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La tragedia della pace

Chapter 4: I. Le baionette e l’idea[4]
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About This Book

Una raccolta di saggi e brani di diario che analizza il dopoguerra europeo, denunciando l'inaridimento intellettuale, la caduta delle autorità tradizionali e la sostituzione del diritto con la forza economica e militare. L'autore ricostruisce come la guerra e la vittoria abbiano alimentato passioni di rivalsa e ambizione, favorendo anarchia politica, demagogia del suffragio universale e oscillazioni ideologiche. Pur senza offrire rimedi miracolosi, il testo cerca di comprendere la crisi morale e istituzionale e indica la necessità di un'autorità giusta, saggia e ponderata per ricostruire ordine, libertà e responsabilità civile.

I. Le baionette e l’idea[4]

La rivoluzione francese fu definita da Napoleone: «una idea che avrebbe trovato milioni di baionette». Noi potremmo capovolgere il motto e definire la guerra mondiale: «milioni di baionette che cercano un’idea».

Una bella mattina, due mesi fa, ci siamo risvegliati in pieno ’48. Non è la repubblica del ’48, con il suo berretto frigio, la gonna e la giubba plebea, il codazzo di operai vocianti e di vessilli scarlatti, quella che si fa avanti nel cuore dell’Europa, tra le rovine fumanti degli imperi germanici? La bandiera rossa che sventola sul palazzo di Potsdam e sul castello di Schoenbrunn non è quella che gli operai di Parigi offrirono, nei primi giorni di marzo del 1848, alla Repubblica francese e che Alfonso Lamartine non osò innalzare sull’Hôtel de Ville? Di sotto ai rottami dei due imperi sfasciati, non sbucano forse al sole, liberi alla fine, i popoli e le città che il ’48 aveva tentato di redimere dal servaggio moscovita, austriaco o prussiano: la Polonia, l’Ungheria, la Boemia, Trieste? L’aquila bianca non ritorna a fare il nido nelle foreste della Polonia e il tricolore non sventola sulla vetta delle Alpi Giulie? Non sono fuggite ventiquattro dinastie; e i soldati, reduci dal fronte, non alzano sulle proprie spalle, acclamandolo sovrano del mondo, il suffragio universale? In mezza Europa la Rivoluzione convoca uomini e donne, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, a darsi una libera legge. L’Inghilterra accoglie le donne nella città politica. Il Re del Belgio, appena rientrato nel piccolo regno, ha invitato il suffragio universale a sedersi sui gradini del trono. Repubblica, Costituente, Suffragio universale, Sovranità dei popoli, Liberazione delle nazioni oppresse, Resurrezione della Polonia: tutti i sogni del ’48, crudelmente delusi per settanta anni, si compiono.

Senonchè la sapienza dei popoli ammonisce che l’apparenza inganna. Tragico groviglio di controsensi, la guerra mondiale termina in un controsenso supremo. Sì, è finita la lunga guerra tra i popoli e il diritto divino, tra le dinastie e le nazioni, che dalla rivoluzione francese in poi, ha insanguinato l’Europa. Il diritto divino e il principio dinastico sono caduti con l’impero russo, con l’impero austro-ungarico e con l’impero tedesco. Il dramma, il grande dramma, di cui la rivoluzione francese fu il prologo, è finito; ma in che modo e con quali sorprese! La Repubblica è oggi acclamata proprio dai popoli che non l’avevano mai desiderata. Trionfa il suffragio universale, proprio quando tutte le forme del governo rappresentativo, di cui la civiltà occidentale ha fatto la prova, sono screditate come non furono mai. Mezza Europa si precipita in braccio alle Costituenti, per il ribrezzo e lo schifo che incutono i Parlamenti ora in seggio. Sono incoronate e collocate sul trono le nazioni, all’improvviso, trenta anni dopo che i popoli oppressi erano stati abbandonati al loro destino da tutti, dalla Poesia, dalla Scienza, dalla Storia, dalla Filosofia, dai partiti, dai governi; quando l’imperialismo, più tracotante che mai, li minacciava di nuove catene e il socialismo li consigliava a cercare altre liberazioni; quando tutti avevano cominciato a disperare.

Il principio popolare e nazionale ha sgominato in questa guerra il principio dinastico ed aristocratico; ma poco meno di mezzo secolo dopo che, riconosciutosi debole, aveva conchiuso con questo una tregua; e dopo una mischia accesasi per tutt’altro motivo. La guerra mondiale è nata dalla sfida che gli imperi centrali lanciarono nel 1914 all’impero russo, antico alleato nelle guerre contro la Rivoluzione; le democrazie occidentali sono state rimorchiate in questa «guerra civile delle monarchie», ciascuna da ragioni e interessi particolari, che non figuravano punto nell’asse ereditario della rivoluzione francese. Eppure il destino ha voluto che le tre monarchie di diritto divino mordessero insieme la polvere, anche l’impero russo, che pure aveva combattuto con la parte più forte; ha voluto che le democrazie occidentali si ritrovassero ad un tratto e all’impensata vittoriose, non solo con le armi ma anche con le dottrine, di cui tanta parte avevan già ripudiata come falsa e chimerica, con il cuore e con la indifferenza se non con le labbra e con gli atti. Non si affrettano i vinti a imparare quel linguaggio arcaico del ’48, che le democrazie occidentali avevano quasi dimenticato? Drammaturgo imaginoso, la storia teneva in serbo per l’ultimo atto del dramma, incominciato con la rivoluzione francese, la più spettacolosa delle sorprese.

Ma questa appunto è la ragione per cui non mi sento tranquillo e non posso a meno di diffidare. Diffidare, intendiamoci bene, non al modo di coloro che sospettano nella rivoluzione tedesca una commedia, inscenata per strappare ai vincitori condizioni migliori di pace. Non si fanno rivoluzioni per finta! Ma a rischio di far dire che il mio pessimismo è incurabile: io diffido di questo improvviso epilogo del grande dramma, perchè pare nitido e chiaro, ed è faragginoso e confuso. Si ritrova nell’epilogo il difetto che fu proprio del dramma intero: quella violenza e quella confusione di aspirazioni, reali o chimeriche, ma contradditorie, che da un secolo mettono l’Europa alle prese con tanti nodi insolubili, e la esasperano, e la trascinano, e la trascineranno giù per i precipizî di Satana, di tragedia in tragedia, di catastrofe in catastrofe, finchè gli uomini non avranno imparato a ritrovare la chiave della ragione e della equità in un più chiaro ed umano senso dei limiti. Troppe cose che combattono insieme chiedono i popoli oppressi alla libertà, improvvisamente ricuperata, per troppa parte dono grazioso della fortuna più che acquisto meritato del sacrificio. Troppe cose che non vanno d’accordo tra loro sperano i popoli vinti, dall’impeto di collera con cui hanno rovesciato le istituzioni, di cui furono, per amore o per forza, solidali nella sanguinosa avventura. Troppe cose che si negano a vicenda esigono i vincitori dalla vittoria, dimentichi che in questa guerra essi non avranno vinto davvero il nemico se non vinceranno anche se stessi! Onde i vincitori ed i vinti sembrano scambiarsi i programmi; e i vincitori balbettano un po’ vergognosi il tracotante linguaggio con cui i vinti, ai tempi delle liete speranze, sbigottivano i nemici e gli spettatori; e i vinti scimmiottano, come possono, il generoso linguaggio che fluiva così copioso dalle labbra dei vincitori, quando non erano ancora sicuri della fortuna. Perciò tutti i movimenti nazionali scivolano verso l’imperialismo come se in essi rivivesse lo spirito della Germania, che forse nella Germania agonizza. Perciò ai principi del ’48 che trionfano finalmente in Europa, si oppone — e si oppone, o ironia delle cose! proprio nella Russia — un nuovo regime aristocratico ed una nuova dottrina di privilegio. Il bolscevismo, quando esclude dal potere tutti coloro che non sono proletari, non tenta di costituire una aristocrazia a rovescio? E non rinnega, con un nuovo privilegio di classi nuove, così la rivoluzione dell’89 come quella del ’48?

L’idea che milioni di soldati avevano visto scender dal cielo e porsi alla testa dei loro battaglioni, e dar il segnale dell’assalto in tante cruente battaglie, e consolare di una suprema speranza e di una suprema promessa l’agonia di tanti caduti, sembra essersi dileguata, non appena i protocolli dell’armistizio sono stati firmati. Il principio o i principî, che dovrebbero riconciliare i popoli dell’Europa sotto una legge comune, sembrano aver poca forza. La pace si annuncia come un caos di passioni e di interessi rivali, meno sanguinoso della guerra, se pure non del tutto incruento, ma non meno tempestoso. Vuol ciò dire, come molti sussurrano, che quell’idea era una vasta fantasima creata astutamente dalle ipocrite ambizioni dei governi, per illudere i combattenti? Chi ragiona così, ha occhi ma non sa leggere in questo caos; e non sa leggere in questo caos perchè ha smarrito il buon senso, forse per acquistare qualche parte di quella scienza profonda e molteplice, di cui il nostro secolo è così ricco. Ma il buon senso invece vede chiaro anche in questo caos; e dice agli uomini che vogliono e sanno ascoltarlo: «quando i governi avranno compilate le loro tabelle mortuarie, risulteranno uccisi in questa guerra non meno e forse più di dieci milioni di uomini. Un quadriennio solo ha versato più sangue che tutti i secoli dalla fondazione di Roma al principio del novecento; e per giunta ha incenerito metà delle vostre ricchezze, frutto di così lungo lavoro; ha rinnegato sedici secoli di cristianesimo, due secoli di umanitarismo, un secolo di libertà; ha rovesciato su se medesime le fondamenta dell’ordine morale e politico. Oggi dal Mar Giallo al Reno e alle Alpi, gli avanzi di tre imperi, incendiati dal fuoco greco della rivoluzione, bruciano e fumano lentamente sotto i nostri occhi; e le democrazie occidentali tremano che il vento trasporti qualche favilla di quel fuoco sul loro tetto. Voi avete scatenate tutte le forze di distruzione che sonnecchiavano nella civiltà occidentale. E se avete fatto tutto ciò chiedete a voi stessi, al presente, al passato, all’avvenire, alla saggezza dei grandi e al buon senso degli umili: possiamo noi illuderci, se non vogliamo suicidarci, che per incatenare queste forze di distruzione basti far sulla carta dell’Europa alcune rettifiche di confini, sia pure giustissime; arraffare qualche territorio di proprietà contestabile; aggiungere qualche miliardo sul conto degli indennizzi dovuti dal nemico; e ricominciar poi la gara degli armamenti e il gioco a rimpiattello delle alleanze offensive e difensive?»

No: la pace è un caos, perchè l’Europa ha un’anima doppia, travagliata da un male profondo — vizio od errore, e forse nel tempo stesso vizio ed errore; e perirà, trascinando nella propria rovina l’America, se non scende nella profondità della sua coscienza, per scoprire ed estirpare questo vizio e questo errore. No: soltanto nella pace la guerra può scoprire le ragioni e quindi vincere per sempre l’orrore di se stessa. No: soltanto il giorno in cui la civiltà occidentale si accingerà con fermo e chiaro proposito a questa riforma dei suoi principî e dei suoi istituti, i milioni di baionette avranno finalmente trovato o ritrovato l’idea, per cui hanno combattuto senza saperlo.