ATTO SECONDO
Scena come nel 1.º Atto.
SCENA PRIMA. Sig. Jnger, Olaf Skaktavl.
Jnger. (si siede a destra, al tavolo davanti alla finestra).
Olaf. (sta poco discosto da lei; i visi di entrambi palesano che una gran commozione li preoccupa) Per l’ultima volta Jnger Gyldenlöve, siete dunque irremovibile nel vostro proponimento?
Jnger. Non posso agire diversamente ed il mio consiglio è che facciate come me. È volontà di Dio che la Norvegia debba restare soggiogata e così sarà, che noi vogliamo o no.
Olaf. E io dovrei accontentarmi della fede? Dovrei starmene tranquillo ed inoperoso ora, che è giunto il tempo d’agire? Avete dimenticato ciò che io ho da rivendicare. Essi hanno occupato le mie terre e se le sono divise. Mio figlio, il mio unico figlio, l’ultimo della mia stirpe, fu da loro ucciso come un cane. Essi hanno perseguitato me stesso per i monti e per le selve per venti anni, ho il presentimento di dover presto morire; ma io ho la fede che essi non riesciranno a pormi nella tomba, prima che io non sia vendicato.
Jnger. Voi avete molti anni ancora da vivere. Che cosa volete fare?
Olaf. Fare? So io che cosa voglio fare? Non mi sono mai arreso senza combattere. Per questo dovreste aiutarmi. Avete abbastanza talento per ciò... Io non ho che le mie braccia e le mie armi.
Jnger. Le vostre armi sono arruginite, Olaf Skaktavl! Tutte le armi sono arruginite in Norvegia.
Olaf. Dunque si combatterà solo colla lingua? Jnger Gyldenlöve vi siete molto mutata; una volta batteva un cuor virile nel vostro petto.
Jnger. Non richiamate il passato.
Olaf. Ma io sono venuto per questo da voi. Uditemi e se...
Jnger. Bene; ma fate presto, perchè — sì, io devo dirvelo, non siete al sicuro in questa casa.
Olaf. L’esiliato non è sicuro nella Corte di Östrot? Lo sapevo da luogo tempo. Ma dimenticate che l’esiliato è mal sicuro in qualunque luogo!
Jnger. Dunque, parlate; io non ve lo impedisco.
Olaf. Trent’anni fa vi vidi per la prima volta; fu ad Akershus presso Knut Alfson e sua moglie. Allora eravate ancora quasi bambina; ma tuttavia eravate coraggiosa come un falco, irrequieta e di natura indocile. Erano molti che vi corteggiavano. Anche a me eravate cara, tanto cara, come non lo fu per me nessuna altra donna. Ma avevate un solo scopo ed una sola idea. Era il pensiero della infelicità e dei grandi bisogni del regno.
Jnger. Io, pensate, avevo quindici anni! Ed in quei giorni non ci pareva vero d’essere tutti presi da uno spirito ribelle.
Olaf. Chiamatelo come vi piace; ma io so questo: i nostri vecchi ed i nostri antenati dicevano essere scritto in cielo, che voi sareste stata quella che avrebbe scosso il nostro giogo e resi a noi i nostri diritti.
Jnger. Quello era un pensiero colpevole, Olaf Skaktavl. Era un pensiero orgoglioso e non l’appello del Signore che parlava a me.
Olaf. Voi avreste potuto essere l’eletta, se l’aveste voluto. Voi rappresentavate l’antica vostra razza, avevate potenza e ricchezze bastanti per potere aspettare; e avevate sempre un orecchio pietoso per i bisognosi, in qualunque tempo. Rammentate che ogni dopo pranzo, Enrico Krummedike veniva davanti ad Akershus colla flotta danese? I padroni dei bastimenti pregarono di venire ad un accordo, e Knut Alfson sicuro del salvacondotto si fece trasportare a bordo. Tre ore dopo noi lo portavamo alla porta del castello...
Jnger. Morto! morto!
Olaf. Il miglior cuore della Norvegia cessava di battere, ucciso dai mercenari di Krummedike. Mi pare ancora di vedere il funebre corteo passare nella sala dei cavalieri. Egli giaceva nella bara col colpo di scure sulla fronte, bianco come un lenzuolo. Posso dire che quella notte i migliori cavalieri norvegesi erano là riuniti. La signora Margherita stava presso al suo defunto e tutti e noi tutti giurammo di vendicare quell’ultima offesa e tutte le altre. Jnger Gyldenlöve, chi era quella che si inoltrò nel cerchio degli uomini? Una giovinetta, quasi una bambina, cogli occhi lucenti e la voce tremante per le lacrime. Che cosa giurò essa? Devo io ripetere le vostre parole?
Jnger. Giurai ciò che giurarono gli altri; nè più nè meno.
Olaf. Voi parlate del vostro giuramento... e l’avete già dimenticato.
Jnger. E come lo mantennero quelli che giuravano? Non parlo di voi, Olaf Skaktavl, ma dei vostri amici, di tutta la Norvegia. Non ve ne è stato uno, che abbia avuto il coraggio di essere uomo in questi anni. Ed ora rinfacciatemi che sono una donna.
Olaf. So ciò che volete dire. Per qual ragione essi si sottomisero, invece di sfidare il plenipotenziario fino agli estremi? Verissimo; oggi i discendenti delle nostre razze sono in esilio; ma se essi fossero stati tutti uniti, che sarebbe accaduto? E voi avreste potuto riunirli davanti a voi, tutti si sarebbero inchinati.
Jnger. Potrei rispondervi facilmente; ma voi non terreste conto della mia risposta. Non parliamo più di quello che è stato. Dite perchè siete venuto qui ad Östrot. Avete bisogno di un rifugio? Benissimo; io cercherò di procurarvelo. Se volete altro, parlate, mi troverete pronta.
Olaf. Da 20 anni sono senza patria. I miei capelli sono incanutiti sulle roccie dei paesi stranieri. Ho pernottato vicino ai lupi e agli orsi. Voi vedete signora Jnger, che non sono io che ha bisogno di voi; ma i nobili ed il popolo.
Jnger. La vecchia storia!
Olaf. Sì, e ciò suona male alle vostre orecchie, lo so bene; ma tuttavia voi la dovete sempre sentire. Alle corte, vengo dalla Svezia, essa è in agitazione. La rivoluzione deve scoppiare in Dalekarlia.
Jnger. Lo so.
Olaf. Il cancelliere Pietro è con noi, ma segretamente, voi m’intendete.
Jnger. (meravigliata) Come?
Olaf. È lui che mi ha mandato qui ad Östrot.
Jnger. (si alza) Il cancelliere Pietro?
Olaf. Egli stesso, o forse non lo conoscete più?
Jnger. (quasi fra sè) Bene. Ora ditemi, che messaggio portate?
Olaf. Quando la notizia del malcontento penetrò fino ai monti del confine, ove io viveva, mi misi subito sulla strada per la Norvegia. Poteva benissimo pensare che il cancelliere aveva preparato questo colpo di mano. Lo cercai e gli offrii il mio aiuto. Egli mi conosceva dai tempi passati. Egli sapeva che si poteva fidar di me e perciò mi mandò qui.
Jnger. (impaziente) Certo, certo; egli vi mandò per...?
Olaf. (con secretezza) Signora Jnger. Uno straniero arriverà a Östrot questa notte.
Jnger. Come? Voi sapete che...? (sorpresa).
Olaf. Sì, lo so, so tutto; il cancelliere mi ha mandato qui per trovarlo.
Jnger. Lui? Impossibile! Olaf Skaktavl. Impossibile!
Olaf. È come dico; se non è già venuto, non starà molto... fino...
Jnger. Sicuro; ma...
Olaf. Voi eravate preparata alla sua venuta?
Jnger. Certo; egli mi ha mandato sue notizie. Perciò vi fu aperto, appena bussato.
Olaf. (ascolta) Ascoltate! Ecco, qualcuno arriva a cavallo. (va alla finestra) La porta si apre.
Jnger. (guarda fuori) Un cavaliere col suo scudiero. Discendono in cortile.
Olaf. È questo? Il suo nome?
Jnger. Voi non sapete il suo nome?
Olaf. Il cancelliere si rifiutò di nominarlo. Disse soltanto, che l’avrei incontrato qui a Östrot la terza sera della fiera di San Martino...
Jnger. Appunto questa sera stessa.
Olaf. Egli porterà delle lettere; da queste potrò sapere o dalla vostra bocca, chi è egli.
Jnger. Allora permettetemi ch’io v’accompagni alla vostra stanza. Avete bisogno di riposo e ristoro, e dovrete parlar presto collo straniero.
Olaf. Come vi piace. (escono ambedue da sinistra).
Finn. (dopo una breve pausa entra da destra, guarda intorno, ritorna alla porta e fa segnali a quelli di fuori).
SCENA II. Finn, Nils Lykke, Jens Bjelke.
Lykke. (sottovoce) Nessuno?
Finn. (c. s.) No signore.
Lykke. E noi possiamo fidarci di te?
Finn. Il comandante di Drontheim mi diede dei certificati di fiducia.
Lykke. Bene. Me l’ha detto lui stesso. E prima di tutto, questa sera è arrivato qui uno straniero prima di noi?
Finn. Sì, è venuto un’ora fa.
Lykke. (sottovoce a Bjelke) È qui. (a Finn) Tu lo riconosceresti? L’hai visto?
Finn. No. Nessuno fuori del portinaio. Egli fu introdotto subito presso la signora Jnger.
Lykke. Ebbene? E lei? Il forestiero non sarà di certo già ripartito?
Finn. No. Ma credo che lo tenga nascosto nelle sue proprie stanze, perchè....
Lykke. Va bene.
Bjelke. Prima di tutto sentinella alla porta. Così l’abbiamo sicuro.
Lykke. (sorridendo) Hum! (a Finn) Dimmi, in questo castello c’è un’altra uscita oltre la porta?
Finn. (lo guarda meravigliato).
Lykke. Non guardarmi così stupidamente. Domando, se qualcuno può uscire, quando è chiusa la porta del castello.
Finn. Io non lo so. Si parla certo di strade secrete nei sotterranei. Ma nessuno le conosce, eccetto la signora Jnger e forse la signora Elina.
Bjelke. Al diavolo!
Lykke. Bene; tu puoi andare.
Finn. Se avete bisogno di me, bussate alla seconda porta di questa sala, sarò subito ai vostri ordini.
Lykke. Bene.
Finn. (parte).
SCENA III. Nils Lykke e Jens Bjelke.
Bjelke. Ascoltate, fedele amico e fratello; questa è una cattiva spedizione per noi due.
Lykke. (ridendo) Oh! per me spero di no.
Bjelke. No? Primieramente c’è poco onore nel far la caccia a Nils Sture. Devo crederlo un sapiente od un pazzo dal suo modo d’agire? Prima suscita la rivolta fra i contadini, quindi promette loro aiuto ed infine scappa e va a nascondersi dietro una sottana. Davvero io mi pento, lo dico francamente, d’aver seguito il vostro consiglio e non aver agito secondo le mie proprie intenzioni.
Lykke. (sottovoce) Il pentimento viene assai tardi, caro fratello.
Bjelke. Non fu mai mia passione quella di scovare i tassi. Io mi aspettava tutta un’altra cosa. Sono venuto coi miei cavalieri da Jämteland. Ho ricevuta la lettera del comandante di Drontheim, che mi ordina di cercare dove mi piace il ribelle. Tutte le traccie indicano che egli si è nascosto ad Östrot.
Lykke. È qui, è qui, vi dico.
Bjelke. Niente di più naturale, se avessimo trovato la porta ben custodita! Io avrei potuto almeno impiegare i miei cavalieri.
Lykke. Invece di questo ci si apre gentilmente la porta. State attento: se la signora Jnger corrisponde alla sua fama, non lascierà mancare di nulla i suoi ospiti.
Bjelke. Per farmi allontanare dalle mie idee, nevvero! Come vi è venuto in mente di farmi lasciare indietro i miei cavalieri? Se li avessimo condotti qui...
Lykke. Essa ci avrebbe ricevuti lo stesso come graditi ospiti, ma pensate però, che questa visita avrebbe fatto gran chiasso; i contadini avrebbero visto in ciò un insulto alla signora Jnger. Essa avrebbe riacquistato il favore della moltitudine e questo non è da consigliarsi.
Bjelke. Può essere; ma adesso che facciamo? Voi dite che Sture è qui. A che mi serve? La signora Jnger avrà certamente più d’una via d’uscita. Noi due possiamo restare qui fin che vogliamo; non scopriremo mai niente.
Lykke. Ebbene, caro signore; se non vi piace la piega che la nostra spedizione ha preso, lasciate a me il campo.
Bjelke. A voi? Che volete fare?
Lykke. Astuzia e finezza possono fare ciò, che non possono le armi. Ebbene, parlando francamente, Sig. Bjelke, io avevo già questo pensiero, quando ci siamo trovati a Drontheim.
Bjelke. Mi avete perciò persuaso a separarmi dai miei uomini?
Lykke. Così i nostri affari possono essere meglio finiti e poi...
Bjelke. Andate al diavolo... l’avrei quasi detto! Io avrei dovuto sapere, che voi siete astuto come una volpe.
Lykke. Sì, ma badate; qui bisogna fare come la volpe, se si vuol combattere colle stesse armi ed io vi dirò che è per me di una grande importanza, di disimpegnarmi con prudenza del mio incarico. Dovete sapere che il re mio padrone, alla mia partenza è stato poco gentile con me. Egli ha creduto d’avere le sue ragioni quantunque io abbia la convinzione d’essergli stato utile in più d’una difficile impresa, come pochi lo furono.
Bjelke. Voi potete credervi. Dio e tutto il mondo sa che voi siete il più astuto dei tre Regni.
Lykke. Grazie. Ciò non dice molto. Quel che voglio fare qui, sarà il mio capolavoro perchè qui si tratta d’ingannare una donna.
Bjelke. In questo caso voi ne avete fatti degli altri capolavori. Credete che noi non conosciamo anche in Isvezia la canzone:
«In Norvegia sospiran le vergini pure»
«Dio volesse che Nils Lykke mi amasse»
Lykke. Questi versi valgono per le giovinette di venti anni, ma la signora Jnger ne ha cinquanta ed è astutissima. Sarà difficile il vincerla, ma riescirò ad ogni costo. Se riesco a procurare al re certi vantaggi, che egli desidera da lungo tempo, posso calcolare che nella vicina primavera a me confiderà la legazione di Francia. Voi sapete bene ch’io passai tre anni alla Università di Parigi. Tutte le mie idee sono rivolte là; vorrei presentarmivi come ambasciatore del re. Ebbene, non è vero?... Voi mi lascerete trattare colla signora Jnger. Pensate, quando voi eravate alla corte di Copenaghen, io vi ho abbandonate molte damigelle.
Bjelke. Voi sapete che la vostra generosità non è stata molto grande, perchè avevate in vostra mano tutte quelle ragazze, ma è tutt’uno... Dal momento ch’io ho sbagliato l’indirizzo della cosa, preferisco che continuiate voi solo; però voglio la vostra parola che, se il conte Sture sarà preso, è inteso, che lo rimetterete vivo o morto nelle mie mani.
Lykke. L’avrete vivo, io non voglio ucciderlo. Ma adesso ritornate dai vostri cavalieri; occupate la via. In caso ch’io veda qualche cosa di sospetto, sarete subito avvisato.
Bjelke. Bene, bene; ma come posso andare via?
Lykke. Il servitore che ci ha condotti qui, vi aiuterà; ma nel più grande silenzio.
Bjelke. Va bene. Buona fortuna.
Lykke. La fortuna non mi ha mai abbandonato nella lotta colle donne.
Bjelke. (parte a destra).
SCENA IV. Nils Lykke (solo).
Lykke. (tace un momento, va su e giù per la stanza). Eccomi finalmente ad Östrot. Il vecchio possesso dei nobili Jnger, del quale una fanciulla due anni fa mi raccontò tante cose. Sì, due anni fa era ancora bambina, adesso... adesso... è morta (canticchia a mezza voce) «Le rose fioriscono e poi muoiono» (guarda intorno) Östrot! Mi pare di averlo già veduto, come se fosse casa mia. Là c’è la sala dei cavalieri; e qui sotto sono i sepolcri della famiglia. Di certo anche Lucia giace là. (più adagio, serio e sforzandosi di scherzare) Se io fossi un uomo pauroso, potrei immaginarmi che essa si sia rivoltata nella tomba, quando io ho messo il piede in questa casa. Quando io traversai il cortile mi sembrò si sollevasse il coperchio dell’avello, e quando adesso pronunciai il suo nome mi sembrò di udire una voce chiamarla per uscire dalla tomba. Forse essa monta le scale. Forse il sudario le impedisce d’andare, ma essa avanza sempre e gradatamente; essa è là nella sala dei cavalieri forse; si appoggia ad una colonna e mi guarda. (alza la testa) Vieni Lucia, intrattienti un poco con me. Tua madre mi fa aspettare. È noiosa l’aspettativa, e tu mi hai fatto passare la noia di molte ore. (si passa la mano sulla fronte e va in su e in giù) To’, appunto, ecco la finestra bassa coi panneggiamenti. Là, Jnger Gyldenlöve suole stare a guardare sulla via, come aspettando uno che non viene mai. Là (guarda la porta a sinistra) è la stanza della sorella Elina. Elina? Sì, si chiama Elina. Posso credere che essa sia così strana, intelligente e coraggiosa come diceva Lucia? Deve essere anche bella... ma come moglie? Non avrei dovuto scrivere così apertamente. (vuol sedere alla tavola ma si alza) Come mi riceverà la signora Jnger? Spero che non farà crollare il castello sopra di noi, spero che non mi farà cadere in un trabocchetto e nemmeno sorprendermi con un pugnale.
SCENA V. Nils Lykke, Sig. Jnger.
Jnger. (viene dal mezzo freddamente) Vi presento i miei saluti, signor ambasciatore.
Lykke. (s’inchina profondamente) Ah! La signora di Östrot!
Jnger. E i miei ringraziamenti per avermi annunciata la vostra visita.
Lykke. Niente di più del mio dovere. Aveva ben ragione di credere che la mia venuta vi avrebbe sorpresa.
Jnger. In verità, signor ambasciatore, non avete sbagliato. Non avrei mai pensato d’aver l’onore di ospitare il sig. Nils Lykke.
Lykke. E ancora meno che venissi come amico.
Jnger. Come amico? Voi aggiungete anche lo scherno alla vergogna, e alla miseria, che avete accumulata sulla mia casa! Dopo avermi portato nella tomba una bambina, osate ancora...?
Lykke. Perdonate signora Jnger, su questo punto non saremo mai d’accordo. Voi non considerate ciò che io ho perduto in quella disgraziata occasione. Le mie intenzioni erano oneste. Io era stanco della vita disordinata. Io aveva già più di 30 anni e desiderava una buona e cara moglie; a ciò aggiungete la speranza sulla fortuna di diventare vostro genero.
Jnger. Siate cauto, signor ambasciatore. Io ho taciuto su ciò che accadde a mia figlia, ma non crediate che mi sia ignoto nulla. Verrà forse l’occasione...
Lykke. Vi avevo offerto la mia mano per un accordo. Voi rifiutaste d’accettarla e adesso volete fra noi guerra aperta, l’intendete proprio così?
Jnger. Non ho mai saputo, che sia stato altrimenti prima.
Lykke. Da parte vostra forse, ma io non sono stato mai vostro nemico. Quantunque come suddito del re di Danimarca, avessi avuto le mie buone ragioni.
Jnger. Capisco, io non sono stata abbastanza sottomessa. Non è andato come desideravate, che io passassi nel vostro campo; ma mi sembra che voi non avete da lagnarvi di me. Il marito di mia figlia Merete è vostro compatriota. Più in là non posso andare. La mia posizione è difficile, Nils Lykke.
Lykke. Comprendo benissimo. La nobiltà, il popolo credono di avere delle pretese su voi, pretese che voi non avete soddisfatte che a metà.
Jnger. Scusate signore, io non rendo conto delle mie azioni che a Dio ed a me stessa. Se vi piace, ditemi che cosa vi conduce.
Lykke. Subito, signora Jnger. Lo scopo della mia visita non vi può essere sconosciuto.
Jnger. Io so che compito dovete adempiere. È di grande importanza per voi l’aver notizie della nobiltà norvegese.
Lykke. Certo.
Jnger. E per questo venite ad Östrot?
Lykke. In parte sì. Ma io non vengo per esigere un assentimento da voi.
Jnger. Ebbene?
Lykke. Ascoltatemi signora Jnger. Voi dicevate or ora che la vostra posizione è difficile. Voi siete tra due campi nemici, che osano fidarsi soltanto a metà di voi. Il vostro interesse personale vi lega necessariamente a noi. D’altra parte siete legata ai malcontenti come compatriota e forse anche per altre secrete convenzioni.
Jnger. (piano) Secrete convenzioni? Dio! Dovesse egli?...
Lykke. (vede le sue mosse ed aggiunge con calma) Voi vedete benissimo che questa posizione non può più durare. Mettete il caso che sia in mio potere di liberarvi da questa posizione che...
Jnger. In vostro potere, dite?
Lykke. Prima di tutto signora Jnger, vi prego di non dar importanza alle parole che vi ho detto, su ciò che riguarda noi due personalmente. Non crediate che io trascuri un momento il debito che ho verso di voi. Fu sempre mia intenzione di rimediare all’offesa che vi ho fatta.
Jnger. Spiegatevi esattamente signor ambasciatore, adesso non vi capisco.
Lykke. Forse non mi sbaglio, supponendo che vi inquietino le rivolte che minacciano la Svezia. Voi sapete o l’immaginerete in ogni caso, che queste rivolte hanno uno scopo più grande, di quello che in generale s’attribuisce; e voi capirete che il nostro re non può vedere questo tranquillamente; se tali fatti non cessano... Non è vero?
Jnger. Continuate.
Lykke. (pensando dopo una breve pausa) Può darsi il caso che il trono di Gustavo sia in pericolo.
Jnger. (piano) A che vuol venire?
Lykke. Il caso stesso, che si trovi in Svezia un uomo capace di sollevare il popolo contro il sovrano.....
Jnger. (indietreggia) La nobiltà svedese è tanto avvilita e degradata quanto la nostra sig. ambasciatore!... Dove volete andare a cercare...
Lykke. (sorridendo) Cercare? L’uomo è trovato.
Jnger. Ah! già trovato?
Lykke. Ed egli è vicino a voi, nobile signora, sebbene i vostri pensieri non possano cadere su lui. (la guarda impassibile) Il defunto conte Sture aveva lasciato un figlio.
Jnger. (con un grido) Dio mio, come lo sapete voi?
Lykke. Calmatevi, nobile signora, lasciatemi finire. Questo giovane signore ha vissuto fin qui nascosto presso sua madre, la vedova di Steno Sture.
Jnger. (c. s.) Presso? Ah! sì — sì — certo!
Lykke. Ora è entrato in azione. In Dalekarlia si è atteggiato a capo dei contadini. I suoi fatti crescono ogni giorno, e — come voi forse saprete, essi trovano partigiani nel popolo.
Jnger. (rimettendosi) Signor ambasciatore, voi richiamate tutte queste cose, sapendo benissimo che io le so. A che scopo lo fate voi? Non lo so e non voglio saperlo. La mia intenzione è di vivere tranquilla nei miei possessi; io non stimo i seminatori di discordie, dunque se avete la mente a ciò, vi prego di renunziarvi.
Lykke. (impazientito) Vorrete restare estranea ed inoperosa se io pensassi di parteggiare per voi?
Jnger. Come vi posso capire?
Lykke. Non avete dunque compreso su che cosa si aggira il mio discorso? Ebbene, vi dirò tutto apertamente. Sappiate dunque che il re ed il suo ministro hanno compreso che noi non possiamo essere sicuri in Norvegia, finchè nobiltà e popolo continuano nelle ribellioni. Abbiamo capito che questi sarebbero più volentieri alleati che sudditi forzati e noi non desideriamo di meglio, che sciogliere questo legame, che in fondo ci opprime come voi. Ma voi riconoscerete facilmente che il sentimento dei Norvegesi per un tal passo dà molto da pensare — finchè non avremo un appoggio sicuro.
Jnger. E questo appoggio?
Lykke. Prima di tutto bisogna cercarlo in Svezia. Ma là non può succedere finchè governa Gustavo Wasa. Perchè il suo conto colla Danimarca non è finito e non lo sarà mai. Ma un nuovo re di Svezia che avesse l’appoggio del popolo e la corona della Danimarca... Sì, voi cominciate a comprendermi. Allora potremo dire a voi Norvegesi: «Riprendete i vostri vecchi diritti. Sceglietevi un re di vostro aggradimento, siate nostri amici nel bisogno tanto, quanto lo siamo stati per voi!» Osservate signora Jnger questa generosità in fondo, non è grande come forse pare, perchè vedete voi stessa, che noi diverremo forti sebbene lontani. Ed ora che ho parlato francamente con voi, abbandonate ogni sospetto. Dunque (con sicurezza) il cavaliere svedese che è entrato un’ora prima di me...
Jnger. Allora voi sapete già?
Lykke. Completamente. È lui che cerco.
Jnger. (fra sè) Strano. Dunque è vero ciò che ha detto Olaf Skaktavl! (a Lykke) Vi prego d’aspettare qui, signor ambasciatore. Vado per condurvelo (esce per la sala dei cavalieri).
SCENA VI. Nils Lykke (solo).
Lykke. (la guarda meravigliato e trionfante) Lo cerca! Sì certo, lo cerca! La battaglia è vinta per metà. Non l’avrei mai creduto così facile. Essa è d’accordo cogli agitatori. Essa si è spaventata, quando io nominai il figlio di Steno Sture. Ebbene? Hum! ma adesso è caduta nella trappola, egli non ci farà grande difficoltà. Un giovinotto senza esperienza e riflessione!... Colla mia promessa di aiuto partirà e per caso Jens Bjelke lo farà prigioniero sulla strada; così la sua intrapresa andrà fallita. E poi? Un altro passo per i miei interessi. Faremo correre la voce che il giovane conte era all’estero e che l’ambasciatore danese aveva un convegno colla signora Jnger, che ad un quarto d’ora di distanza dalla Corte egli è stato preso dai cavalieri del re Gustavo. La benevolenza di cui gode Jnger può essere grande fin che si vuole, ma non potrà reggere a un tal colpo. (salta in piedi inquieto) Per tutti i diavoli! Se la signora Jnger avesse indovinato l’inganno? Forse ce lo farà scappare in questo momento dalle mani! (ascolta) No, non c’è pericolo. Vengono.
SCENA VII. Nils Lykke, Sig. Jnger, Olaf Skaktavl poi un SERVO.
Jnger. (a Lykke) Vi conduco quello che aspettavate.
Lykke. (piano) Diavolo! Che è ciò?
Jnger. Ho detto a questo cavaliere il vostro nome e tutto ciò che mi avete raccontato.
Lykke. (titubante) Sì? Ah sì? Ebbene?
Jnger. Ed io non vi voglio nascondere che egli non ha nessuna fiducia nel vostro aiuto.
Lykke. No?
Jnger. Vi meravigliereste? Voi conoscete i suoi sentimenti, la sua dura sorte.
Lykke. La sorte di questo uomo? Ebbene — sì, sì — sicuramente.
Olaf. (a Lykke) Poichè il cancelliere Pietro ci mandò ambedue qui per riunirci...
Lykke. Il cancelliere? (si rimette subito) Sì, è vero, ho un messaggio da parte del cancelliere.
Olaf. Ed egli deve sapere meglio di noi, di chi si può fidare. Io non voglio rompermi il capo per riflettervi.
Lykke. Avete ragione, caro signore; questo no, ad ogni costo.
Olaf. Al fatto.
Lykke. Sì, al fatto senza raggiri; è sempre stato mio costume.
Olaf. Volete dirmi che ambasciata portate?
Lykke. Io credo che voi possiate quasi indovinare.
Olaf. Il cancelliere parlava delle carte che...
Lykke. Carte? Ah! sì, le carte...
Olaf. Le avete con voi?
Lykke. Certo, e ben custodite, fin troppo quasi, per potervele presentare così in fretta. (cerca in tasca e dice fra sè) Chi può mai essere costui? Che faccio io? Potrei fare delle grandi scoperte. (si accorge che i servi apparecchiano la tavola ed accendono le lampade nella sala dei cavalieri) (ad Olaf) Ah! vedo che la signora Jnger fa preparare la cena. A tavola potremo discorrere meglio dei nostri affari.
Olaf. Bene, come vi piace.
Lykke. (piano) Tempo guadagnato, tutto vinto. (con grande cortesia alla signora Jnger) Ed intanto potremo sentire qual partecipazione darà la signora Jnger ai nostri progetti.
Jnger. Io? Nessuna.
Lykke e Olaf. (ad un tempo) Nessuna?
Jnger. Voi vi meravigliate, nobili signori, che io non voglia tentare un giuoco, al quale bisogna arrischiare tutto? Tanto più che nessuno dei miei alleati osa fidarsi di me?
Lykke. Questo rimprovero non mi riguarda. Io vi credo ciecamente; siatene sicura, vi prego.
Olaf. Chi può fidarsi di voi meglio dei vostri compatrioti?
Jnger. Certo, questa fiducia mi onora. (va ad un armadio in fondo e riempie di vino due coppe).
Lykke. (piano) Maledizione! Se essa si svincolasse dal laccio!
Jnger. (porge ad ognuno una coppa) E perciò vi offro il bicchiere del benvenuto ad Östrot. Bevete, nobili cavalieri. Bevete fino all’ultima goccia. (li guarda, e quando hanno bevuto dice severamente) Ma adesso sappiate, che una di queste conteneva il benvenuto per il mio alleato, l’altra la morte per il mio nemico.
Lykke. (getta in terra il bicchiere) Io sono avvelenato.
Olaf. (brandendo la spada) Ah! perdio, io sono assassinato.
Jnger. (ridendo a Olaf, mentre addita a Lykke) Questa è la fiducia dei Danesi in Jnger! (a Lykke additando Olaf) E questa la fiducia dei miei compatrioti! (ad ambedue) Ed io dovrei darmi in vostro potere? Pazienza, nobili signori, soltanto pazienza. La signora di Östrot ha ancora le sue facoltà mentali.
SCENA VIII. Detti, Elina (da sinistra).
Elina. Qual rumore! Che c’è?
Jnger. (a Lykke) Mia figlia Elina.
Lykke. (fra sè) Non l’avrei mai immaginata così bella!
Elina. (guarda Lykke sorpresa e si arresta).
Jnger. (le prende il braccio) Figlia mia, questo cavaliere è...
Elina. (fa un movimento di repulsione, guardando fissamente Lykke) È inutile, lo indovino; egli è il nobile Nils Lykke.
Lykke. (piano a Jnger) Come? Essa mi conosce? Forse Lucia? Che sappia....?
Jnger. (sottovoce) Silenzio! Essa non sa nulla.
Elina. (fra sè) Lo sapevo bene, me lo sono immaginato così.
Lykke. (si avvicina) Ebbene, Elina Gyldenlöve, voi avete indovinato, e poichè io sono conosciuto in certo modo da voi, e sono ospite di vostra madre, spero non mi rifiuterete il mazzolino di fiori, che portate sul vostro seno. Fino a che essi saranno freschi e profumati io possederò un’immagine di voi stessa.
Elina. (fiera, guardandolo fissamente) Perdonate, signor cavaliere, questi fiori li ho colti nella mia stanza e là non vi sono fiori per voi.
Lykke. (distaccando il mazzo che esso ha sul petto) Allora non rifiuterete questo piccolo dono. Una onorata signora me lo diede alla mia partenza questa mattina da Drontheim. Credete pure nobile damigella, se dovessi farvi un regalo degno di voi, sarebbe una corona regale.
Elina. (prendendo i fiori contro la sua volontà) Anche se mi presentaste la corona di Danimarca, prima che io l’avessi a dividere con voi, la spezzerei colle mie mani e ve la getterei ai piedi! (gli getta ai piedi i fiori e va nella sala).
Olaf. (fra sè) Ardita come sua madre alla tomba di Knut Alfson.
Jnger. (sottovoce dopo aver guardato Elina e Lykke) Si può ammaestrare il lupo, adesso non c’è altro a fare che incatenarla.
Lykke. (riprende i fiori e guarda Elina) Per Dio, come è superba e bella!
FINE DELL’ATTO SECONDO.