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La signora Inger di Östrot

Chapter 4: SCENA PRIMA.
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About This Book

An aristocratic widow struggles to preserve her estate and influence amid competing local and foreign interests, pursuing marriages, alliances, and political maneuvering to secure her family’s future. Personal loyalties conflict with public obligations as tensions among relatives, retainers, and rival claimants surface. Rumours, concealed motives, and past choices complicate negotiations and provoke moral dilemmas, while confrontations and strategic bargaining escalate stakes. Presented in five acts of historical drama, the piece alternates intimate domestic scenes with broader political intrigue to explore themes of honor, identity, leadership, sacrifice, and the burden of legacy.

ATTO PRIMO

Attraverso la porta aperta, nel mezzo, si vede la sala dei cavalieri illuminata debolmente dalla luna, che di tanto in tanto entra da una grande finestra arcuata, che si trova nella parete in fondo. A destra, una porta d’uscita e una finestra con tende; a sinistra, una porta che conduce nelle stanze interne; vicino al proscenio un gran camino che illumina la stanza. È una sera di temporale. Destra e sinistra degli attori.

SCENA PRIMA.

Björn e Finn siedono al camino; quest’ultimo è occupato a pulire un elmo. Diverse armi sono presso di loro e tra queste una spada ed uno scudo.

Finn. (dopo una pausa) Chi era Knut Alfson?

Björn. La leggenda dice che egli sia stato l’ultimo cavaliere norvegese.

Finn. Ed i danesi lo uccisero nel fiord di Oslo?

Björn. Domandalo ad un fanciullo di cinque anni, se non lo sai.

Finn. Dunque Knut Alfson fu il nostro ultimo cavaliere? Ed è morto là? (solleva l’elmo) Sì, adesso tu devi essere lucente, e far la tua figura bianco e pulito nella sala dei cavalieri; tu adesso non sei che un vuoto guscio di noce, il cui nocciolo fu divorato dai vermi, durante l’inverno. Senti Björn, non si potrebbe paragonare la Norvegia ad un guscio di noce vuoto, come questo elmo, che di fuori è pulito e di dentro è roso dai vermi?

Björn. Finiscila e continua il tuo lavoro. Hai terminato con l’elmo?

Finn. Luccica come l’argento al chiaro della luna.

Björn. Mettilo da parte, e leva la ruggine alla spada.

Finn. (la prende e la rigira fra le mani) Ma ne val proprio la pena?

Björn. Che cosa vuoi dire?

Finn. Non ha filo.

Björn. Fa niente, dalla a me. Prendi lo scudo.

Finn. (c. s. colla spada) A questo mancano i bracciali.

Björn. (mormora) Sì, vorrei, potrei prender anche te come...

Finn. (lo guarda cantarellando).

Björn. Che c’è di nuovo?

Finn. Un elmo vuoto, una spada senza filo ed uno scudo senza bracciali, ecco le armi della casa. Io credo che la signora Jnger non avrà a censurare nessuno, se queste armi sebbene pulite, rimangano nella sala, invece di rugginirsi nel sangue dei Danesi.

Björn. Queste son chiacchiere; adesso regna nel paese la pace, a quello che so.

Finn. Pace? Sì, quando il contadino ha consumato l’ultima freccia e quando il lupo ha rapito l’ultima pecora del greggie, allora ci è pace fra di loro. Ma questa è una pace ben strana. Lasciamo questi discorsi, tutto è in ordine, la panoplia splende nella sala. Tu conosci il vecchio proverbio: Solo il cavaliere è un uomo. Or non essendoci adesso nel paese cavalieri e quindi non veri uomini, è la donna che deve comandare; perciò vedi...

Björn. Perciò, perciò io ti ordino di smettere con tutte queste chiacchiere. (si alza) La sera si avvicina, vedi, va dunque a rimettere le armi nella sala.

Finn. (forzato) No, preferisco farlo domani.

Björn. Non sei mai stato pauroso!?

Finn. Di giorno no, ma quando viene la sera non mi piace star solo. Sì, tu mi guardi; ma tu devi sapere, che nella camera dei servi si parla spesso di ciò. (piano) Si dice che ogni notte venga una grande figura vestita di nero.

Björn. Vecchie chiacchiere di donnicciuole.

Finn. Ma tutti giurano che è la verità.

Björn. Allora lo credo.

Finn. La stranezza sta in ciò, che lo crede anche la signora Jnger.

Björn. (meravigliato) La signora Jnger? Ebbene che cosa crede?

Finn. Questa è una cosa che non sanno molti. Ciò che è certo però è che la Signora non è troppo tranquilla. Non la vedi di giorno in giorno, diventare più pallida e magra? (con uno sguardo pauroso) La gente dice che essa non dorme mai e teme gli spettri.

Elina Gyldenlöve. (appare durante le ultime parole sulla soglia della porta semi-aperta di sinistra, si ferma ed ascolta inosservata).

SCENA II. Detti, Elina Gyldenlöve (non vista, attenta).

Björn. E tu credi a simili stupidaggini?

Finn. Io si. Del resto ci sono delle persone che possono provarlo. Ma vedi, questa è pura malvagità. Senti, Björn, conosci la canzone del paese?

Björn. Una canzone?

Finn. Popolarissima. E’ una satira vergognosa, si capisce. Ma è conosciuta da tutti. Senti: (canta con voce sommessa).

Donna Jnger a Östrot, nei suoi castelli

Sta sola, circondata da splendori.

S’ammanta nel velluto e sui capelli

Vezzi ha di perle e scintillanti fiori...

Pur soffre, e per l’angoscia è triste e muta,

Al danese signore s’è venduta.

Ha venduto sè stessa e la sua gente

E si ha il compenso...

Björn. (lo prende pel petto).

Elina (si ritira non veduta).

Björn. Ed io ti mando senza ricompensa al diavolo, se parli ancora della signora Jnger.

Finn. (ritirandosi) Ma l’ho composta io quella canzone? (a destra di fuori si sente un corno).

Björn. Senti? Che è ciò?

Finn. Un corno. Saranno degli altri ospiti che arrivano.

Björn. (alla finestra di dentro) Aprono il portone. Sento il rumore delle armi nel cortile. Dev’essere un cavaliere.

Finn. Un cavaliere? O che è possibile?

Björn. Perchè no?

Finn. L’hai detto tu stesso. Il nostro ultimo cavaliere è morto (parte a destra).

SCENA III. Björn (solo).

Björn. Maledetto furfante, egli ha gli occhi dappertutto. Egli ha guastato tutto quello che io voleva nascondere e dissimulare. Adesso è sulla bocca del popolo: non passerà molto tempo che ognuno griderà, che...

Elina Gyldenlöve. (entra da sinistra).

SCENA IV. Björn, Elina Gyldenlöve.

Elina. (guarda intorno e domanda con moto represso) Sei solo, Björn?

Björn. Siete voi, signorina Elina?

Elina. Senti, raccontami una delle tue favole. Io so che tu lo puoi ancora.

Björn. Raccontare? Adesso, a sera così inoltrata?

Elina. Se tu stai lì a calcolare il tempo, si farà anche più notte.

Björn. Che avete? Vi è successo qualche cosa? Siete così inquieta.

Elina. Può essere. Penso che 6 mesi fa morì Lucia, la mia cara sorella.

Björn. Non è per questo... non è per questo che andate attorno sola, ora pensierosa, pallida e muta, ora anche imprudente e fiera come questa sera.

Elina. Non credi? E perchè no? Non era essa bella, dolce e tranquilla come una notte d’estate? Björn, ti assicuro che amavo Lucia come me stessa. Hai dimenticato le notti d’inverno che noi ancora bambine, passavamo sulle tue ginocchia? Tu ci cantavi le canzoni e raccontavi...

Björn. Sì. Allora ero allegro e sereno.

Elina. Sì, allora! Allora io passava una bella vita, pensando alle leggende e vagando co’ miei pensieri. E’ possibile che la spiaggia fosse allora così nuda come adesso? Ed anche se fosse vero, io non l’avevo osservata. Io andava a passeggiare là a preferenza e pensavo a tutte le belle favole; i miei eroi venivano da lontani paesi per mare; io vivevo con essi e li seguivo quando si dipartivano di là. (si siede) Adesso invece mi sento debole e stanca. Adesso non vivo più delle mie favole; esse non sono che favole. (si alza rapidamente) Björn, sai tu ciò che mi ha resa malata? Una verità, una brutta verità, che mi tormenta giorno e notte.

Björn. Che cosa volete dire con ciò?

Elina. Ti ricordi, quando talvolta tu ci davi dei consigli sul modo di vivere? Mia sorella Lucia seguì i tuoi consigli; ma io...... che!

Björn. (consolandola) Ebbene, via!....

Elina. Lo so, era fiera, coraggiosa! Quando noi giuocavamo insieme volevo fare sempre la regina, perchè ero la maggiore, la più bella, la più sapiente.

Björn. È vero.

Elina. Una volta tu mi prendesti per mano e mi dicesti, guardandomi severamente: Non essere superba delia tua bellezza e della tua superiorità; ma sii fiera, come l’aquila sulle alte vette, perchè tu sei la figlia di Jnger Gyldenlöve.

Björn. Infatti avete ben ragione d’essere fiera.

Elina. Sì, tu me l’hai detto sovente, Björn. Oh! allora mi raccontavi tante favole. (essa stringe la sua mano) Grazie per tutte! Raccontamene ancora una; forse potrei ridiventare allegra come prima.

Björn. Ma adesso non siete più una bambina.

Elina. Certo! Ma lasciami l’illusione di esserla.

Björn. (si siede sull’orlo del camino) C’era una volta un cavaliere di nobile stirpe...

Elina. (che stava ascoltando inquieta, lo prende per il braccio e dice con violenza, ma a bassa voce) Piano, non gridar tanto. Non sono sorda!

Björn. (piano) C’era una volta un nobile cavaliere, che aveva la stranezza...

Elina. (si alza a metà ed ascolta con attenzione paurosa verso la sala).

Björn. Ma signorina, che avete?

Elina. (si siede di nuovo) Nulla, va avanti.

Björn. Dunque come dicevo, se egli guardava negli occhi una donna che non fosse sua parente, questa non lo dimenticava mai più, lo seguiva sempre col pensiero dove andava, dove si trovava e languiva di desiderio.

Elina. Questa l’ho già sentita. Del resto non è una favola, che tu racconti. Poichè il cavaliere di cui parli, è Nils Lykke che ancora oggi è consigliere di Corte.

Björn. Può essere.

Elina. Ebbene.... continua.

Björn. Una volta si trovò...

Elina. (si alza) Ascolta! Taci!

Björn. Che c’è? Che avete?

Elina. Senti?

Björn. Che cosa?

Elina. È là! Sì, nel nome di Dio!

Björn. (si alza) Che cosa c’è là? Dove?

Elina. Lei stessa.... nella sala dei cavalieri (va in fondo).

Björn. (la segue) Come potete credere...? Signorina andate nella vostra camera.

Elina. Silenzio. Sta quieto; non muoverti, non farti vedere. Aspetta — la luna appare. Scorgi la figura nera...?

Björn. Santi del Cielo!

Elina. Vedi? Ha voltato colla faccia alla parete il ritratto di Knut Alfson, eh! eh! Ella lo guarda fisso negli occhi.

Björn. Signora Elina — ascoltate.

Elina. (va verso il camino) Adesso lo so, adesso lo so!

Björn, (tra sè) È dunque vero!

Elina. Chi era, Björn? Chi era?

Björn. L’avete veduta meglio di me.

Elina. Ebbene? Chi ho veduto?

Björn. Vostra madre.

Elina. (quasi fra sè) Notte per notte io ho sentito i suoi passi. L’ho udita sospirare e gemere, come un’anima irrequieta. Ed il popolo dice... Ho capito adesso. So che...

Björn. Silenzio!

La sig. Jnger. (viene dal mezzo).

SCENA V. Detti, Signora Jnger.

Jnger. (entra in fretta dal mezzo senza osservare gli altri; va direttamente alla finestra di destra, scosta la tenda e guarda fissamente fuori per qualche tempo, come se spiasse qualcuno sulla via; poi si volta e ritorna lentamente nella sala).

Elina. (piano, seguendola collo sguardo) Errabonda, pallida come una morta!... (di fuori a destra si sente rumore, come di tumulto ed un vociare confuso).

Björn. Che succede adesso?

Elina. Va a vedere, che cosa c’è.

Ejnar Huk. (appare con una banda di contadini e servi).

SCENA VI. Björn, Elina, Ejnar Huk, contadini e servi.

Huk. (sulla porta) Subito da lei, e non siate timidi!

Björn. Chi cercate?

Huk. La signora Jnger stessa.

Björn. La signora Jnger? A quest’ora?

Huk. Tardi, ma sempre a tempo, credo.

Contadini. Sì, sì, adesso ci avrà uditi. (entrano).

Jnger. (si mostra nello stesso momento alla porta della sala).

Tutti. (fanno silenzio).

SCENA VII. Detti, Signora Jnger Gyldenlöve.

Jnger. Che volete da me?

Huk. Vi cercavamo, signora, per...

Jnger. Ebbene, parlate!

Huk. È un affare d’onore. Breve,... veniamo per pregarvi di un permesso, e di darci delle armi.

Jnger. Permesso ed armi?

Huk. È venuta una nuova dalla Svezia che il popolo a Dalekarlia si è sollevato contro il re Gustavo.

Jnger. Il popolo si è sollevato?

Huk. Sì, così si dice, e dev’essere certo.

Jnger. Ebbene — se fosse vero — che c’entrate voi colla rivolta dei Dalekarliani?

I contadini. Vogliamo unirci. Vogliamo essere con loro, e liberare noi stessi!

Jnger. (piano) Ah! che sia venuto il momento!

Huk. Da tutti i villaggi norvegesi i contadini accorrono a Dalekarlia. I proscritti, che erano da anni nelle montagne, adesso osano rivoltarsi, radunano gente ed affilano le loro armi arruginite.

Jnger. (dopo una pausa) Sentite.... Ditemi, avete ben pensato prima d’agire? Avete calcolato tutto ciò, che vi costerebbe, se vincessero i soldati di re Gustavo?

Björn. (piano ad Jnger). Pensate ciò che sarebbe dei Danesi, se i soldati di Gustavo perdessero.

Jnger. (in tono sdegnoso) Questo non mi riguarda. (si rivolge ai contadini e ai servi) Voi sapete che re Gustavo può contare sopra l’aiuto della Danimarca. Re Federico è suo amico e non vorrà lasciarlo solo nel pericolo.

Huk. Ma se tutti i contadini norvegesi si sollevassero!? Se ci unissimo tutti? Nobili e popolani? Sì, signora Gyldenlöve, adesso credo quasi che l’occasione propizia sia venuta; approfittiamone e si scaccino gli stranieri dal paese.

Jnger. (piano) Di coraggio ne hanno — ma, ma...

Björn. (fra sè) È indecisa (a Elina) Sentite, signorina Elina? Voi avete giudicato male vostra madre.

Elina. Björn! Io potrei strapparmi gli occhi dalla testa se questi mi hanno ingannato.

Huk. Vedete, nobile signora, prima di tutto bisogna agire contro Gustavo; quando lo avremo reso impotente, allora non potranno i Danesi restare qui lungamente...

Jnger. E poi?

Huk. Allora saremo liberi, non avremo più signori stranieri, e potremo sceglierci noi stessi un re, come gli Svedesi prima di noi hanno sempre fatto.

Jnger. Noi stessi un re! Pensate alla famiglia degli Sturi?

Huk. Re Cristiano ed altri dopo di lui si sono occupati per trovare degli eredi. I nostri migliori signori sono smarriti nelle nostre montagne; ma potrebbe darsi il caso che qualcuna delle antiche famiglie...

Jnger. (presto) Basta, Ejnar Huk! Basta! (a parte) O mia cara speranza! (si volge verso i contadini ed i familiari) Io vi ho sconsigliato quanto ho potuto. Vi ho detto a quali difficoltà andate incontro. Ma voi siete fissi nella vostra idea e sarebbe una pazzia da parte mia l’impedirvi d’agire.

Huk. Abbiamo dunque il vostro consenso?

Jnger. Voi avete la vostra libera volontà. Procurate di servirvene con prudenza. Come vi dico, sarete tormentati e perseguitati. Io non me ne intendo di queste cose. Non voglio nemmeno saperne niente. Che cosa posso fare io donna e sola? Se voi volete saccheggiare la sala dei cavalieri, vi sono delle armi buone ed utili, voi oggi siete potenti qui in Östrot. Potete fare ciò che volete. Buona notte. (vuol andare).

La folla. (emette dei gridi di evviva e urrah! I servi accendono dei lumi e vanno a cercare le armi).

Björn. (trattiene Jnger) Grazie, nobile e generosa signora! Io che vi conosco da fanciulla, non ho mai dubitato di voi.

Jnger. Taci, Björn, è un’azione piena di pericoli, quella cui mi avventuro questa sera. Per gli altri non si tratta che della vita, ma per me mille volte di più, credimi.

Björn. Come? Voi temete per la vostra potenza?

Jnger. La mia potenza? Dio del cielo!

Un servo. (viene dalla sala con una grossa spada) Vedete, ecco un vero dente di lupo. Con questo io farò la caccia nel sangue dei nostri nemici.

Huk. (ad un servo) Che cosa hai trovato?

Il servo. Una corrazza e uno scudo.

Huk. Per te va bene; vedi, qui ci sono le armi di Steno Sture; appendi una lancia allo scudo, e ciò sarà il segno più valido di guerra.

SCENA VIII. Detti, Finn (da sinistra con una lettera va dalla signora Jnger).

Finn. Vi ho cercato da per tutto.

Jnger. Che cosa c’è?

Finn. (le dà la lettera) L’ha portata un ragazzo di Drontheim con un’ambasciata.

Jnger. Fate vedere (apre la lettera) Da Drontheim? Che vorrà dire ciò? (scorre la lettera con un’occhiata) Dio mio! Di lui! E qui nel paese... (la legge in fretta).

Gli uomini. (vanno a cercare delle armi nella sala).

Jnger. (tra sè) Dunque vien qui questa notte. Si tratta di combattere di prudenza e non colla spada.

Huk. Basta, buoni contadini, basta, credo che adesso siamo armati abbastanza. Possiamo metterci in cammino.

Jnger. (con modo imperioso) Nessuno lascerà oggi il paese.

Huk. Ma nobile signora, adesso il vento è favorevole e potremo attraversare il fiord.

Jnger. Si farà come ho detto.

Huk. Dobbiamo aspettare fino a domani?

Jnger. Fino a domani ed anche di più. Nessun uomo armato deve lasciar oggi Östrot (segni di malcontento).

Un contadino. Noi andremo lo stesso, sig. Jnger.

Molti altri. Sì, andremo lo stesso.

Jnger. (si avanza verso di loro) Chi l’osa?

Tutti. (tacciono).

Jnger. (dopo una breve pausa) Ho pensato meglio. Che ne sapete voi gente del popolo, delle cose di Stato? Come potete presumere di saperne più di me? Voi dovete cercare di sopportare per un po’ ancora l’oppressione ed il giogo. E queste mie parole del resto non possono affliggervi, nè sorprendervi, se pensate che anche noi signori non abbiamo al dì d’oggi niente da stare allegri. Riponete le armi nella sala. Più tardi vi paleserò la mia volontà. Andate.

I servi. (portano via le armi).

La folla. (si ritira per la porta di destra).

Elina. (piano a Björn) Credi tu ancora, che io mi sbagli nel giudicare la signora di Östrot?

Jnger. (fa segno a Björn d’avvicinarsi) Preparate una camera.

Björn. Come comandate signora.

Jnger. E la porta aperta per chi vuol venire.

Björn. Ma...?

Jnger. La porta aperta!

Björn. La porta aperta. (va a destra).

Elina. (si volta a sinistra).

SCENA IX. Signora Jnger, Elina.

Jnger. (ad Elina sulla porta a sinistra) Resta!

Elina. (ritorna).

Jnger. Elina, figlia mia, ho da dir qualche cosa a te sola.

Elina. Vi ascolto.

Jnger. Tu hai una cattiva opinione di tua madre.

Elina. Credo quello, che la vostra condotta mi forza con mio dolore a credere.

Jnger. Ah! tu rispondi come ti suggerisce il tuo pensare cattivo.

Elina. E chi mi ha resa così? Da quando era bambina io vi consideravo come una donna grande e di gran cuore, come una di quelle, di cui parlano le leggende e le vecchie storie. Mi pareva che Dio stesso avesse impresso il suo segno sopra la vostra fronte, per sorreggere i paurosi e gli indecisi. Nelle sale dei signori, i cavalieri lodavano il vostro valore ed il popolo stesso vi chiamava la speranza e la forza del paese. E tutti pensavano che voi avreste ridato alla Norvegia il benessere e la felicità. Tutti pensavano che per voi sarebbero risorti come a nuova vita. Finora è ancora notte però ed io non so se risorgerà mai un giorno con voi.

Jnger. Le tue sono parole velenose. Qualcuno ti ha riferito ciò; la folla ignorante mormora di cose, di cui essa non può giudicare.

Elina. La voce del popolo è quella della verità; lo diceste voi, quando la vostra voce risuonava nei canti e nei discorsi.

Jnger. Può essere. Ed anche se avessi risoluto di starmene inoperosa, invece di agire.... credi tu che tale posizione non sia per me anche troppo pesante perchè tu la debba rendere ancora dippiù?

Elina. Credete che la vita mi pesa come a voi; io era felice quando vi credevo. Adesso per poter vivere, devo mostrarmi orgogliosa. Oh! io sarei ben fiera, se voi foste rimasta quella che eravate prima.

Jnger. Che importa a te ch’io non lo sia? Da chi hai saputo, che tua madre non agisce secondo i suoi doveri?

Elina. (prorompendo) Oh! se io lo facessi!

Jnger. Taci; tu non hai il diritto di domandar conto delle azioni di tua madre. Io con una sola parola potrei... ma è meglio che tu non sappia, tu devi aspettare gli avvenimenti; può accadere che...

Elina. (vuol andare) Buona notte, madre.

Jnger. (esitante) No, resta con me; ho ancora qualche cosa da aggiungere. Avvicinati; tu devi udirmi Elina! (si siede presso il tavolo, alla finestra di destra).

Elina. Vi ascolto.

Jnger. Per quanto tu sii di carattere chiuso, e non abbii detto mai nulla, so di sicuro che tu hai desiderato più di una volta di andar via da qui. Tu sei troppo sola qui.

Elina. E ciò vi meraviglia, madre?

Jnger. Dipende da te, perchè siano in avvenire cambiate le cose.

Elina. Come?

Jnger. Ascoltami, questa notte aspetto un ospite.

Elina. (avvicinandosele) Un ospite?

Jnger. Un ospite che deve rimanere straniero e sconosciuto. Nessuno deve sapere nè da dove viene, nè dove va.

Elina. (le cade in ginocchio davanti, prendendole le mani con un grido di gioia) Madre mia, madre mia! Perdonatemi se potete, i miei torti contro di voi!

Jnger. Che intendi dire? Elina, io non ti capisco.

Elina. Dunque tutti si sono sbagliati! Voi siete ancora fedele!

Jnger. Ma via, alzati e parla.

Elina. Ebbene, credete che io non sappia chi sia l’ospite aspettato?

Jnger. Tu lo sai? Ebbene?

Elina. Credete voi che le porte di Östrot siano tanto grosse da non lasciar passare un lamento? Credete voi che io non sappia che qualche avanzo di nobile famiglia vada errando qui intorno senza pane e senza tetto, come un esiliato, nel mentre che i Danesi dispongono delle case dei suoi padri?

Jnger. Ebbene? Prosegui.

Elina. So benissimo che alcuni ben nati cavalieri sono cacciati, come lupi nella foresta. Essi non hanno casa e nemmeno un tozzo di pane.

Jnger. (fredda) Basta! Adesso ti capisco.

Elina. E perciò voi aprite loro le porte di notte. E perciò egli deve essere straniero e sconosciuto, questo ospite, del quale nessuno deve sapere da dove viene e dove va! Voi, malgrado i severi ordini dei signori, che vi proibiscono di soccorrere i fuggiaschi, li ospitate e li mantenete.

Jnger. Basta ti dico. (tace per un momento e soggiunge dolorosamente) Ti inganni Elina, non è uno di questi ch’io aspetto.

Elina. (si alza) Allora io ho capito male sicuramente.

Jnger. Odimi, figlia mia. Ma con attenzione e procura di capirmi.

Elina. Avrò capito quando mi avrete parlato.

Jnger. Dunque ascolta quello che ti ho da dire: Per quanto io abbia potuto, finora ho cercato sempre di renderti inconsapevole di tutti i dolori e di tutte le angoscie che ci opprimono. A che servirono tutte le cure ch’io ebbi per la tua giovane anima? Non dobbiamo ora piangere e lamentarci come donnine, ma abbiamo bisogno di forza e coraggio virile.

Elina. E chi vi ha detto che io non ne abbia al bisogno?

Jnger. Taci bambina, potrei prenderti in parola.

Elina. Come, madre?

Jnger. Potrei chieder tanto da te — potrei! — Ma lasciami finire. Tu devi dunque sapere che si avvicina il tempo, per il quale i consiglieri della corte danese tanto hanno lavorato — il tempo voglio dire — in cui essi daranno l’estremo colpo alla nostra libertà: si tratta per ciò...

Elina. (vivace) Di cacciarli madre mia?

Jnger. No, di saper tollerare per ora. In Copenhagen il governatore è stato adesso cambiato, per vedere di sistemare meglio le cose. La maggioranza deve pensare che le discordie sussisteranno sempre, fino a che Norvegia e Danimarca non siano un regno unito; poichè quando noi godremo dei nostri diritti come regno libero e si dovrà trattare della scelta del re, è probabile che scoppino le ostilità apertamente. Ciò, vedi, i signori danesi vogliono impedirlo...

Elina. Lo vogliono impedire?... E noi dovremo soffrirlo? Dovremo star a vedere tranquillamente che...

Jnger. No, noi non lo soffriremo. Ma noi abbiamo bisogno di armi. Ora, entrando in aperta guerra, dove ci condurrà il nostro agire? E non è epoca cattivissima questa di mettersi soli in campagna? No, se vogliamo tentare qualche cosa, dobbiamo farla prudenti ed in silenzio. Dobbiamo come dico, guadagnar tempo, prepararci. Nella Norvegia del Sud vi sono molti partigiani nobili per i Danesi, ma qui nel Nord a Dovrefield c’è sempre del dubbio. Perciò re Federico ha inviato espressamente un messo per informarsi, come la pensiamo.

Elina. (ansiosa) Ebbene e poi?

Jnger. Questo cavaliere sarà questa notte in Östrot.

Elina. Qui? Questa notte?

Jnger. Un vetturale lo trasportò ieri da Drontheim; da lui seppi che egli doveva venir qui. Fra qualche ora sarà qui.

Elina. E voi non pensate a ciò, cui andate incontro, concedendo all’inviato danese un tal convegno? Il nostro popolo non è forse abbastanza sospettoso? Come potete sperare che esso si lasci governare e consigliare, se voi lasciate dire che...

Jnger. Non ti preoccupare. Io ho ben pensato a tutto ciò; ma non c’è nessun pericolo. La sua venuta qui è un segreto, perciò egli viene quale straniero e sconosciuto e così dovrà restare.

Elina. E del suo nome danese?

Jnger. Esso ha una grande influenza, Elina! La nobiltà danese potrebbe difficilmente vantarne migliore.

Elina. Ma che avete dunque stabilito? Io non ho ancora capito quale sia la vostra intenzione.

Jnger. Tu lo saprai ben presto. Quando non si può schiacciare il serpe, lo si deve legare.

Elina. Ma si deve ben guardare, che la corda non si rompa.

Jnger. Dipende da te, se sarà ben legata.

Elina. Da me?

Jnger. Ho osservato da lungo tempo che per te Östrot è una gabbia ed ad un giovane falco non conviene la prigione.

Elina. Le mie ali sono tarpate. Anche se mi deste la libertà, mi servirebbe a ben poco.

Jnger. Le tue ali non sarebbero impotenti, se tu lo volessi.

Elina. Se io lo volessi? La mia volontà è nelle vostre mani. Se continuaste ad esser ciò che eravate, anch’io...

Jnger. Basta ti dico. Ascoltami. Il partire da Östrot non credo, che ti contrarierebbe molto.

Elina. Può essere, madre mia.

Jnger. Tu mi dicesti una volta che la tua vita era felice, quando vivevi del pensiero, delle leggende e delle favole. Questa vita potrebbe ritornare per te.

Elina. Che dite?

Jnger. Se un possente cavaliere venisse e ti portasse con sè, dove potresti trovare ancelle, scudieri, abiti di seta e sale dorate?

Elina. Un cavaliere, dite?

Jnger. Un cavaliere.

Elina. (piano) Ed il messo danese viene qui questa notte.

Jnger. Questa notte.

Elina. Se è così, temo di mal interpretare le vostre parole.

Jnger. Non c’è niente da temere, se non vuoi interpretarle male. Certo non è mia intenzione di forzare la tua volontà. Tu devi scegliere secondo le tue preferenze e risolvere da te stessa.

Elina. (avvicinandosele di un passo) Voi avete sentito parlare di quella madre, che di notte tempo andava in slitta sulla montagna coi suoi piccoli? Una turba di lupi prese ad inseguirla; si trattava della vita o della morte ed essa gettò i suoi bambini uno dopo l’altro, per guadagnar tempo e salvar sè stessa.

Jnger. Favole! Una madre si strappa il cuore dal petto, prima di abbandonare i suoi figli ai lupi.

Elina. Se non fossi la figlia di mia madre, vi darei ragione; ma voi siete quella madre, che gettò le proprie figlie ai lupi, una dopo l’altra. Prima gettaste la maggiore. Cinque anni fa Merete partì da Östrot ed ora è là tra i monti sposa di Vincenzo Lung; ma credete voi ch’essa sia felice come moglie d’un signore danese? Vincenzo Lung è potente, quasi come un re. Nella sua casa Merete ha ancelle, scudieri, vesti splendide e sale dorate; ma per lei il giorno è buio e la notte non ha requie, essa non si è mai trovata bene. Egli venne qui, le fece la corte, perchè essa era la gentildonna più ricca di Norvegia e perchè egli aveva bisogno di essere sicuro nel paese. Lo so io, oh! lo so benissimo. Merete era ubbidiente a voi. Essa seguì il signore straniero. Ma cosa le è costato! Più lagrime di quelle, che potrebbe versare una madre al giorno del giudizio per scolparsi!

Jnger. Conosco il mio operato e ciò non mi spaventa.

Elina. Il vostro operato non finisce qui: dov’è Lucia, la vostra seconda figlia?

Jnger. Domandalo a Dio che se l’ha presa.

Elina. A voi lo domando; perchè avete da rispondere della sua vita. Era allegra e vispa come un uccellino in primavera, quando partì da Östrot per visitare la sorella Merete. Un anno dopo ritornò qui, il suo viso era pallido e la morte si era impadronita di lei. Sì, voi vi meravigliate, madre mia! Voi credevate che queste cose fossero segreti vostri, ma essa mi disse tutto. Un cavaliere di Corte aveva conquistato il suo cuore. Egli voleva sposarla; voi sapevate che si trattava del suo onore. E non ostante foste inflessibile e vostra figlia dovette morire. Vedete che io so tutto.

Jnger. Tutto? Dunque ti avrà detto anche il nome di lui.

Elina. Il nome? No, il nome non me l’ha detto. Essa aveva una gran paura di quel nome, non lo pronunciò mai.

Jnger. (come sollevata) Ah! dunque non sai tutto. Elina ciò che tu m’hai detto, io lo sapeva da lungo tempo. Ma c’è una cosa, alla quale tu forse non hai fatto attenzione. Il cavaliere che trasportò Lucia nei monti era un Danese.

Elina. Lo so.

Jnger. Ed il suo amore era una menzogna. Egli la conquistò con astuzie e parole ingannatrici.

Elina. Lo so; ma tuttavia essa lo aveva amato, e voi madre, non aveste il cuore di curare sopra tutto il suo onore.

Jnger. Non sarebbe stata felice. Credi tu, ch’io coll’esempio di Merete sotto gli occhi, avrei voluto dare mia figlia ad un uomo che non l’amava?

Elina. Le parole menzognere ingannano molto facilmente; ma io non mi lascio ingannare. Non crediate, che tutto ciò che mi sta attorno mi sia straniero. Ora conosco le ragioni del vostro modo di operare. So benissimo che i signori danesi non hanno in voi un’amica fedele. Voi li odiate forse, ma li temete. Al tempo di Merete i signori danesi erano onnipotenti; tre anni dopo, quando proibiste a Lucia di sposare l’uomo, cui era legata per la vita, sebbene fosse stata sedotta... le cose erano cambiate. I ministri del re danese avevano commesso delle infami vessazioni contro il popolo, e voi non trovaste più opportuno di stringere ancora più saldi legami cogli stranieri oppressori. E che avete fatto per vendicare quella infelice che morì sì giovane? Voi non avete fatto niente. Perciò io vorrei agire in vece vostra; vorrei vendicare tutte le onte, che la nostra casa e il nostro popolo hanno sofferto.

Jnger. Tu? Che ti viene in mente?

Elina. Io seguo le mie idee, come voi seguite le vostre. Quello che ho in mente di fare, non lo so nemmeno io; ma mi sento bastante forza per osare tutto per il giusto.

Jnger. Dunque tu vuoi combattere una lotta dura. Io feci una volta un voto che tu... Ed i miei capelli son divenuti grigi senza averlo potuto compiere.

Elina. Buona notte, il vostro ospite può venire ed io sono d’impaccio. Forse siete ancora a tempo. Dio vi aiuti. Non dimenticate che migliaia di persone vi guardano. Pensate a Merete che piange sulla sua vita perduta. Pensate a Lucia che dorme nella tomba. Ed ancora: non dimenticate che in questa notte si deciderà la sorte della vostra ultima creatura! (va a sinistra).

SCENA X. Jnger (sola).

Jnger. (la guarda) La mia ultima creatura! Tu hai detto il vero più di quanto non credi! Ma non si tratta solo di mia figlia. Dio aiutami, questa notte saranno decise le sorti di un regno. (va alla finestra a destra) Ah! mi par di sentire il trotto di un cavallo. (si sporge) No, non ancora. È stato il vento; soffia gelato. Perchè Dio mi fece donna, incombendomi un compito da uomo? Adesso per modo di dire, ho il paese nelle mie mani. Sta in mio potere il lasciarlo sollevare e ribellarsi. Essi aspettano il segnale da me. E se io non lo do ora, più tardi non saremo più in tempo. Esitare? Osteggiare la volontà degli altri? Non sarebbe meglio se... No, no — non lo voglio — non lo posso! (getta uno sguardo furtivo nella sala, si volta come spaventata e dice con voce paurosa) Sono là di nuovo — pallidi spettri — dei miei antenati morti. Oh! quegli occhi scintillanti, lì negli angoli della sala (batte le mani ritirandosi e grida) Steno Sture! Knut Alfson! Olaf Skaktavl! Lasciatemi! Non posso, non voglio!

SCENA XI. Sig. Jnger, Uno Straniero.

Uno Straniero. (forte, alto, coi capelli brizzolati, barba, avvolto in una pelle d’agnello lacera, colle mani incallite, entra dalla sala, si ferma sulla porta) Salve, signora Jnger Gyldenlöve.

Jnger. (si volta con un grido) Ah! Dio del cielo! Aiutami! (cade sulla sedia).

Lo straniero. (la fissa, imperturbabile, appoggiato sulla sua spada).

FINE DELL’ATTO PRIMO.