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La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note cover

La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note

Chapter 6: ATTO PRIMO
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About This Book

Una commedia mette in scena un'antica arringa giudiziaria attraverso un prologo e tre atti, centrata su una controversia ereditaria: un giovane orfano adottato da un vecchio ricco diviene erede e si trova contestato da altri parenti, emergendo versioni contrastanti di dovere familiare, sacrificio e possibile manipolazione. L'azione alterna retorica processuale e momenti domestici per indagare adozione, accordi matrimoniali e il conflitto tra diritto e virtù personale, ricorrendo a situazioni comiche e a tipi della commedia nuova per mostrare come consuetudini ed eloquenza influenzino il giudizio pubblico e le lealtà private.

ATTO PRIMO

Stanza interna, da lavoro, d'un gineceo ateniese, riccamente decorata. Ingresso nel mezzo, dalla porta e corridoio (μέαυλος), che mette dal gineceo all'appartamento del marito. Da un lato altra porta, che mette alle altre stanze riposte del gineceo.[81]

SCENA I.

Aglae e Mènecle.

(Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).

Agl. (dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al lavoro) Hai terminato?

Mèn. (passeggiando, e con voce secca) Sì.

Agl. (sempre chini gli occhi sul lavoro) Sei ben triste, Mènecle, stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto sogno...

Mèn. (passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando fra sè) Sarà...

Agl. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.

Mèn. (c. s.) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti miei...

Agl. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti abbisognasse qualcosa...

Mèn. (sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel parlare) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle vecchie non so che farne...

Agl. (sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi indifferente) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei alzata io... Forse quella lettera? (additando il rotolo che Mènecle ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde) Qualche affare urgente?

Mèn. (c. s.) Può darsi.

Agl. Del tuo dicastero?

Mèn. Non so.[83]

Agl. E avrai a far molto oggi?

Mèn. Non saprei.

Agl. Eccomi ben informata!... (sollevando il capo dal lavoro) Mi puoi favorire quel libro lassù...

Mèn. (prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il titolo esterno) Amori di Piramo e Tisbe... (fra sè) (Non sono i nostri...)

Agl. No... l'altro...

Mèn. (c. s. leggendo il titolo esterne) Le Trachìnie... e la Medea.

Agl. Quello.

Mèn. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide... (nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente quel che gli vien sott'occhio):

«Arse Achelòo per me: come potea

Donzelletta mirar l'orrido aspetto?

Ed io per me chiedea

Aspra ed acerba morte,

Piuttosto che a quel mostro esser consorte».[84]

Un'altra stupidaggine!... (consegna il libro ad Aglae).

Agl. (prendendo il libro) Tanto per ingannare il tempo!... Queste giornate di ecatombèo[85] sono sì lunghe!...

Mèn. (si ferma un momento a guardarla, poi torna a camminare concitato, come combattuto da qualche pensiero, poi le si fa appresso e la chiama) Aglae!...

Agl. (pacatissima, continuando a leggere) Mènecle!...

Mèn. Ti ricordi di quel che tuo padre al letto di morte ci raccomandò, ad entrambi, quando a me ti affidava?

Agl. (senza distor gli occhi dalla lettura e dal lavoro della corona, con voce pacatissima) Me ne ricordo...

Mèn. Che cosa ci disse?...

Agl. A me disse: sii casta e virtuosa... deferente al marito... pietosa agl'infelici... ossequente agli Dei...; a te... (si arresta d'improvviso).

Mèn. (vivamente) A me... Aglae?...

Agl. A te... non ricordo.

Mèn. Non importa. Me ne ricordo io. A me disse di farti felice.

Agl. (sempre leggendo, e come distratta) Ah, sì!...

Mèn. Aglae!... (dopo una pausa di esitanza) lo sei?

Agl. (alzando il capo) E me lo chiedi? Nulla qui mi manca degli agi della vita: ho servi, cagnolini, fantesche: specchi di Brindisi[86] e tappeti di Babilonia,[87] ed ori e gemme, e vesti milesie e veli di Còo: tu mi provvedi di tutto per le feste di Minerva[88] e per le sante Tesmoforìe; vo per te rispettata fra le donne libere di Atene, ottengo i primi onori nelle cerimonie della gran dea: per te posso adempiere al voto di mio padre, beneficar gl'infelici e dar sagrificj alla sua tomba...

Mèn. (sospirando) E d'altro?

Agl. E se... (si arresta).

Mèn. (insistendo) E se?...

Agl. E se qualcosa ancora mancasse alla felicità mia, non sarebbe un tentare Adrastea chiedere felicità compiuta, cosa non concessa agli umani? Sola io sarei nata sotto astro sì benigno, io sola avrei avuto a condizioni diverse dagli altri quest'aria che respiro, da raggiungere sulla terra ogni mèta dei desiderj?...[89]

Mèn. (crollando il capo) Ahimè! tu parli come parlerebbe Socrate... ma Socrate, oltre alla molta sapienza, aveva anche il naso rincagnato e gli occhi loschi... e sessantacinqu'anni sulla gobba...: tu non hai nessuno di questi privilegi. E se le donne ragionano colla testa così bene alla tua età, che cosa faranno a sessanta?

Agl. (lavorando) Ragioneranno anche meglio.

Mèn. Eppure, se tuo padre, morendo, avesse portato sotterra il desiderio di una felicità maggiore per te? Se a quella ch'ei per te imaginava, di laggiù vedesse che una parte ne manca, credi che la sua ombra non ne avrebbe dolore... rimorso forse?...

Agl. Mènecle! che discorsi son questi?... Decisamente la veglia di stanotte non t'ha messo l'umore allegro...

Mèn. (fra sè) (Può essere!) (secco) Che ne sai tu!...

Agl. Io so che mio padre, memore de' tuoi beneficj, mi ha a te affidata, morendo, come a nuovo padre della famiglia:[90] tu hai pensato ai funebri paterni, alla educazione mia: hai sposata l'orfana secondo il rito: m'hai chiesto prima se ero contenta: ho detto sì: se non avevo altre mire in cuore, ho detto no: di che vuoi l'ombra paterna si dolga? chi vuoi m'abbia a compiangere...

Mèn. Eh, a quindici anni se ne dicono tanti di sì e di no... (fra sè, indispettito, con un gesto vivo d'impazienza, picchiando sul tavolo col rotolo che ha in mano e che gli cade per terra senza ch'ei vi badi nè lo raccolga) (Finge... e non c'è verso...) Pure, ieri, ti ho sorpresa con una lagrima...

Agl. Sì, piangevo pensando a quella povera Cesira, di cui è giunta notizia che le è morto, lassù in Tracia, il figlio...

Mèn. Ma ier l'altro la notizia non era giunta, e, quando rientrai, stavi intrecciando, come oggi, delle rose,[91] e c'eran più nuvole sulla tua faccia, che non sull'Egèo... quando fa nuvolo.

Agl. Pensavo che quanto quelle rose tanto dura la bellezza della donna. Ogni cosa il tempo si porta via presto quaggiù: e a noi non resta che il ricordo delle gioie godute...

Mèn. (fra sè comicamente) (Ne gode molte!)

Agl. ... il resto è polvere: polvere di Pericle, di Codro e di Cimone.[92]

Mèn. Decisamente ti sei data alla filosofia. Io avrò l'umor nero: ma Eràclito il lagrimoso, al tuo confronto, metteva in corpo l'allegria...

Agl. Ma sei tu che vai a cercare certi discorsi... Bel modo di occupar la mattina... E vai oggi al tribunale?...

Mèn. Oggi al Metichèo non c'è seduta... (Finge... non c'è verso!)

Agl. Resti?...

Mèn. No... ho da uscir lo stesso. Addio...

Agl. (dal suo posto) Addio...

Mèn. (s'avvia, poi torna indietro) Se venisse Elèo, bisogna dirgli che ho avuto lettere da Tebe, da Epaminonda... Poi già gli parlerò io... (ritorna ad avviarsi, poi si sofferma da capo, dinanzi a un tavolo) Ah, è questo lo specchio che t'ha regalato Crìside? (prende dal tavolo uno specchietto di bronzo, a fregi d'oro, e ne esamina il manico intagliato) Graziosa questa piccola Afrodite!... (si specchia, lisciandosi la barba) Che bella luce!... Oh, Aglae!... vieni qua!... (Aglae si alza e va verso lui) Più in qua!... così!... (tenendo dell'una mano lo specchio, dell'altra avvicinando Aglae a sè, e la testa di Aglae a contatto della propria, così che i due volti, l'un presso l'altro, nello specchio si riflettano entrambi) Guarda!... che quadretto!... (porta colla mano lo specchio un po' a distanza, per meglio contemplarvisi; e con l'altra mano libera si liscia la barba bianca poi la ripassa dolcemente sulla chioma bionda di Aglae) Il vecchio Titone ha sposato l'Aurora e l'oro del Pattòlo si è fuso con l'argento del Làurio!... (con gesto ed accento comicamente espressivi) Che bel matrimonio!... (s'avvia) Addio Aglae... Che bel matrimonio!... (esce).

SCENA II.

Aglae sola, poi Delfide.

(Uscito Mènecle, Aglae rimane alquanto in piedi immobile dov'ei l'ha lasciata, una mano nell'altra, gli occhi a terra, pensierosa e triste; poi dato un lungo sospiro, a capo chino e passo lento torna al suo posto a sedersi) Eh!... (siede, riprende il lavoro, chiama) Delfide!... (Delfide, giovanetta, entra) Leggimi qualcosa... (Delfide si siede su di uno sgabello a pie' di Aglae).

Delf. Qui al segno?

Agl. Come credi...

Delf. (leggendo)

«Venere è nell'aria,

È nei flutti del mar. Ciò che respira

Tutto nasce da lei: semina e dona

Essa l'amor che a tutti noi diè vita...»[93]

Agl. Lascia! lascia... mi annoia!...

Delf. (Peccato!... è così bello!...) Qui, nella Medea ci è un altro segno... (leggendo)

«Di quanti esseri mai

Hanno una mente, e un'anima, noi donne,

Siam noi le più infelici...»

Padrona, perchè?...

Agl. Perchè lo dice il libro...

Delf. (scuote, in atto incredulo la testa e prosegue la lettura)

«... ad uom donate

Nel primo fior degli anni... ei, se s'annoia

In sua casa, esce fuori: e fra gli amici

E fra la gente le sue noie oblìa...

Ma noi...»[94]

SCENA III.

Dette, e Tratta, poi Elèo
(il resto della scena, Aglae ed Elèo soli).

Tr. (affacciandosi sulla soglia) Padrona...

Agl. Che c'è?

Tr. Elèo ha domandato del padrone... Credevo fosse ancora qui...

Agl. Non importa. Passi.

Tr. Allora lo richiamo. Partiva già... (Tratta esce).

Agl. (a Delf.) Va pure... (Delfide esce). (Aglae si guarda nello specchio, dandosi una rapida occhiata all'acconciatura, poi va incontro ad Elèo che compare, fermo, serio, sulla soglia) Salute, Elèo... (affabilissima) Ci lasciavi senza pur farti vedere?...

El. (cortese, ma molto serio) Di Mènecle cercavo.

Agl. È uscito or ora...

El. (accennando a ritirarsi) Perdona... Ritornerò.

Agl. (vivamente) Ma se attendi per poco, credo potrai vederlo, perchè oggi non è giorno di giudizî... Non sei più il pupillo di Mènecle, ma la casa di Mènecle è ancora sempre casa di Elèo... Credo anche abbia a parlarti, per lettere avute da Tebe...

El. (inoltrandosi) Da chi?

Agl. Da Epaminonda, mi pare.

El. Ah!...

Agl. (tornando a sedersi al suo posto e ripigliando il lavoro della ghirlanda) È amico di Pelopida... il capo de' Tebani qui rifugiati, questo Epaminonda, n'è vero?...

El. (serio) Credo.

Agl. (seguendo il lavoro) Ne ho udito parlar tanto bene. E perchè resta in Tebe, sotto i tiranni, invece di rifugiarsi qui, coi compagni, a viver libero?...[95]

El. Lo ignoro.

Agl. Vi è qualcosa, qualche impresa per aria?

El. Non so.

Agl. (sorridendo) Ah! Si vede che sei già uomo serio. Anche Mènecle, quando gli parlo, risponde come te. Infatti, noi donne maritate, più in là del fuso e del telaio, e sorvegliar i lavori delle fantesche, per che cos'altro mai saremmo al mondo?...

El. Oh, per molte altre cose!... E poi tu non sei come l'altre...

Agl. (scherzosa) Già! dei complimenti! Mi sovviene Etèocle che sgrida le Tebane: Curi gli affari — l'uomo! E voi donne, bestie insopportabili — state nei vostri lari!...[96]

El. (serio) Sei ingiusta. Non avevo inteso d'offenderti.

Agl. E nè io di rimproverarti.

El. (imbarazzato, serio, sull'andar via) Se permetti, ripasserò tra breve a veder Mènecle...

Agl. Come credi — già che brami di andartene. Vorresti essere così gentile da passarmi quelle rose e quei mirti, là, in quel canestro... (Elèo eseguisce) Sto intrecciando, come vedi, una corona da appendere ad una cara tomba... là, dove sai; là... fuori porta Diomèa.[97] Lo rammenti che domani ricorre il dì della morte di mio padre?

El. Lo rammento.

Agl. Povero vecchio! Almeno questa l'avrà proprio dalle mie mani: e non comperata là al mercato de' fiori, da quelle ragazze che fanno ghirlande... e tant'altre cose. Oh i morti non san che farne di quelle corone. Li ho colti io tutti questi... sai. Ti ricordi i dì delle feste, quando m'aiutavi...

El. (reprimendo un sospiro) Sì... (accennando novamente di prender congedo) Allora...

Agl. (continuando la sua frase senza dargli tempo a seguire) Oh, allora anche tu eri molto più allegro... e molto più gentile di adesso... e non facevi quel muso lì, che pare stii consultando qualche vecchia maga di Tessaglia, di quelle che fan di notte con le bacchette gli incantesimi...[98] Rammenti quando si correva per gli orti di Colòno e su per il poggio di Cerere, a cogliere i narcisi delle due dee, da riempire i canestri per la festa? E quella volta che ti sei nascosto, là dietro al monumento di Teseo,[99] e m'hai fatto paura credendo veder l'ombra di Edìpo, aggirarsi nel sito dove la terra lo ingoiò? Come eri allegro!...

El. (serio, sospirando) Allora era un tempo!...

Agl. E adesso è un altro, lo so. Ma non è una ragione per far torto a quelle memorie, (sempre proseguendo il lavoro della ghirlanda). Ecco... a quest'ora m'avresti già dato la baia per la mia poca abilità nell'intrecciar questa ghirlanda... tu che volevi dar sempre il tuo parere e trovavi sempre da dir la tua... «Ohibò, queste rose non son messe bene! Ohibò, qui ci andrebbero viole... così... e qui mirti... così...» — e ohibò! ohibò! e così, così, tanto per insegnarmi a farle, il sapientissimo incontentabile si divertiva a disfarmele... È vero che oggi Elèo, figlio di Leòstene, di corone non insegna più a farne... ma ne conquista...

El. Aglae!...

Agl. Oh, so tutto... Sappiamo, sappiamo delle prove di valore là sull'Ellesponto... Eppure forse in quei giuochi, in quelle corse, quando a cogliermi fiori t'arrampicavi sospeso in aria sul burrone a picco per farmi strillar dallo spavento, là hai fatto allora le prime prove del coraggio che ti rende oggi invidiato fra i giovani d'Atene, e per cui d'averti avuto a pupillo va orgoglioso Mènecle mio...

El. (che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae, all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e dispetto) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (in atto di avviarsi).

Agl. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi della memoria tua...

El. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle tuo che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre; egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò...

Agl. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e ti disse quelle parole... e tu piangevi... e qualcun altro del tuo dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese...

El. Aglae!...

Agl. (china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo) Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera...

El. (con accento dolce, affettuoso) E — non piangere, mi dicevi; papà assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (vedendo che Aglae ha dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani, pensierosa e triste).

Agl. Io... nulla. Quelle memorie...

El. Perdona...

Agl. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae?

El. Aglae... io pure ci sarò...

Agl. ... della sua piccola Aglae (come parlando con sè medesima e seguitando il lavoro: con voce mestissima) che gli verserà acqua lustrale, e fresco latte sulla tomba,[103] e gli dirà: hai fatto male ad andartene, e a lasciarmi qui piccina, sola, sola: tu m'indovinavi fin l'ultimo de' pensieri; ed ora non c'è più nessuno, neppur di quelli a cui volevi bene, che se ne occupi. Adesso sono tutti cittadini illustri... persone serie... e la tua Aglae chi vuoi la prenda sul serio?...

El. (con voce di affettuoso rimprovero) Neppure Elèo...

Agl. Già. Neppure Elèo... (proseguendo a discorrere con sè stessa, e avendo quasi le lagrime nella voce) e quindi non lamentarti, papà mio, se questa corona non è bella come quelle di una volta; mi ci sono ingegnata da sola... ora non abbiam più maestri sapienti... non si corre più per gli orti di Colòno... Ma al cuore si guarda... al cuore... e non al dono... n'è vero, Elèo?... (mentre così parla con voce quasi rotta dal pianto, Elèo ha messo mano ai fiori e ne va scegliendo ed intrecciando alcuni) Ah! non sciuparmeli!...

El. (proseguendo la sua occupazione, senza guardar Aglae) E che cosa domanderai ai Màni di tuo padre?

Agl. Gli domanderò che dia ad Atene, agli amici... propizj gli eventi...[104] a Mènecle... (con lungo sospiro di rassegnazione) lunghi anni di vita... a te...

El. (c. s.) A me...?

Agl. A te mandi una bella sposa che ti torni allegro... e ti faccia perdere quel muso lungo, serio serio... da Anassàgora inciprignito...[105] (Elèo fa un gesto di dispetto e dà uno strappo ai fiori) Ahi! ahi... no, così, che me li rovini!... (ripigliando la frase di prima) e tanti bei piccini che, quando fai quella faccia, si mettano a strillare tutti insieme... A me poi... (sospende il lavoro e s'appoggia coi gomiti sul tavolo in atto di riflettere) vediamo!... A me... (sospirando) A me già... niente piccini... (si arresta improvvisamente per tornar a badare a quello che fa Elèo) Ma hai capito di lasciar stare!... di non buttarmeli sossopra!... Guarda che sgarbato confusionario!... Cattivo!...

El. (con voce insinuante) Ma qui ci andrebbe dell'edera perchè spicchino sul verde cupo le rose...

Agl. Già... (vivamente, prendendo dell'edera e raggiustando la ghirlanda) Così... ti pare?...

El. E non c'è neppure, tra le rose e l'edera, un corimbo di narcisi... neppur uno dei fiori cari alle due dee sotterranee...[106] Ci starebbero così bene!...

Agl. Grazie della novità. Ma roba comperata non so che farne, e nel giardino, giù, non ne abbiamo. Magari! mio padre li amava tanto...

El. Quei bei narcisi... là... della rupe di Colòno, dove tanti ce n'era...

Agl. E dove c'era, per coglierli, da scavezzarsi il collo. Sicuro che a Colòno ce ne sono!... Anche in Macedonia, anche in Tracia, anche in Persia ce ne saranno!... Però, se è vero che i morti ci leggono nel cuore... (nel volger lentamente l'occhio dal lavoro, verso Elèo, a prima giunta non lo vede più). Elèo!... (Elèo che alle parole di Aglae si è improvvisamente mosso per correr via di soppiatto, trovasi già sulla porta. Aglae si alza vivissimamente) Ah!...

El. (scena muta fra Aglae ed Elèo. Elèo ad Aglae mostrandole la ghirlanda, con voce commossa) Neppure uno... di quelli là... Non sarebbe bello... non sarebbe bello!... (s'avvia ad uscire, poi tornando sui suoi passi vivamente, prende per una mano Aglae, e guardandola affettuoso, le soggiunge con voce lenta, rotta dall'emozione) Se è vero che i morti ci leggono nel cuore... essi lo sanno... che non è un delitto... la memoria! (fugge via).

(Aglae è rimasta un minuto presso la soglia, pensierosa, tristissima; poi s'abbandona su di uno scanno, e cela il volto nelle mani).

SCENA IV.

Aglae e Crìside.

Crìs. (entra vivissima e gaia, e corre ad abbracciare Aglae) Buon dì, cara Aglae!

Agl. (andandole incontro e baciandola) O mia buona Crìside!...

Crìs. Sempre lavori?...

Agl. Passo le ore.

Crìs. Ho incontrato il giovane Elèo che usciva correndo come un disperato verso porta Ippade, sulla via di Colòno!... (gesto vivo di Aglae) O aurea Venere! altro che quelli che corron lo stadio!...

Agl. È stato qui dianzi a cercar di Mènecle...

Crìs. Che? è andato a Colòno il tuo Mènecle oggi?

Agl. Oh no... ma... (sviando il discorso) ma che grazie dovrò dirti, o mia Crìside, del tuo dono sì caro e gentile? (va a prendere lo specchio) Ma sai che è bello! tanto bello! perfino adulatore!...

Crìs. Ah, nessuno ti adulerà più di quello che Venere ti ha adulato nel nascere... Tranne il cinto d'oro, tutti i suoi doni t'ha dato...[107] Così t'avesse dato... anche di meglio impiegarli...

Agl. (con affettuoso rimprovero) Crìside!...

Crìs. (maliziosa) Ma sai che questo specchio ha anche una virtù tutta sua?

Agl. Davvero?

Crìs. (scherzosa) Esso riflette anche ciò che non si vede: ti svela i più bei contrasti pittorici che mente d'artista possa immaginare...

Agl. (vivissima) Ah! sì! me ne sono accorta!

Crìs. (con aria di malizia affettuosa) Allora, sai ciò che esso dice in questo momento? Che il sorriso del tuo volto è come il rovescio della tua anima: l'uno vorrebb'essere sereno, come lo sguardo della dea, tua protettrice; l'altra è triste come l'occhio della Parca. È un filo di luce che non sa rompere la nuvola. Questo dice lo specchio, e... nevvero... Aglae, che lo specchio... indovina?

Agl. (dopo una pausa, voltando discorso) E... come sta tuo marito?

Crìs. Tuo fratello... bene... grazie agli dei... ma non è la rispo...

Agl. (interrompendo) E da un po' non si lascia vedere... perchè?

Crìs. Esce così di rado... È tanto occupato in casa...

Agl. Molte aringhe per clienti da stendere?... Molti affari dell'Eliea?...

Crìs. (esitante) Oh sì... molti affari! molti!... fin troppi...

Agl. E ti vuol bene sempre?

Crìs. Sì... almeno... me lo dice...

Agl. Ah...! quando te lo dice?

Crìs. (con accento ingenuo) Oh varie volte!... La mattina, per esempio, quando apro gli occhi, e prima che mi alzi... poi... mentre mi alzo e mentre le fantesche mi vestono... mentre mi pettinano... e quando offro alla dea le divozioni del mattino... o quelle del vespero... e poi... così... alla sera... quando mi corico... me lo ripete fino a che mi sono addormentata... e poi... quando dormo... nella notte... per isvegliarmi...

Agl. (con serietà scherzosa) Infatti... son varie volte. E... ti bastano?

Crìs. (comicamente ingenua) Sì... sì...

Agl. Ah... proprio...?

Crìs. Ecco... dirò... alle volte... lì al momento... mi pare quasi... sì... che siano come troppe!... Ma poi nel dirmelo (abbassando gli occhi con grazia sorridente ed ingenua) siccome cambia tanto la voce... me lo dice in tante maniere diverse... con negli occhi tante espressioni diverse... così mi pare sempre una cosa diversa... che... insomma... fa piacere...!

Agl. (scherzosamente seria) Ah, già! sicuro!... i discorsi variati piacciono sempre...

Crìs. Oh, sì... tanto! Perchè, sai, quando non sa più come dirmelo in prosa, così per cambiare... anche in versi me lo dice...

Agl. Ah!...

Crìs. L'altra sera aveva studiato tanto... e io, nella notte, tanto di muso!... la mattina, nello svegliarmi, ho trovato questo sotto all'origliere:

Studiai del Meònio le pagine

Per dirti d'amor nova idea:

Quai dolci parole, nell'isola,

Ulisse a Calipso dicea:

D'amore in che accenti Anadiòmene

Col frigio pastor favellò:...

Studiai del Meònio le pagine...

E... t'amo! altro dirti non so.

Frugato ho ne' canti d'Orfeo

Per dirti d'amor novo stile:

Com'egli, fra 'l pianto letèo,

Chiamasse la sposa gentile:...

Qual voce a' suoi cantici amanti

La selva e 'l leon trascinò:...

Frugato ho d'Orfeo tutti i canti...

E... t'amo! altro dirti non so.

L'ho chiesto di Saffo al lamento

E al vecchio dai brindisi d'oro:

Ognun rispondeami: lo sento...

Ma come insegnartelo... ignoro.

E frugo!... e altre immagini chiamo!...

Ah!... un lampo qui alfin balenò!

Ah!... eccola! eccola!... è: t'amo!...

(battendosi la fronte come chi trova un'idea)

La nova parola ch'io so.

(Mentre Crìside va leggendo questi versi da un biglietto che s'è tolto dallo stròfio, Aglae apre e sfoglia, come rileggendo distratta, il libro che stava leggendo prima).

Ti piacciono?

Agl. Sì...

Crìs. Che cos'hai lì? (guardando) Le Trachinie di Sofocle! Dejanira abbandonata!... Oh che brutti argomenti!...

Agl. (con serietà scherzosa) Ah, sì!... c'è meno varietà che ne' tuoi... E come dicevi... Fania dunque è tanto occupato... Sono queste le molte occupazioni...

Crìs. Già!... anche queste!

Agl. (comicamente seria) Tutto il tempo che avanza è per i clienti dell'Eliea...

Crìs. (comicamente ingenua) Oh, tutto!...

Agl. (c. s.) I clienti sono ben serviti. Sicchè, di quelle preziose notizie che ti dà tuo marito... tu non resti priva... se non quando esci di casa... come oggi...

Crìs. Oh no... mi verrà certo a momenti qui a raggiungere...[108]

Agl. Ah, bravo Fania!... e dimmi... (sorridente con gesto espressivo) quando...?...

Crìs. Oh, quello... (nasconde tra sorridente e vergognosa la faccia sulle spalle di Aglae) quello... vedi... c'è tempo... (vivamente ripigliando) Ma tu che mi fai tutte queste domande, non hai però ancora risposto alla mia. Cattiva! tu scherzi... ma a nasconderti alla tua Crìside non ci riesci...

Agl. Già... lo specchio...

Crìs. No, no, è inutile. Tu non sei allegra... non lo sei mai...

Agl. Io qui in casa non ho per distrarmi tutte quelle tali novità della giornata...

Crìs. E questo è il male! e qualcuno ne ha colpa; e un po' anche tu — oh sì, per Cerere, anche tu — che per distrarti non fai nulla! Stai sempre chiusa invisibile come la Pitonessa... L'altro mese nè alle feste Scire nè alle Targelie non t'han veduta... all'ultima gara delle tragedie neppure... in casa mia da un mese non metti piede...

Agl. Dovrei venire a disturbare i profondi studî letterari di tuo marito?

Crìs. (affettuosamente corrucciata) Aglae!... (Si sente di dentro la voce di Fania che domanda: È qui da Aglae?) (con gioia) Oh eccolo! la sua voce!

Agl. (con serietà canzonatoria) È un pezzo che non vi vedete?

Crìs. Oh, è già quasi da un quarto d'ora!... (accorgendosi dal volto di Aglae dell'intenzione motteggiatrice) Cattiva!...

SCENA V.

Dette e Fania.

Fania (entrando) Oh sorellina!... Crìside!...

Agl. (cortesemente canzonatoria) Oh fratellino!... Che miracolo!... Dopo un mese! Qualche buon genio m'ha fatto uno sternuto!...[109]

Fan. Cara Aglae... perdona... sai... tanti affari...

Agl. (guardando maliziosamente Crìside) Sappiamo!... sappiamo!...

Crìs. Fania!...

Fan. (ad Aglae) Come stai? Come sta Mènecle?

Agl. Grazie. Benissimo.

Fan. (a Crìside) E tu... così... sei scappata via... senza dirmi niente... brava!...

Crìs. Non la finivi mai...

Agl. Via... non rimproverarla...

Fan. Oh no, ma... (a Crìside, serio) Ma ero ben buono io d'accompagnarti...

Crìs. Già... per il gran viaggio da porta Ceràmica a venir qui...

Fan. (con paternale serio-amorevole) Non è per questo... ma una moglie giovane non istà bene uscir per Atene in visite senza il marito...[110] n'è vero, Aglae?

Crìs. (con civetteria, parlando ad Aglae) E il marito correr dietro a tutti i passi della moglie come un can segugio di Laconia dietro l'orma della lepre... n'è vero, Aglae, che non istà bene neppur questo?

Agl. (con serietà comica) A meno che la lepre sia contenta...

Crìs. (brusca, con civetteria) Oh questo poi!...

Fan. Crìside!...

Crìs. Zitto là!... per Aglàuro! Siam le nipoti di Teseo...[111] e non siam le schiave dei mariti... noi...

Fan. (sorridente) Lo si vede! Però Solone, veramente ha disposto che la brava moglie ateniese dovrebbe star sotto al marito...

Crìs. (rifacendogli la voce) E Temistocle, ateniese, stava sotto alla moglie,[112] eppure sconfisse i Persiani... ed era quel Temistocle che era...

Agl. (a parte, li guarda sospirando) Eh! almeno loro si divertono!...

Crìs. ... e mio marito Fania, se fossero verità tutte quelle bugie che mi dice, dovrebbe imparare dal vincitore di Salamina...

Agl. Come si sconfiggono i Persiani?

Crìs. No... come si trattano le mogli. Essere forti contro gli uomini... bel merito!... Essere deboli con noi... quello è il bello!

Agl. (a Crìside) Veramente, sai, mi pare che un po' di Temistocle abbia già imparato...

Crìs. (con civetteria stizzosa) Oh, non abbastanza!... E poi un bravo marito dovrebbe essere anche un bravo fratello... (abbraccia affettuosamente Aglae) e io non voglio, sai, che egli ti trascuri... povera Aglae!... E s'egli ti trascura ancora, io trascurerò lui!... Guardala, Fania, che ciera triste!... (tenendola abbracciata) Oh tuo padre... vostro padre... sia pace alla sua ombra... ma ha avuto un gran torto verso te...

Agl. (con voce di rimprovero) Crìside!