VII. I debiti (16 maggio 1922)
In che consiste la vera questione dei debiti? Ci è facile di rispondere ora che sappiamo come la guerra ha impoverito il mondo.
Indebitati siamo tutti, più o meno, in Europa. Vinti e vincitori siamo tutti imprigionati in una intricatissima rete di crediti e debiti, il cui capo è di là dell’Atlantico nelle mani dell’America, creditrice di tutti. Di fronte agli Stati Uniti, che non hanno debiti ma crediti soltanto, e in tutto il mondo, si allineano la Russia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria, che sono soltanto debitrici. In mezzo stanno l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, il Belgio, la Rumenia, la Serbia, il Portogallo, che sono a volta a volta creditrici e debitrici: tra loro, con l’America, con gli altri Stati vinti.
Quale è la dottrina dell’America, creditrice universale? Che i debiti devono essere pagati. Ma a questa dottrina, gli Stati, che hanno debiti soltanto, oppongono di non potere. Gli Stati intermedi, creditori e debitori ad un tempo, inclinano a professare una dottrina a doppia faccia: aver diritto di riscuotere interi i crediti, ma non poter pagare i debiti. Come raccapezzarsi, ai piedi di questa nuova Babele?
Che tutti gli impegni — debiti antichi, debiti di guerra, riparazioni — dovrebbero essere mantenuti, è ovvio. Uno Stato, che promette e non mantiene, compie un atto ostile, perchè defrauda lo Stato contraente del suo diritto. Che fiducia e quale Spirito di intesa può regnare tra Stati, i quali minacciano tra i denti l’uno all’altro di distruggere le tavole su cui scrissero d’accordo i diritti e i doveri reciproci?
Un impegno è un impegno, se non è un pezzo di carta. Ma se è vero che i debiti dovrebbero essere pagati, è anche vero, purtroppo, che a pagarli c’è un impedimento quasi insuperabile in ogni paese; quello sbilancio delle fortune, quell’impoverimento del maggior numero, quell’arricchimento di pochi che è stato di tutti i frutti della guerra il più amaro.
Soltanto le classi più numerose possono alimentare di somme ingenti gli erari. Sulle classi più numerose vivevano prima della guerra i grandi Stati. Ma chi può pensare che il popolo e le classi medie stremate dalla guerra potrebbero oggi provvedere allo Stato le immense somme, con cui ognuno potrebbe liberarsi?
La Germania per esempio: affinchè la Germania mantenesse gli impegni del trattato, occorrerebbe un governo così forte, da potere estorcere alle classi medie e alle moltitudini, senza compenso, per trenta o quaranta anni, la somma di lavoro, necessaria a rifare in Francia e altrove quanto gli eserciti hanno distrutto. Senonchè anche in Germania, ora che la monarchia è caduta, il governo è creatura del suffragio universalissimo, cosa propria di quelle classi medie e popolari, che dovrebbe spremere sino alle ossa. Il suffragio universale dovrebbe creare un governo, il quale lo riducesse dalla povertà in cui è ora alla disperazione; essere, come un asceta di altri tempi, il proprio tormentatore e flagellatore! Chi crederà che ciò sia possibile?
L’Italia non è stata impoverita dalla guerra, quanto la Germania e l’Austria; perchè essa non è stata costretta a nutrire la guerra soltanto con la propria sostanza; e ha potuto in parte alimentarla con il credito altrui. Quei venti miliardi di oro, che l’Italia deve alla Francia, all’Inghilterra, all’America, colmano la differenza tra la sua discreta agiatezza e la povertà della Germania o dell’Austria. Ma se noi dovessimo restituire quelle somme dovremmo spolparci e diventare, come l’Austria, scheletri ambulanti. Gli Absburgo hanno potuto, durante la guerra, ridurre il loro impero pelle e ossa: ma sono caduti proprio per questa ragione. Nessun governo potrebbe ripetere questa crudele operazione, in Italia ed in tempo di pace. Il governo che la tentasse non arriverebbe al terzo giorno.
Per uscire da questa stretta mortale, non si vede che un mezzo: non già le tabulae novae, la cancellazione, ma una riduzione generale di tutti i debiti: russi, tedeschi, austriaci, ungheresi, bulgari, francesi, italiani e via dicendo. Bisognerebbe che i creditori acconsentissero di buon grado a ridurre i propri diritti alla misura del possibile; e che i debitori si accingessero sul serio a mantenere gli impegni così ridotti, riconoscendoli sacri. La America, che riceverebbe il danno maggiore da questa riduzione universale, dovrebbe ricevere compensi d’ordine politico.
Sarà possibile un atto di così generosa saggezza? Io non lo so. Ma mi pare manifesto che, senza questo accordo, non ci sia modo di sfuggire ad una frantumazione morale dell’Europa, ancora più atroce del disordine, che oggi imperversa. Il fallimento universale, di cui gli Stati si minacciano a vicenda, lascerebbe dietro sè rancori e diffidenze implacabili, poichè tutti i popoli si crederebbero vittime, i creditori spogliati come i debitori insolventi. Il diritto, in nome del quale i creditori denuncerebbero la frode subìta, sarebbe incriminato dai debitori come una mostruosa sopraffazione.