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La tragedia della pace

Chapter 40: III. Il culto del fuoco
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About This Book

Una raccolta di saggi e brani di diario che analizza il dopoguerra europeo, denunciando l'inaridimento intellettuale, la caduta delle autorità tradizionali e la sostituzione del diritto con la forza economica e militare. L'autore ricostruisce come la guerra e la vittoria abbiano alimentato passioni di rivalsa e ambizione, favorendo anarchia politica, demagogia del suffragio universale e oscillazioni ideologiche. Pur senza offrire rimedi miracolosi, il testo cerca di comprendere la crisi morale e istituzionale e indica la necessità di un'autorità giusta, saggia e ponderata per ricostruire ordine, libertà e responsabilità civile.

III. Il culto del fuoco

Noi siamo ritornati al culto del vecchio Agni; e in lui solo crediamo.

Ricordate le speranze, di cui si infiorarono l’Europa e l’America tanti anni fa, quando la rivoluzione scoppiò in Turchia ed in Cina? L’aurora della libertà e della democrazia albeggiava dunque anche sull’Asia, antica madre del dispotismo! Ma l’illusione durò poco. Se gli antichi regimi giacevano a terra, morti, il mondo vide presto i nuovi rotolarsi nella polvere, come epilettici, nelle convulsioni dei colpi di stato, dei pronunciamenti, delle dittature e delle guerre civili.

Ricordate le promesse anche più abbaglianti del 1918? Ad un tratto, sul cadere di quell’anno, il grande sogno del 1848 parve realtà: la Polonia risorta, la repubblica a Mosca, a Berlino, a Vienna; le corone nel rigagnolo; i re in esilio; i popoli chiamati a governarsi da sè.

Ma anche questa volta l’illusione fu breve. In Russia e in Ungheria la rivoluzione subito inciampò e cadde dopo i primi passi. In pochi mesi il suffragio universale fu spossessato da dittature militari, il cui solo titolo a governare era la forza: di tutti i titoli del comando, il più incerto, mutevole e debole.

Negli altri Stati, che sono sorti sulle rovine degli Absburgo e degli Hohenzollern, la volontà del popolo, espressa dal suffragio universale, governa ancora. Ma chiamata da un giorno all’altro a cingere la corona, è fiacca, incerta, vacillante; non comanda, balbetta; a stento riconosce di volta in volta se stessa. Ed è in guerra con se medesima, in tutti i nuovi stati; qui per antichi odî di parte, là per inveterate rivalità di classi o di interessi; altrove per discordie religiose, per diversità di lingua o di razza.

Tutto è incerto in questi governi; il titolo dell’autorità, la forza di cui dispongono, la vera volontà che li muove. I loro discorsi sibillini, i loro atti equivoci, non lasciano capire agli altri ciò che forse è oscuro a essi stessi. Non si sa bene nè donde vengono, nè dove vanno, nè quanto dureranno, nè quel che vogliono, nè quel che possono fare, nè quali impegni prendere, nè in che misura mantenerli. La loro natura è l’incertezza. Due volte il mondo fu illuso e deluso? Perchè? La verità è questa: che i governi sono le ossa delle nazioni; e che il mondo intero è affetto da rammollimento delle ossa.

L’enorme scossa dell’Europa si è sentita, sotto, sotto, anche in Asia. Anche là gli edifici più antichi si screpolano e scricchiolano. Gli uomini di Stato inglesi avevano fatto un bel sogno: impadronirsi dell’Asia dopo la caduta della Russia, con la penna ed il gesto. Errore! La Russia la trascina con sè nella polvere. In Turchia, in Persia, in India, l’Inghilterra aveva appoggi, amici, partiti che ne desideravano l’aiuto e la protezione, sinchè il colosso russo era, nel lontano settentrione, il terrore dell’Asia. Ma ora che il male maggiore è sparito, l’Asia non vuole neppure il minore. L’Inghilterra ha dovuto restituire all’Afghanistan la sua indipendenza e libertà, pericola in India, non ha potuto mantenersi in Persia, non si reggerà a lungo nè in Mesopotamia, nè a Costantinopoli, proprio perchè non c’è più la sua potente rivale a disputarle la preda.

La dominazione europea vacilla in Asia come in Egitto. I popoli orientali non possono più reggersi con le antiche istituzioni paesane, nè far proprie le istituzioni dell’Occidente. L’Asia è insonne per questa doppia impossibilità; e rovescierà la dominazione dell’Europa, per cascare anch’essa in una lunga anarchia.

Le nazioni, che hanno ancora ossa dure e salde, sono poche. E anche queste per quanto tempo?

«Chi ha il diritto di comandare e in quali limiti? Chi ha il dovere di obbedire e sino a qual punto?» Ecco l’eterno e tormentoso quesito, che non dà pace agli uomini. Gli uomini non possono vivere felici, se non sono persuasi di averlo sciolto alla perfezione: onde tutti i secoli e tutti i popoli si illudono, via via, di aver trovato la risposta perfetta, ma per un istante solo! Chè presto o tardi tutti i governi, anche i più ammirati, vengono in odio, sia che i governi con il tempo si guastino, sia che si guastino gli uomini. E allora l’eterna questione si ripresenta, ora qua ora là, sulla faccia del globo.

Senonchè oggi l’universo intero sembra malcontento di tutti i principî di autorità, che il genere umano ha sinora inchinati, in Oriente e in Occidente, nell’antichità e nel presente. Nessuno lo appaga interamente; nessuno gli pare giusto, verace, schietto, scevro di insidie nascoste; di nessuno si fida e a nessuno si affida. Perciò odia il presente e dispera dell’avvenire.

Chi lamenta che il mondo si sfascia, non delira. Le sue ossa sono frolle. Viviamo in tempi di disordine universale. Eppure, eppure.

Eppure ogni mattina, l’antico servitore, nostro prepotente Signore e Dio, il Fuoco, si risveglia e risveglia il mondo. Le caldaie si accendono, le ruote e le cinghie ricominciano a girare, allacciate. Il contadino ritorna al campo, l’operaio all’officina, il mercante alla bottega, l’impiegato all’ufficio, il banchiere e l’avvocato allo studio. Non tutti ci ritornano volentieri; ma tutti ci ritornano, sia pur brontolando.

Tutti i giorni, in Europa e in America, la grande macchina, che il Fuoco anima, si rimette a girare, mantenendo nel mondo un certo ordine, in luogo delle antiche autorità, o indebolite o cadute. Il Fuoco è il nostro tiranno, perchè ci sforza a produrre e a consumare, anche quando siamo stanchi e sazî; ma in compenso ci condanna a un lavoro, che non è più, come il lavoro degli antichi, solitario. Appunto perchè è gregario, il lavoro moderno lega le città alle campagne e i cittadini allo Stato; incatena l’uno all’altro gli uomini, le classi, le regioni, i popoli, i continenti. Finchè questa catena non si spezzi o non si sciolga, un certo ordine regnerà nel mondo, anche orbo di leggi.

Il Fuoco è oggi il guardiano dell’ordine, il vicario dei Re e di Dio, che esso ha deposti. Se le ossa dei popoli e delle nazioni rammolliscono, il lavoro è una specie di busto o di armatura che sorregge, invece delle ossa tramutate in poltiglia, i popoli e le nazioni.

È vero che il mondo si sfascia, ma è vero anche che ci regna ancora un ordine quasi miracoloso, se si pon mente che nessuno lo governa più: nè Dio nè lo Stato; nè la Legge nè la Spada. Ha dunque il mondo trovato un principio di ordine nuovo, nel Fuoco? Il Fuoco non è più soltanto il padre delle arti, ma il legislatore dell’Universo senza gendarmi e senza demonî?

Molti lo sperano e lo pensano. Il mondo moderno non è nè cristiano nè ateo; è ritornato senza accorgersene alla idolatria; adora ancora un Dio con fervore, e quello solo: il Fuoco, il vecchio Agni risorto dopo tanti secoli. Lo adora con tanto fervore, che confida in lui, perchè lo salvi anche dalla propria follìa.

Ed i fatti sembrano dargli ragione. Paragonate la Russia e la Germania. In poche settimane i russi avevano rovesciate le colonne della società: la Monarchia, la Chiesa, la Burocrazia, l’Esercito. La dinastia deposta, l’amministrazione decapitata, la religione esautorata, l’esercito sciolto, rimaneva intatto tra tante rovine il tempio del Fuoco, la grande macchina della produzione, la proprietà sola e nuda, non più difesa dal prestigio della Corona, dall’autorità della religione, dalla forza dello Stato. «Distruggete anche quella: abbiamo fatta la rivoluzione sopratutto per distruggere la proprietà», gridarono milioni di miserabili.

Incominciò allora il tragico dubbio della rivoluzione russa. Le moltitudini non sentivano ragioni, volevano i beni dei ricchi; ma la rivoluzione, dopo aver deposto Dio e lo Czar, esitava, esitava, esitava, sacrilegamente savia, a devastare anche il tempio del Fuoco: le officine, le fattorie, le banche. Esitò per otto mesi, dal Marzo al Novembre, non osando dire che la proprietà era più sacra della croce e dello scettro; ma riserbandole quel po’ di rispetto che ancora sopravviveva. Sinchè la Follìa arrivò, armata di clava. Aveva letto in un libro tedesco, che se tutto il mondo è fatto male, la macchina della produzione è la sua parte più difettosa, che crea e distribuisce la ricchezza nel dolore e nell’ingiustizia, che per rifare il mondo bisogna rifarsi da quella. E poichè la trovava sola, e senza difesa, con pochi colpi la spezzò.

Il castigo fu pronto. Gli uni non potendo e gli altri non dovendo più neppur lavorare, non sopravvivendo alcun principio di ordine e di coesione, neppure il lavoro, tutto si sciolse. Invano i demolitori tentarono di improvvisare una rozza dittatura militare con gli avanzi dell’esercito e della polizia dell’antico regime. Tre anni accumularono nell’impero russo tante rovine, a cui in altri tempi non avrebbero bastato tre secoli: città abbandonate, vie distrutte, terre devastate, arti e industrie spente, peste, fame, guerra!

La Germania invece...

Il popolo, che dieci anni fa era retto dal governo più forte per autorità e per armi, non ha oggi, e quel che è più terribile, non può più avere — governo di sorta. Odia l’antico regime, perchè ha distrutto la sua fortuna e una civiltà; non ama il nuovo, perchè è un ripiego della disperazione imposto dalla forza delle cose al suo orgoglio.

Improvvisata, figlia della sventura, nuda di autorità e di prestigio, retta da uomini oscuri, servita a malincuore da una burocrazia ligia al passato, la repubblica tedesca è l’organo di una gigantesca dilapidazione della fortuna pubblica. Non uno Stato, ma la sua negazione. Il vecchio Dio dei tedeschi s’è ritirato, dopo l’armistizio, in fondo al cielo, come i loro re nei castelli aviti.

Ma che importa? Il Fuoco impera in Germania, più potente che gli antichi re, principi e duchi: e da solo mantiene l’ordine e la prosperità. Disarmata, mutilata, isolata, la Germania si è tutta immedesimata, anima e corpo, con la sua gigantesca macchina di produzione: ammirazione e invidia del mondo. Si è rimessa all’opera quasi con raddoppiato furore. Sole ormai nel mondo le sue navi non marciscono neghittose nei porti; sole, le sue officine lavorano a pieni fuochi; soli, i suoi operai protraggono la fatica oltre il terzo del giorno, e, fatto il ragguaglio della moneta, per una mercede più piccola, che quella che chiedevano prima della guerra. Pare che un nuovo destino stia per rivelarsi all’uomo in Germania: governarsi senza governo.

Ma è l’ultima delle illusioni che il secolo XIX ha seminate con tanta prodigalità! Diffidate, diffidate, diffidate di questa illusione, se non volete aggiungere nuove rovine alle antiche. La Russia si è suicidata distruggendo dopo lo Stato anche la macchina della produzione; la Germania si suicida, più lentamente, quando abbandona lo Stato alla rovina, pur di lavorare senza riposo. Il Fuoco è un Dio potentissimo; ma non può governare il mondo. Una nazione non può reggersi a lungo per il sostegno di un busto; ossa sane, dure ed elastiche insieme, ci vogliono.

Il mondo ha bisogno di autorità in cui creda, di governi che la governino. Ne hanno bisogno i popoli mussulmani come i cristiani, la razza bianca come la razza gialla, l’Europa come l’America.

L’armatura degli interessi economici regge ancora alla meglio la civiltà occidentale; ma stolto chi crede possa reggerla a lungo e da sola! Tutti vogliono oggi farsi alchimisti, costruire macchine, incanalare e maneggiare il fulmine. I tempi ci insegneranno tra poco che il compito delle nuove generazioni non è preparare nuove ricchezze per le future dilapidazioni, ma rispondere di nuovo all’eterno quesito: «Chi ha il diritto di comandare? Chi ha il dovere di obbedire?»

Compito più difficile che il crear ricchezze.

Ma quando lo riconosceremo, e ci accingeremo ad assolverlo, non con balorde improvvisazioni, ma seguendo gli insegnamenti dei savî?