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La signora Inger di Östrot

Chapter 29: ATTO QUARTO
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About This Book

An aristocratic widow struggles to preserve her estate and influence amid competing local and foreign interests, pursuing marriages, alliances, and political maneuvering to secure her family’s future. Personal loyalties conflict with public obligations as tensions among relatives, retainers, and rival claimants surface. Rumours, concealed motives, and past choices complicate negotiations and provoke moral dilemmas, while confrontations and strategic bargaining escalate stakes. Presented in five acts of historical drama, the piece alternates intimate domestic scenes with broader political intrigue to explore themes of honor, identity, leadership, sacrifice, and the burden of legacy.

ATTO QUARTO

La sala dei Cavalieri, come nell’atto precedente. La tavola da pranzo è via.

SCENA PRIMA.

Il cameriere Björn fa luce con un candeliere a più bracci alla signora Jnger Gyldenlöve e ad Olaf Skaktavl; essi entrano dalla seconda porta a sinistra, la signora Jnger ha alcune carte in mano.

Jnger. E tu sei sicuro che mia figlia ha parlato in questa sala col cavaliere?

Björn. (che ha posato il candeliere sulla tavola a sinistra) Perfettamente sicuro. Io l’ho incontrata appunto, quando essa entrava in quel corridoio.

Jnger. E ti è sembrata commossa? Non è così?

Björn. Ella aveva l’aspetto pallido e turbato. Io le ho domandato, se si sentisse male, ma invece di rispondere alla mia domanda, mi ha detto: «Va da mia madre e dille che il cavaliere partirà avanti lo spuntar del giorno; se essa ha da dargli delle lettere, ovvero da fargli delle ambasciate, pregala di non cagionargli nessun non necessario ritardo.» Quindi ha detto ancora qualcosa, ch’io non ho potuto esattamente capire.

Jnger. Ma non hai potuto afferrarne nemmeno il senso?

Björn. Sì, qualcosa come questo: «Credo quasi, che egli sia stato già troppo lungamente in Östrot»

Jnger. Ed il cavaliere dove è?

Björn. Io credo nella sua stanza, sopra il portone.

Jnger. Bene. Io ho pronto, ciò che penso di dargli. Va da lui e digli, che l’aspetto qui in sala.

Björn. (via dalla destra).

SCENA II. La Signora Jnger e Olaf Skaktavl.

Olaf. Sapete, signora Jnger, di simili cose io sono del tutto al buio come una talpa...; ma ciò mi vuol sembrare come se... hem!

Jnger. Ebbene?

Olaf. Come se Nils Lykke ami la vostra figliuola.

Jnger. Allora voi non siete del tutto cieco; poichè io dovrei molto ingannarmi, se voi non aveste ragione. Non avete osservato, come egli a cena ascoltasse avidamente ogni parola, che si riferisse ad Elina?

Olaf. Egli dimenticava anche di mangiare e bere.

Jnger. E fin’anco i nostri segreti affari.

Olaf. E quel che più anche... le carte del cancelliere.

Jnger. E da tutto questo voi conchiudereste quindi...?

Olaf. E da tutto questo io conchiudo primieramente che voi, che conoscete Nils Lykke e sapete quale fama goda in fatto di donne...

Jnger. Debba esser contenta, se lo so di nuovo via?

Olaf. Sicuro; più presto è, tanto meglio.

Jnger. (ride) No, al contrario, Olaf Skaktavl.

Olaf. Che pensate allora?

Jnger. Se la cosa stesse, come noi due crediamo, Nils Lykke non dovrebbe a nessun costo abbandonare così presto Östrot.

Olaf. (la guarda disapprovando) Vi mettereste di nuovo su strade a noi ignote signora Jnger? A quali nuovi progetti pensate? Vi è qualcosa che la vostra potenza potrebbe sviluppare a nostro danno e...?

Jnger. O piccolezza di mente, che rende tutti ingiusti verso di me! Io vi osservo, voi credete sia mia intenzione di fare di Nils Lykke il marito di mia figlia. Se io volevo questo... perchè mi sarei ricusata di prender parte alle cose che adesso si preparano in Svezia e che Nils Lykke e la volontà di tutta la fazione svedese sembra di sostenere?

Olaf. Se non è dunque vostro desiderio, di guadagnare Nils Lykke e di cattivarvelo... che avete dunque in mente riguardo a lui?

Jnger. Voglio spiegarvelo in poche parole. In una lettera Nils Lykke mi domandava in favore di poter entrare a far parte della nostra famiglia ed io... voglio onestamente confessare, per un momento ho veramente presa in esame la cosa.

Olaf. Ebbene, vedete bene!

Jnger. Imparentandomi con Nils Lykke, sarebbe stato un potente mezzo per appianare molte discordie qui nel paese.

Olaf. L’unione di vostra figlia Merete con Vincenzo Lunge, mi sembra, v’abbia dovuto mostrare ciò che tali mezzi producono. Appena il sig. Lunge ebbe piede sicuro da noi, quando egli si fu impossessato dei beni e dei privilegi...

Jnger. Ah, lo so, Olaf Skaktavl! Ma alle volte varii pensieri si incrociano nella mia mente. Io non posso confidarmi pienamente nè a voi, nè ad altri. Spesso non so, che cosa meglio mi convenga. E non ostante... scegliere per la seconda volta per marito di mia figlia un signore danese è un’uscita, alla quale io potrò ricorrere soltanto in un estremo caso di bisogno e, grazie a Dio, a tal punto non ci siamo ancora.

Olaf. Adesso ne so quanto prima, signora Jnger. Perchè volete trattenere in Östrot Nils Lykke?

Jnger. (a bassa voce) Perchè nutro contro di lui un segreto rancore. Nils Lykke mi ha offesa gravemente, come nessun altro. Io non posso dirvi l’offesa. Ma io non troverò pace, fintantochè non mi sarò vendicata di lui. Non mi capite? Ammettete che Nils Lykke sia innamorato di mia figlia; mi sembra che sia ammissibile. Io voglio indurlo a rimaner qui. Egli deve imparare a conoscere Elina più da vicino. Essa è bella e saggia allo stesso tempo. Se egli più tardi, coll’ardente amore di un giorno nel cuore mi venisse innanzi e supplicante me la domandasse in sposa, allora... lo discaccerò via come un cane, con scherno, con ludibrio, con disprezzo, e farò noto per tutto il paese che Nils Lykke invano cercò in Östrot una sposa. Io vi dico, che darei 10 anni della mia vita per poter godere di una tale ora!

Olaf. La mano sul cuore, signora Jnger Gyldenlöve, sarebbe questa la vostra vera intenzione?

Jnger. Questa e non altra, come è vero che vi è un Dio! Voi potete credermi, Olaf Skaktavl, io tratto onestamente co’ miei compatrioti. Ma io sono così poco padrona di me! Vi sono certe cose, che debbono rimaner segrete, pena la mia vita. Lasciate ch’io sia una volta sicura da ogni parte, allora vedrete se io ho dimenticato, ciò che giurai sulla bara di Knut Alfson.

Olaf. (le scuote la mano) Grazie per le vostre parole! M’avrebbe rincresciuto di dover pensare male di voi. Tuttavia in quanto riguarda il disegno col cavaliere, mi sembra, che voi giuochiate un giuoco arrischiato... Se voi vi foste sbagliata adesso ne’ vostri calcoli? Se vostra figlia...? Poichè si dice, che nessuna donna abbia potuto resistere a questo scaltrissimo diavolo.

Jnger. Mia figlia? Credete voi che essa...? No, siate tranquillo. Io conosco Elina meglio di voi. Tutto ciò, che essa ha sentito sul conto di lui, ha in lei destato un odio grandissimo. Voi stesso del resto avete visto co’ vostri proprii occhi...

Olaf. Sì, sì... del cuore delle donne pur troppo non ci si può fidar molto. Ma voi dovete però prendere le vostre cautele prima.

Jnger. Questo lo farò pure: io vigilerò su tutti e due. E se dovesse riescirgli pure di attirarla nella sua rete, mi basterà soltanto di far cadere nell’orecchio di mia figlia una sola parola e lei...

Olaf. E lei...?

Jnger. Lei fuggirà, davanti a lui come davanti al diavolo in persona. Ma silenzio, Olaf Skaktavl, egli viene. Siate cauto.

Nils Lykke. (viene dalla prima porta a destra).

SCENA III. Detti e Nils Lykke.

Lykke. (rivolgendosi gentile alla signora Jnger) Mi avete fatto chiamare, nobile dama?

Jnger. Da mia figlia ho saputo, che voi pensate già di lasciarci questa notte.

Lykke. Sventuratamente, le mie faccende in Östrot sono adesso finite.

Olaf. Non prima, ch’io abbia ricevute le lettere.

Lykke. Perfettamente. Quasi quasi, dimenticavo il più importante della mia missione. Ma la colpa è della padrona di casa. A tavola seppe essa sì bene saviamente e briosamente intrattenere i suoi ospiti...

Jnger. Che voi dimenticaste, il motivo che vi aveva qui condotto? Me ne rallegro, poichè questa era appunto la mia intenzione. Ho pensato: Se il mio ospite Nils Lykke si dovesse trovar bene in Östrot, egli dovrebbe...

Lykke. Che cosa, eletta dama?

Jnger. Dimenticare pria di tutto il suo mandato... e tutto ciò, che è accaduto pria della sua venuta.

Lykke. (ad Olaf, nel mentre tira fuori il pacco e glielo porge) Ecco le lettere del cancelliere. Voi vi troverete tutti gli schiarimenti sui nostri partigiani in Svezia.

Olaf. Questo va bene. (Ei siede su d’una sedia a sinistra, apre il pacco e sfoglia le carte).

Lykke. Ed ora, signora Jnger Gyldenlöve, non saprei qual cosa mi resti ancora da far qui.

Jnger. Voi potreste aver forse ragione, se unicamente i soli affari di Stato vi avessero qui condotto. Questo non vorrei però crederlo.

Lykke. Voi pensate...?

Jnger. Io penso, che Nils Lykke non sia venuto ospite da me, soltanto come consigliere di Stato o alleato del cancelliere. Mi sarei ingannata, figurandomi, che voi laggiù in Danimarca avete udito alcune cose, che vi hanno fatto desiderare di conoscere la signora di Östrot?

Lykke. Lontano da me il negarlo...

Olaf. (cercando nelle carte) Strano! Nessuna lettera.

Lykke. La fama della signora Jnger Gyldenlöve si è sparsa dapertutto. Il che mi ha fatto desiderare di conoscerla personalmente.

Jnger. L’ho pensato bene. Però non credo sia sufficiente un’ora passata alla tavola della sera, per conoscerla. Noi vogliamo cercare di dimenticare quel che tra noi prima è accaduto. Il Nils Lykke, ch’io conosco, voglia stendere un velo sopra il rancore, ch’io portai contro chi non conoscevo. Prolungate il vostro soggiorno tra noi per qualche tempo ancora, signor consigliere di Stato! Io non tenterò di persuadere Olaf Skaktavl. Egli ha i suoi incarichi per la Svezia. Al contrario per quanto riguarda voi, avrete sicuramente tutto in anticipazione così saggiamente combinato, che la vostra presenza non sarà necessaria. Credetemi, il tempo non vi parrà lungo presso di noi; in ogni modo io e mia figlia faremo il possibile, per farvi affettuosa compagnia.

Lykke. Io non dubito, nè delle vostre buone intenzioni, nè di quelle di vostra figlia verso di me. Di ciò ho avuto prova a profusione. E se io debbo non ostante dichiarare adesso, che mi è impossibile di prolungare il mio soggiorno in Östrot, capirete da ciò che la mia presenza è assolutamente necessaria altrove.

Jnger. Ebbene! Sapete voi, signor consigliere di Stato, che, s’io fossi maliziosa, potrei quasi credere, siate venuto in Östrot, per azzardare una lotta con me. Questa lotta voi credete di averla perduta, e per questo vi spiace d’indugiarvi più lungamente sul campo di battaglia e presso il testimone della vostra sconfitta.

Lykke. (ridendo) A tale spiegazione ci sarebbero parecchie ragioni da opporre: ma il certo si è, che io non ritengo ancora perduta la battaglia.

Jnger. Come che sia, se voi vi trattenete con noi un paio di giorni ancora, potete eventualmente riguadagnarla. Del resto vedete voi stesso, com’io sia titubante e irrisoluta nel bivio... di persuadere il mio pericoloso assalitore a non abbandonare il campo. Ebbene, parlandoci chiaro, la cosa è così: la vostra alleanza coi malcontenti in Svezia mi sembra anche un po’... come debbo chiamarla... ecco un po’ strana, signor consigliere di Stato! Io vi dico questo senza giro di parole, caro signore! Il pensiero che ha spinto il consigliere del re a questo passo clandestino, mi sembra molto prudente; ma contraddice coi precedenti dei vostri compatrioti durante l’anno scorso. Non dovete per questo avervela a male, se la mia fiducia nelle vostre belle promesse, ha bisogno di più forti garanzie, prima che io metta in vostra mano la mia sicurezza ed i miei beni.

Lykke. A questo scopo una più lunga dimora in Östrot sarebbe di poca utilità, poichè io penso di non fare alcun altro tentativo per smuovere la vostra decisione.

Jnger. Allora vi compiango sinceramente di cuore. Sì, signor consigliere di Stato, è ben vero che io sono una vedova priva di consiglieri, ma bisogna che crediate alle mie parole, se io vi profetizzo che dal vostro viaggio in Östrot nasceranno delle cose poco piacevoli per voi.

Lykke. (con un sorriso) Mi profetizzate ciò, signora Jnger?

Jnger. Certamente. Che cosa si dirà, nobil cavaliere? Gli uomini al giorno d’oggi malignano così volentieri! Più di un bello spirito scriverà su voi delle canzoni ingiuriose. In meno di mezzo anno sarete sulla bocca di tutti: la gente si fermerà per via, vi guarderà dietro e dirà: «Vedete, vedete; ecco il cavaliere Nils Lykke, che è andato in Östrot per sorprendere la signora Jnger Gyldenlöve ed invece è rimasto preso nella sua stessa rete.»

Lykke. (fa un movimento d’impazienza).

Jnger. Bene, bene signor cavaliere, non siate così impaziente! Questa non è la mia opinione, però i cattivi ed i maligni giudicheranno così. E di questi per disgrazia ve ne sono anche troppi. Sì, questo è il male; ma è sicuro e vero che la vostra ricompensa sarà lo scherno. Scherno, perchè una donna fu più accorta di voi. «Scaltro come una volpe, egli s’introdusse in Östrot» si dirà; «ritornò da quel luogo vergognoso come un cane.» Ed ancora una: Credete voi che il cancelliere ed i suoi amici vi ringrazieranno per la vostra assistenza, se si dirà, ch’io non oso combattere sotto la vostra bandiera?

Lykke. Voi parlate saggiamente, nobile signora! E per non espormi allo scherno, e più ancora, per non alienarmi l’appoggio di tutti i buoni amici di Svezia, sono costretto...

Jnger. (gaia) Di prolungare il soggiorno in Östrot?

Olaf. (che ha ascoltato, a parte) Adesso casca egli nell’agguato!

Lykke. No, nobile signora; io sono costretto, di conchiudere con voi un concordato.

Jnger. E se non vi riescisse?

Lykke. Riescirò.

Jnger. Siete sicuro del fatto vostro, a quanto pare!

Lykke. Che cosa scommettiamo che voi consentirete alla proposizione mia e del cancelliere?

Jnger. Il castello di Östrot contro la vostra testa!

Lykke. (si batte sul petto e chiama) Olaf Skaktavl... vedete in me il signore di Östrot!

Jnger. Signor consigliere di Stato!...

Olaf. (alzandosi) Ebbene, che cosa c’è?

Lykke. (alla signora Jnger) Io non accetto la scommessa, poichè fra momenti mi regalerete volentieri Östrot ed anche dippiù, per tirarvi fuori dalla rete, nella quale voi siete caduta, non io.

Jnger. Il vostro scherzo incomincia a diventare assai divertente, signor cavaliere.

Lykke. E lo sarà più ancora... almeno per me. Voi vi siete insuperbita, per avermi soperchiato. Voi minacciate perciò di accumulare su me il ludibrio e lo scherno di tutti gli uomini. Ah vi dovete piuttosto guardar voi, dal risvegliare la mia brama di vendetta, poichè con due parole io vi posso costringere a cadermi in ginocchio.

Jnger. Ah, ah...! (essa s’arresta subitaneamente, come presa da un presentimento). E queste due parole, Nils Lykke? queste due parole...?

Lykke. Sono il segreto del figlio vostro e di Steno Sture.

Jnger. (con un grido) Oh Dio!...

Olaf. Il figlio di Jnger Gyldenlöve! Che dite voi mai?

Jnger. (cadendo per metà in ginocchio davanti a Lykke) Perdono! Siate pietoso...!

Lykke. (l’alza) Tornate in voi e discorriamo posatamente insieme.

Jnger. (con voce sommessa, come lontana) Avete sentito, Olaf Skaktavl? Od è stato soltanto un sogno? Avete sentito ciò che egli ha detto?

Olaf. Non è stato un sogno, signora Jnger!

Jnger. (batte le mani insieme) E voi lo sapete! Voi... voi...! Però dove l’avete nascosto? Dov’è? Che cosa ne volete fare? (gridando) Non l’ammazzate, Nils Lykke! Restituitemelo! Non me lo ammazzate!

Olaf. Ah, incomincio a capire...

Jnger. E quest’affanno... e questa paura che mi tormenta! L’ho tenuto nascosto per tanti lunghi anni... ed adesso tutto ad un tratto si svela ed io debbo sopportare tanta pena e tormento! Signore Iddio, è giusto quello che fai? Non me l’hai dato tu? (raccoglie tutte le sue forze e con penosa, abbattuta voce dice) Nils Lykke, ditemi soltanto... Dove lo tenete? Dov’è egli?

Lykke. Presso il suo bailo.

Jnger. Ancora dal suo bailo! O quest’uomo è inesorabile! Egli me lo ha sempre ricusato!... Ma così non può restare più lungamente. Aiutatemi, Olaf Skaktavl!

Olaf. Io?

Lykke. Non ne avrete affatto di bisogno, se voi soltanto...

Jnger. Uditemi, signor consigliere di Stato. Ciò che voi sapete, voglio che lo sappiate pienamente. E voi pure vecchio e fedele amico! Ebbene! Voi mi ricordaste poco fa lo sventurato giorno, in cui fu ammazzato presso Oslo Knut Alfson. Voi mi ricordaste un giuramento ch’io feci, quando io, circondata dai più valorosi uomini della Norvegia, stavo presso la sua bara. Allora io era quasi una bambina. Ma allora sentivo in me la potenza di Dio ed io credetti, ciò che molti dopo di me hanno creduto, che lo stesso Signore mi avesse impresso il suo segno sulla fronte, e mi avesse scelta, per combattere avanti tutto pel paese e pel Regno. Era questa una temerità ovvero era una rivelazione dall’alto? Io non l’ho mai approfondito. Però guai a chi ha da compiere una grande opera! Durante sette lunghi anni, posso dire d’aver mantenuto fedelmente la parola. Nei momenti di bisogno e nelle angustie mi mantenni fedele ai miei compatrioti. Tutte le mie compagne erano divenute mogli e madri. Solo a me non era permesso di prestare orecchio a nessun amante, a nessuno. Questo lo sapete assai bene, Olaf Skaktavl! Fu allora che vidi per la prima volta Steno Sture. Io non avevo giammai veduto per lo innanzi un uomo più bello.

Lykke. Adesso mi si fa tutto chiaro. Steno Sture si trovava in Norvegia in missione segreta. Noialtri Danesi non potevamo sapere che egli pensasse bene dei vostri partigiani.

Jnger. Travestito da semplice soldato, passò tutto un inverno con me sotto il mio tetto. Durante quell’inverno ho pensato poco, poco alla prosperità del Regno... Un uomo più bello non l’avevo per lo innanzi mai veduto! Ed avevo quasi venticinque anni!... L’autunno dopo, Steno Sture ritornò e quando andò via, portò seco un tenero bambino, segretamente. Non che io non paventassi la mala lingua degli uomini — ma avrebbe nuociuto al nostro affare, se fosse diventato pubblico che Steno Sture mi era stato così vicino. Il bambino fu consegnato, per esser allevato al cancelliere Pietro. Io sperai in tempi migliori, che dovevano venir presto; ma non vennero mai! Steno Sture si ammogliò due anni dopo in Svezia, e quando egli morì, lasciò una vedova...

Olaf. E con lei un legittimo erede del suo nome e dei suoi diritti.

Jnger. Scrissi innumerevoli volte al cancelliere, supplicandolo di ridarmi il mio bambino. Ma egli si è ricusato sempre: «Stringetevi a noi con nodo saldo ed indissolubile» rispondeva egli «ed io manderò in Norvegia a voi vostro figlio, prima no.» Come potevo io arrischiare questo? Noi malcontenti eravamo allora guardati di traverso dai molti paurosi qui in paese. Essi ricevevano notizie delle cose... o io lo so bene! per colpire la madre, avrebbero preparato al bambino la stessa sorte, incontrata dal re Cristiano, se questi non si fosse salvato con la fuga. Ma oltre a ciò i Danesi non perdevano il loro tempo. Essi non tralasciavano nè minaccie, nè promesse per tirarmi dalla loro...

Olaf. Ben inteso. Tutti gli occhi erano rivolti su voi come sopra una banderuola, verso la quale essi volevano far vela.

Jnger. Allora accadde la ribellione di Herulf Hydefad. Ricordate quel tempo, Olaf Skaktavl? Fu, come se un’aprica primavera fosse venuta su tutto il paese! Moltissime voci mi gridarono di farmi innanzi, ma non ne ebbi il coraggio. Io rimasi irresoluta, lontana dal campo, nella mia solitaria Corte. Alle volte mi pareva, come se Dio stesso mi chiamasse; ma d’allora mi rivenne quella mortale angoscia, che fiaccò ogni mia volontà. «Chi vincerà?.» Vedete, questa era la domanda che continuamente mi risuonava all’orecchio. Ma, hai! durò poco quella primavera, allora in Norvegia. Herulf Hydefad e molti altri con lui il mese seguente furono arrotati. Da me nessuno potè pretender nulla. E non ostante la Danimarca non tralasciò di minacciare per altra via. Come se essi sapessero del segreto? In conclusione io non potevo che pensare a questo. In quel momento pieno di tormenti capitò qui in Östrot il governatore del Regno Gyldenlöve e mi chiese in matrimonio. Mettete al mio posto una madre addolorata come me! Un mese dopo ero la moglie del governatore del Regno... e da’ miei compatrioti creduta senza più affetti di patria. D’allora scorsero gli anni tranquilli. Non si sollevò più nessuno. I potenti ci poterono opprimere nel modo più severo ed avvilente che a loro piacque. Venne un momento, in cui ebbi disgusto di me stessa. Perchè? Che cosa avevo io fatto? Niente, fuor che tormentarmi con affanni, farmi schernire, e dare al mondo delle figlie. Le mie figlie! Dio mi voglia perdonare se non ho per loro alcun cuore di madre. Il dovere della moglie era per me una servitù imposta. Come potevo amare le mie figlie? O con mio figlio era tutt’altro! Egli era il figlio prediletto dell’anima mia! Egli era l’unico che mi ricordava il tempo felice, poichè io ero donna, nient’altro che donna. E me lo avevano preso! Egli cresceva in mezzo a gente estranea, che forse gli stillava nell’anima il seme della corruzione! Olaf Skaktavl, se io avessi dovuto, come voi, cacciato co’ bracchi e solitario, correre per monti e valli, in mezzo al vento e alla tempesta ed avessi avuto con me il mio bambino in braccio, credetemi, non avrei sparse tante lagrime amare, quanto ne ho sparse per lui dal giorno della sua nascita fin’oggi, nè mi sarei tanto addolorata.

Olaf. Qua la mano. Io vi ho giudicato troppo severamente, signora Jnger. Disponete di me sempre, come fin’oggi. Io vi obbedirò. Sì, per tutti i Santi, io so che cosa sia portare il lutto pel proprio figlio!

Jnger. Le vostre violenze lo hanno ucciso. Ma che cosa è la morte in confronto al tormentoso dolore per tanti lunghi anni?

Lykke. Ebbene, dipende da voi di por fine a questo tormento. Conciliate i partiti combattenti, ed allora a nessuno di loro verrà più in mente di trattenere vostro figlio in ostaggio, in garanzia della vostra fedeltà.

Jnger. (a parte) Questa è una vendetta del cielo! (guardandolo) Dite breve e chiaro che cosa pretendete!

Lykke. Prima desidero che chiamiate al Nord sotto le armi il popolo, per sostenere i malcontenti in Svezia.

Jnger. E poi...?

Lykke. Che voi vi adoperiate in modo, che il giovine conte Sture sia messo nel diritto della sua discendenza come sovrano di Svezia.

Jnger. Egli? Voi volete che io...?

Olaf. (sommesso) È il desiderio di molti Svedesi. Ciò sarebbe anche utile a noi.

Lykke. Voi esitate, nobile dama? Voi tremate per la sicurezza di vostro figlio? Che cosa potete desiderare di meglio dal vedere sul trono suo fratello?

Jnger. (pensierosa) È ben vero... è ben vero!...

Lykke. (la guarda severamente) Se doveste maturare voi un altro progetto...

Jnger. Che cosa credete voi?

Lykke. Che Jnger Gyldenlöve mediti sopra... di diventare madre di re.

Jnger. No, no! Restituitemi il figlio mio, e date pure la corona a chi volete. Tuttavia, sapete voi per caso se il conte Sture ha intenzione, di...

Lykke. Su questo può darvene la certezza egli stesso.

Jnger. Egli stesso? E quando?

Lykke. Anche adesso.

Olaf. Come ciò?

Jnger. Che dite?

Lykke. In una parola, il conte Sture si trova in Östrot.

Olaf. Qui?

Lykke. (a Jnger) Vi sarà stato forse riferito ch’io cavalcavo insieme con un altro, venendo verso il castello. Il mio compagno era il conte Sture.

Jnger. (sottovoce) Io sono in suo potere! Non mi rimane alcuna scelta. (lo guarda e dice) Ebbene, signor consigliere di Stato... vi garantisco il mio appoggio.

Lykke. Per iscritto?

Jnger. Come desiderate. (va al tavolo a sinistra, siede e alza il coperchio della cassetta del necessaire da scrivere).

Lykke. (a destra della tavola, a parte) Finalmente la vittoria è mia!

Jnger. (dopo un momento di riflessione, si volta prontamente e mormora ad Olaf Skaktavl fra il tavolo) Olaf Skaktavl, adesso son sicura che Nils Lykke è un traditore.

Olaf. (sottovoce) Come? voi credete?

Jnger. Ei medita un inganno. (mette in ordine la carta ed intinge la penna).

Olaf. (vuole andare).

Jnger. No, rimanete e udite ancora... (essa parla sottovoce con lui).

Olaf. E voi vorreste dargli per iscritto questa assicurazione, che potrebbe essere la vostra rovina?

Jnger. Zitto, lasciatemi fare.

Lykke. (la guarda negli occhi, quindi sottovoce) Ah, consultatevi pure, quanto volete. Adesso ogni pericolo è passato. Colla sua promessa scritta in tasca, io posso ad ogni ora sollevare di nuovo l’accusa. Tuttavia questa notte manderò un messo segreto a Jens Bielke... Io non mancherò alla mia parola, se io lo assicuro che il giovane conte Sture non è in Östrot. E poi domani, se la strada è libera, verso Droutheim col giovine gentiluomo. Di là per mare verso Copenaghen con lui, come prigioniero. Quando egli sarà in prigione, potremo ordinare alla signora Jnger ciò che più ci piacerà. Ed io... dopo ciò, penso, che il Re in nessun’altra mano che la mia affiderà l’ambasciata di Francia.

Jnger. (sempre conferendo con Olaf Skaktavl) Ebbene, mi avete dunque capito?

Olaf. Perfettamente. Sia dunque fatto come volete. (via dalla porta in fondo a destra).

Stensson. (viene avanti dalla prima porta a destra, senza esser visto dalla signora Jnger).

SCENA IV. La signora Jnger, Nils Lykke, Nils Stensson.

Stensson. (con voce smorzata) Signor cavaliere, signor cavaliere!

Jnger. (non l’osserva, scrive).

Lykke. (va a lui; a mezza voce come tutto il seguito) Imprudente! Che volete voi qui? Non vi avevo detto di aspettarmi là dentro, fintanto che non vi avessi chiamato?

Stensson. Come lo potevo? Adesso che mi avete confidato che Jnger Gyldenlöve è mia madre, adesso non posso star più dall’impazienza di vederla di faccia a faccia! (s’accorge della signora Jnger) È lei! Come è fiera e sublime! Io me la sono sempre immaginata così. Non temete, caro signore, io non mi tradirò. Dacchè ho appreso questo segreto, mi sento quasi più vecchio e quasi canuto. Io non sarò più nè un selvaggio nè uno spensierato; io voglio diventare un nobile gentiluomo come gli altri. Sentite, ditemi però, sa lei che io son qui? L’avete preparata?

Lykke. Naturalmente, però...

Stensson. Ebbene?

Lykke. Essa non vi vuole riconoscere per figlio.

Stensson. Non riconoscermi? Ma è pure mia madre! O se non vi è nient’altro... (egli mette fuori un anello che per un filo ha legato intorno al collo) mostratele questo anello. Io lo porto fin da quando ero bambino. Essa lo deve riconoscere.

Lykke. Via quell’anello, incauto! Via, dico. Voi non mi capite. La signora Jnger non dubita affatto, che voi siate suo figlio, però... sì, guardatevi intorno, vedete tutte queste ricchezze, tutti questi potenti antenati, il parentado, di cui i ritratti pendono pomposamente da per tutto, su tutte le pareti e finalmente guardate lei stessa, la fiera donna, abituata, come prima fra le gentildonne, a comandare nel paese. Credete voi, che essa possa essere contenta di mostrare agli occhi della gente un povero e rozzo garzone e dire: «Ecco, questo è mio figlio!»

Stensson. Sì, avete ben ragione. Io sono un povero rozzo. Io non posso offrirle nulla in ricambio di quel che da lei desidero. Oh non ho mai sentito l’oppressione della povertà, come in questo momento. Tuttavia suggeritemi: Che cosa credete ch’io possa fare, per conquistare il suo affetto? Ditemelo, prezioso amico, voi dovete pure saperlo...

Lykke. Voi dovete conquistare il paese ed il Regno. Però prima che ciò vi venga fatto, dovete guardarvi bene d’offendere il suo orecchio con un’indiscrezione sopra il vostro parentado. Essa farà mostra di considerarvi pel vero conte Sture, finchè non vi mostriate d’esser degno di chiamarvi suo figlio.

Stensson. O, ditemi tuttavia...

Lykke. Silenzio, silenzio.

Jnger. (si alza e gli porge lo scritto) Signor cavaliere... eccovi la mia promessa.

Lykke. Grazie.

Jnger. (osservando Stensson) Ah... questo giovane è...

Lykke. Sì, signora Jnger, questi è il conte Sture.

Jnger. (lo guarda rapita, a parte) Tratto per tratto, sì per Dio, questi è il figlio di Steno Sture! (gli s’avvicina e gli dice con fredda cortesia) Siate il benvenuto sotto il mio tetto, signor conte. Sta a voi, se noi dovremo prima della fine di questo anno benedire o no questo incontro.

Stensson. A me? Oh, ordinatemi, quel che debbo fare. Credetemi, io ho volontà e coraggio.

Lykke. (ascolta inquieto) Che cosa è questo correr di gente, questo fracasso, signora Jnger? Si vuole entrare qui. Che significa ciò?

Jnger. (a voce alta) Sono gli invitati, che si svegliano!

Olaf Skaktavl, Ejnar Huk, Björn, Finn, contadini e servi vengono dalla porta in fondo a destra.

SCENA V. Detti, Olaf Skaktavl, Ejnar Huk, Björn, Finn contadini e servi.

Contadini e SERVI. Salute a voi, signora Jnger Gyldenlöve!

Jnger. (ad Olaf) Avete detto loro, quel che si sta facendo?

Olaf. Tutto quello che è d’uopo che essi sappiano, l’ho detto.

Jnger. (alla moltitudine) Sì, miei fedeli servi e contadini, adesso vi potete armare come meglio potete. Quel che vi ho ricusato questa sera, vi sia adesso in piena regola concesso. E qui pongo alla vostra testa il giovine conte Sture, futuro conduttore degli Svedesi ed anche dei Norvegesi, che Dio lo voglia!

La moltitudine. Salute a lui, salute al conte Sture!

(Movimento generale).

Contadini e SERVI. (scelgono in mezzo ad un grande baccano le armi e si mettono le corazze e le cuffie d’acciaio).

Lykke. (sommesso ed inquieto) Gli ospiti si svegliano, diceva lei? In apparenza io ho risvegliato il diavolo della ribellione. Dannazione, se mi piombasse sulla testa!

Jnger. (a Stensson) Incominciate a ricevere da me il primo aiuto, 30 contadini montati che vi seguiranno e vi difenderanno. Credetemi, prima ancora che voi giungiate al confine, molte centinaia si saranno riuniti intorno a voi ed alla mia bandiera. Ed adesso andate con Dio!

Stensson. Grazie, signora Jnger Gyldenlöve, grazie e siate sicura, che non avrete mai a vergognarvi del... conte Sture! Quando mi vedrete di nuovo, avrò conquistato il paese ed il Regno!

Lykke. (a sè) Sì, se la rivedrai.

Olaf. I cavalli aspettano voi, buona gente... Siete pronti...?

Contadini. Sì, sì, sì!

Lykke. (inquieto, alla signora Jnger) Come, non avrete però l’intenzione questa notte...?

Jnger. Anche in questo momento, signor cavaliere!

Lykke. No, no, è impossibile!

Jnger. È come io dico.

Lykke. (sottovoce a Stensson) Non l’ascoltate!

Stensson. (sottovoce) Come posso io altrimenti? Lo voglio!

Lykke. (sottovoce) Sarà la vostra rovina di sicuro...

Stensson. (sottovoce) È tutt’uno! Essa impera su me...

Lykke. (comandando sottovoce) Ed io?

Stensson. (sottovoce) Manterrò la mia parola, fidatevene. Il segreto non mi sfuggirà dalle labbra, prima che voi stesso non mi abbiate sciolta la lingua... Ma essa è mia madre!

Lykke. (a parte) E Jens Bielke, che sta in agguato sulla strada! Dannazione! Egli mi toglie la preda dalle mani... (alla signora Jnger) Aspettate fino a domani!

Jnger. (a Stensson) Conte Sture... mi ascoltate o no?

Stensson. A cavallo! (egli va in fondo).

Lykke. (a parte) Sventurato! Egli non sa quel che si fa! (alla signora Jnger) Ebbene, se deve esser così... vivete sana. (s’inchina rapidamente e fa per andare).

Jnger. (lo trattiene) No, rimanete! Non così, signor cavaliere, non così!

Lykke. Che volete?

Jnger. (con voce sommessa) Nils Lykke... Voi siete un traditore! Silenzio! Che nessuno s’avvegga che nel campo dei capi si siano manifestate discordie! Voi vi siete guadagnata la fiducia del cancelliere con un’arte diabolica, ch’io non potevo prevedere. Voi mi avete costretta ad un’aperta ribellione... non per appoggiare la nostra causa, ma per promuovere i vostri proprii interessi, pensando con questo mezzo d’aiutarli. Io non posso tirarmi più indietro. Ma non crediate però di aver vinto! Io saprò pur rendervi innocuo...

Lykke. (porta involontariamente la mano alla spada) Signora Jnger!

Jnger. Siate calmo, signor consigliere di Stato! Non vi si minaccia la vita! Ma non uscirete dalla porta di Östrot, pria che la vittoria non sia nostra.

Lykke. Morte e dannazione!

Jnger. È vana qualunque resistenza. Voi non ci sfuggirete. Mantenetevi calmo quindi, è la cosa più saggia, che possiate fare.

Lykke. (tra sè) Oh... io sono sconfitto! Essa è stata ancora più accorta di me! (gli viene un’idea) Ma se io tuttavia...

Jnger. (sottovoce ad Olaf) Seguite la gente del conte Sture fino al confine. Quindi recatevi senza perdere un minuto dal cancelliere e conducetemi qui mio figlio. Adesso il cancelliere non ha più motivo di ritenere quel che è mio.

Olaf. (fa per andare).

Jnger. (aggiunge) Aspettate... Un mezzo di riconoscimento! Egli deve avere l’anello di Steno Sture.

Olaf. Per tutti i santi, lo avrete!

Jnger. Grazie, grazie, mio fedele amico!

Lykke. (a Finn, ch’egli ha chiamato di nascosto, e col quale discorre sottovoce) Dunque... cerca di svignartela. Non ti far vedere. Un quarto d’ora lontano da qui trovansi gli Svedesi in imboscata. Avverti il loro condottiero che è morto il conte Sture. A quel giovine non sia torto un capello. Questo lo dirai al capo. Digli che la vita del giovine gentiluomo ha un grandissimo valore.

Finn. Sarà fatto come ordinate.

Jnger. (che frattanto ha fissato Nils Lykke negli occhi) Ed adesso andate tutti con Dio! (additando Nils Lykke) Questo nobile cavaliere non sa decidersi ad abbandonare sì presto i suoi amici di Östrot. Egli vuole trattenersi presso di me, finchè arriva la nuova della vittoria.

Lykke. (a sè) Satana!

Stensson. (gli prende la mano) Fidatevi di me. Non avrete bisogno di aspettare molto.

Lykke. Bene, bene! (a parte) Non è ancora tutto perduto. Se soltanto la mia ambasciata arriva a tempo a Jens Bielke...

Jnger. (al castellano Ejnar Huk, additando Finn) E quell’uomo sia condotto sotto buona guardia nelle prigioni del castello.

Finn. Io?

Huk e SERVI. Finn?

Lykke. (sottovoce) Ecco perduta la mia ultima speranza.

Jnger. (imperiosa) Nelle prigioni del castello.

Tutti gli altri. Via, a cavallo, a cavallo! Salute a voi, signora Jnger Gyldenlöve!

Huk, Björn, ed alcuni SERVI (conducono via Finn dalla sinistra).

Jnger. (passa rasente davanti a Lykke mentre segue gli altri che vanno via) Chi è il vincitore adesso? (via).

SCENA VI. Nils Lykke (solo).

Lykke. Sì, guai a te, tu compri cara la vittoria. Io me ne lavo le mani, sono innocente. Non sono io che lo ammazzo. Ma non ostante la mia preda mi sfugge! E la rivolta germoglia e si estende! È stato temerario e pazzo il giuoco, al quale io mi sono abbandonato! (ascolta alla finestra a destra) Ecco essi galoppano fuori della porta del castello... Adesso la si chiude dietro di loro... ed io rimango dentro prigioniero. Nessuna possibilità di scampo. Fra mezz’ora gli Svedesi lo sorprenderanno. Egli ha con sè 30 cavalieri bene armati. Sarà una battaglia di vita e di morte. Se egli cadesse tuttavia vivo nelle loro mani? Se io fossi almeno libero, potrei andare incontro agli Svedesi, prima che essi giungessero ai confini, e me lo farei consegnare vivo. (va alla finestra in fondo e guarda fuori) Dannazione! Dapertutto guardie! Che non ci debba essere nessuna via di scampo? (va in fretta di nuovo per la sala, d’un tratto si ferma ed ascolta) Che cosa è questo? Qualcuno canta di là, accompagnandosi colla mandola! Ma questo vien ben dalla stanza della signorina Elina. Sì, è lei che canta! Su dunque. (gli sembra d’afferrare un pensiero) Elina... Ah, se ciò riescisse... se si lasciasse persuadere...! E perchè no? Non sono più io lo stesso? Lo dica la canzone: