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La separazione

Chapter 28: ATTO QUARTO, ed ultimo.
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About This Book

Una commedia in quattro atti segue la separazione contestata di una coppia aristocratica, concentrandosi sulle trattative in tribunale, i consiglieri legali e la decisione sull’educazione della loro figlia. Le scene alternano un gabinetto del tribunale a Torino e uno stabilimento termale ad Andorno; un episodio secondario su una marchesa vedova s’intreccia alla vicenda principale per indagare seduzione, reputazione e decoro sociale. Attraverso situazioni satiriche e dettagli procedurali, l’opera esplora lo scontro tra colpa privata e apparenza pubblica, la responsabilità materna e le maniere e ipocrisie della buona società.

ATTO QUARTO, ed ultimo.

Ricco salotto in casa di Eugenia, a Torino. — Porta in fondo, usci laterali, sofà, poltrone, sedie, tavolini, consolles; il tutto ricchissimo ed elegante.

SCENA PRIMA. Giovanni servo della contessa Eugenia, poi Corvini.

Giov. (Mettendo in ordine il salotto, va parlando con malumore). Ah che miseria essere al servizio d’una signora separata dal marito! Ogni terzo giorno un nuovo fatto storico! Che cosa bolla in pentola adesso non lo so; ma è certo che un qualche pasticcio va cuocendo!

(Entra Corvini dal fondo introdotto da altro domestico che parte subito).

Giov. (Vedendolo). Oh signor avvocato!

Corv. La contessa?

Giov. È arrivata qui a Torino un’ora fa. Vado ad annunziarlo.

Corv. Sì, grazie!

Giov. (Esce da sinistra, poi torna).

Corv. Sono nella più grande impazienza di sapere che cosa c’è di nuovo!... Ah, eccola.

SCENA SECONDA. Corvini, Eugenia da sinistra.

(Giovanni la segue ed esce dal fondo).

Corv. (Stringendo la mano ad Eugenia). Cara Eugenia!

Eug. Caro Rodolfo! (Essa è agitatissima, benchè cerchi di serbarsi calma).

Corv. Toglietemi subito dalla penosa incertezza in cui mi avete messo col vostro telegramma!

Eug. Sedete! (Siede).

Corv. Ma che cosa c’è, che cosa avete? (Siede). Vostra figlia adesso è con voi....

Eug. Mia figlia?! Ma che?! — È stata qui or ora a pigliarla la cara Ester!

Corv. Ester?! Ma non partì da Andorno per Roma?

Eug. Certo! E da Roma mi scrisse cinque giorni fa mandandomi ad Andorno in un plico raccomandato le lettere trovate a Roma per Leonardo!

Corv. Essa non sapeva dove si trovava Leonardo?

Eug. (Sardonica). Lo sapeva tanto bene che, appena impostato il plico, partì per raggiungere il suo Leonardo qui a Torino!

Corv. Calmatevi, vi prego! Calmatevi! Ditemi piuttosto che scopo supponete nella Ester mandandovi le lettere per Leonardo?

Eug. Uno scopo di malvagità raffinata! Mettere nelle mie mani una certa lettera con falso indirizzo, spiegandomi però che quel falso indirizzo era il pseudonimo di mio marito.

Corv. Per le sue corrispondenze con Berlino?

Eug. (Sempre sardonica). Il male è che quella lettera era stata impostata ad Andorno!

Corv. (Fra sè). (Ah mio Dio!) E voi avete aperta quella lettera?

Eug. È ciò che l’Ester calcolava che io avrei fatto! — Ma invece eccovi qua la lettera.... (La trae e la fa vedere a Corvini). Vedete, è intatta. (La ripone). Non avevo bisogno di commettere una indiscrezione! Conoscevo la lettera!

Corv. (Fra sè). (Mio Dio! Mio Dio!) Ma.... posso chiedervi?...

Eug. Nulla! — Non chiedete nulla! — Quello che posso dirvi è che quella Ester ha raggiunto uno scopo che oltrepassa le sue basse intenzioni.

Corv. E queste intenzioni?...

Eug. Sventare un certo progetto di riconciliazione!

Corv. Tra voi e Leonardo?

Eug. Capirete che Leonardo, nelle sue intimità con colei, non le avrà potuto dissimulare che a questa riconciliazione è condizionato il matrimonio di mia figlia! E alla Ester non accomoda questa riconciliazione! Che stupida! Come se una moglie spregiudicata come oramai sono io, ve lo giuro! — non sapesse riconciliarsi col marito, e conservare intiera la propria libertà, di sentimenti, di passioni!... e senza fare scandali, senza autorizzare pettegolezzi, godersi la vita! Quante altre signore fanno così!

Corv. Eugenia!... È la prima volta, che vi sento esprimere pensieri così strani!... Voi, voi contentarvi di non autorizzare pettegolezzi?

Eug. E non è questa la grande, l’unica preoccupazione delle persone che si rispettano? — E che sono rispettate, onorate? — Guardate mio marito! Eccolo là, rispettato, onorato, onorevole perfino! — Voi stesso, io stessa, — se per l’addietro io avessi avuto le teorie immorali di cui adesso vi scandalizzate, noi due si sarebbero fatte le cose con prudenza, con precauzione — e saremmo rispettati e onorati — ma voi sareste il mio amante! (Si alza).

Corv. Eugenia!... (Sottolineando le parole e alzandosi). Non lo sono stato per merito della vostra virtù! — Non lo sarò mai quand’anche un delirio d’indignazione, una febbre di vendetta potessero per un momento pervertire la vostra nobile anima!... Vedete? Per noi uomini, l’onestà di una donna.... oh pur troppo! ci pare sempre qualcosa di meno della nostra passione.... qualche volta anche del nostro capriccio!... della nostra vanità! Non ci facciamo scrupolo d’insidiarla!... ci facciamo un vanto, una gloria di averne trionfato!... Ma capita il giorno che questa onestà, questa santa virtù femminea, ci si presenta sotto tutt’altro aspetto! — Non è più l’ostacolo frivolo e fastidioso dei nostri trasporti sensuali!... vediamo invece che è un tesoro prezioso da rispettare, da far rispettare dagli altri! Vediamo allora che l’onestà è la suprema gentilezza della donna; e i nostri impeti maschili ci appaiono villani e ne sentiamo vergogna e ribrezzo! — Ponete un figlio di fronte a una accusa di colpa di sua madre!... ponete un fratello!... (Si commuove) un fratello, o Eugenia, di fronte alla scoperta della colpa di sua sorella!... che una sorella ci è cara e sacra come la madre! — E Ernesta mi fu raccomandata dalla madre nostra! E questa, morendo, mi disse, amala, come hai amato me! — E alla mia tenerezza di figlio fu uguale la mia tenerezza per Ernesta!... E la credevo virtuosa, pura come mia madre.... come voi!... E invece! Oh mio Dio!

(Una pausa.)

Eug. (Commossa). Povero Rodolfo! Voi sapete?

Corv. (Angosciato). Sì! — E come conosco adesso che celeste aureola è l’onestà alla fronte di una donna amata!

Eug. Questa aureola, ve le confesso, ho avuto la tentazione di strapparmela via con le mie mani!... Ma poi ho pensato alla mia figliuola; a cui debbo trasmetterla intatta! Quanta virtù insegna l’essere madre!

Corv. E che intendete di fare?

Eug. Rifiuterò di riconciliarmi, invece farò processo a Leonardo perchè il Tribunale lo dichiari indegno di tenere mia figlia e lo obblighi a darla a me.

Corv. (Impensierito). Pensateci bene! Sarà uno scandalo....

Eug. A carico mio, no! Sarà a carico di mio marito! Peggio per lui! Bene inteso che non vi ho chiamato perchè siate il mio patrocinatore contro vostro cugino. Ma voi potete suggerirmi persona competente, autorevole, raccomandarmi, appoggiarmi.

Corv. Eugenia, badate.... — E non è per voi che vi prego di pensarvi!... In un processo non si sa mai che cosa possa nascere!... Sarà chiamata la cara istitutrice!... Sappiamo noi che gravi rivelazioni possa fare colei? Quali altre persone possano da colei essere compromesse?

Eug. (Resta colpita, pensosa).... Vi capisco! — Ma è terribile la mia posizione!... perchè infine io voglio avere mia figlia! Non voglio, non posso lasciarla in quello sconcio ambiente! Spero di essere ancora in tempo a rifarne il cuore, il carattere, prima di avventurarla fra i pericoli che circondano una sposa giovinetta, inesperta!... E per ottenere ciò sono a questo bivio; o riconciliarmi con un uomo che mi è odioso oramai in un modo invincibile, o fare un processo che involgerebbe nel medesimo scandalo, col nome di una femmina spregevole, il nome....

Corv. (Cogli occhi a terra, dolorosamente). Il nome di mia sorella!...

Eug. (Impedendogli subito di finire). Il vostro nome, Rodolfo! sul quale cadrebbe un riverbero sinistro.... che voi non avete meritato voi!... (Pensa, poi si decide). Tenete; distruggerete voi questa lettera! (Gliela dà) o la restituirete.... a chi l’ha scritta! E io.... mi rassegnerò... mi riconcilierò! (Con penosa rassegnazione).

Corv. (Commosso). Grazie per me e per mia sorella!

Eug. (Subito). Per voi! Per voi solo!

SCENA TERZA. Detti, Clelia e Leonardo, poi Giovanni.

Clel. (Di dentro, poi fuori). Mamma!... Mamma!... (Entra correndo).

Eug. (Abbracciandola e baciandola). Sei già tornata?

Leon. Buon giorno, Eugenia! (Stendendo la mano per stringere quella di Eugenia).

Eug. (Occupata a togliere il cappellino a Clelia accarezzandola evita di stringere la mano a Leonardo). Vi saluto, Leonardo.

Leon. Oh! Rodolfo!?

Eug. L’ho pregato io di venire da me. Egli fu, con l’avvocato Gambardi, l’altro avvocato che ci assistette nella separazione; e ho desiderato che fosse qui anche per la riconciliazione.

Clel. (Ad Eug.). Oh, a proposito; guarda che il commendatore Carenzi sta per arrivare qui anche lui, — lo ha scritto or ora al babbo. — Noi non abbiamo fatto che accompagnare madamigella alla stazione, perchè essa era venuta a Torino per salutarci.... perchè va a Milano, anzi in Brianza.... per cui l’abbiamo imbarcata sul treno e siamo subito corsi da te.

Eug. E il signor Carenzi sta per venire?

Leon. Siccome mi aveva detto che era molto pressato dai suoi affari, gli ho scritto che se voleva favorire subito, subito si sarebbe parlato e combinato.

Clel. Dunque eh? Riconciliazione! Che piacere! Sarò la prima fra le mie amiche che si fa sposa!...

Eug. Ma, bambina mia, non c’è nulla ancora di stabilito.

Clel. Il papà mi ha detto che colla vostra riconciliazione, tutto è fatto!

Leon. Speriamo — ma ancora non è cosa sicura!

Giov. (Dal fondo annunciando). Il signor commendatore Carenzi.

Leon. (Andando ad incontrarlo). Avanti, avanti il nostro signor commendatore.

(Entra Carenzi — Giovanni si ritira).

SCENA QUARTA. Detti, Carenzi.

(Clelia si pone presso Eugenia con aria gentilmente modesta e fa insieme ad Eugenia la sua riverenza al Carenzi).

Caren. (Va dritto con gran compostezza ad Eugenia). Signora contessa, il mio rispetto!

Eug. Signor commendatore! (Gli stringe la mano).

Caren. (A Leonardo). Onorevole signor Conte. (Gli stringe la mano, poi a Corvini). Caro avvocato! (Stringe la mano anche a lui). Che notizie della signora marchesa sua sorella?

Corv. Discrete!... L’ho condotta a Genova.

Caren. Ah meglio così. L’aria di mare le farà bene. (Ad Eugenia). Questa è la sua signorina?

Eug. Sì, mia figlia.

Caren. Ebbi il piacere di vederla a un ballo del nostro prefetto. E quella sua signora istitutrice?

Clel. (Con aria modestissima). Papà l’ha lasciata andare in Brianza.

Caren. Ah! meglio così! Eccellente l’aria della Brianza. — E intanto lei resta qui, eh?

Clel. (C. s.) Sì signore. Resto a Torino con mammà.

Eug. (Carezzando Clelia). Meglio così!

Caren. (Con leggerissimo sorriso). Stavo per dirlo anch’io. È un mio intercalare!

Eug. (A Carenzi). Ma, la prego di accomodarsi.

Caren. Grazie. — Ma siccome non posso trattenermi che un momento solo....

Eug. (Sorpresa). Un momento solo?!

Caren. Ma, sì. Mi basta di dire una parola all’onorevole Leonardo.... eppoi bisogna che vada.... debbo partire....

Leon. (Sorpreso). Una parola a me?!

Caren. Non si tratta che di mostrarle certe carte.... Vogliamo passare nel suo studio?

Eug. (Garbatissima). Perdoni; per ora le abitazioni sono ancora separate! — Questa è la mia abitazione. (A Clelia). Vai di là, carina.

Corv. (A Clelia). Vengo con te, cuginetta.

Clel. (Va a Carenzi e fa una riverenza gentile e modesta, volendogli baciare la mano). Permetta.

Caren. (Con lieve sorriso e cortese). Ah no, non permetto! Non sono ancora.... monsignore!

Clel. (Ad Eugenia piano). (Mamma, mi raccomando!) (Piano a Corvini). (Andiamo qua nel gabinetto!)

Corv. (Saluta ed entra a destra con Clelia).

SCENA QUINTA. Eugenia, Carenzi, Leonardo.

Caren. (Ad Eugenia). Io parto per Ivrea. Se la signora Contessa ha comandi....

Eug. Scusi, ma io, se permette, intenderei di rimanere.

Leon. (Un po’ vivamente). Ma, cara Eugenia, se il signor Commendatore....

Eug. (Con garbata fermezza). Il signor Commendatore ha voluto favorirmi d’una sua visita, in casa mia, per uno scopo che non è un mistero per nessuno di noi tre.... Così almeno mi piace di credere! oppure m’inganno?

Caren. (Cortese sempre). No, signora Contessa, in massima, non s’inganna.

Eug. (Sempre garbata ma dignitosa). E allora?... Parliamo un po’ chiaro! Si tratta delle simpatie reciproche fra il di lei figlio e la figlia nostra! Il signor Commendatore ha posto per condizione al suo assenso la nostra riconciliazione; noi abbiamo accettato e il signor Commendatore mi favorisce d’una sua visita per udire confermare da mio marito e da me il nostro impegno di riconciliarci. Eccoci qui, Leonardo e io, pronti a confermare il nostro impegno; e io pregherò l’avvocato Corvini di formulare per iscritto, se occorre, la riconciliazione. Non capisco quindi quali cose il signor Commendatore abbia da dire a mio marito, senza di me.

Caren. Cara signora, che vuole?... Sopraggiungono alle volte dei fatti nuovi....

Leon. Dei fatti nuovi?...

Caren. (Continuando). Dei quali avrei preferito non parlare che al signor Conte solo.

Eug. Ma quali fatti nuovi?

Caren. (Pensa, poi si decide). La signora Contessa mi dispensa assolutamente dal riserbo che volevo impormi?

Eug. (Con fermezza). La dispenso. (Invitandolo a sedere). Si accomodi. (Siede).

Caren. Come comanda. (Siede).

Leon. (Siede preoccupato e curioso). (Che diamine sarà?)

Caren. Ecco, vede, signora Contessa; io confesso che il mio modo di pensare non è all’altezza dei tempi, e non me ne scuso, perchè non me ne pento, anzi me ne vanto. Io sono all’altezza dei tempi dei miei vecchi e non ho mai sentito il bisogno di scendere all’altezza dei tempi moderni. Per cui, come dissi all’onorevole Leonardo, per accettare una nuora esigo di conoscerne i genitori; perchè i genitori hanno sempre i figli che si sono meritati.

Eug. (Dopo un movimento di dolore). Continui.

Caren. Dunque, ecco qua. Il mio servitore, poco fa, portandomi il biglietto del signor Conte per questo abboccamento, m’ha portato anche altre carte, e tra queste un giornale di Roma, a cui non sono associato. L’ho aperto e vi ho trovato una colonna e mezza di corrispondenza, segnata in margine con lapis rosso! Ho letto. La corrispondenza era da Andorno.

Eug. e Leon. (Fanno un movimento di penosa curiosità).

Caren. La corrispondenza aveva in testa un sommario. E il sommario. (Trae un giornale e lo spiega) ecco.... dice così: (Legge) “Scandali aristocratici subito dissimulati. Una dama che si perde su per un monte. Commenti della conversazione uditi dal marito. Sue confidenze ad una signora: non può battersi perchè non si trovano padrini! Tutti si fanno un dovere di non sapere quello che sanno!”

Eug. (Sta fissando Leonardo con qualche orgasmo dissimulato).

Leon. (Scuote le spalle sprezzantemente).

Caren. Anch’io, qualche volta debbo rassegnarmi a questo dovere; mi rassegno a stringere la mano di un qualche gran banchiere un pochino ladro, a qualche gran dama passabilmente peccatrice!... Come si fa? Hanno sempre salvato le apparenze! Ma oggi si tratta di mio figlio, della compagna con cui continuerà il mio nome! il mio nome senza una macchia!

Leon. (C. s.). Mi scusi, ma in quella corrispondenza io proprio non ci vedo altro che uno dei soliti pettegolezzi maligni e sciocchi! sciocchi, specialmente! Capirà! Quel duello che non ha luogo perchè non si trovano padrini!

Caren. Non mi sarebbe sembrato serio, neppure se si fossero trovati! Dopo l’invenzione della sciabola con cui non si fa che tagliare una fetta d’avversario, eppoi stringergli la mano, il duello ha molto perduto della sua serietà tragica. Ciò che ha per me molta importanza è quello che si dice qui nella corrispondenza (spiega il giornale) nella quale si parla di un bambino d’ignota provenienza....

Eug. (Fissa con maggiore intensità Leonardo).

Leon. (Si frena a stento).

Caren. (Continuando dopo una rapida occhiata ai due). Il quale bambino si vocifera che fosse lo scopo della passeggiata misteriosa della signora....

Eug. (C. s.).

Leon. (Alzandosi vivamente). Basta così! Non posso permettere la continuazione di questo colloquio!

Caren. (Alzandosi, con gravità). Avevo chiesto di parlare a lei solo! E aggiungo che senza le preghiere ardenti, insistenti di mio figlio, avrei risparmiato a loro — e a me! il disgusto della mia visita.

Leon. Accetto questa spiegazione, e considero come non avvenuto il discorso fatto da lei adesso. (S’inchina con atto di congedo).

Caren. (Si inchina e fa un passo per uscire).

Eug. (Seduta c. s. con ostentata freddezza). C’è una difficoltà, Leonardo. — Non intendo io di considerarlo per non avvenuto! E v’invito a rilevarlo e a rispondere come v’impone la lealtà, come esige l’onore di vostra moglie!

Caren. (Presta viva attenzione).

Leon. (Sdegnoso). Dal momento che io accondiscendo a riconciliarmi con voi, mi pare che io dia una prova sufficiente...

Eug. (Sedata, interrompendo, a Carenzi). È una prova sufficiente?

Caren. ... Ma! Eh, eh...!

Eug. (A Leonardo). Lo vedete? — Ora io non permetterò che questo signore esca di casa mia senza avervi udito smentire formalmente le insinuazioni infami di quella corrispondenza!... della quale, badate, saprei forse denunciarvi la scrittrice! La scrittrice, intendete?

Leon. (Sdegnoso, c. s.). Smentite voi tutto quello che volete! Io non voglio altre scene, altre pubblicità!

Eug. (Levandosi). Allora le voglio io! (A Carenzi). Senta, caro signore: Io mi rassegnai per non fare della mia casa un teatro di scene violente e sconce — con una sola spettatrice, mia figlia! mi rassegnai a tutti i dolori, a tutte le amarezze, a tutte le umiliazioni di una donna separata — d’una mal maritata, com’ella disse! Ma rassegnarmi a questo che mia figlia sia creduta figlia di una madre disonesta! Ah no! (A Leonardo). Voi non volete smentire? Vi potrei opprimere sotto prove e documenti schiaccianti!... Ma a questo signore sono sicura che basterà un’altra prova! Le perfidie di quel giornale invece di colpire me e Corvini, colpiscono.... Leonardo.... e una donna, che non nominerò mai! Questo lo giuro!... — Clelia! Clelia! (Entra Clelia seguita da Corvini. — Eugenia continua abbracciando Clelia). Quello che le ho detto lo giuro innanzi a Dio, baciando la fronte della mia creatura. (A Leonardo). Giurate voi, sul capo di vostra figlia, che non è vero!

Leon. (Colpito, esitante fa un movimento).

Corv. (Avanzandosi mostra una lettera a Leonardo). Non giurate, Leonardo!... Ho qui una lettera!...

Caren. (Commosso ad Eugenia). Non voglio lettere!... Non voglio altre prove! (A Clelia). Lei, signorina, baci la mano della sua mammà! (Clelia bacia la mano).

Eug. (Si lascia baciare la mano commossa).

Caren. (Ad Eugenia). E ora mi permetta che io faccia altrettanto! (Le bacia la mano). Una giovinetta che ha una tal madre non può che riuscire la gioja, l’orgoglio della casa ove entrerà; e se questa casa sarà la mia, ne sarò veramente felice! E non pongo che una condizione; la signorina rimanga sempre da oggi in poi con sua madre — sino al momento di venire con suo suocero.... che sarà fra un anno. Quanto alla riconciliazione, facciano loro.... non ci tengo più.... ci rinunzio.... che, forse.... sarà meglio così!...

Eug. Grazie!

Clel. Grazie! E adesso permette? (Fa per baciargli la mano).

Caren. Un momento!... Il signor Conte ha nulla in contrario?

Leon. Nulla!

Caren. (A Clelia sorridendole). Eh!... allora.... là.... via! (Le dà la mano che essa bacia).

Corv. (Si accosta a Leonardo e gli dice piano). A voi, distruggete. (Gli dà la lettera).

Leon. (Guarda le lettere rimontando la scena e mostrando di essere profondamente colpito. — Gruppo di Eugenia, Clelia, Carenzi, Corvini. In fondo Leonardo).

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.