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La tragedia della pace

Chapter 2: PREFAZIONE
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About This Book

Una raccolta di saggi e brani di diario che analizza il dopoguerra europeo, denunciando l'inaridimento intellettuale, la caduta delle autorità tradizionali e la sostituzione del diritto con la forza economica e militare. L'autore ricostruisce come la guerra e la vittoria abbiano alimentato passioni di rivalsa e ambizione, favorendo anarchia politica, demagogia del suffragio universale e oscillazioni ideologiche. Pur senza offrire rimedi miracolosi, il testo cerca di comprendere la crisi morale e istituzionale e indica la necessità di un'autorità giusta, saggia e ponderata per ricostruire ordine, libertà e responsabilità civile.

PREFAZIONE

Questo libro è stato scritto per coloro, che vogliono nutrire la mente di cibi sostanziosi, non di ciarle e di parole. Se sieno molti o pochi non so. Vorrei che fossero molti; ma anche se saranno pochi, mi riterrò largamente compensato della fatica, avendola spesa per gli spiriti eletti. L’Europa muore di inanizione intellettuale. La lucerna del pensiero si spegne. I pochi che posseggono ancora un po’ dell’olio, con cui si alimenta la preziosa lucerna, hanno il dovere di mantenerla viva, anche se spiacciono ai troppi fabbricanti di bengala, che a quella pura luce vorrebbero sostituire i loro pirici lampi.

Questo libro si compone di articoli pubblicati nel Secolo, ai quali è stato aggiunto un «Primo discorso ai sordi», in parte pubblicato nell’«Illustration», nella «Revue Universelle», nell’«Hearst’s Magazine», in parte inedito; e alcuni lunghi brani, pure inediti, di un diario della pace. Spero tuttavia che non sarà un cartoccio di briciole, simile a quelli che troppo spesso si offrono ai frettolosi lettori del nostro tempo; ma un libro, nel quale i singoli saggi sono stati fusi, quanto si poteva, in una unità organica. Per fonderli fu spesso necessario o scorciarli, o allungarli, o rinforzarli di aggiunte e di attacchi. Non furono toccate le previsioni, così quelle che si sono come quelle che non si sono avverate; e degli articoli del Secolo fu indicata la data della pubblicazione, per i lettori che fossero avidi di confrontare il secondo testo con il primo.

È stato possibile, e non troppo difficile, fondere in un tutto questi scritti, staccati nel tempo e nello spazio, perchè erano riuniti da un unico pensiero, che li legava come un filo. Credo di poter affermare senza iattanza, che tra gli uomini di penna dell’Europa, sono stato uno dei pochissimi, se non il solo, il quale dal 1914 in poi abbia pensato e scritto, non obbedendo alle impressioni mutevoli degli eventi o alla dottrina ufficiale di un partito o di uno Stato, ma seguendo una idea. Un’idea che, se è venuta allargandosi e rafforzandosi, a mano a mano che aderiva a una realtà enorme e sempre in sussulto, ha potuto in una certa misura dominarla, perchè è rimasta sempre la stessa, non curante di essere fraintesa e vilipesa dagli opposti partiti o negletta dalle volubili infatuazioni dello spirito pubblico. Chi legga senza preconcetti questo libro e i tre precedenti che hanno studiato via via gli avvenimenti dell’ultimo decennio — La Guerra Europea, La Vecchia Europa e la Nuova, Memorie e confessioni di un sovrano deposto — vorrà, spero, rendermi questa testimonianza.

Ma appunto perciò il lettore dev’essere preparato a ritrovare anche in questo libro, come nei precedenti, una inquietitudine e quasi uno spasmo, che ricomincia, si rinnova, si esaspera, invece che calmarsi, con le incessanti riprese e sorprese della terribile vicenda, a cui sottostiamo da quasi dieci anni. Anche questo spasmo è — in una certa misura — una prova di verità. Dopo avere riconosciuto nella guerra mondiale la prima delle grandi catastrofi, a cui negli ultimi anni della pace avevo veduto correre quella aspirazione a una illimitata potenza che è propria dei nostri tempi, fu facile di orientarsi, perchè bastò applicare la dottrina agli eventi, dopo aver sfrondato la storia del secolo XIX delle leggende spesso puerili con cui i partiti l’avevano falsificata. Ma che tragedia! Chi, comprendendola, non sente la vertigine degli abissi?

Nel 1914 sembrò, per un attimo, che l’Europa volesse fare uno sforzo eroico e ritrovare la salvezza in una dottrina, antica o nuova, di austera saggezza. Ma il buon proposito non durò a lungo. A poco a poco la guerra esaltò tutte le funeste passioni, che l’avevano scatenata. «La chimera della potenza illimitata» — scrivevo nel 1916 — ha abbagliato anche i paesi latini. Molti maledicono oggi la Germania, ma con parole turbate e confuse, che, a chi le intende, la lodano invece e la magnificano. Dopo tanto sangue, dopo tante perfidie e violenze, molti nemici della Germania oscillano tra l’orrore e il desiderio di imitarla[1]». E aggiungevo: «Per ritemprarsi e rinnovarsi» l’Europa dovrà «affrontare un tempestoso periodo di disordine spirituale e di anarchia politica»; perchè una istituzione sola sarebbe emersa «intangibile da ogni rivoluzione e reazione: il suffragio universale... sovrano fanciullo, capriccioso e incosciente, bonario e crudele, facile vittima, per pochezza di mente e per rude semplicità di passioni, della furberia e della impostura».[2]

E allora nessuno prevedeva ancora che il sistema monarchico dell’Europa sarebbe stato distrutto!

Dopo la rivoluzione russa, durante le terribili prove del ’17 e del ’18, quando alla baldanza del ’15 e del 16 succedè di nuovo lo scoramento e la paura, di nuovo sembrammo porgere l’orecchio all’angelo del buon consiglio. Ma dopo l’armistizio la chimera della potenza illimitata entrò, come uno di quei diavoli di cui parlano le leggende del medio evo, nei vincitori e li fece uscire di senno. Cadute le grandi monarchie dell’Europa, spezzata l’ossatura che da un secolo reggeva l’ordine sociale del vecchio mondo, sopraffatti i sentimenti e le dottrine della democrazia e dell’umanitarismo con cui la guerra aveva alimentato il proprio ardore, dalle passioni della vittoria — risentimento, cupidigia, ambizione — l’Europa precipitò in una anarchia rissosa, travagliosa, prepotente e impotente. Chi conosca i vizi profondi della civiltà quantitativa non può meravigliarsene.

«Tutte le autorità sono cadute» — scrivevo nel 1920 — «e perciò la sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di qualche cencio rosso o di qualche brandello di bandiera nazionale; e governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento, straziandolo, perchè la forza è così debole quando è sola e nuda! Non illudetevi o uomini! i soli titoli di autorità che ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, insieme con il diritto divino. A volta a volta governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora da centomila baionette; e a impadronirsi dei torchi ufficiali che stampano la moneta. Il fatto deciderà del diritto, non il diritto del fatto! La Rivoluzione ha finito la sua fatica: a furia di accrescere la forza dei governi a scapito dell’autorità, li ha ridotti ad essere pura forza, null’altro che forza, ossia volubilità, violenza, ferocia, sospetto, cupidigia, venalità, orgoglio, ipocrisia, odio, incapacità e debolezza... Quanti anni passeranno, prima che una autorità giusta, serena, intelligente, nobile risplenda di nuovo sull’Europa, come un generoso sole di autunno che indora e non accieca, che matura la succulenta vendemmia e non prosciuga gli umori vitali, che sfolgora il terso azzurro e non aduna tempeste!»[3]

Il libro, che presento ai lettori, racconta la storia di questa catastrofe e tenta di ritrovare in mezzo alle macerie la via dell’ordine, della libertà e della saggezza. Non che ci si trovi la formula della salute o, come oggi si dice, di quella restaurazione, che gli uomini di Stato promettono tutti i giorni ai popoli per l’indomani. Il male è troppo profondo, perchè chi lo conosce possa illudersi guarisca in pochi anni e per effetto di una ricetta miracolosa. La confusione e l’agitazione, in cui viviamo, dureranno a lungo. Vedremo i popoli oscillar da una parte all’altra delle dottrine più opposte, rovesciar oggi quel che adoravano ieri, per inginocchiarglisi di nuovo innanzi domani. Vedremo a volta a volta la ciarlataneria, la violenza, forse anche la pazzia, conquistare il comando, sfregiare la libertà e la giustizia. Nella storia sopraggiungono ogni tanto generazioni, che, tutte intente in qualche opera particolare spesso meritoria e talora anche gloriosa, innamorate della propria intelligenza e attratte dalla speranza di una immaginata felicità nuova, si staccano dall’esperienza dei secoli, dimenticando le regole elementari ed eterne dell’arte di governarsi e di governare. Ma proprio in queste età, spesso gloriose per altri meriti, lo Stato e la Società sembrano ricascare in infanzia. Quando i Greci si fecero innanzi, con le loro colonie, coi loro commerci, con le loro arti, con le loro filosofie, con le loro conquiste, con le perenni rivoluzioni delle loro aristocrazie, tirannie e democrazie, scompigliando il Mediterraneo nel tempo stesso in cui l’abbellivano e l’istruivano, i sacerdoti egiziani, che li osservavano dall’alta specola di una antica esperienza e saggezza, li giudicarono dei «bambini». Non accade alcunchè di simile ai nostri tempi? Giustamente, ma troppo orgogliosi della loro scienza, potenza e opulenza, essi vogliono governarsi e non sanno più che cosa sia uno Stato, un principio di autorità e di legittimità, un ordine legale, un trattato; come un governo si faccia obbedire e si regga, come si debba fare la guerra, come si possa fare la pace e mantenerla.

Quanto questo stato di cose durerà nella civiltà occidentale, nessuno potrebbe predire. Ma è certo che non durerà eterno.

Come il mondo antico ritornò con i Romani, dopo la capricciosa infanzia greca, alla maturità che sa governarsi e governare, così l’Europa uscirà un giorno da questa sua presente infanzia politica, piena di ingenuità, di errori e di imprudenze. Coloro che non hanno perduto interamente il senso della eterna saggezza; coloro che anche in questi tempi di anarchia vogliono sapere che cosa è uno Stato, un principio di autorità e di legittimità, quale è la forza di una legalità, come si fa e come si mantiene un trattato, preparano la futura maturità dell’Europa.

Firenze, 14 marzo 1923.