WeRead Powered by ReaderPub
La tragedia della pace cover

La tragedia della pace

Chapter 39: II. L’eterno passato
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

Una raccolta di saggi e brani di diario che analizza il dopoguerra europeo, denunciando l'inaridimento intellettuale, la caduta delle autorità tradizionali e la sostituzione del diritto con la forza economica e militare. L'autore ricostruisce come la guerra e la vittoria abbiano alimentato passioni di rivalsa e ambizione, favorendo anarchia politica, demagogia del suffragio universale e oscillazioni ideologiche. Pur senza offrire rimedi miracolosi, il testo cerca di comprendere la crisi morale e istituzionale e indica la necessità di un'autorità giusta, saggia e ponderata per ricostruire ordine, libertà e responsabilità civile.

II. L’eterno passato

Carichi di sapienza arcana, noi non sappiamo più quello che sanno i fanciulli: che il fuoco brucia, arde, consuma, incenerisce; che l’emorragia dissangua; che la distruzione vince sempre la creazione alla corsa.

Il mondo non può credere ancora ai suoi occhi. Quella, proprio quella è la Russia, che dieci anni fa abbagliava l’Europa con la corona di Giustiniano e il mantello di Teodora? Quella che, coperta di piaghe, affamata, a brandelli, insozzata di fango e di sterco, tende la mano al passante sulle vie del mondo? L’antica regina dell’Oriente e dell’Occidente?

Il nostro stupore non vuol arrendersi alla realtà. I re diventano mendicanti e i mendicanti re solo nelle favole dei poeti e sulle scene del teatro. Che questa regina sia stata deposta e condannata a marcire per lungo tempo nella miseria e nella sozzura, non ci pare possibile.

Eppure, tra i dettami del buon senso e gli insegnamenti della pratica, c’è anche questo: il distruggere essere più facile e pronto che il creare. Occorrono all’uomo diciotto o venti anni per imparare a sussistere da sè. Un secondo basta ad ucciderlo. Il fuoco, acceso dalle nostre mani, è capace di divorare in una notte l’opera di molti secoli. L’ascia, che noi abbiamo arrotata sulla mola, orba in un giorno del loro pupillo prediletto — l’albero — gli innumerevoli anni, che lo tirarono su a poco a poco dal seno della terra.

Se applicassimo questo dettame del buon senso alla Russia, non misureremmo con una occhiata sola la voragine del così detto «problema russo», spalancatasi nell’Europa orientale? Quattro anni di guerra e quattro anni di rivoluzione hanno divorato l’opera di parecchie generazioni. Molte generazioni saranno necessarie per rifarla. Il resto è illusione.

Ma noi non ragioniamo così. Tra noi e questa verità elementare si interpone il ricordo di una favolosa avventura.

Più di un secolo fa, un popolo volle rifare l’«edificio dei tempi»: l’ordine sociale. Per rifarlo, rovesciò la colonna maestra dell’edificio: l’autorità del Re. L’edificio rovinò addosso al demolitore; e sembrò seppellirlo per sempre, sotto le macerie. Quand’ecco, a un tratto, il popolo, scosse di dosso queste macerie, e sbucò fuori non solo illeso, ma con una forza così indiavolata, che in un baleno rifece l’edificio dei tempi, e conquistò mezza Europa, infondendole la propria energia.

Dopo venti anni di guerra si trovarono tutti, vinti e vincitori, più forti che prima di impugnare le armi. Per la prima volta una civiltà fu rinsanguata e ritemprata da una emorragia torrenziale. Una guerra implacabile di venti anni fu il vestibolo del più operoso e del più fortunato tra i secoli della storia.

Non c’è, da quattro generazioni, precetto umano o divino, dottrina sacra o profana, ammonimento dell’esperienza o dettame del buon senso, il quale abbia forza di resistere al ricordo di questa favolosa avventura, nella civiltà occidentale. Da quattro generazioni, la Rivoluzione e la Guerra sono due divinità, a cui la civiltà occidentale offre i suoi sacrifici in segreto, quando non osa pubblicamente. La poesia le ha inghirlandate; la scultura le ha onorate con il marmo e con il bronzo; la filosofia e la storia le hanno inchinate, adulate, sfruttate. Due antiche dinastie — gli Hohenzollern e i Savoia — le hanno prese tutte e due — non la Guerra soltanto, ma anche la Rivoluzione — al loro servizio, insieme con la Religione e la Scienza. E i popoli in travaglio, le classi e gli uomini maltrattati dalla fortuna, le dottrine in lotta con il presente le hanno invocate e attese come la vendetta e il riscatto.

Ricordate la spensierata baldanza della Russia, quando le fiamme della rivoluzione incominciarono a lambirla e l’investirono? Essa rideva e danzava. Era così sicura — e il mondo con essa — che il fuoco l’avrebbe ringiovanita! L’antico regime era così guasto, corrotto, iniquo! E quando di nuovo, spezzata la colonna maestra, l’edificio dei tempi cascò addosso al demolitore, nessuno si spaventò.

Come cento anni fa, il popolo sarebbe sbucato anche questa volta di sotto alle rovine più forte. Al dettame del buon senso, che il distruggere è facile, il creare difficile, nessuno pensò.

E nessuno se ne ricorda neppur ora. Il mondo aspetta sempre, dopo cinque anni, sperando o temendo, le grandi sorprese della nuova rivoluzione. Che anche una rivoluzione possa spegnersi oscuramente e lentamente in una lunga miseria, non viene in mente a nessuno.

Che giorno sarebbe quello in cui il mondo si persuadesse che la rivoluzione russa porta in grembo una sorpresa sola, la sorpresa che il semplice buon senso poteva prevedere sin dal principio: l’obbligo di rifare in molti anni quanto fu distrutto in poche settimane!

Da quel giorno la civiltà occidentale rientrerebbe, camminando verso l’avvenire, in quello che si potrebbe forse chiamare «l’eterno passato»; nel destino comune di tutte le generazioni. Nessuno lo conosce più, questo «eterno passato»; perfino la storia l’ha dimenticato, per lo zelo di servire la Guerra e la Rivoluzione; e perciò tutti aspettano di rivedere ancora una volta il miracolo del fuoco che rigenera, dell’emorragia che rinsangua, della creazione che vince la distruzione alla corsa.

Sì! più di cent’anni fa l’Europa uscì ringiovanita dal fuoco. Ma quando, di nuovo, tante benigne influenze pioveranno dalle stelle sopra il capo di un’epoca, come allora? Quanti secoli dovranno correre, prima che di nuovo tante circostanze favorevoli si incontrino nella breve ora di poche generazioni e si fondano in una unica spinta?

Paragoniamo la rivoluzione francese a quella russa: che distacco nei tempi! La rivoluzione francese nasce in grembo alla pace e ad una tradizione di disciplina antica di secoli; è fatta da una generazione che aveva imparato a ragionare e ad obbedire. La rivoluzione russa scoppia in grembo alla guerra e ad una anarchia spirituale già vecchia, in tutta l’Europa, di un secolo; è fatta da una generazione ormai avvezza a non obbedire più che per forza e a ragionare con la logica della passione e dell’interesse.

La rivoluzione francese distrugge lo Stato; ma libera l’industria, l’agricoltura, il commercio dalle catene degli antichi privilegi e monopolî: parziale compenso ai danni dell’anarchia. La rivoluzione russa distrugge lo Stato; e incatena, imbavaglia, soffoca l’industria, l’agricoltura, il commercio.

La rivoluzione francese arma le masse, incomincia le guerre dei popoli, invade l’Europa, distrugge le antiche istituzioni e si salva con la guerra dal fallimento. L’oro e l’argento, che la pietà dei fedeli aveva deposti nelle chiese e nei conventi dell’Europa cattolica, i tesori grandi e piccoli, pubblici e privati, dei paesi conquistati risarciscono le sue distruzioni. Per guarire la piaga degli assegnati prima che incancrenisca, la rivoluzione trova un rimedio: i tesori degli uomini e di Dio.

La rivoluzione russa — fortunatamente! — è ridotta a difendersi con gli avanzi dell’esercito imperiale. Nell’arte della guerra ha mutato solo il colore delle insegne. Ma anche avesse la forza di saccheggiare l’Europa, potrebbe curare la piaga degli assegnati con l’oro delle conquiste? I tempi sono mutati. Oggi i metalli preziosi si nascondono sotto terra come serpenti. Gli eserciti rossi non sarebbero ancora giunti alla prima tappa e già tutto l’oro e l’argento dell’Occidente si sarebbe messo in salvo. Non c’è speranza: la cancrena degli assegnati divorerà la rivoluzione.

Vera scossa tellurica, la rivoluzione francese sprigionò il fuoco interno, che da secoli ardeva, invisibile, sotto la crosta solidificata dell’Europa. Da due secoli l’uomo aveva accumulato un tesoro di cognizioni e di scoperte che, animato da una ambizione conquistatrice, poteva far di lui un semidio. Al di là dell’Oceano l’America, immensa, ricca di climi, feconda di biade e di messi, rigurgitante di metalli e di combustibili, aspettava. Quando, alla fine, dalle mistiche nozze del Fuoco con l’Imaginazione nacque la macchina a vapore, incominciò la parte più gloriosa della favolosa sventura: la conquista della terra e dei suoi tesori.

I cento anni, che corsero dalla battaglia di Waterloo alla battaglia della Marna furono l’epoca più fortunata della storia universale. Nessun secolo godè i privilegi, che un destino misterioso ha accumulato sul capo di questo figlio prediletto della rivoluzione. Esso potè sognare l’anarchia, adorare la Rivoluzione, giocare a distruggere e a rifare il mondo sulla carta, godendo dell’ordine più solido e perfetto che fosse mai stato stabilito sulla terra. Potè adorare la guerra, inventare e fabbricare più armi che da Caino in poi, in grembo alla pace più feconda che abbia mai allietato il genere umano.

Chi può sperare fortune simili a questa, dalla nuova rivoluzione che, guardando torva verso l’Occidente, si ritira nelle steppe?

Non illudiamoci sulla fragilità della fortuna, che ha favorito quel secolo felice tra tutti. Noi stiamo per rientrare «nell’eterno passato», sotto l’impero di quelle semplici verità del buon senso, che la fortuna aveva sospese a beneficio di poche generazioni.

Guerre e rivoluzioni ricorrono ogni tanto; fanno parte anch’esse, come la pace e l’ordine, del nostro destino. Ma son prove lunghe e terribili, che consumano alcune generazioni a beneficio di altre. Guai a quelle, cui tocca! Solo ogni tanto, per misteriose ragioni, la prova si muta in una avventura trionfale e in una specie di eroico baccanale.

L’errore universale dei nostri tempi è proprio questo. Noi ragioniamo oggi, ricordando troppo l’eroico baccanale di guerre e di rivoluzioni di un secolo fa. Perciò i fatti voltano le spalle tutti i giorni alle nostre previsioni e speranze. Perciò ci domandiamo sgomenti se l’universo si è capovolto, se l’asse della terra si è spostato, se la ragione stessa è entrata in delirio.

No, l’universo non si è capovolto, e l’asse della terra non si è spostato. Questo caos universale degli imperi e delle idee, dei popoli e delle dottrine, è una grande semplificazione. La mano misteriosa, che muove le cose del mondo, ha scritto in quello, con caratteri giganteschi, sulla faccia degli oceani e dei continenti, alcune semplici verità, che avevamo dimenticate. Questa, per esempio: che il fuoco brucia, incenerisce, distrugge, devasta, non rigenera o crea.

A ragione noi cerchiamo il filo che lega la rivoluzione francese e la rivoluzione russa. L’una nasce dall’altra; ma non è la ripetizione di ciò che non poteva e non potrà mai ripetersi. Tutte e due sono invece il principio e la fine. La rivoluzione francese è la porta fiammeggiante per cui la civiltà occidentale si slancia impetuosa, giovane, spensierata nella favolosa avventura della conquista della terra. Con la rivoluzione russa, essa inciampa e cade per la prima volta a mezzo del suo cammino, stanca, ansante, invecchiata.

Si rialzerà di nuovo, curerà le ginocchia ferite, ripiglierà il cammino: ma quando capirà di nuovo il senso profondo di quella umile preghiera, che per tanti secoli la Chiesa insegnò ai popoli:

A peste a fame a bello

libera nos, Domine?

Anche questa è una parola di verità, alla quale il mondo è sordo.