V. Sfogo[11]
Questa mattina mi sono sfogato. La persona con cui mi sono sfogato era uno di quegli uomini rari, che per quanto non abbondino neppure qui, si trovano in Francia più spesso che altrove: coltissimo, intelligente, largo di mente, generoso di cuore, amico sincero e fedele. Sapevo di parlare ad una persona che mi avrebbe capito. E gli ho parlato così.
«Lei sa che io sono un amico fedele. Ho avuto fiducia nella Francia prima della prova, e quando tutta l’Europa o vi odiava, o vi disprezzava, o diffidava di voi. Ma perciò debbo dirvi francamente che me ne ritornerò in patria tra pochi giorni inquieto e pieno di tristi presentimenti. Io non capisco la Francia, in questo momento; o, se volete, ho paura di capirla. Ma come? Voi avete fatto, più di un secolo fa, una immensa rivoluzione che ha sconvolto il mondo; e l’avete imposta con la penna e con la spada all’Europa nolente. C’era allora un ordine antico da secoli, di cui i popoli, buono o cattivo che fosse, erano soddisfatti. C’era un diritto pubblico, che regolava in una certa misura i rapporti tra gli stati, che proteggeva abbastanza bene i piccoli e i deboli in mezzo ai grandi e ai forti, che risparmiava il sangue e il denaro delle moltitudini, poichè le guerre allora erano combattute tra sovrani e non tra popoli, con un piccolo numero di soldati, e quasi tutti volontari. C’erano repubbliche e monarchie e principati e ducati e staterelli in quantità; non c’erano imperi, ma c’era l’impero, quello di Augusto, di Traiano e di Costantino ancora vivo; e tutti questi governi erano deboli ma rispettati come sacri, davano poco ai sudditi ma esigevano poco. Non c’era per nessuno la libertà di riveder le buccie a Dio e alle Chiese che lo rappresentavano; ma c’era per tutti quella di fare o di non fare la guerra, a piacere. Voi non avete avuto rispetto per nessuna parte di questo venerando edificio. Voi avete implacabilmente distrutto in casa vostra prima, avete distrutto o aiutato a distruggere in tutta Europa questo ordine di cose e i principî su cui posava, in nome dei principî nuovi, che voi avevate annunciato al mondo, gli «immortali principî» — come voi dite. Vi siete impegnati in una lotta terribile, in casa vostra e fuori, in Francia e in Europa, contro tutti i partiti, gli ordini sociali, le istituzioni che volevano difendere l’antico ordine di cose; contro la aristocrazia, contro la Chiesa, contro la Monarchia, contro l’Impero, contro la Casa d’Austria, contro la Casa di Savoia, la Prussia, la Russia, l’Inghilterra. Questa lotta è durata più di un secolo; e quanti colpi avete ricevuti, quanto sangue avete versato, quanti sacrifici avete sostenuti! Per quattro generazioni siete stati, si può dire, soli o quasi soli in guerra, con la spada e con la penna, contro tutta la Europa. Le disgrazie che vi sono capitate nel secolo XIX, sono nate, si può dire, dal vostro attaccamento a idee e a dottrine, che l’Europa ha respinte ostinatamente nel 1793 come nel 1848, restringendosi ogni tanto a sfruttarle cautamente, e il più spesso contro di voi.
«Ed ecco alla fine, quando nessuno ci sperava più, nemmeno voi, accade il miracolo. In un anno e mezzo, tra il marzo del 1917 e il novembre del 1918, la nemica implacabile di voi e delle vostre dottrine, la Monarchia, morde la polvere. Prodigio a cui nessuno nella nostra generazione aveva mai sperato di assistere, i Romanoff, gli Hohenzollern, gli Absburgo, i Wittelsbach sono scacciati dai loro popoli. La Europa tutta si volge, come alla suprema speranza, verso le idee e le dottrine che voi avete bandite al mondo nel 1793 e nel 1848: suffragio universale, principio di nazionalità, fratellanza e lega dei popoli, democrazia, diplomazia palese. L’America stessa viene in Europa e si dichiara pronta ad aiutarla con tutte le sue forze e ricchezze a far la pace e a costituire il nuovo ordine di cose sul principio della sovranità popolare. La rivoluzione francese sta per trionfare; il ’48 sta per prendere la sua clamorosa rivincita; sta per scoccar l’ora in cui voi potrete raccogliere il frutto di un secolo, erigere con un nuovo ordine di cose il vero, l’immenso arco di trionfo della Francia a cavallo dell’Europa, non il piccolo arco dell’Etoile che ricorda una lunga fila di vittorie provvisorie, terminate con una disfatta sola, ma irreparabile.
«E in questo momento supremo voi vi schermite, vi appartate e quasi direi vi togliete con la fuga al vostro trionfo? Voi lasciate gli Anglosassoni empirici e confusionari impadronirsi della vostra dottrina, tentare di formularla e applicarla; li guardate con un sorriso ironico mentre con maldestra serietà si sforzano di compire l’ufficio che voi soli, insieme con noi italiani e con i tedeschi, se essi avessero voluto, e se voi li aveste lasciati metterci mano, avreste potuto compiere; e poi dichiarate che quelle sono chiacchiere e favole, che a voi occorrono riparazioni e garanzie, miliardi per rifare le vostre provincie distrutte, e cannoni, soldati, alleanze, confini strategicamente sicuri, disarmo del nemico; non protocolli diplomatici, pezzi di carta e ideologie di professori? Che altro vuol dire questo atteggiamento ufficiale della Francia verso la lega delle nazioni e nelle trattative per la pace, se non che la Francia non ha fiducia nelle dottrine della rivoluzione, per cui ha combattuto un secolo intero? È questo o non è questo il senso profondo ma luminoso della politica francese nel trattato di pace?
«Lei sa quel che io penso degli «immortali principî...». Mi paiono troppo confusi, vaghi, elastici, sentimentali; e perciò, almeno così come sono oggi, non possono servire da ossatura solida ad un sistema di diritto pubblico che si regga. Dovranno, per servire, essere elaborati dalla dottrina e stagionati dal tempo. Ma non sono neppure un semplice flatus vocis, o parole vuote, o astrazioni, come pretendono troppi critici frettolosi. Esprimono oggi sentimenti che, pur essendo confusi, sono forti nelle moltitudini: tanto è vero che hanno infuso in queste il coraggio e la pazienza di combattere una guerra così lunga e così atroce. E poi, buoni o cattivi che siano, abbiamo noi l’embarras du choix? Altri principî più chiari e definiti, che regolino in qualche modo, con un’ombra di legge, i rapporti tra gli stati europei? La monarchia è caduta in Europa; e con essa il principio dinastico, che a dispetto delle sue manchevolezze e ingiustizie, aveva mantenuto dal 1815 al 1914 un po’ d’ordine e una certa legge nei rapporti tra gli stati europei. Caduto questo, se noi non riusciamo ad imporre un altro principio di ordine, anche se grossolano e imperfetto, l’Europa si dissolverà nella anarchia delle guerre perpetue. La forza sarà la sola legge riconosciuta e rispettata tra gli Stati. Ora lasciamo i discepoli imbecilli di Hegel ripetere che il diritto è la forza e che gli Stati sono fatti per divorarsi a vicenda come belve feroci. Sappiamo tutti e due che cosa sarebbe in Europa un nuovo medio evo alla nitroglicerina, armato di bombe e di tritolo, senza Cristo e senza Inquisizione. L’Europa non solo rimbarbarirebbe; ma precipiterebbe dal suo trono...».
«Bisognava dunque precisare e formulare nel Congresso di Parigi i principî che dovevano regolare i rapporti tra gli Stati d’Europa, ormai quasi tutti ordinati a repubblica, come il Congresso di Vienna aveva precisato e formulato, come legge tra gli Stati monarchici di un secolo fa, i principî della legittimità e dell’equilibrio. Occorreva mettersi d’accordo sopra un modo di definire la nazionalità, che servisse come equa norma per decidere almeno i più grandi fra i conflitti nazionali. Occorreva riconoscere i diritti nazionali delle minoranze, che sarebbero incluse nei nuovi stati e rimarrebbero prigioniere nella cerchia degli antichi, e trovare il mezzo di garantirli. Occorreva imaginare una formula per limitare gli armamenti, che conciliasse le legittime armi d’ogni singolo stato con la libertà degli altri e con il loro diritto di non subire, come un’imposizione prepotente di un solo, gare illimitate di armamenti e guerre all’ultimo sangue. Se il Congresso avesse affrontato queste tre questioni capitali, non ci sarebbe stato tanto da discutere intorno ai fini della Lega delle Nazioni. La Lega avrebbe dovuto mantenere la pace fondata su questi principî, perfezionandoli nell’applicazione.
«Era questo un compito impossibile, anche se era più difficile di quello che spettò al Congresso di Vienna? Non so. Ma chi aveva il dovere di tentarlo almeno, se non voi, aiutati dall’Italia e dall’America? Se non temessi di domandar troppo, aggiungerei che anche i tedeschi avrebbero potuto e dovuto aiutarci. Poco assegnamento invece si poteva fare sugli inglesi. Ma voi vi siete tratti sdegnosamente in disparte, gli italiani non hanno fatto nulla e gli americani da soli erano ridotti all’impotenza...».
A questo punto il mio interlocutore mi ha interotto.
«Lei ha ragione, pur troppo. La tragica contradizione in cui la Francia è impigliata è questa. Ma non è difficile di spiegarla. Nel paese coloro che hanno fiducia nei principî della rivoluzione del ’48, sono numerosi».
«È vero — dissi io. — Quello che si può chiamare il gran pubblico mi sembra abbia seguito più che spinto il governo della sua politica».
«Per l’appunto. Bisogna dunque spiegare l’atteggiamento del governo. Questo fu l’opera del Quai d’Orsay e dello Stato Maggiore, che nutriti ancora di tradizioni napoleoniche, amano poco e poco si fidano delle ideologie rivoluzionarie. Ma è pure vero che il governo ha seguìto docilmente questi consigli, e che il suo capo ha difeso le tradizioni della politica imperiale con un ardore di novizio. Lei mi dirà che Clemenceau è stato per tutta la vita un campione quasi fanatico della rivoluzione e delle sue dottrine, e che un giorno la definì un «bloc». E mi domanderà perchè questo discepolo fanatico ha voltato le spalle alle sue dottrine proprio quando gli si apriva un’occasione unica di mantenere almeno in parte le promesse che la Francia ha fatte al mondo. Le confesso di non saper rispondere. È un mistero, per me...!»
«Si direbbe — ripresi io — destino della rivoluzione, che quando i suoi principî stanno per vincere, apparisca un uomo il quale con l’autorità acquistata combattendo per il loro trionfo li sconfigge definitivamente e li ricaccia nel nulla. Il caso di Clemenceau non ripete, meno vistosamente, la palinodia di Napoleone? Senonchè guardi in che singolare postura la Francia viene a trovarsi di fronte all’Europa, e l’Europa di fronte alla Francia. Più di un secolo fa la Francia annuncia di aver scoperto i principî da cui deve cominciare un secolo nuovo di felicità, si impegna in una terribile lotta per applicarli, la vince. Ma allora apparisce l’uomo che confisca per sè i frutti della vittoria; e che invece del nuovo ordine di cose promesso, impone all’Europa un dispotismo militare molto più oppressivo e cupido che i governi dei Re, da cui la rivoluzione voleva liberare l’Europa. Con un forte scossone l’Europa rovescia questo dispotismo; e per riavere un po’ di ordine e di pace restaura alla meglio, come si poteva dopo tante demolizioni, i principi dell’ordine antico, da voi indebolito o distrutto... L’ordine ricostituito non era perfetto; tuttavia l’Europa, pur brontolando, ci si acconciava, per paura di peggio. Siete stati voi di nuovo a rovesciare nel 1848 questo ordine vacillante, ripromettendo al mondo la felicità nuova contenuta nelle vostre dottrine. Ma di nuovo il mondo l’ha aspettata invano, cosicchè, dopo il ’48 si trovò senza i beneficî dell’ordine antico e senza i beneficî nuovi da voi promessi nel grande anno; finchè anche questa volta, per ridare un assetto un po’ stabile all’Europa, si ritornò dopo il 1870 nella misura del possibile ai principî antichi e all’ordine dinastico. Che cosa furono il regime bismarckiano e la triplice alleanza se non una ristampa in riduzione della Santa Alleanza? Ma neppure di questo nuovo ordine voi foste contenti, e avevate ragione, poichè era stato fondato con una violenza iniqua e scellerata a vostro danno. La restante Europa, desiderosa di pace, ossequiosa per il più forte dell’ultim’ora, cupida di ricchezze e di benessere, era pronta a sopportare con rassegnazione cristiana l’iniquità inflitta a voi, e avrebbe voluto eterno quell’ordine: voi no, voi lo avete implacabilmente minato, non riconoscendo il trattato di Francoforte che ne era il fondamento, dichiarandolo nullo in aeternum poichè violava l’imprescrittibile diritto dell’Alsazia e della Lorena. Voi avete affermato, a rischio della vostra esistenza, esserci certi diritti dei popoli che la forza deve rispettare: azione memorabile nella storia, gloria imperitura della vostra nazione, che voi potete aggiungere a quella di tante altre generose azioni da voi compiute nei secoli... Ma quando quest’ordine, di cui l’Europa era soddisfatta, è finalmente caduto, un po’ perchè il popolo che l’aveva creato a suo profitto ha voluto abusarne, un po’ perchè voi l’avevate minato sotto sotto con la vostra generosa e implacabile protesta, non aveva il mondo diritto che voi faceste un grande sforzo per definire questi diritti imprescrittibili dei popoli, per i quali il mondo intero andava in fiamme? Per fare una realtà di quella fratellanza dei popoli liberi, che avevate annunciata come la legge di vita all’Europa sino dal 1848?
«Invece voi — o almeno il governo che vi rappresenta — non ha trovato, per riordinare il mondo, che delle combinazioni di forze nello stile del Bonaparte!... Saranno ingegnose, quanto volete, queste combinazioni; ma credete voi di poter fermare i tedeschi sulla via delle loro ambizioni, opponendo loro soltanto dei cannoni e dei soldati, e non una dottrina e un’idea? Se il domani sarà in balìa della forza, pensate che i tedeschi hanno il numero. E pensate che l’Europa attende da voi il compimento di una promessa che data ormai da più di cento anni...».
Il mio interlocutore mi ha guardato, e poi levandosi, mi ha detto con forza: «Noi manterremo la promessa. La nostra storia è piena di contradizioni, di violenze, di catastrofi; ma è pura di tradimento. Non tradiremo i popoli, che avranno avuto fiducia in noi».
— «Speriamo» — conchiusi io, rassicurato un po’, ma sino a un certo punto soltanto.