ATTO PRIMO.
A Torino. Gabinetto del commendatore Carenzi, Presidente del Tribunale. A destra, una tavola grande con tappeto verde e sopravi l’occorrente per scrivere: carte, fascicoli, libri, il Codice Civile e quello di Procedura, ecc., dietro la tavola una poltrona. A sinistra, un sofà, altre poltrone, sedie, ecc. Nella parete di destra un ritratto del Re. Porta in fondo; uscio a sinistra.
NB. — Le parole destra e sinistra s’intendono riferite agli Attori.
SCENA PRIMA. Portiere del Tribunale.
Port. (Mettendo ordine ai fascicoli, ai libri, ecc.). Mettiamo in ordine questa roba, tanto che l’illustrissimo signor Presidente non abbia da brontolare. — Capisco che per essere un buon presidente di Tribunale e di un Tribunale importante, come questo di Torino, ci vuole un uomo serio, un uomo severo. — Ma non è poi mica necessario che sia un seccatore sempre pronto a strapazzare un vecchio portiere come l’umile sottoscritto! — Mi rimprovera per la mia curiosità. Quale curiosità? Sì, di quando in quando entro qui, ma entro perchè è mio dovere o per un motivo o per un altro; se poi entrando colgo qualche frase da poter riferire agli interessati, che colpa ce n’ho io?
SCENA SECONDA. Detto Carenzi e Gambardi.
Caren. (Spingendo avanti per cortesia Gambardi: — da sinistra). Avanti, avanti. Avvocato, mio vecchio amico.
Gamb. Grazie.
Caren. Ecco qua il nostro bravo portiere! Scommetto che stava facendo uno dei suoi soliti brontolamenti! (Sorride bruscamente).
Port. È l’unica mia ricreazione.
Caren. Bene; andate a ricrearvi in anticamera.
Port. Sarà obbedito. (Esce dal fondo, poi torna).
Caren. (Facendo sedere Gambardi sul sofà e sedendo egli pure). Dunque tu sei l’avvocato dell’onorevole conte Portanzio?
Gamb. Non sono il suo solito avvocato: io sto a Milano; lui sta qui a Torino: ma trattandosi di questa separazione coniugale, mi ha pregato di venire ad assisterlo: come deputato egli vuole che la cosa avvenga con tutto quel decoro che la sua posizione gl’impone.
Caren. E non ci sarà modo di accomodare la cosa, di riconciliare il conte e la contessa?
Gamb. Come si fa con quella benedetta signora? Una amabilissima dama, sai, la contessa Eugenia?... Ma un carattere! Oh che carattere! Una suscettibilità! Un’alterigia! — Sa di essere più ricca di suo marito e le pare di poter comandare a tutto il mondo! E se piglia fuoco, si salvi chi può! Risposte piene di veleno, di sarcasmo! Da far perdere le mani ai santi!
Caren. Capisco! Il conte non è un santo e forse qualche volta, con quel prudore, eh?...
Gamb. Oh! Ti pare!? Il conte ne è innamorato! E si capisce, perchè la contessa Eugenia è una donna!... Ah che donna!... Che maniere amabili!... Eppoi bella, giovine! Un incanto! Nelle società, nelle feste, ai teatri è un continuo assedio di corteggiatori!
Caren. E questo assedio non garba al conte?
Gamb. Sfido! Deputato come è, deve stare molto a Roma; quando viene a Torino, è pieno d’affari per le commissioni, per il suo Collegio...
Caren. Ho veduto nel ricorso dei coniugi per la separazione consensuale che essi sono d’accordo di mettere la figlia in un istituto di educazione...
Gamb. Un istituto di primo ordine!
Caren. La migliore educazione, specialmente per una fanciulla, dovrebbe essere quella data dalla madre.
Gamb. In tesi generale, siamo d’accordo. Ma....
Caren. La contessa Eugenia non è forse una madre tale....?
Gamb. Oh una egregia signora!
Caren. Ma come madre?...
Gamb. Sai? Carattere, temperamento!
Caren. La condotta di lei per altro....?
Gamb. Oh! La contessa è una donna che sa condursi!... Il mondo cerca, fruga, ma non trova niente.... tranne forse certi sospetti....
Caren. Sospetti.... con fondamento?
Gamb. Invero non lo credo — ma non lo so. — In ogni modo è appunto per questi sospetti che, nell’interesse del mio cliente, sono venuto a disturbarti.
Caren. Di’, di’ pure.
Gamb. Io credo che la separazione avverrà nei modi più corretti. — Ma se mai non si potesse evitare un processo, vorrei pregarti, quando la contessa, or ora, verrà da te, di farle capire che sarebbe bene, che pigliasse un altro avvocato.
Caren. Ma che cosa c’è contro l’avvocato Corvini?
Gamb. (Abbassando la voce e accostandosi a Carenzi). Capirai, amico mio! Il Corvini....
Port. (Entra solenne, serio, con una carta di visita in un cabarè).
Gamb. (Si ferma).
Caren. (Con impazienza). Che cosa c’è?
Port. (Presentando la carta). C’è questa carta.
Caren. (Guarda la carta). Avvocato Corvini!... Che abbia la bontà di aspettare un momento.
Port. Sarà ubbidito. (Esce, poi torna).
Caren. Dunque il Corvini? (Sommesso).
Gamb. Capirai! (Sommesso). In una causa di separazione può dare da discorrere il fatto che la moglie scelga per suo consigliere un avvocato giovine e per di più suo cugino!
Caren. (Con sorpresa e sempre a bassa voce). Oh! Diamine! — Corvini è cugino della contessa?!
Gamb. Sicuro! E la cosa dà ai nervi del conte!
Caren. Io non posso immischiarmene. Piuttosto ne dirò una parola a mio figlio, che è intimo amico del Corvini.
Gamb. A proposito, tuo figlio si è laureato!
Caren. L’anno scorso. — E tornando all’argomento quale è stato in sostanza il primo principio di queste ire coniugali?
Gamb. Una cosa da nulla. Ma sai bene “Poca favilla gran fiamma seconda!” Una mattina il conte Leonardo dice alla contessa: Domattina alle cinque debbo partire per Novara; per non disturbarti dormirò nel mio appartamento. — La contessa lo ringrazia del riguardo gentile. — Il conte aggiunge che andava a Novara per un affare assai buono e prega la contessa di fargli dare dal di lei notaro otto o dieci mila lire; egli non voleva vendere cartelle perchè erano in ribasso e il momento era cattivo. La contessa gli risponde che se il momento era cattivo per lui lo era anche per lei. Il conte resta un po’ disgustato di questa risposta così secca: ci fu un po’ di diverbio; e il conte si alzò, prese il cappello e fece un gesto vivace di persona molto contrariata. — In quella entra la figlia; la ragazzina, vedendo il gesto del padre, si mette a gridare: Oh Dio! il babbo vuol picchiare la mamma! Il conte si mette a ridere e dice alla ragazzina: Eh scioccherella! Cosa ti sogni? ed esce. La mattina di poi parte per Novara; sta assente quel giorno; il giorno dopo è di ritorno per la colazione. — A tavola la contessa, manda via la figliuola e dice al conte: Ho pensato che, per essere più libero, d’or innanzi sarà meglio che dormiate sempre nel vostro appartamento. — Il conte scherzando dice alla moglie: Hai l’aria di propormi una separazione! — E perchè no? Risponde duramente la contessa. — E il conte: Sarebbe forse un consiglio di Corvini che ho incontrato poco fa mentre usciva di casa nostra? — La contessa si fa pallida, risponde con mal piglio; nuovo battibecco e.... a farla corta fu decisa la separazione — ben inteso, separazione consensuale, con tutte le cautele perchè le apparenze rimanessero salve.
Caren. E non ci sarà rimedio?
Gamb. Se non ci riesci tu, ne dubito.
Caren. Hai parlato all’avvocato Corvini?
Gamb. Sai, c’è un po’ di freddezza fra noi: egli è un avvocato giovine, pieno di alterigia: poi in questo affare mi è sembrata poco corretta la sua condotta.
Caren. Basta, vedrò. (Suona il campanello).
Port. (Entra).
Caren. Fate entrare il signor avvocato Corvini.
Port. Sarà ubbidito. (Esce, poi torna).
Caren. Sai, non voglio farlo aspettare.
Gamb. Troppo giusto! — Ma vedi di liberare la contessa da questo benedetto cugino.
Caren. Cercherò.
Port. (Introducendo Corvini). Il signor avvocato Corvini. (Esce).
(Entra Corvini).
Corv. Signor presidente!
Caren. Signor avvocato! (Si stringono la mano).
Gamb. Oh caro collega! (Gli stende la mano).
Corv. Egregio avvocato! (Gli stringe la mano).
Gamb. (A Carenzi). A rivederci, amico mio!
Caren. A rivederci. (Si stringono la mano).
Gamb. (Esce).
SCENA TERZA. Carenzi e Corvini.
Caren. (Fra sè). (Sentiamo adesso quest’altra campana!) S’accomodi, avvocato.
Corv. Grazie; ma io non voglio disturbarla che per pochi minuti.
Caren. Come vuole. Dunque lei è l’avvocato della signora contessa Portanzio?
Corv. Sissignore.
Caren. Ed è anche suo cugino?
Corv. Nossignore.
Caren. (Sorpreso). Come? Non è cugino della contessa Eugenia?
Corv. Sono cugino del conte Leonardo: cugino germano; siamo figli di fratelli.
Caren. Sia pure; ma però, scusi, cugino germano del marito e avvocato della moglie!
Corv. La cosa è stata combinata di comune accordo.
Caren. (Sorpreso). Di comune accordo? Anche di suo cugino?
Corv. Anzi fu mio cugino che ne fece la proposta.
Caren. (Più sorpreso ancora). Diamine! Non capisco.
Corv. Volendo salvare tutti i riguardi necessari ad evitare le sfavorevoli supposizioni, mio cugino e sua moglie combinarono la cosa: fecero venire da Milano l’avvocato Gambardi vecchio e intimo amico di casa e già tutore di mio cugino e lo pregarono di patrocinarlo e pregarono me di patrocinare la contessa; così il mondo vedrebbe che tutto si faceva all’amichevole e proprio in famiglia.
Caren. (Sempre sorpreso)... All’amichevole.... in famiglia! Va bene; ma dopo tutto due coniugi non si separano senza un serio motivo!
Corv. Le dirò: mio cugino, come deputato, deve stare molto tempo a Roma, dove ha preso un appartamento nel palazzo di mia sorella Ernesta — la vedova del marchese Rama. Egli si è fatto socio al Club della Caccia, fa vita coi signori dell’aristocrazia, giovani eleganti.... e ci sono state delle anime pietose che hanno scritto a sua moglie che mio cugino fa vita galante, che dissipa, che giuoca. Ciò dispiacque alla contessa; ma non volendo scene lasciò correre.
Caren. Non voleva scene; ma poi le fece vivacissime dopo la gita del conte a Novara! Lei sa della gita del conte a Novara?
Corv. (Sorridendo un poco). Perfettamente.
Caren. Sa dei denari chiesti dal conte?
Corv. Di questo non so.
Caren. Saprà però che al ritorno del conte la contessa provocò una scena?...
Corv. Questo lo so.
Caren. Ma che diamine era avvenuto in quelle 36 ore che suo cugino era stato a Novara?
Corv. (Sorridendo un poco e abbassando la voce). Era avvenuto che mio cugino non era stato a Novara!
Caren. (Sorpreso e a bassa voce). Diamine! E dove era stato?
Corv. Era rimasto a Torino in incognito!
Caren. E la contessa lo seppe?!
Corv. Peggio ancora! Lo vide!
Caren. E dove lo vide?
Corv. Su un balcone dell’Hotel d’Europa.
Caren. Solo?
Corv. In compagnia!
Caren. Diamine, diamine!
Corv. Fu la ragazzina, la figlia della contessa che lo scoperse!
Caren. Oh diamine!
Corv. Disgrazia volle che la contessa e la ragazzina, invece di passare sotto i portici, traversassero la piazza da via Po a via Roma; arrivando sotto il grande albergo d’Europa, la ragazzina a un tratto gridò: Mamma, guarda lassù il babbo con quella bella signora! Fumano tutti e due!
Caren. Oh i ragazzi! — E la contessa?
Corv. Dissimulò e disse alla figlia: Ma che! tu sbagli! Somiglia al babbo! Ma non è lui! Il babbo è a Novara!
Caren. E così?
Corv. La mattina dopo la contessa mi fa chiamare: mi confida la faccenda; io cerco di persuaderla di non fare scandali, pensi che ha una figliola! Faccia un sacrificio per lei, eccetera e me ne vado.
Caren. E suo cugino?
Corv. Entrò in casa, a colezione contò su tutte le brighe, le noie, gli affari che aveva avuto a Novara!
Caren. (Un po’ sorridendo). A proposito!
Corv. Fu allora che la contessa, frenandosi a stento, gli disse: Penso che d’or in poi potrete dormire sempre nel vostro appartamento!
Caren. Cospetto, cospetto! Per cui il tentativo di riconciliazione, che io sono obbligato per legge di fare...?
Corv. Lo temo infruttuoso. Un altro tentativo ella potrebbe fare e sono venuto per interessarla a questo.
Caren. Mi dica.
Corv. Veda di persuadere mio cugino a lasciare la figlia alla madre. La contessa l’adora e ne è adorata!
Caren. Farò prima l’uno, poi l’altro tentativo. (Suona).
Corv. E con ciò, signor Presidente.... (Congedandosi).
Caren. A rivederlo, caro avvocato!
Port. (Entra).
Caren. Chi c’è di là?
Port. C’è il signor conte Portanzio.
Caren. Fatelo entrare!
Port. Debbo avvertirla che è arrivata anche la signora contessa.
Caren. Il conte è arrivato prima; entri lui.
Port. (Va all’uscio). Onorevole signor conte Portanzio.
(Entrano Eugenia e Leonardo)
Port. Scusino. — Solamente il signor conte!
Leon. (Con certa alterigia). Non mi seccare.... Caro signor Presidente!
Eug. Signor Presidente!
Caren. Riverisco la signora contessa e il signor conte!
Leon. (A Corvini). Oh cugino amatissimo!
Corv. Buon giorno. (Scambia saluto con Eugenia).
Caren. (Con sorriso agro-dolce). Perdonino; ma non posso permettere questa doppia infrazione alla legge.
Leon. Doppia infrazione?!
Caren. (Sorridendo c. s.). Un legislatore, un deputato dovrebbe conoscere la legge! La legge vieta, in simili casi, la presenza dei procuratori e dei consulenti. — Quindi scusi l’avvocato Corvini, ma lo metto alla porta! (Con modo scherzoso).
Corv. Ed io ci vado subito. (Saluta ed esce).
Caren. Di più la legge m’impone di sentire separatamente l’uno e l’altro coniuge: separatamente! Quindi bisogna che preghi la signora Contessa, venuta dopo, di ritirarsi per pochi minuti — poi di tornare perchè io parli anche a lei — separatamente! — poi pregherò il signor Conte di tornare perchè, secondo la legge, debbo parlare a tutti e due.
Leon. (Sorridendo con certa superiorità). Non le paiono formalità inutili?
Caren. (Austero). Saranno formalità inutili, ma io debbo dire nel processo verbale di averle compiute! Posso ridurle ai minimi termini, ma bisogna che le compia. (Al Portiere). Accompagnate la signora Contessa. (Ad Eugenia con modi amabilissimi, dandole la mano e accompagnandola). Pochissimi minuti, sa! (Eugenia esce seguita dal Portiere).
Caren. (Fra sè). (Questo onorevole mi dà ai nervi!)
SCENA QUARTA. Carenzi e Leonardo.
Caren. (Tornando, siede nella sua poltrona alla tavola e invita Leonardo a sedersi davanti alla tavola stessa, poi gli dice con certa autorità). Si accomodi!
Leon. Grazie! (Siede).
Caren. Ella dice formalità inutili?! — Se sapesse quanti coniugi si presentano al magistrato fermi, risoluti, irremovibili, di separarsi! Entrano lugubri, accigliati, minacciosi!... Ma eccoli davanti a questa tavola! Odono dal vecchio magistrato parole paterne, consigli inspirati alla serena morale della legge; alla analisi disinteressata delle conseguenze a cui si espongono, loro e i loro figli — se ne hanno — le loro figlie, specialmente! — non hanno più intorno nè patrocinatori, nè parenti — persone bravissime certo, ma naturalmente prevenute a favore dei rispettivi patrocinati, e allora, a poco a poco, si fanno pensosi, si commuovono, si guardano, si riconciliano, e se ne vanno a braccetto a casa a sigillare la pace!
Leon. Ella ha ragione di alludere ai patrocinatori, ai parenti!
Caren. Ci sono delle eccezioni. — Il vecchio suo amico avvocato Gambardi, per esempio; e il di lei cugino Corvini....
Leon. (Vivamente interrompendolo). Mio cugino avrebbe fatto assai bene a non immischiarsi di questa faccenda!
Caren. Scusi; fu lei che lo propose alla Contessa.
Leon. (Vivamente). Rettifico! — non fui io!
Caren. (Fregandosi la fronte, come chi non si raccapezza). Ma se suo cugino mi ha detto....
Leon. Non cerco che cosa le abbia detto mio cugino. — Il fatto è che chi lo propose fu il vecchio avvocato Gambardi — non io!
Caren. (C. s.)... Ma se Gambardi invece, poco fa, qui, con me, disapprovava quella scelta!
Leon. Povero Gambardi! Si lasciò persuadere da mia moglie a proporre il Corvini; poi capì il suo sbaglio.
Caren. (C. s.). Sia com’esser si voglia. — Ci fu una scena, un diverbio fra lei e la sua signora, è vero?
Leon. A proposito di che?
Caren. Non chiese ella alla sua signora otto o dieci mila lire?
Leon. Sì!
Caren. Che la sua signora le rifiutò?
Leon. Al contrario, me le diede!
Caren. Ma che cosa allora mi ha raccontato Gambardi?!
Leon. Gambardi si sarà espresso male. Mia moglie al primo momento temè di non potermi favorire; ma poi mi disse che sentissi dal suo notaro — il notaro mi combinò la cosa e mi diede la somma.
Caren. Eh! Tanto meglio. — Ora mi dica: È possibile una riconciliazione?
Leon. Per parte mia, chi sa? Forse! È mia moglie che non vuol saperne. Pretende che ci sieno dei motivi gravissimi!... C’è stato qualcuno che le ha scaldata la testa!
Caren. Ora parlerò con la sua signora. Ma, in ogni caso, perchè non lascierebbe lei la figlia presso la madre?
Leon. Ah questo mai! Mia figlia presso sua madre vorrebbe dire colpevole il padre; presso il padre, colpevole la madre!
Caren. Quindi la figlia, in un educandato!
Leon. Ci sono delle convenienze scambievoli da rispettare.
Caren. Ella è irremovibile?
Leon. Irremovibile.
Caren. (Suona il campanello).
Port. (Entrando, con tuono annoiato). Comandi.
Caren. (Impazientito al Portiere). L’ho detto altre volte che non mi accomoda quel vostro tuono di persona annoiata!
Port. Io annoiato?! Se anzi mi diverto moltissimo.
Caren. .... Pregate la signora Contessa di favorire qui.
Port. (Va al fondo). Signora Contessa Portanzio. (Entra Eugenia, Portiere esce).
Caren. Avanti, signora Contessa. (A Leonardo). Ella ha la bontà di ritirarsi e di attendere di là pochi momenti.
Leon. Mi raccomando, pochi minuti; sa, noi deputati abbiamo tante brighe, tanti affari!
Caren. Non dubiti!
Leon. (s’inchina ed esce).
SCENA QUINTA. Carenzi e Eugenia.
Caren. (Spinge una poltrona più vistosa delle altre e l’offre cortesemente ad Eugenia). La prego, signora Contessa!
Eug. (Seria, freddissima). Grazie (siede).
Caren. (Sedendole vicino, con modi paterni, ma seri). Dunque, signora Contessa, si confidi con me! Sono proprio così gravi i motivi di questa separazione?
Eug. (Sempre sforzandosi di parere calma e indifferente). Non c’è nessun grave motivo.
Caren. (Fa un movimento leggermente nervoso).
Eug. Incompatibilità di carattere!
Caren. L’incompatibilità di carattere non è che una frase dell’uso. — L’art. 150 del Codice non pone altre cause di separazione che gli eccessi, le sevizie, le minaccie, le ingiurie gravi e.... l’adulterio! — scusi la parola!... — e il Codice aggiunge che l’adulterio del marito non guasta! — Noi non siamo in nessuno di questi casi?!
Eug. Tutt’altro.
Caren. Infatti il loro ricorso dichiara separazione volontaria, consensuale.... eh?
Eug. (Sempre calma, fredda e così in seguito sino ad altra indicazione). Appunto.
Caren. L’art. 811 del Codice di procedura m’impone di richiamare i suoi più seri riflessi sulle conseguenze di una separazione.
Eug. (C. s.) Le conosco tutte.
Caren. E ci ha pensato su bene?
Eug. Sissignore!
Caren. Ha riflettuto che il mondo, in queste separazioni, non crede mai al mutuo consenso?
Eug. (Tace).
Caren. Il mondo invece cerca, fruga, vuole scuriosirsi sui misteri del dietro-scena.
Eug. (C. s.). Cerchi fin che vuole!
Caren. Capisco che loro hanno preso tutte le precauzioni per non dare appigli alle curiosità del mondo. — Ma il mondo si rassegnerà a questa delusione delle sue curiosità? Quello che egli non avrà trovato, lo inventerà! — E badi che il mondo corteggia volontieri una bella e gentile signora separata dal marito. — Oh ella avrà intorno un nuvolo di confortatori pieni di una compassione tenerissima — ma tutt’altro che platonica! — una moglie senza il marito è un’occasione mollo appetitosa! Ed ella dovrà o condannarsi a una solitudine monastica, o rassegnarsi alla maldicenza! Perchè il mondo corteggia, adula.... ma è sempre sfavorevolmente prevenuto contro una donna divisa dallo sposo! Egli, a buon conto, la chiama una mal maritata!
Eug. (Crolla il capo sospirando). Se non fosse che questo!
Caren. (Con interesse accostandosi). C’è di peggio, eh?
Eug. (Ripigliando la sua fredda calma). No, no, non c’è niente.
Caren. (C. s.). Qualche galanteria del Conte?
Eug. (C. s.). Nossignore.
Caren. Un po’ di dissipazione.
Eug. Nossignore.
Caren. .... Qualche di lui gelosia?
Eug. Sarebbe un’infamia!
Caren. (Fissandola).... Capisco! La figliuola, eh?
Eug. (Ha un improvviso impeto di commozione, ma è istantaneo e subito si padroneggia). Poverina!
Caren. Sarà messa in un educandato!
Eug. (Combattendo la sua emozione). Sissignore.
Caren. E la ragazzina ci andrà volentieri?
Eug. (C. s.). Ci andrà.
Caren. M’hanno detto che lei le vuole molto bene.
Eug. (C. s.). È un angelo!
Caren. E la ragazzina vorrà bene alla sua mamma.
Eug. (Combattendo con crescente sforzo la sua commozione e si vede che sta per prorompere). Poverina, tanto! Oh tanto, poverina!...
Caren. E le dispiacerà, è vero? di lasciare la sua mamma.
Eug. (C. s.). Sissignore.... le dispiace!...
Caren. Sarà un distacco doloroso!
Eug. (Prorompe in pianto, sforzandosi invano di contenersi.)
Caren. (Si alza per confortarla, ma è vinto anche lui dalla commozione; poi si ricompone, si calma, e coi suoi modi seri ma amorevoli, avvicinatosi, le dice:) Vediamo, vediamo, signora Contessa! Si ricomponga! Si metta quieta! — Voglio fare un tentativo.
Eug. Di riconciliazione, no!
Caren. Un altro.
Eug. Quale?
Caren. Voglio tentare di persuadere suo marito a lasciare a lei la figliuola.
Eug. Oh! magari!... Ma sarà un tentativo inutile.
Caren. (Suonando il campanello). Mi lasci provare.
Port. (Con intonazione di buon umore, ma senza buffoneria). Comandi.
Caren. Fate entrare il signor Conte.
Port. (Va all’uscio di fondo). Si accomodi l’onorevole Conte Portanzio.
(Leonardo entra, Portiere esce).
SCENA SESTA. Carenzi, Eugenia e Leonardo.
Caren. Si accomodi, onorevole.
Leon. Grazie.
Caren. (Siede sul suo seggiolone al tavolo — i due seggono avanti a lui — solenne e come ripetendo una frase d’uso). Signori, non ho bisogno di raccomandare loro in questo incontro.... (Intanto esamina e ordina delle carte, ma senza interrompersi).... in questo incontro tutta quella compostezza, temperanza e serietà di modi, frasi, parole e intonazioni di voce che si addicono a persone educate e gentili.
Leon. (Un po’ piccato). È una raccomandazione di cui, mi scusi, non sentivo proprio il bisogno.
Eug. (Leggermente sardonica, appoggiata indietro alla sua poltrona e tornando ai suoi modi di ostentata calma e freddezza, e così sempre sino a nuova indicazione). E neppur io, signor Presidente!
Caren. Meglio così! — Io sto per chiamare il Cancelliere e fargli stendere il processo verbale della loro ultima risoluzione; io mi lusingo ancora che questa loro risoluzione non sarà quella di separarsi, ma di riconciliarsi.
Leon. Da parte mia, l’ho detto or ora al signor Presidente, non desidererei di meglio.
Eug. (senza muoversi e colla maggiore calma e freddezza). Questa è un’ipocrisia!
Leon. (Cominciando a esacerbarsi). Eugenia! vi prego!
Caren. Signora Contessa!
Eug. (C. s.). Sì, un’ipocrisia! Perchè egli dice così unicamente perchè sa che non accetterei io!
Caren. E perchè non accetterebbe? — In sostanza tra loro non ci sono poi rancori implacabili, stizze invelenite! Qualche fatto di poco rilievo — in un momento di malumore, una parola vivace, acerba forse....
Leon. Non fui io che la dissi!
Eug. (C. s.). La dissi forse io?
Leon. (Un po’ vivamente). Voi, sì!
Eug. (C. s.). Sentirò volentieri che cosa vi dissi!
Leon, (ripete le parole ch’egli attribuisce ad Eugenia con l’intonazione sgarbata che essa, secondo lui, adoprò). Voi mi diceste: “D’ora in poi v’invito a dormire sempre nel vostro appartamento!”
Eug. (C. s. sempre senza muoversi). Non è mica vero sa, signor Presidente!
Leon. (Piccato). Come! non è vero?
Eug. (C. s.). Io vi dissi, così, sorridendo....
Leon. (Con fuoco). No, sorridendo!
Eug. (Sempre placida ma con maggiore insistenza). Sorridendo!
Leon. Sì, sorridendo con sorriso beffardo e provocante!
Eug. (C. s.). Ma sorridendo!... E vi dissi: Se i vostri affari....
Leon. (Vivamente). Voi diceste i vostri pretesi affari!
Eug. (C. s.). Buon Dio! Volete che pigliassi sul serio degli affari che vi obbligavano a partire per Novara alle 5, salvo a non partire e a restarvene a Torino?
Leon. Partii alle undici!
Eug. (Sempre pacifica). Non è vero!
Leon. (Piccato di questa mentita). Eugenia!
Caren. (Ad Eugenia). Signora Contessa, freni le sue mentite!
Eug. (Correggendosi, ma per canzonatura). Vi domando perdono.... ma non è vero!
Leon. (Sempre più scaldandosi). Partii alle undici! Ma il vostro.... patrocinatore! il caro cugino Corvini, avendomi incontrato alle dieci, corse subito a rivelarvi il gran segreto!
Eug. Vi torno a dimandare perdono, ma anche questo è falso! Fui io che vi vidi! e non alle undici! ma alle tre! — all’Europa! — mentre fumavate con quella signora! Vostro cugino è troppo gentiluomo per commettere certe indiscrezioni!
Leon. (Alzando le spalle). Gentiluomo!... Gentiluomo!...
Eug. Più gentiluomo di.... di qualche altro!
Leon. Dite addirittura di me!
Eug. (Sempre pacifica). E perchè no?
Caren. Signora Contessa!... La prego!...
Leon. (Irritatissimo). Viva Dio! Almeno per rispetto al magistrato che ci ascolta, abbiate la prudenza di non tradire i vostri entusiasmi per il vostro.... avvocato.
Eug. (C. s.). Volevate dire il mio amante?
Leon. E perchè no?
Caren. Signori, li invito.... Invito il signor Conte!...
Eug. (Animandosi e dirizzandosi un po’ sulla poltrona). Vostro cugino è almeno abbastanza gentiluomo per non alzare la mano sopra una donna!
Leon. (Stizzito al sommo). Eugenia!
Caren. Invito la signora Contessa....
Eug. (Senza interrompersi e crescendo e all’ultimo scoppiando)... È abbastanza gentiluomo per non farsi prestare una somma col pretesto di affari importanti, che si riducono o ai vostri debiti di giuoco.... o ai debiti di quella Signora che visitavate all’Europa.
Leon. (Fuori di sè). Voi dite cose così enormi.... (Si alza).
Caren. Ma, signori, insomma!...
Eug. Non lo negate, ve’! Delle vostre minacce, della vostra presenza all’Europa con quella Signora vi addurrò una testimonianza da farvi abbruciare la faccia per il rossore! — la testimonianza di vostra figlia! (Si alza battendo la mano sulla tavola).
Leon. Ah! viva il cielo!
Caren. (Perduta la pazienza, dà una scampanellata).
Port. (Entra).
Caren. (Subito con impeto). Il Cancelliere! Subito!
Port. Eccolo pronto!
Eug. (Si getta a sedere ansante di ira).
Leon. (Passeggia inferocito).
(Entra subito il Cancelliere).
Caren. Segga e scriva.
Cancell. (Siede e si accinge a scrivere).
Caren. Addì, eccetera — Comparsi davanti di me...
(Intanto cala la tela).