Eugenia e Leonardo.

Eug. Vi prego, Leonardo! Ditemi che cosa c’è? Il contegno di Rodolfo.... il contegno vostro....

Leon. Rodolfo vi ha spiegate le sue inquietudini....

Eug. Ma voi? voi?

Leon. Ebbene, vi spiegherò le mie inquietudini!

Eug. Sentiamo — dite!

Leon. (Dopo breve pausa, come per raccogliere le idee). Cara Eugenia.... La mia posizione è molto, molto compromessa — politicamente — e.... economicamente!

Eug. (Fa un movimento di sorpresa e amarezza).

Leon. Risparmiatemi, vi prego, i vostri rimproveri! Conosco i miei torti verso di voi....

Eug. Non vi accuso che di un torto solo!

Leon. Quale?

Eug. Ve lo dirò poi! — Adesso continuate!

Leon. (Altra breve pausa, c. s.). Mi sono arrischialo in alcune speculazioni! — Ho avuto tutte le maledizioni contro di me!... E sono quasi alla vigilia di un disastro!... Se questo avvenisse, fra le altre umiliazioni, avrei quella di dovermi dimettere da deputato!

Eug. Mio Dio!

Leon. Voi potreste giovarmi!

Eug. Io!?

Leon. Mi si presenta l’occasione di uno splendido matrimonio per nostra figlia....

Eug. (Con amarezza). Finalmente me ne parlate! E io doveva sentirmene parlare da mia figlia prima di saperne nulla da voi!

Leon. Clelia avrà ricevuta qualche confidenza dalla istitutrice....

Eug. Benissimo! L’istitutrice era informata; la madre no!

Leon. Non ho voluto parlarvene prima, perchè la cosa incontrava delle difficoltà gravi — e che vi avrebbero amareggiata!

Eug. Quali difficoltà?

Leon. Principalissima, l’opposizione del padre. — Il giovine ha vent’otto anni ed è oramai padrone di sè; ma non avrebbe mai voluto accasarsi senza l’approvazione di suo padre.

Eug. Concepisco ottimo concetto di quel giovine.

Leon. È un giovine egregio, infatti. — È coltissimo, è già avvocato; ha fatto una pingue eredità....

Eug. Va bene; e il motivo dell’opposizione del padre?

Leon. Il padre è....

Eug. Lo so, è il commendatore Carenzi!

Leon. Sapete? È un uomo all’antica; con idee austere; fra le quali ha questa: Se una fanciulla — egli dice — deve diventar mia nuora voglio conoscere da che famiglia esce; voglio accertarmi che esca da una famiglia regolare....

Eug. (Con dolore). E fu lui che ci separò!

Leon. Questa circostanza non ci nuoce. Egli riconosce che fu una separazione consensuale, la quale non alterò i nostri buoni rapporti.... — Ma non gli basta! — L’avvocato Gambardi, vecchio amico del Carenzi e mio, si è intromesso ed ha ottenuto una adesione dal Carenzi; ma condizionata.

Eug. E quale sarebbe la condizione?

Leon. Ecco quello che mi ha fatto esitare a parlarvi di questo matrimonio!

Eug. Credo di capire! Egli vuole la nostra riconciliazione!?

Leon. .... Voi ricusate?

Eug. (Dopo un momento, fra sè). (Riavrei mia figlia!)

Leon. Debbo aggiungere che il Carenzi chiede di avere un colloquio con noi due per chiarire bene e personalmente le nostre disposizioni, assicurarsi della sincerità dei nostri sentimenti per una riconciliazione seria, e stabile.

Eug. (Con amarezza). Un interrogatorio!... Come quando ci separò!

Leon. Vi ho detto le gravissime circostanze che mi hanno fatto passar sopra ad ogni considerazione, e mi hanno indotto a parlarvi. — E.... ancora una cosa. Pare che il Carenzi sia male prevenuto contro di me!... ma forse.... un po’ d’indulgenza da parte vostra.... Vi ho detto che non nego i miei torti...,

Eug. E io vi ho detto che per me avete avuto un torto solo!

Leon. Quale?

Eug. Chiamate Clelia! (Essa è agitata).

Leon. (Suona il campanello).

(Entra il cameriere).

Cam. Comandi.

Leon. Pregate mia figlia di venir qui da sua madre.

Cam. Bene. (Esce).

Leon. Qual è dunque il torto di cui mi fate maggior accusa?

Eug. È quello di non avere custodita, alimentata sempre la tenerezza di Clelia per me! Di avere permesso che il suo amore mi fosse usurpato da quella donna! — Oh! Dio, Dio! (Essa ha uno scoppio di ira e dolore). Quando io penso che quella donna può appoggiare le sue labbra di mantenuta — sì, di mantenuta! — sul volto della mia creatura, io mi domando, baciando mia figlia, dove deporrò i miei baci senza insudiciarmi!

Leon. Eugenia!...

Eug. (Continuando esasperata, poi commossa). E quando ricevo gli abbracci freddi, cerimoniosi di Clelia — e penso al tempo che l’avevo con me — penso alle sue carezze allora così tenere, così espansive, così ardenti! — Ogni momento mi saltava al collo, mi abbracciava stretta stretta, mi tempestava di baci!... E mi diceva mille nomi uno più dolce più soave dell’altro!... povera cara!... (Piange disperandosi).

(In questo entra Clelia).

Clel. Eccomi, mamma!

Eug. (Vinta dalla tenerezza materna, la piglia per le mani, l’attira a sè, l’abbraccia, la bacia e intanto parla così:) Ah! vieni, cara.... adorata creatura mia!... Perchè ti adoro sempre, sai!... Ah! abbracciami!... baciami, come facevi una volta! Ti ricordi? Quando mi stringevi fra le braccia.... a rischio di soffocarmi?...

Clel. (Commossa abbraccia e bacia Eugenia). Sì, mamma!... Sì, cara mamma!

Eug. (Al colmo della gioja). Oh grazie!... grazie!... (Carezzandola). E non dubitare, sai! — Il babbo mi ha detto tutto! e io farò tutto quello che il tuo babbo mi ha detto!... — Purchè tu sia felice!... E lo sarai, non è vero?

Clel. Oh tanto felice!... Era appunto quello che stavo scrivendo adesso a madamigella!

Eug. (Con un atto di nervosità).... Allora.... Vai.... vai a finire la tua lettera.

Clel. Mamma, sei in collera?

Eug. No, no: non sono in collera.

Leon. Così, cara Eugenia, siamo intesi. — E siccome mi preme di definire la cosa entro domattina, io torno subito a Biella per partire col primo treno per Torino.

Eug. Va bene.

Leon. E se poteste domani o dopo domani essere a Torino anche voi....

Eug. Vi sarò dopo domani al più tardi.

Clel. Papà, lasciami venir teco a Torino!

Leon. A che fare?

Clel. È tanto tempo che non vedo Torino!

Leon. Ci verrai dopo domani colla mamma.

Eug. No, no; contentala. — Tanto, qui, non potrei molto occuparmi di lei, con tutte le brighe dei bagagli, delle valigie....

Leon. Clelia potrà aiutarvi. (Fa cenno a Clelia).

Clel. (Veduto il cenno del padre). Sì, si, mamma!... Scusami, sono una sciocca alle volte! e me ne accorgo, sai! — Scusami! resto con te! resto con te!

Eug. Se ti fa piacere!...

Clel. Sì, tanto! E fa piacere anche al babbo — anche or ora — mi raccomandava di.... (Si ferma a un gesto di Leonardo).

Eug. Grazie, carina. (Con mesto sorriso un po’ sardonico).

Clel. (Ad Eugenia). Allora io torno in camera; vado a finire la mia lettera per Ester — chè ho tante cose da dirle!... (correggendosi) — che non so neppure se gliele dirò.... ma in caso, poco male.... finirò la lettera a Torino.... o non la finirò!... che sarà poco male! — Dunque, buon viaggio, papà! A rivederci a Torino! — Un bacio, mamma! (Via).

Leon. Compatitela, è un po’ leggera.

Eug. La compatisco.

Leon. (Suona).

Cam. Comandi.

Leon. Vorrei una carrozza per Biella.

Cam. C’è l’omnibus già pronto: sta per partire.

Leon. Va bene; vengo subito.

Cam. (Esce).

Leon. (Ad Eugenia). A rivederci a Torino. E.... grazie. (Le stringe la mano).

Eug. A rivederci.

Leon. (Esce).

SCENA SESTA. Eugenia poi il Cameriere.

Eug. (Guardando mestamente verso il fondo). Quella figliuola! Non le importa niente neanche di Ester!... Ed è rimasta meco — ha sacrificata la sua frivola curiosità di Torino, perchè suo padre le aveva raccomandato!...

Cam. (Con un plico e vari giornali spiegati). Per la signora Contessa.

Eug. (Prende il plico e accenna al Cameriere di mettere i giornali sul tavolo). Mettete là!

Cam. (Eseguisce ed esce).

Eug. (Guarda il plico distrattamente e lo getta sul tavolo). Ha avuto un minuto di espansione... un risveglio momentaneo della sua tenerezza per me.... ma è stato proprio un lampo! Cuore avvizzito!... Ambizione, egoismo, leggerezza!... educazione completa! (Ancora distrattamente guarda, poi apre il plico). Da Roma.... — Riavendola con me, chi sa? (Trae dal plico varie lettere di differenti formati e sigillate; e trova un foglietto di lettera senza busta; essa è sempre col pensiero ad altro)... Oh se fossi ancora in tempo a riscattare il suo cuore! (Guarda il foglietto e legge la firma). “Ester.” Ester che mi scrive?! (Legge e accompagna la lettura con sorrisi sardonici). “Gentilissima signora contessa. — Non sapendo dove il di lei signor marito si trovi, mando a lei le lettere che ho raccolte qui all’indirizzo di lui. — Ne troverà una che porta il nome col quale egli firma certe politiche corrispondenze da Roma a un giornale “di Berlino....” Ah! le corrispondenze biasimate da Corvini!... “Debbo però avvertirla che il fatto di queste corrispondenze è cosa molto delicata e che il signor Conte non ama che si conosca chi è il Giorgio Lakmann che scrive a Berlino.” Giorgio Lakmann! (Cerca e trova la lettera; l’osserva, la riconosce e grida). Dio! Dio! ma questa è la lettera di Ernesta!... è la sua scrittura!... era per Leonardo!... Leonardo.... l’amante di Ernesta!... E il bambino!... il bambino morto!... Ah Dio! — reggetemi il cervello!... C’è da impazzire!... E io stupida!... stupida ingenua!... (Guarda la lettera sempre fuori di sè). Ah Dio! se l’aprissi!... No, no! — Basta la soprascritta!... È un bel documento!... (La pone in tasca).... un bel documento per giustificarmi d’essermi vendicata! E mi vendicherò! Ah Dio! Se mi vendicherò! (Entra nelle sue camere).

(Cala la tela.)