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La signora Inger di Östrot

Chapter 36: ATTO QUINTO
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About This Book

An aristocratic widow struggles to preserve her estate and influence amid competing local and foreign interests, pursuing marriages, alliances, and political maneuvering to secure her family’s future. Personal loyalties conflict with public obligations as tensions among relatives, retainers, and rival claimants surface. Rumours, concealed motives, and past choices complicate negotiations and provoke moral dilemmas, while confrontations and strategic bargaining escalate stakes. Presented in five acts of historical drama, the piece alternates intimate domestic scenes with broader political intrigue to explore themes of honor, identity, leadership, sacrifice, and the burden of legacy.

ATTO QUINTO

La stessa sala dei Cavalieri.

È ancora notte: la sala è languidamente illuminata da un candelabro a bracci, che sta sulla tavola in fondo a destra.

SCENA PRIMA. La signora Jnger sola.

Jnger. (siede presso la tavola immersa in pensieri, dopo una breve pausa) Tutti dicono che io sia la donna più prudente della Norvegia. Lo credo, lo sono anche. La più prudente... Nessun sa però perchè io la sia. Da più di dieci anni combatto, lotto per la salvezza del mio figliuolo. Questa è la chiave dell’enigma! Questo aguzza l’ingegno! L’ingegno? Dov’è andata a finire stanotte la mia prudenza? Dov’è rimasta la mia accortezza? Mi sento risuonare e fischiare gli orecchi! Vedo passarmi davanti delle figure così vive, che potrei toccarle. (scatta in piedi) O mio Redentore... che cosa è ciò? Non sono più padrona della mia mente. Dovrebbe capitare, che io... (si preme con le mani la testa, quindi si risiede e dice più calma) Non è nulla... Via. Non ci è alcun bisogno... Passa... Come tutto è tranquillo per le sale questa notte. I miei antenati, i miei maggiori non mi guardano più minacciosi. Io non ho più bisogno di voltarli contro la parete. (torna ad alzarsi) È stato bene d’essermi fatta finalmente coraggio. Noi vinceremo... così avrò raggiunta la meta. Riavrò il mio figliuolo. (prende il lume per andare, ma si ferma e dice fra sè) Alla meta? alla meta? Averlo restituito? Soltanto questo... e nient’altro? (posa di nuovo il lume sulla tavola) Quella parola, per quanto rapida, che Nils Lykke mi ha lanciato... Come potette egli indovinare il mio non ancora nato pensiero? (più sottovoce) Madre di Re!... Madre di Re! disse egli. E perchè no? Non hanno i miei maggiori dominato come Re, sebbene non ne portassero il nome? Non ha anche mio figlio la stessa pretenzione ai diritti della famiglia Sture, come quell’altro? Davanti a Dio egli li ha... come è vero che v’è giustizia in cielo! Ed a questi diritti io ho per lui renunziato per iscritto in un’ora d’affanno! Con prodiga mano li ho regalati via, come riscatto della sua libertà. Se potessero essere riscattati? S’adirerà il cielo, se io...? Debbo io pensare, che mi verrebbe scongiurata una nuova calamità, se io...? Chi sa... chi sa! Forse è meglio renunziare. (ripiglia il lume) Mi si restituisca il figlio, questo mi deve bastare. Io voglio adesso riposarmi. Voglio abbandonare tutti i pensieri temerarii. (va in fondo, si ferma e dice marcatamente) Madre di Re! (via dal fondo a sinistra, lentamente).

Lykke. (con una piccola lanterna ed Elina vengono, dopo poca pausa, cautamente per la prima porta a sinistra).

SCENA II. Nils Lykke ed Elina Gyldenlöve.

Lykke. (facendo luce e spiando intorno, mormora) Tutto è silenzio. Ora debbo andar via.

Elina. O, lascia ch’io ti guardi ancora una volta negli occhi, pria che t’allontani.

Lykke. (abbracciandola) Elina!

Elina. (dopo breve pausa) Non ritornerai più in Östrot?

Lykke. Come puoi dubitarne? Non sei tu fin da ora la mia fidanzata? Ma mi sarai anche tu fedele, o Elina? Ti dimenticherai di me, finchè non ci rivedremo?

Elina. Se io ti sarò fedele? Ho io una volontà ancora? Poss’io tradirti, se anch’io stessa lo volessi? Tu venisti di notte da me, hai bussato alla mia porta ed io t’ho fatto entrare. Tu mi parlasti. Che m’hai detto? Mi fissasti negli occhi. Quale potenza enigmatica è stata, che mi ha abbagliata ed incantata come una malia? (s’appoggia colla faccia per metà sulla spalla di lui) O, non mi guardare, Nils Lykke! Tu non ardisci più guardarmi, dopo quanto è accaduto. Fedele, tu dici? Tu mi hai già. Io son tua... così devo essere... per tutta l’eternità.

Lykke. Ebbene, per la mia fede di cavaliere, prima che termini l’anno, tu sarai mia sposa nel castello de’ miei padri.

Elina. (scuotendo melanconica il capo) Nessun giuramento Nils Lykke, non giurare!

Lykke. Che cos’hai? Perchè scuoti la testa così melanconicamente?

Elina. Perchè io so che quelle dolci parole, che m’hanno abbagliato, di già le hai tu sussurrate a tante altre, prima di me. No, no, non t’adirare, mio adorato! Io non ti rimprovero più, come facevo, quando non ti conoscevo ancora! Adesso m’accorgo, come tu stai al di sopra di tutti. Ma com’è possibile che l’amore debba essere per te nient’altro che un giuoco e la donna un trastullo?

Lykke. Elina... ascoltami!

Elina. Fin dai miei primi anni m’ho sentito risuonare nell’orecchio il tuo nome, che io senza volerlo, odiai, perchè mi sembrava un insulto ed una sfida a tutte le donne. E tuttavia... strano, se io, sognando sul mio proprio avvenire facevo dei progetti, tu eri sempre il mio eroe, senza volerlo. Adesso capisco tutto. Che cosa ho provato tuttavia! Era un’ingenita, inesplicabile brama, che mi spingeva verso di te, che un giorno dovevi venire per farmi conoscere tutte le gioie della vita.

Lykke. (a parte, posando la lucerna sulla tavola) Che cosa succede in me? Quale vertiginosa ed irresistibile potenza! Se è l’amore, non l’ho mai provato così fin’oggi. Non dovrebbe essere anche tempo...? Ah, ma l’orribile caso di Lucia!.... (si lascia andare sospirando sulla sedia).

Elina. Che hai? Un penoso sospiro...

Lykke. O niente... niente! Elina, voglio adesso confessarmi a te onestamente. Ho ingannato molte donne con parole e con sguardi, come stanotte ti ho detto; ma credimi...

Elina. Silenzio. Non più di ciò. Il mio amore non è che una piccola ricompensa in confronto a quello che tu mi regali. O no, io ti amo, perchè ogni tuo sguardo è un ordine da re, che m’impone. (s’inginocchia innanzi a lui) Lascia che quest’ordine regale mi s’imprima ancora una volta profondamente nell’anima, quantunque io sappia, che esso è scolpito qui da tempo e per sempre. O buon Dio, com’ero cieca contro di me! Anche stasera dicevo a mia madre: «Per poter vivere, debbo conservarmi la mia fierezza.» Dov’è il mio orgoglio? Saper liberi i miei compatrioti, ovvero la mia stirpe rispettata nel paese e pel regno? O no, no! Il mio amore è il mio orgoglio. È fiero il cane, quando può sedere ai piedi del suo padrone ed afferrare le briciole di pane dalle mani di lui. Così io pure sono fiera, se posso sedere a’ tuoi piedi, mentre le tue parole ed i tuoi sguardi mi alimentano come il pane della vita. Per questo, vedi, io dico a te, quel che prima ho detto a mia madre: «Per poter vivere, io debbo conservarmi il mio amore;» poichè in esso consiste il mio orgoglio ora e sempre.

Lykke. (se la stringe al petto) No, non ai miei piedi; ma al mio fianco è il tuo posto... per quanto in alto mi possa anche collocare il destino. Sì, Elina, tu m’hai condotto su d’una via migliore; e se mi sarà ancora un giorno concesso, di riparare con una gloriosa opera, a tutto il male che ho fatto nella mia selvaggia gioventù, non dovrò questo onore a me solo, ma anche a te.

Elina. O, tu mi parli, come se io fossi ancora quell’Elina, che nelle prime ore della sera ti ha gettato a’ piedi il mazzo di fiori. Ho letto ne’ miei libri della vita dai bei colori in lontani paesi. Al suono dei corni va il cavaliere per i verdi boschi col falco sul pugno. Anche tu corri così attraverso la vita. Il tuo nome ti precede, dove tu vai. Tutto ciò ch’io desidero del tuo splendore, è, di poter posare sul tuo braccio come il falco. Anch’io sono stata come lui priva di vita e di luce, finchè tu non m’hai strappata la benda dagli occhi e m’hai lasciata salire in alto, per le verdeggianti foreste. Ma credimi, se anche coraggiosa distendo le ali, ritornerò però sempre nella mia gabbia.

Lykke. (alzandosi) Così io sfiderò anche il passato! Guarda, prendi questo anello e sii mia davanti a Dio ed agli uomini... mia... anche se i morti dovessero per ciò avere sogni irrequieti!

Elina. Tu mi affliggi. Perchè dici...

Lykke. Non è nulla. Vieni adesso, lasciamiti porre l’anello al dito. (eseguisce) Così... eccomi tuo sposo!

Elina. Io, la sposa di Nils Lykke? Tutto ciò che è accaduto in questa notte, mi pare un sogno! Oh! ma è un bel sogno! Mi è così lieve al cuore. La mia anima non porta più nè odio, nè amarezza. Io voglio riparare a tutti i miei torti. Io non sono mai stata affettuosa con mia madre. Domani andrò da lei, essa mi dovrà perdonare il male che le ho fatto.

Lykke. E dare il consenso alla nostra unione.

Elina. Questo essa lo farà. Oh, lo credo per certo. Mia madre è buona; tutti gli uomini son buoni; io non odio più nessuno... soltanto uno...

Lykke. Soltanto uno?

Elina. Ah! è una triste istoria. Io avevo una sorella...

Lykke. Lucia?

Elina. La conoscevi?

Lykke. No, no, la ho sentita nominare soltanto.

Elina. Anch’essa, aveva dato il suo cuore ad un cavaliere. Egli l’ingannò... ora essa è in cielo.

Lykke. E tu...?

Elina. Io l’odio colui.

Lykke. Non l’odiare! Se pietà alberga nel tuo animo, perdonagli il male, che ha fatto. Credimi, egli porta la punizione nel suo proprio petto.

Elina. Non gli perdonerò mai! Io non posso, anche se lo volessi; poichè ho fatto tale giuramento... (orecchia) Ascolta! Non senti nulla?

Lykke. Che cosa? Dove?

Elina. Fuori... in lontananza. Molti cavalieri galoppano sulla strada maestra.

Lykke. Ah, son loro! Ed io ho potuto dimenticare... Essi vengono qui. Vi dev’essere pericolo. Io devo andar via!

Elina. Ma dove? O Nils Lykke, che mi nascondi?

Lykke. Domani, Elina... poichè, nel nome di Dio, io ritornerò allora. E di’ su, presto... dove è l’uscita segreta, di cui mi parlasti?

Elina. Attraverso i sotterranei! Vedi, qui c’è la botola...

Lykke. I sotterranei! (a sè) È tutt’uno; io lo devo salvare!

Elina. (alla finestra a destra) I cavalieri saranno presto qui... (gli dà la lanterna).

Lykke. E sia! (incomincia a scendere).

Elina. Vai avanti diritto pel corridojo fino alla bara con la testa di morto e la croce nera; là riposa Lucia...

Lykke. (risale frettoloso e chiude la botola) Lucia! mai, mai!

Elina. Che dici tu!

Lykke. O nulla. Il puzzo dei cadaveri m’ha dato le vertigini.

Elina. Ascolta. Adesso bussano alla porta!

Lykke. (lascia cadere la lucerna) Ah! troppo tardi!

Björn. (viene precipitoso dalla destra con un lume).

SCENA III. Detti, Björn, quindi due SERVI e la signora Jnger.

Elina. (va incontro a Björn) Che c’è Björn? Che è successo?

Björn. Sorpresi! Il conte Sture...!

Elina. Il conte Sture? Che gli è accaduto?

Lykke. Ucciso?

Björn. (ad Elina) Dov’è vostra madre?

Due servi. (si precipitano avanti dalla destra) Signora Jnger, signora Jnger!

Jnger. (viene con un lume a molti bracci in mano per la prima porta a sinistra, e dice premurosa) So tutto. Verrò abbasso nella corte del castello con voi! Tenete aperto il portone per i nostri amici, ma chiuso per tutti gli altri. (Posa il lume sulla tavola a sinistra).

Björn ed i due SERVI. (vanno dalla destra).

Jnger. (a Lykke) Questo era dunque l’agguato, signor consigliere di Stato!

Lykke. Jnger Gyldenlöve, credetemi...!

Jnger. Un’imboscata, che lo doveva sorprendere, non appena avete ricevuto la promessa, che mi può annientare!

Lykke. (nel mentre leva lo scritto e lo fa in pezzi) Eccovi la vostra promessa. Io non ho più nulla, che possa testimoniare contro di voi.

Jnger. Che fate?

Lykke. Io vi difendo da tempo. Se io ho mancato verso di voi... ebbene, per il cielo, tenterò anche di riparare a’ miei torti. Ma adesso debbo partire, anche se dovessi farmi largo colla spada. Elina, di’ tutto a tua madre! E voi, signora Jnger, fate che i nostri torti siano dimenticati! Siate generosa e muta! Credete a me, prima che incominci a spuntare il giorno, me ne sarete grata. (via in fretta dalla destra).

SCENA IV. La signora Jnger ed Elina Gyldenlöve.

Jnger. (lo guarda dietro trionfante) Appunto così, io lo capisco! (rivolgendosi verso Elina) Nils Lykke...? Ebbene...?

Elina. Egli ha bussato alla porta della mia stanza, e m’ha posto quest’anello al dito.

Jnger. E ti ama molto?

Elina. Me lo ha detto ed io gli credo.

Jnger. Accortamente agito, Elina! Ah, ah, mio signor cavaliere, adesso incomincio io!

Elina. Madre mia... Voi siete strana. Oh, lo so pure che il mio fare niente affettuoso vi ha sdegnata.

Jnger. No di certo, cara Elina! Tu sei una figlia ubbidiente. Tu gli sei piaciuta, tu hai udite le sue dolci parole. Io comprendo che cosa ti avrà dovuto costare, perchè io conosco il tuo odio...

Elina. O madre mia!

Jnger. Silenzio! Noi siamo riusciti nel nostro disegno. Com’hai tu incominciato mia saggia figliuola? Io ho visto splendere l’amore ne’ suoi occhi. Adesso tienlo sodo! Stringi la rete intorno a lui stretta, stretta, ed allora... Ah, Elina mia, se gli potessimo strappare dal petto quel cuore spergiuro!

Elina. Guai a me... che dite?

Jnger. Non perderti d’animo. Ascoltami! Io so la parola, che ti deve sostenere. Sappi dunque... (ascolta). Adesso combattono dinanzi la porta. Su, su! Ecco giunto il momento... (rivolgendosi di nuovo ad Elina) Sappi dunque che Nils Lykke è stato quello che ha condotto alla tomba tua sorella.

Elina. (con un grido) Lucia!

Jnger. Fu lui, per come è vero che vi è un Dio vendicatore sopra di noi!

Elina. Allora che il cielo mi sia clemente!

Jnger. (atterrita) Elina...!?

Elina. Io son sua davanti a Dio.

Jnger. Disgraziata fanciulla... che hai tu fatto?

Elina. (con voce soffocata) Ho perduto la pace del mio cuore. Buona notte, madre mia! (via dalla sinistra).

SCENA V. La signora Jnger sola.

Jnger. Ah, ah, ah! La va male con la famiglia di Jnger Gyldenlöve! Essa era l’ultima mia figlia. Perchè non potevo tacere? Se non l’avessi informata, forse sarebbe stata fortunata a suo modo. Doveva esser così. Lassù negli astri sta scritto perpetuamente, che io debba staccare l’un dopo l’altro i verdi rami finchè il ceppo rimanga sfogliato. Sarà per questo, sarà per questo! Adesso riavrò mio figlio. Agli altri, a mia figlia non voglio pensare più... Render conto? Ah questo succederà nel gran giorno del giudizio. Ci vorrà tempo finchè giunga.

SCENA VI. La signora Jnger e Nils Stensson.

Stensson. (chiamando fuori a destra) Ehi! chiudete la porta!

Jnger. La voce del conte Sture...!

Stensson. (senz’armi e con gli abiti lacerati si precipita dentro, chiamando con disperato riso) Dio sia lodato, Jnger Gyldenlöve!

Jnger. Ebbene, avete perduto?

Stensson. Sì, tutto, il mio regno e la mia vita!

Jnger. Ed i contadini? I miei servi... dove li avete lasciati?

Stensson. I cadaveri li troverete lungo la via maestra. Chi li ha presi del resto, io non so dirvelo.

Olaf. (da dentro a destra) Conte Sture dove siete?

Stensson. Qui, qui!

Olaf. (entra dalla destra colla mano diritta bendata).

SCENA VII. Detti e Olaf Skaktavl.

Jnger. Ah, Olaf Skaktavl, anche voi...!

Olaf. Era impossibile, farsi largo in mezzo alle schiere.

Jnger. Vedo, siete ferito?

Olaf. Ho un dito di meno e nient’altro.

Stensson. Dove sono gli Svedesi?

Olaf. Ci sono alle calcagna. Essi danno l’assalto al portone.

Stensson. O Dio! Ma no, no! Io non posso... io non voglio morire!

Olaf. Un nascondiglio, signora Jnger! Non vi è un buco, dove possiamo nasconderlo?

Jnger. E se essi visitano il castello...?

Stensson. Sì, sì, mi troveranno! E mi condurranno in prigione od al patibolo...! O no, Jnger Gyldenlöve, io so certamente, che voi non lo permetterete.

Olaf. (ascoltando) Adesso rompono la serratura.

Jnger. (alla finestra a destra) Molti uomini danno l’assalto alla corte.

Stensson. E dover morire adesso! Adesso, quando stavo per incominciare a vivere. Adesso quando ho appena saputo, ch’io ho uno scopo alla vita? No, no, no! Non crediate ch’io sia un poltrone, Jnger Gyldenlöve! Se mi fossero soltanto accordati ancora pochi giorni di vita, così che io....

Jnger. Io li sento già sotto nelle stanze dei servi, (decisa ad Olaf) Egli dev’essere salvato... qualunque cosa questo ci possa costare.

Stensson. (prendendole la mano) Oh, lo sapevo bene... voi siete nobile e buona!

Olaf. Ma come? Se non lo potessimo nascondere...

Stensson. Ah, ecco, ecco! Il segreto...!

Jnger. Il segreto?

Stensson. Sicuramente; vostro e mio.

Jnger. Pel Dio del cielo... voi lo conoscete?

Stensson. Dal principio alla fine. Ed adesso, che la vita è in giuoco.... Dov’è il signor Nils Lykke?

Jnger. È fuggito.

Stensson. Fuggito? Allora, che Iddio mi assista, poichè soltanto il cavaliere mi poteva sciogliere dal giuramento... Tuttavia la vita è più preziosa d’un giuramento. Quando il condottiero svedese verrà...

Jnger. Ebbene? Che vorreste fare allora?

Stensson. Riscatterò la mia vita e la libertà... palesandogli tutto.

Jnger. No, no, siate pietoso.

Stensson. Non vi è altro scampo. Quando gli avrò raccontato, quel che so adesso...

Jnger. (guardandolo con repressa emozione) Credete che sareste salvo?

Stensson. Sì, sì, Nils Lykke dirigerà il mio affare. Vedete, è l’unico mezzo di salvezza.

Jnger. (contenendosi, con energia) L’unico mezzo? Avete ragione... nei casi disperati si deve azzardare i mezzi estremi. (additando a sinistra) Vedete, potete intanto nascondervi là dentro.

Stensson. (intenerendosi) Non avrete mai, credetemelo, a pentirvi della vostra buona azione.

Jnger. (per metà fra sè) Dio voglia, che diciate la verità!

Stensson. (via presto dalla prima porta a sinistra).

Olaf. (vuol seguirlo).

Jnger. (lo trattiene).

SCENA VIII. La signora Jnger e Olaf Skaktavl.

Jnger. Avete voi capito il suo pensiero?

Olaf. Il miserabile! Egli tradirà il vostro segreto. Egli vuole sacrificare vostro figlio per salvare sè stesso.

Jnger. Quando è in giuoco la vita, egli disse, dev’esser tentato il mezzo estremo. Ebbene! Olaf Skaktavl... succeda, com’egli ha detto!

Olaf. Che pensate voi?

Jnger. Vita per vita! Uno di loro deve perire.

Olaf. Ah... voi volete...?

Jnger. Se egli non sarà reso muto là dentro, prima che possa parlare al capo degli Svedesi, mio figlio è perduto per me. Se egli al contrario sarà messo da parte, col tempo pretenderò a tutti i diritti pel bene e la tranquillità dell’unico figlio mio. Allora vedrete che vi è pure un termine per Jnger Ottisdatter. Abbiate fiducia, non dovrete più aspettare lungamente la vendetta, alla quale agognate già da 20 anni..... Udite? Adesso salgono le scale. Olaf Skaktavl, dipende da voi, se domani sarò io priva del figlio, ovvero...

Olaf. Avvenga che può! Mi rimane ancora un pugno mutilato. (porgendole la mano). Jnger Gyldenlöve, per causa mia il vostro nome non si estinguerà. (via nella camera da Stensson).

SCENA IX. La signora Jnger sola.

Jnger. (pallida e tremante) Potevo io esitare...? (si sente rumore nella stanza; affrettandosi con un grido verso la porta) No, no, non può essere! (si ode un tonfo sordo di dentro; si tura gli orecchi con le mani e si scosta in fretta dalla porta e con lo sguardo turbato va su e giù per la sala; dopo breve pausa si leva le mani dalle orecchie, torna ad ascoltare e dice) Ora è finito. Là dentro è ritornato tutto in silenzio... Tu hai visto o mio Dio... io ho esitato! Ma Olaf Skaktavl ha fatto troppo presto.

Olaf. (torna silenzioso nella sala).

SCENA X. La signora Jnger ed Olaf Skaktavl.

Jnger. (dopo breve pausa, senza guardarlo) È fatto?

Olaf. Da parte sua potete essere tranquilla... egli non tradirà più alcuno.

Jnger. È dunque morto?

Olaf. Con sei dita di lama nel petto. L’ho trafitto colla mano sinistra.

Jnger. Sì, sì... La mano destra sarebbe stata per lui troppo onore.

Olaf. Questo è affar vostro; il pensiero era vostro. Ed ora agli Svedesi! La pace sia con voi intanto! Quando ci vedremo in Östrot la prossima volta, non sarò più solo. (via dalla prima porta a destra).

SCENA XI. La signora Jnger, quindi Björn con alcuni SOLDATI svedesi dalla prima porta a destra.

Jnger. Nelle mie mani c’è sangue. A questo si doveva dunque venire! Mi costa assai caro!

Björn. (con alcuni soldati svedesi dalla destra).

Un soldato. Perdonate, se siete la signora del castello...

Jnger. Cercate il conte Sture?

Soldato. Appunto.

Jnger. Allora siete sulla buona strada. Il conte ha cercato asilo presso di me.

Soldato. Asilo? Perdonate, nobilissima donna, non avevate facoltà d’accordarglielo, poichè...

Jnger. Ciò che voi dite, l’ha ben riconosciuto lo stesso conte prima di voi, e perciò... perciò si è ucciso.

Soldato. Ucciso?

Jnger. Assicuratevene voi stesso. Là dentro troverete il cadavere. E poichè egli adesso è di già dinanzi ad un altro giudice, io prego che sia trasportato con tutti gli onori, che son dovuti alla sua nobile nascita, al suo grado. Björn, tu sai, nella mia camera vi è la mia propria bara, già da molti anni preparata. (al soldato) In essa trasporterete in Svezia il corpo del conte Sture.

Soldato. Sarà fatto come desiderate. (ad uno degli altri compagni) Presto, va a dare questa nuova al signor Jens Bielke. Egli aspetta con gli altri cavalieri sulla strada maestra. Frattanto noi entreremo là e...

Uno dei SOLDATI. (va dalla destra).

I rimanenti con Björn. (entrano nella stanza a sinistra).

SCENA XII. La signora Jnger sola.

Jnger. (va su e giù un pezzo silenziosa e turbata) Se il conte Sture non avesse detto addio al mondo in sì gran fretta, lo si sarebbe nel corso del mese mandato al patibolo, o pel tempo della sua vita gettato in prigione. Sarebbe stato questo uno scioglimento migliore? Ovvero egli si sarebbe liberato, consegnando mio figlio in potere de’ miei nemici. Son’io dunque, che l’ho ucciso? La lupa stessa non difende i suoi piccini? Chi mi potrà condannare, se io ho lacerato colle mie unghie quella stessa carne, che mi voleva rubare la mia propria carne ed il mio sangue? Doveva esser così. Ogni madre avrebbe fatto come me. Adesso però non vi è tempo da perdere in oziosi pensieri. Bisogna agire. (siede nella sedia a sinistra) Voglio scrivere a tutti gli amici dell’intera Norvegia. Ecco il momento d’insorgere tutti e appoggiare il grande affare. Un nuovo re... da principio vicario dell’Impero e quindi re! (incomincia a scrivere, s’arresta riflessiva e dice sottovoce) Chi eleggeranno al posto del morto?... Madre di re...? Questa è una parola orgogliosa. Vi è soltanto un ma... l’odiosa vicinanza con un’altra parola. Madre di re, e... regicida. Regicida, così si chiama chi toglie la vita ad un re. Madre di re... è chi dà la vita ad un re... (si alza) Ebbene, io voglio offrire il compenso per quello ch’io ho preso. Mio figlio dev’esser re! (si mette di nuovo al lavoro, posa tuttavia di nuovo la penna e s’appoggia alla sedia) Si ha sempre paura quando vi è un cadavere in casa. È anche per questo. (gira la testa da un lato, come se parlasse a qualcuno) No? Da dove dovrebbe venire? (sottilizzando) Vi è poi una sì grande differenza tra l’uccidere il proprio nemico o l’assassinarlo? Knut Alfson aveva spaccato più di una fronte colla sua spada e tuttavia la sua era pura come quella d’un bambino. Perchè allora vedo io sempre questo... (fa un movimento come se colpisse col coltello) questo colpo nel cuore... e poi la rossa fiumana di sangue? (suona e prosegue a parlare, nel mentre cerca in mezzo alle carte) Da ora in avanti non voglio più saperne di sì brutte visioni. Voglio occuparmi giorno e notte e dopo la fine del mese... dopo la fine del mese mio figlio sarà qui con me...

Björn. (entra dalla sinistra).

SCENA XIII. Detta e Björn.

Björn. Avete suonato, nobile donna?

Jnger. (scrivendo) Porta dei lumi. D’ora in avanti voglio avere molta luce.

Björn. (via di nuovo dalla sinistra).

Jnger. (dopo una pausa si alza con veemenza) No, no, no, questa notte non posso tenere la penna! La mia testa brucia e lavora... (ascolta spaventata) Che è questo? Ah, là dentro inchiodano il coperchio sulla bara... Quand’io ero ancora fanciulla, mi raccontavano le favole del cavaliere Age, che andava colla bara sulle spalle. Se quegli di là dentro avesse il capriccio una notte, con la bara sulle spalle, di venirmi a ringraziare per quello che gli ho fatto! (ride sottovoce) Hem! Alla nostra età non abbiamo nulla da fare colle credenze dei bambini. (impetuosa) Ma tali favole non ostante non servono a nulla! Esse fan fare sogni irrequieti. Quando mio figlio sarà re, debbono essere proibite. (va un paio di volte su e giù, quindi apre la finestra) Che tempo ci vorrà ordinariamente, perchè incominci la putrefazione? Si deve dar aria a tutte le camere! Altrimenti non è sano il vivere qui.

Björn. (entra dalla sinistra con due candelabri, che posa sulla tavola).

SCENA XIV. La signora Jnger e Björn.

Jnger. (che ha ripreso le carte in mano) Così va bene. Non dimenticare ciò che io t’ho detto. Molte candele sulla tavola. Che fanno adesso di là?

Björn. Inchiodano ancora più saldamente il coperchio della cassa.

Jnger. (scrivendo) Lo inchiodano però ben forte?

Björn. Quanto basta.

Jnger. Sì, sì... tu non sai, quanto sia questo necessario. Guarda che la bara sia chiusa diligentemente. (va da lui con le mani piene di fogli e gli dice con grande mistero) Björn, tu sei un vecchio, ma io ti do il primo posto nel mio cuore. Sii sempre vigile davanti a tutti... davanti a quelli che son morti ed agli altri che devono morire. Ora va dentro... va dentro e cura che inchiodino il coperchio della bara ben saldamente.

Björn. (sottovoce, scuotendo la testa) Che ha essa mai, mio Dio! (via dalla sinistra).

SCENA XV. La signora Jnger sola.

Jnger. (comincia a suggellare una lettera, la getta via mezza finita, va un po’ su e giù, quindi con violenza) Se io fossi stata paurosa, non avrei fatto questo. Mai e poi mai! S’io fossi stata paurosa, mi avrei gridato: Cessa; mentre rimane ancora alla tua anima una speranza di felicità! (il suo sguardo cade sul ritratto di Steno Sture, lo storna e dice sottovoce) Quale sogghigno mi fa! Ah, via (volta contro la parete il ritratto senza guardarlo) Perchè hai sogghignato? Forse perchè ho agito male con tuo figlio? Ma l’altro... non è anche tuo figlio? Ed è mio nello stesso tempo; poni bene mente a questo! (guarda sott’occhio verso la rimanente fila di quadri) Così feroci come questa notte, non mi era capitato ancora di vederli. Mi seguono con lo sguardo, là dove io vada e stia. (pesta i piedi) Non ne voglio saper nulla! Io voglio aver pace in casa mia. (incomincia a voltare contro la parete tutti i ritratti) E se fosse anche la Santa Vergine stessa... Pensi tu, che sia ora tempo...? Perchè non hai esaudita mai la mia preghiera, quand’io ti pregavo sinceramente, di farmi restituire il mio bambino? Perchè? Perchè il monaco di Vittenberg ha ragione: Nessun vi è tra Iddio e gli uomini! (respira penosamente, proseguendo sempre con crescente ferocia) Ed è bene ch’io sia pratica di queste cose. Nessuno ha visto, ciò che è successo là dentro, nessuno può testimoniare contro di me. (d’un tratto apre le braccia sussurrando) Figlio mio, mio amato bambino! Vieni da me. Io son qua! Ascolta! Ti voglio dire qualcosa. Io sono odiata lassù... di là degli astri... perchè ti ho partorito! Ero predestinata per ristabilire nel Regno la fede di Dio Signore. Ma io ho seguito il mio proprio cammino. Per questo ho sofferto molto e lungamente.

Björn. (viene dalla stanza a sinistra).

SCENA XVI. La signora Jnger e Björn.

Björn. Nobile signora, devo avvertirvi... ma Dio mio Redentore! Che vedo mai?

Jnger. (che siede sull’alta sedia, che sta a destra al muro) Silenzio, silenzio! Io sono la madre del re. Hanno eletto re mio figlio. La lotta è stata difficile, ma abbiamo vinto... non ostante io abbia dovuto combattere con Dio!

Lykke. (anelante dalla destra).

SCENA XVII. Detti, Nils Lykke e SOLDATI.

Lykke. Egli è salvo. Io ho l’assentimento di Jens Bielke! Signora Jnger, sappiate...

Jnger. Silenzio, dico. Udite il tumulto? (dalla camera a sinistra s’intona un salmo dei morti) Adesso s’avanza il corteggio dell’incoronamento. Quanta gente! Tutti s’inchinano davanti alla madre del re. Sì, sì, essa ha pur lottato pel suo figliuolo, così a lungo, che le sue mani son diventate rosse di sangue. Dove sono le mie figlie? Non le vedo.

Lykke. In nome di Dio, che cosa è qui accaduto?

Jnger. Mie figlie, mie adorate figlie! Io non le ho più, me ne era rimasta una e l’ho perduta, quando volle andare al talamo. Il cadavere di Lucia riposa colà. Non v’era posto per due.

Lykke. Ah! siamo dunque a questo punto! La vendetta del signore mi ha colpito!

Jnger. Lo vedete? Vedete, vedete! Ecco il re. Esso è il figlio di Jnger Gyldenlöve! Lo riconosco alla corona, all’anello di Steno Sture ch’egli porta al collo. Ei s’avvicina. Presto lo stringeranno le mie braccia. Ah, ah!... Chi trionfa Dio ovvero io?

I soldati. (s’avanzano colla bara).

SCENA XVIII. Detti, soldati, Jens Bielke.

Jnger. (si tocca la testa e grida) Il cadavere! (mormorando) Oibò! Questo è un brutto sogno. (si lascia cadere all’indietro sulla sedia alta).

Bielke. (entra dalla destra, si ferma e sorpreso grida) Morto dunque!...

Un soldato. Si è ucciso.

Bielke. (con uno sguardo su Lykke) Egli stesso?

Lykke. Silenzio!

Jnger. (languidamente, ricordandosi) Sì, certo, adesso mi ricordo di tutto.

Bielke. (ai soldati) Mettete giù il cadavere. Questi non è il conte Sture.

Un soldato. Perdonate signor cavaliere... tuttavia questo anello, che egli traeva al dito...

Lykke. (gli stringe il braccio) Taci, taci!

Jnger. (va in su) L’anello? L’anello! (s’affretta là e lo tira a sè) L’anello di Steno Sture! (con un grido) O Gesù Cristo! Mio figlio! (si getta sulla bara).

I soldati. Suo figlio?

Bielke. (contemporaneamente) Il figlio di Jnger Gyldenlöve?

Lykke. Appunto.

Bielke. Ma perchè non me lo avete detto?...

Björn. (cercando di alzarla) Aiuto aiuto! Padrona che avete?

Jnger. (con voce spenta, alzandosi a metà) Che ho? Muoio. Ancora un’altra bara! Una fossa accanto al mio bambino! (cade di nuovo senza forze sulla bara).

Lykke. (via dalla destra in fretta) (generale commozione nei restanti).

FINE DEL QUINTO ED ULTIMO ATTO.