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La straniera

Chapter 41: ATTO UNICO.
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About This Book

A collection of short narratives and theatrical pieces that interweave intimate domestic scenes, epistolary moments, and historical or artistic tableaux. The texts foreground characters' interior lives and family ties against provincial landscapes, often invoking memory, travel, and encounters with the past. The tone shifts between close observational detail and reflective meditation, with recurring interest in material culture and artistic sensibility; several episodes possess a stage-ready immediacy that blurs prose and drama while preserving period atmosphere.

LA PRIMAVERA DEL ’99 SCENE.

PERSONAGGI

  • Andrea Reviglio.
  • Il cavaliere di Priasco.
  • La contessa Clara Malan del Villar.
  • Don Rolando, prete di casa.
  • Rosa.
  • Alban.
  • Un uffiziale francese.
  • Un sergente.
  • Soldati.

La scena è in Piemonte, nella casa di campagna della contessa Malan. — Maggio 1799.

ATTO UNICO.

Stanza arredata con semplicità elegante. — Ingresso comune a destra; altro uscio a sinistra; un terrazzino in prospetto. — Ritratti antichi sulle pareti, vecchi mobili, un lume acceso sopra una tavola. — È l’alba.

SCENA PRIMA. Alban, Rosa.

Alban (sul terrazzino, guarda attentamente al di fuori).

Rosa (dalla sinistra, senza alzare la voce). Alban?... Alban?

Alban (venendo fuori dal terrazzino). Son qui!... Par tutto quieto.

Rosa. Ordine di tornare alla fattoria subito, subito.

Alban (per partire). Vado.

SCENA SECONDA. Alban, Rosa, Don Rolando.

Rolando (dalla destra). Dove andate?

Alban. Alla fattoria.

Rolando. Alla fattoria non si sa ancor niente.

Alban. Aspetterò al portone. (Via)

Rosa. Che notte, don Rolando, che notte!

Rolando (passeggiando). Brutta, sì.

Rosa. Ha capito subito anche lei ch’era la campana a martello? E come si vedevano le fiamme! E quei colpi? Si battevano, eh?

Rolando. Certo, a Toralta.

Rosa. Libera nos domine! Vado, chè la signora è sola. (Via).

SCENA TERZA. Don Rolando, Andrea.

Rolando (passeggia, guarda fuori, si avvede che è giorno, spegne il lume).

Andrea (entra dalla destra: è un po’ ansante, con qualche disordine negli abiti come chi è venuto correndo).

Rolando. Dunque? Dunque? (Gli va incontro).

Andrea. Vengo da Toralta. Il villaggio è deserto; ho visto dei morti sul sagrato; sulla piazza vi sono due o tre case bruciate...

Rolando. Ah! Dai tricolori, eh?

Andrea. Sì. I contadini, ieri mattina hanno buttato giù l’albero della Libertà; ieri sera è arrivata truppa francese: l’uffiziale voleva farlo rialzare, allora...

Rolando. Schioppettate?

Andrea. Ecco.

Rolando (con entusiasmo) Bravi!

Andrea (alzando le spalle). Oh, inaffiar con sangue un albero che non ha radici!

Rolando. I francesi sono i nostri assassini...

Andrea. I piemontesi cercano e ammazzano i soldati che viaggiano soli.

Rolando. È la santa insurrezione che si estende.

Andrea. Santa perchè favorita dai preti e dai frati?

Rolando. Reviglio! Reviglio!

Andrea (continuando). Che non si contentano di raccomandar l’omicidio dai pulpiti, ma si mettono alla testa delle bande briache e feroci.

Rolando. Ma al grido di: — Viva la fede! Al grido di: — Viva il Re!

Andrea (Tace).

Rolando. E gli Austro-Russi si avanzano... (si frega le mani con gioia).

Andrea. (Alza le spalle).

Rolando (irritato). Giacobino!

Andrea. No! (con calma). Sono un servitore, io: un servitore di casa Malan, e nient’altro.

SCENA QUARTA. Rolando, Andrea, Alban.

Alban (dalla destra, con sorpresa). Sor Andrea! di dov’è passato?

Andrea. Dal giardino.

Alban. Ed io che aspettavo al portone! Bisogna avvertire la signora subito. (Entra prestamente a sinistra).

Andrea (a D. Rolando, che passeggia nervoso). Don Rolando, siamo alle rotte anche noi?

Rolando (porgendogli la mano). No, no, Andrea... Ma come vorrei avere i tuoi anni!...

SCENA QUINTA. Rolando, Andrea, Alban, Clara.

Clara (entrando rapida, seguita da Alban) Aspetta. (Ad Andrea). E così?

Andrea. Non vedendo ritornar Michele...

Clara (con qualche impazienza). Siete andato voi. Lo so questo.

Andrea. Giunto a Toralta...

Clara (interrompendolo). A Toralta?

Andrea. È là che succedeva il trambusto.

Clara (calmandosi un poco). Sta bene... E ne immagino anche la causa. E poi?... E dunque? Cos’avete fatto? Vi sarete informato, spero?

Andrea. Sì, signora. Ho saputo tutto da alcuni contadini che stavano in vedetta sul ponte.

Clara (con vivacità). Che ponte?

Andrea. Il ponte di Rifreddo.

Clara. E cosa siete andato a fare al Rifreddo?

Andrea. È la strada più corta.

Clara. Passando a Priasco allungavate di poco...

Andrea. Non ci ho pensato.

Clara. Avete fatto male a non pensarci. (Voltandosi a don Rolando). E quell’altro come va che non torna?

Rolando. Michele?... Michele ha la sua vecchia mamma a Toralta. Partito prima, assai prima di Andrea è arrivato certo a tempo per metterla in salvo.

Clara. E dove?

Rolando. A Priasco, suppongo, che è il villaggio più vicino.

Clara (ad Alban). Va giù; e se Michele ritorna, avvertimi subito.

Alban (via).

Andrea (a Clara, umilmente). Se la signora contessa desidera, vado io stesso...

Clara (interrompendolo). No... Più tardi, se mai... (finamente). Quando le strade saranno di nuovo sicure. (Via a sinistra).

SCENA SESTA. Andrea e Don Rolando.

Andrea. (È rimasto immobile a capo basso).

Rolando (battendogli leggermente una spalla). Si va?

Andrea (scuotendosi). Dove?

Rolando. A vedere i rifugiati, prenderemo la via dei boschi...

Andrea. Cosa ha voluto dir la signora?

Rolando. Non so, figliuol mio.

Andrea. Che ho avuto paura?

Rolando. Eh via!

Andrea (con forza). Ma io non sapevo... perchè altrimenti sarei andato dove voleva lei, a costo di lasciarci la vita!

Rolando. Sta bene; ma intanto cosa fai? — Vuoi star qui a covarti il rabbuffo? Vieni, andiamo...

SCENA SETTIMA. Andrea, Don Rolando, Alban.

Alban (frettoloso, passando). Michele è tornato... Ha visto il cavalier di Priasco, che si è battuto tutta la notte... che sarà qui a momenti (via a sinistra).

Andrea (colpito). Ah! Dunque è per lui che dovevo andare a Priasco!?

Rolando. Certo. È cugino della signora; era il miglior amico del nostro povero conte... Dunque non ti vuoi muovere?

Andrea (risoluto). No.

Rolando. A rivederci.

SCENA OTTAVA. Andrea e Clara.

Andrea (si aggira un momento per la scena, poi bruscamente si avvia per raggiungere Rolando).

Clara (entrando). Reviglio.

Andrea (si ferma).

Clara. Buone notizie... Avete sentito?

Andrea. Sì, signora. Buone notizie... Io non ho visto che orrori.

Clara (dopo un momento). È vero... viviamo in tempi così tristi! Tutto congiura per abbatterci l’anima, tutto!... Perfin le persone che ci stanno d’intorno.

Andrea. Soffia un vento maligno che ispira a chi comanda asprezza ed ingiustizia!

Clara (con voce vibrata). Ed a chi dovrebbe ubbidire acrimonia e rancore!

Andrea (ferito). Signora!

Clara. Una volta si sapeva tacere.

Andrea. Perciò mi perdoni se parlo. Io sono affezionato, pronto ad ogni comando. E la mia devozione è nel sangue e non può venir meno. Mio nonno servì in questa casa per tanti anni, e vi morì... E non era il primo dei miei. Mio padre seguì il vostro al campo, e così da vicino, che gli era al fianco quando fu fatto prigione... Il vostro tornò di Francia, il mio no. Non vedrò mai la sua tomba.

Clara (raddolcita). Reviglio, via...

Andrea. Io nacqui in città, ma vissi quasi sempre qui per badare ai poderi. Lei, signora, non veniva che nella bella stagione. Io l’ho vista bambina, ragazza... poi sposa. Quando tornò vedova, non se ne andò più. Sono tre anni che ricevo i suoi ordini. Posso aver mancato d’abilità nell’eseguirli, ma di zelo...

Clara (vivamente). Mai! — Mai, nè di abilità nè di zelo. (Chetandolo col gesto). E adesso basta. (Dopo un silenzio). Sì... Ricordo anch’io... Ricordo anch’io tante cose. Quando mi portarono qui dopo la morte di mia madre, ero malata, tanto malata di dolore; mi affidarono a voi per farmi respirare, per svagarmi. Si andava insieme all’aperto... E... diventammo amici, eh? Tanto è vero che più tardi vi ho poi perfino confidato un segreto.

Andrea. A me?

Clara. Sì, sì, a voi. Quando mi hanno fidanzata, siete stato dei primi a saperlo.

Andrea (commosso). È vero, è vero.

Clara. V’ho dato allora una prova di fiducia grande... (Quasi fra sè). E oggi... Oggi, volendo, potrei di nuovo...

Andrea. Oggi?

Clara (risoluta). Sì, Andrea, voi potete disporvi a non limitar più la vostra devozione a me sola.

Andrea. Ma io non l’ho mai limitata, mai...

Clara (ilare). Come l’altra volta, Reviglio, come l’altra volta!

Andrea (colpito). Ah! E con chi? E con chi?

Clara. Questo poi...

Andrea. Col cavalier di Priasco?

Clara. Basta, vi dico.

Andrea (ritraendosi). Sì, sì, basta, basta, basta. Questa è una notizia!... Ehee, certe cose, si capisce all’istante in cui accadono che si erano già prevedute. Solo allora si capisce... Oh, ma non dico niente. Sarò discreto, prudente. Griderò poi: — Evviva! evviva! ma a suo tempo... (Dopo pausa, come ferito da una idea). Signora mia, non andrà via di qui, no?

Clara (imbarazzata). No... per ora.

Andrea (supplicando, quasi senza avvedersene). Mi faccia tanta grazia, mi lasci solamente sperare.

Clara. Sì, Andrea, perchè lo desidero anch’io. Ad ogni modo vedremo...

Andrea (ritirandosi). Questo mi basta. Son contento! (Di sull’uscio). Comanda?

Clara. Niente. (Subitamente, più seria). Fermatevi, Reviglio: sentite.

Andrea (si riaccosta).

Clara (lentamente, fissandolo in viso). So che tutto andrà bene, tutto. Ma... se poi un giorno occorresse esser forte?

Andrea. Basterà un cenno.

Clara. Bisogna esser preparati, sempre... anche alle cose più dolorose e difficili, anche a lasciar le persone a cui si è più affezionati.

Andrea (come affascinato). Per sempre?

Clara (con dolcezza). Fin che sarà necessario.

Andrea. Oggi?

Clara. No... aspettiamo.

Andrea (piegando il capo). Starò agli ordini. (Dopo una pausa, animandosi via via). Starò agli ordini. Ma chi sa, forse non sarà mai necessario! Vivere e morir qui, sotto questo tetto, godendo tutta la sua grazia: ecco, non desidero altro. Perchè poi finora, non un gesto, non una parola... E i pensieri non li vede che Dio!... È possibile anche che vi sia un equivoco. E non posso, e non devo neanche provarmi a chiarirlo. Perchè lei riderebbe delle mie parole. E naturalmente dovrei ridere anch’io. (Con riso sforzato). Viva Dio, finora non ci sono ragioni per credermi matto!

SCENA NONA. Andrea, Clara, Rosa.

Rosa (dalla sinistra, accorrendo). Il signor cavalier di Priasco arriva adesso al galoppo.

Clara. Si apra il portone.

Andrea (a Rosa). Restate, vado io. (S’inchina a Clara e via a destra).

Rosa. (Si ritira a sinistra).

SCENA DECIMA. Clara, il Cavaliere.

Clara (con tristezza, dopo aver pensato un momento). Mah!... Perchè questo adesso?... Perchè?

Cav. (a destra sulla soglia). Cugina...

Clara. Vi aspettavo.

Cav. (baciandole la mano). So già che siete stata inquieta, per me.

Clara. Sì, un poco.

Cav. (con galanteria). Poco o molto, la mia riconoscenza è uguale.

Clara (nervosa). Raccontate, raccontate.

Cav. Ieri sera sono andato via di qui ch’era assai tardi.

Clara. Ve l’avevo detto!

Cav. (con un sospiro). Eh sì, me l’avevate detto, e ripetuto anche... Era tardi dunque e buio. Me ne andavo al passo per non inciampare, quando alla svolta della Crocetta, ecco un gran chiarore tra gli alberi.

Clara. E la campana.

Cav. E la campana alla disperata. Dieci minuti dopo, arrivavo col Bianco, di trotto serrato, sulla piazza di Toralta. Da una parte, davanti alla chiesa, i contadini ronzavano come uno sciame di calabroni infuriati; dall’altra, i francesi se la godevano guardando ad avvampar due casupole. E le fiamme, amica mia, cominciavano a lambirne una terza, spinte in giù da una tramontana indiavolata. O muoverci subito, eh? o rassegnarci a vederle divorar tutto il villaggio. I francesi erano pochi, ma armati, disciplinati, soldati insomma; i contadini più numerosi, ma santo Dio!... E li avevo tutti intorno con le braccia in aria, che mi scongiuravano di far qualche cosa per loro... Bene: io ho messo innanzi gli schioppi, le pistole, i tromboni; dietro le falci, i tridenti, i bastoni, poi dissi loro: — Addosso, ragazzi, e fate quel che potete. — E si andò bene, o almeno non male. I miei cani da pagliaio si avventarono come leoni, e sebbene i soldati si portassero anch’essi ottimamente, si finì col ributtarli fuor del villaggio.

Clara. Dove sono?

Cav. I francesi? Oh, li credo ancor nei dintorni. I contadini sono venuti con me a Priasco: là, col Rifreddo davanti e col Paludaccio alle spalle...

Clara (guardandolo in faccia). Vi siete esposto, eh?

Cav. (sorridendo). Peuh!

Clara (seria). No, ditemi tutto. Eravate innanzi, alla testa; vi vedo. I repubblicani vi potrebbero riconoscere?... E se vi cercassero?

Cav. Io farei in modo di non lasciarmi trovare.

Clara. Cugino...

Cav. (affettuoso). Vi ringrazio coll’anima, ma vi prego di non inquietarvi. Basta guadagnar tempo, non occorre più altro oramai. Gli uni si ritirano e gli altri si avanzano. Allegra cugina, che presto vedremo i cosacchi!

Clara (con gioia). Ah Vittorio!

Cav. (con entusiasmo). Amica, quando potremo gridar: — Viva il re! — voglio che ne tremi il Monviso.

Clara. Ho tanto, tanto pregato!

Cav. Lo credo, lo so, e Dio vi ha esaudita (cambiando tono). A noi, non perdiamo tempo. Mi volete far il favore di suonare a raccolta? Voglio vedere i vostri uomini, esaminare la casa...

Clara. Perchè?

Cav. Chiamate, vi prego.

Clara (suona il campanello).

Cav. Così in caso di pericolo...

Clara. Pericolo mio?

Cav. Lontanissimo certo. Ma nei momenti in cui siamo, mi par bene non trascurar precauzioni.

SCENA UNDICESIMA. Clara, Il Cavaliere, Alban.

Alban (si presenta).

Clara. Avvertite subito don Rolando e Reviglio...

Alban (via).

Cav. (con affetto, cercando di prenderle le mani). Siete buona che mi permettete d’occuparmi di voi, come s’io fossi già...

Clara (ritraendosi con grazia). Quello che non siete ancora.

Cav. (teneramente). Clara, Clara...

Clara. Vi prego, ecco Alban.

Alban (rientrando). Don Rolando è andato a Priasco. Sor Andrea non si sa dove sia.

Cav. Male, male, malissimo!

Clara. Come si fa?

SCENA DODICESIMA. Clara, il Cavaliere, Alban e Rosa.

Rosa (precipitandosi in scena). I francesi! I francesi!

Cav. Oh diavolo! (corre al terrazzino).

Rosa (seguendolo). Là, vede? Laggiù, laggiù...

Cav. Le baionette... Son loro!

Clara. Vengono?

Rosa. Santa Maria! Poveri noi...

Cav. Silenzio! (ad Alban). Chi c’è in casa?

Alban. Stefano, Garbino, Anselmo, Michele...

Cav. Chiamali tutti. Sbarrate il portone, levate la catena ai mastini e approntate le armi, se ne avete. Vengo giù anch’io.

Clara. Pensate a resistere?

Cav. E perchè no?

Clara. Son pochi, ma bastano per far di noi quello che vogliono. Badiamo a questo. Non possiamo difenderci. E se poi... se le loro intenzioni non fossero ostili?

Cav. (spensieratamente) Lo diverrebbero trovandomi qui... Trovando chi li ha malmenati stanotte.

Clara. Ho capito! (Sgomenta). Fuggite!

Cav. (alzando le spalle). Dio! come se potessi lasciarvi...

Rosa. Vengono, sbucano adesso nel prato.

Cav. (battendosi la fronte) Oh! un uomo fidato, pei boschi, a Priasco...

Clara. Alban, presto!

Cav. No, no, è tardi.

Rosa. Son fermi, guardano la casa... L’uffiziale parla a un sergente...

Clara (angustiata al Cavaliere) Andate via, andate via!

Cav. (fermo). No, Clara.

Rosa. Agitano un cencio bianco.

Cav. Ah, ah! Vogliono pace.

Rosa. E si avanzano.

Clara (al Cavaliere). Nascondetevi!

Cav. Oh!

Clara. Vi prego, vi supplico, fate questo per me.

Cav. Per voi? (Riflettendo) È giusto. Avete ragione. La mia presenza può essere pericolosa per voi.

Clara. Non è questo; io non penso a questo. (Correndo all’uscio di sinistra). Di qui, di qui amico mio, fino all’ultima stanza. Sotto l’arazzo, v’è un usciolo che mette in uno stanzino. Di là...

Cav. Mi fermerò là. E ricordatevi che voglio essere avvisato di tutto quel che succede, minuto per minuto.

Clara. Rosa ci penserà. Andate, entrate, in nome di Dio!

Cav. Coraggio, eh!

Clara. Ne avrò, quando non vi vedrò più.

Cav. (via seguito da Rosa).

Clara (respirando). Ah!... Ora a noi. (Ad Alban). Raccomanda la sicurezza, la calma a tutti quanti, a nome mio... E apri le porte.

SCENA TREDICESIMA. Clara, poi Alban con un uffiziale francese.

Clara (siede presso la tavola, svolge un ricamo, lavora, sforzandosi di prendere un contegno tranquillo).

Alban (si mostra sull’uscio).

Clara (gli accenna di lasciar libero il passo).

Uff. (entra, guarda Clara e s’inchina). Salute e fratellanza.

Clara (risponde con disinvoltura e con grazia al saluto).

Uff. Cittadina, non vogliamo fare del male, e tu ci puoi far anche del bene.

Clara. Parlate; darò gli ordini...

Uff. Ho con me quattro feriti, che sarebbero in paradiso sopra un poco di paglia...

Clara (ad Alban). Va a vedere se Reviglio è tornato.

Uff. E chi è Reviglio? Il tuo intendente? Bon; (ad Alban). Gli dirai di parlare subito col sergente Mouton per sapere quel che occorre ai ragazzi.

Alban (si avvia).

Uff. E pensa anche a me.

Alban (via).

Clara. Siete italiano?

Uff. Sono côrso, cittadina. Claudio Morali, di Aiaccio: terzo battaglione, quinta mezza brigata di fanteria leggiera. (Con un sospiro). Leggiera e come! Ventiquattr’ore che non abbiamo mangiato (al terrazzino). Bon! gli uomini son tutti in cortile. Non sarà torto un capello a nessuno, ma non rispondo dei polli, dei conigli, e neanche dei gatti. (Dopo aver guardato in giro). Bella vista! Bel colpo d’occhio! Sono un po’ artista. (Tornando). Però preferisco la figura al paesaggio. (Accostandosi, dopo averla contemplata un momento). Come ti chiami?

Clara. Clara.

Uff. Clara? Nient’altro che Clara? Bel nome però! (Con fatuità). Ne ho conosciute parecchie Clare: non una che non fosse giovane e bella... Sei un’ex-nobile, eh? (Sentimentale). Ah! cittadina, in questo mondo non sono che due i piaceri: far la guerra e far all’amore. Ma quando il primo non lascia tempo al secondo, allora si soffre. Io, vedi... (s’interrompe scorgendo sull’uscio il sergente). Eh bien? Avance!

SCENA QUATTORDICESIMA. Clara, l’uffiziale, il sergente.

Sergente (sull’attenti, parla sottovoce animatamente all’uffiziale).

Uff. (gli dà prestamente alcuni ordini).

Sergente (via frettoloso).

Clara (li avrà osservati, frenando la sua inquietudine).

Uff. (brusco). Dov’è tuo marito?

Clara. Sono vedova.

Uff. Meglio per te. Tiriamo via. Nella tua scuderia si è scoperto un animale sospetto: il cavallo dell’uomo che comandava gl’insorti stanotte. Tu comprendi come sia grande il mio desiderio di vederne il padrone... Non hai niente da dire? No? Si capisce. Cercheremo. (Guarda intorno, poi s’incammina verso l’uscio di sinistra).

Clara (balza in piedi come per contrastargli il passo, ad un tratto si ravvede e va ella stessa ad aprire). Volete entrare qui? Ecco fatto: servitevi.

Uff. (fermandosi). Un momento... (porge l’orecchio). Che, se non m’inganno, la lepre è scovata! (Si volge come aspettando verso l’uscio di destra).

SCENA QUINDICESIMA. Clara, l’uffiziale, Alban, poi Andrea, il sergente ed alcuni soldati.

Alban (entrando affannato). Signora, oh signora, vogliono arrestare sor Andrea!

Clara. Lui! perchè?

Alban. Guardi, ma guardi!

Andrea (entra condotto dal sergente, seguito dai soldati, che si fermano nell’uscio).

Uff. (andandogli incontro). Chi sei? Presto: nome, cognome, età, condizione, tutto.

Andrea. Mi chiamo Andrea Reviglio, del fu Giovanni.

Uff. (interrompendolo). Ah! sei tu l’intendente? Ti eri nascosto, eh?

Alban. Niente nascosto! L’hanno trovato sopra una panca in fondo al giardino.

Uff. Cosa facevi? Dormivi?

Andrea. Mi riposavo.

Uff. Ah ti riposavi! Dunque eri stanco? Stanco a quest’ora: non ti pare un po’ presto? Cosa diavolo hai fatto stanotte? Non sei andato un po’ in giro per caso? Non hai fatto, per esempio, una passeggiata a Toralta?

Clara (con impeto, frapponendosi). Badate ch’egli non sa di che cosa lo si accusa. E poi... ad ogni modo vi giuro, per quello che ho di più sacro al mondo, che voi vi sbagliate.

Uff. (la guarda fissamente, accarezzandosi il mento). Meno male. Tu vuoi dire che il reo non è lui? Se non è lui, sarà un altro. Vediamo quest’altro. Tu capisci che... Insomma le ciance sono inutili...

Clara. Cosa volete dire?

Uff. Voglio dire che se fra un quarto d’ora non ho nelle mani il colpevole, io regolo il conto a costui.

Clara. È un’infamia!

Uff. No, cittadina.

Clara. Non potete...

Uff. Sì, cittadina. Non solo posso, ma devo. — Ordine del giorno Grouchy, otto nevoso, anno sette...

Clara. Un’infamia, vi dico; un vero assassinio!

Uff. La parola è grossa... (stendendo la mano verso il terrazzino). Guarda, mia cara, a piè di quel campanile che si vede laggiù, ho lasciato Jourdan, Maret e Lecoq: un caporale e due soldati, tre bravi patrioti. Non sono i primi, e non saranno gli ultimi, perchè l’insurrezione è scoppiata in tutti i comuni... (Interrompendosi). Allons! (ai soldati) conducetelo abbasso; accordate i clarinetti, poi vedremo.

Clara (sgomenta, tirando l’uffiziale in disparte). Venite qui, sentite, sentite. Reviglio è innocente, ve lo giuro. Ve lo giuro sulla memoria di mia madre. Non volete credermi? Mettiamo che non possiate credermi... Che cosa v’importa di quella vita? Risparmiatela, e vi sentirete contento... Chi sa che questo non vi porti fortuna. (Trattenendolo sempre, abbassando ancora la voce). Ascoltatemi. Ho dato tutto al rompersi della guerra, anch’io come gli altri: danaro, argenteria, quanto v’era di valsente in casa; ma non tutte le mie gioie, quelle che m’erano più care le ho ancora. Ecco sono vostre, col patto però...

Uff. (ritraendosi, con garbo). Pas de bêtises, cittadina! Parlo italiano, ma non son sempre disposto a capirlo. (Ai soldati) Marche!

SCENA SEDICESIMA. Clara, l’uffiziale, Alban, Andrea, il sergente, i soldati, il Cavaliere di Priasco.

Cav (sulla soglia a sinistra). Ehi, signore, fatemi il favore di badar a me un momento.

Uff. Volentieri, cittadino (si accosta squadrandolo).

Clara (smarrita). Vittorio, Vittorio!

Cav. (a Clara, serio, con calma). Cugina, vi prego... (all’uffiziale). Senza tante parole, lasciate star Reviglio, che non sa neanche di che cosa si tratti; prendetemi con voi, conducetemi dal comandante di piazza, dal commissario civile, al diavolo, se volete, ma...

Uff. Ho capito! Cioè no, veramente... (indicando Andrea). Ma sai che costui ha pressochè confessato.

Cav. Non è possibile.

Andrea (con energia). Sì, signore... E d’altronde tutti costoro mi han riconosciuto.

Cav. Ah? Ebbene rifacciamo la prova. (Piantandosi di fronte ai soldati). Attenti voialtri: qual di noi due vi par l’uomo di stanotte?

I Soldati (guardano ora l’uno ora l’altro, dubbiosi e perplessi).

(Un silenzio).

Cav. (ridendo). Bene! Bravi!

Uff. La nuit tous les chats sont gris.

Clara (con impeto). Ecco! E decidereste della sorte di un uomo con testimonianze così vaghe, incerte, confuse?

Uff. (ad Andrea e al cavaliere). Fate conto di fumar tutti e due la pipa sopra una barile di polvere.

Cav. Decidiamo...

Uff. (stringendosi nelle spalle). Decidete voi. Io il modo l’ho di finirla.

Clara (avvicinandosi a lui, spaventata) Oh signore! signore, vi prego...

Cav. (severo). Cugina!

Uff. E perchè no? (attirandola a parte con un cenno). Una parolina fra noi. Caso mai... (Abbassando la voce). Cercavo un nemico e ne trovo due. Come vedi, li ho tutti e due nelle mani e potrei... Mi capisci? Ma sono un buon ragazzo, dopo tutto; e ammetto che infin dei conti il cavallo bianco portava un sol cavaliero. Quindi (con malizia) se tu hai qualche ragione di far preferenze...

Clara (attonita). Non so... non comprendo...

Uff. No? Diavolo! Te ne piglio uno, ma ti lascio l’altro. Però bisogna scegliere.

Clara (dopo un momento, rabbrividendo). Dio!

Uff. Ça ne va pas?

Clara. No, no, no, cerchiamo altro, ma questo no, questo no, questo no!

Uff. Proviamo la sorte, vuoi?

Clara (si lascia andar seduta, e scuote dolorosamente la testa).

Uff. (pestando i piedi). Sacredieu, quelle stupide affaire! (Voltandosi agli altri). E come va in lungo, cittadini cari; io non posso star qui in sempiterno! Il regno della vera Libertà è pur quello della Clemenza. Ed io voglio esserlo clemente. Vi dò mezz’ora per intendervi. Va bene così? Quello a cui tocca, se vorrà essere sbrigato sull’atto non avrà che a consegnarsi al sergente, troverà tutto pronto in cortile. (Al sergente, accennando l’uscio di destra). Tu starai lì fuori con Malaise e Legrand. (Ad Alban). Tu sotto con me, a servirmi, che muoio di fame. (A quelli che restano). Saluto repubblicano, e che l’Ente supremo vi illumini! (Via seguito da Alban e dai soldati).

SCENA DICIASSETTESIMA. Clara, Andrea, il Cavaliere di Priasco.

Cav. (andando da Andrea) Ma voi siete matto, eh?!

Clara (alzandosi). Vittorio! Non parlargli così.

Cav. Matto, dico. Perchè mentire? Che cosa gli salta di cacciarsi anche lui nell’imbroglio, col rischio di farci moschettar tutti e due?

Andrea (volendo parlare). Mi perdoni...

Cav. Credete voi ch’io non sappia a quel che mi espongo?

Andrea. No, signor mio.

Cav. Sarò condotto in Francia, perderò i beni...

Andrea (con forza) La vita!

Cav. (incredulo). Ah!

Andrea. Due mesi fa le cose sarebbero forse andate come lei immagina. Ma oggi, oggi che la Repubblica è vinta, morde e sbrana come una lupa arrabbiata.

Cav. Dirò il mio nome, i miei titoli, le mie aderenze... (s’avvia come per uscire).

Andrea (opponendosi). Se lei passa la soglia, casca nelle mani dei soldati, e allora è finita.

Cav. (con impazienza). Oh in nome di Dio!...

Andrea (opponendosi ancora). La prego...

Clara. Vittorio! Andrea! Non voglio vedervi l’un contro l’altro così.

Andrea. Non perdiamo tempo. O l’uno o l’altro, dunque...

Cav. E vorreste andar voi?

Andrea. O l’uno o l’altro! Pensiamo, qual dei due sacrifizi è il più utile. Lei deve vivere. In questi momenti ne ha il dovere: il suo nome rappresenta secoli di onore, di valore, di gloria...

Cav. (con ironia). È per questo che dovrei lasciarvi assassinare al mio posto?!

Andrea (continuando). Di là dal mare, vi è chi aspetta. Il suo esilio sta per finire. Ricuperato il regno, guai se non potrà chiamare a sè, stringersi intorno tutti i fedeli, tutti gli amici! Lasci ch’io contribuisca a conservargliene uno, e dei migliori. Sono solo, signore, non ho famiglia, non ho nè speranze, nè gioie, ed è così poca cosa la mia vita!... (A Clara). Lo prego, m’aiuti lei a persuaderlo.

Clara (addoloratissima). Io? Perchè? Non voglio perdervi, io... Cerchiamo, cerchiamo, approfittiamo di questo respiro... (ai due che si scostano alquanto). Ma no! Venite qui, tutti e due, vicino a me... E cercate, voialtri che siete uomini, che siete forti e coraggiosi. Io soffro troppo, non posso pensare. (Giungendo le mani affannosamente). Pregherò, ecco; pregherò perchè non muoia nessuno.

Andrea (dolcemente, insistendo). Ma se non mi spaventa la morte! Vado alla pace, al riposo. E mi porto nel cuore un conforto, così grande, così bello: la certezza di vivere nella vostra memoria... (Fa due o tre passi verso l’uscio).

Cav. (con autorità). Fermo! Verranno a cercarci. Non precipitiamo, qualche cosa sarà.

Clara (attaccandosi a queste parole). È vero, è vero: aspettiamo. Chi sa! Chi lo sa cosa può accadere! (Dopo un silenzio, con un grido). Vittorio! Andrea! E... e se non venissero più?!

Cav. (sorpreso). Perchè?

Clara. Se l’uffiziale, o mosso a pietà, o che so io... non so insomma, ci avesse lasciati così per... per darci il modo...

Cav. (correndo al terrazzino). Non è possibile!... Eh no: guardate.

Clara (che lo ha seguito). È vero! Sentinelle per tutto.

Cav. (indicando in lontano). Se mai, la salvezza potrebbe venir di là. Da Priasco.

Clara. Sì, sì, un miracolo!

Cav. I contadini mi amano, mi adorano. Pensate, se mi sapessero qui, se avessi potuto avvertirli! (Smaniando). Oh esser là, farli entrar nella macchia, arrivare in silenzio fino al giardino, e piombar su costoro come l’ira di Dio!

Andrea (senza levare gli occhi dal terrazzino, ha indietreggiato fino all’uscio di destra. Apre pian piano; impone silenzio ai soldati che si affacciano, saluta Clara con uno sguardo, e scompare).