I. Il suicidio della forza
Noi abbiamo creato l’impotenza moltiplicando la forza.
Le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, anche le più gloriose, erano deturpate da tre piaghe: l’ignoranza, l’ozio, l’isolamento. Pochi studiavano; chi lavorava, e chi no; e ciascuno da solo, o quasi; e schiavo delle regole dell’arte sua. Di costoro i più diventavano alla fine maestri; ma guai a coloro che l’eccellenza respingeva come indegni e incapaci! Cadevano nell’ozio, nell’accattonaggio o nel delitto.
Nè i popoli, se rispettavano l’autorità, erano molto obbedienti. Obbedivano al re e allo Stato, ma solo quando l’uno e l’altro erano la voce e il braccio della tradizione e finchè si contentavano di poco. Aborrivano dal nuovo, non volevano balzelli e imposte, odiavano le armi; erano deboli, timidi, poveri, lenti, dispersi. Nè gli Stati erano forti. Paghi del rispetto, esigevano poco oro e punto sangue; poco potevano e poco osavano.
Che mutamento, nel secolo XIX! Il mondo pullula di giganti dalle membra ciclopiche: popoli e Stati. Gli Stati diventano mostruose divinità onnipotenti. Obbligano i popoli a studiare, a lavorare, a fare la guerra; li smungono e taglieggiano senza tregua. Non li lasciano più dormire; non cessano un istante dal tormentarli con qualche nuova esigenza, in nome della libertà, del progresso, della patria, del re, dell’imperatore, della repubblica, del socialismo — nomi diversi che coprono tutti lo stesso dovere: obbedire, lavorare, pagare. Ma più sono tormentati, più i popoli si prestano, si fondono in grandi masse omogenee di professioni, di classi e di partiti; imparano a lavorare indefessamente e gregariamente; si lasciano addottrinare dal maestro, spremere dal pubblicano, maltrattare dal capo e dal sergente; vanno alla scuola, all’officina e alla caserma; obbediscono a tutte le leggi che i governi fanno in loro nome; vestono nel secolo della libertà, l’abito di tre discipline — lavoro, stato, esercito!
L’ordine nato da questo straordinario rivolgimento era, fino a pochi anni fa, la meraviglia della storia. Era così perfetto e così solido, che pareva addirittura incastrato nell’ordine cosmico. Il giro delle cose umane — lavoro, soddisfacimento dei bisogni, sollazzi, riposo — procedeva regolare e puntuale come il giro del sole. Nella propria cerchia, e purchè non volesse uscirne, ogni uomo, dall’artigiano al milionario, poteva soddisfare ogni suo desiderio. L’obbedienza allo Stato era pronta e precisa, come un riflesso. Una parola ed un cenno: e le casse dello Stato rigurgitavano d’oro; e gli uomini più dolci e miti partivano infuriati per la guerra; e sarebbero stati pronti a volare, se una legge l’avesse ordinato.
Che cosa resta oggi, dopo dieci anni, di questo ordine meraviglioso? Pochi rottami perduti in un caos apocalittico. Tutte le luci si spengono nel cielo e tutte le autorità cadono sulla terra. Le corone e gli scettri più antichi e venerati sono stati gettati dai popoli inferociti nel rigagnolo. I parlamenti sono esautorati e disprezzati. I figli non obbediscono più al padre; le donne non vogliono più dipendere dall’uomo; i cittadini si ribellano allo Stato, i soldati agli ufficiali, gli impiegati e gli operai ai capi. Chi ha il diritto di comandare? Chi ha il dovere di ubbidire? Mistero. Coloro che fino a dieci anni fa comandavano, oggi tremano. Coloro che ubbidivano, ridono del dovere come di una superstizione passata. Si lavora ancora, ma disordinatamente e a capriccio.
Come accadde? Perchè un ordine, che pareva così saldo, si sciolse in così breve tempo nel caos? Si sono mai posti questi quesiti, i molti Sisifi di ogni lingua che ogni tanto si radunano in qualche città dell’Europa per ricominciare l’eterno lavoro della pace? Nessuna preparazione sarebbe migliore che il meditare questo punto. Poichè nella guerra mondiale noi abbiamo veduto compiersi uno dei fenomeni più terribili e meravigliosi della storia: il suicidio della forza. I vinti sono morti e i vincitori sono moribondi, perchè hanno abusato della propria forza, i vinti anche più dei vincitori, oltre i limiti dell’umano.
Sì, i popoli obbedivano. E perciò gli Stati li hanno sottoposti alla più arbitraria delle tirannie, disponendo a capriccio della vita e dei beni di tutti, dissipando in sei anni, in folli spese, la fortuna faticosamente accumulata in cinquanta, gettando da un giorno all’altro alla rinfusa tutte le età, la giovinezza imberbe insieme con la maturità quasi canuta, in mezzo agli orrori e ai terrori della guerra più micidiale che abbia mai insanguinato la terra; falsificando la misura del lavoro, e profondendo tra gli uomini una vana ricchezza di carta filogranata.
Neppure Tebe, Ninive e Babilonia hanno conosciuto questo delirio; hanno esercitato sul gregge umano l’onnipotenza quasi divina degli Stati moderni, tutti sorti in nome della libertà. Ma perciò i popoli non vogliono più obbedire a nessuno, e gli Stati giacciono tutti fulminati, rovinati, inermi, esautorati, senza finanze e senza esercito, i vincitori ridotti a dar quotidiano spettacolo della loro impotenza in faccia ai vinti, ai quali non resta nemmeno più la parvenza della forza.
La Germania inerme o quasi disarmata incute più terrore che mai ai suoi nemici. Sui pianori dell’Asia Minore sono cominciate le resistenze passive, ben più difficili a vincere che i milioni di baionette e le migliaia di cannoni mostruosi della guerra mondiale.
La forza si è suicidata! Noi non mediteremo mai abbastanza su questa verità semplice, luminosa e profonda, che è la chiave del presente e dell’avvenire. C’è un limite, oltre il quale la forza si annienta. La civiltà occidentale l’ha spensieratamente oltrepassato; e colpita fulmineamente da un’improvvisa incurabile debolezza, è stramazzata ansante.
Noi abbiamo ancora milioni di soldati e milioni di baionette; ma non possiamo più servircene che per distruggere noi stessi. Le armi ormai non feriscono più che chi le fabbrica e le maneggia. La guerra e la rivoluzione — le due figlie gemelle della forza — sono ormai egualmente impotenti. Potranno impaurire, devastare, insanguinare ancora il mondo; inferociranno forse ancora spietatamente; ma non debelleranno più la debolezza inerme. A questa spetta ormai il dominio del mondo, sulle rovine della forza, esautorata dal suo stesso eccesso.
Di nuovo il mondo si è capovolto. I deboli vinceranno i forti.
Ma saranno i tempi capaci di intendere queste parole di verità?