I. Il Reno[6]
Arrivammo a Parigi, Mario Borsa ed io, dopo un viaggio lungo e incomodo, in un treno zeppo di ufficiali, che tornavano dall’Oriente. Sentimmo tutti e due lo stesso fluido dell’aria. Sarei tentato di definirlo: l’ossessione dell’indennità. Non s’è ragionato, si può dire, d’altro. Tutti parlavano dell’indennità con una specie di gioia vendicativa e maligna, come se tutto stesse ormai nel fare una richiesta enorme, strabiliante, inaudita, ed ai tedeschi non restasse più che impegnare il giaciglio e le pentole per pagare i vincitori; come se la vittoria conferisse ai vincitori un diritto illimitato sui vinti. Ho cercato di persuadere qualche viaggiatore che se l’imporre una taglia sulla carta è facile, il riscuoterla è più difficile; che, a tirarla troppo, anche questa corda potrebbe spezzarsi. Fiato sprecato! «Que les Boches payent, d’abord!» È il ritornello obbligatorio.
Impressione penosa e prologo di cattivo augurio. Ho paura che questo stato d’animo abbia a fruttificare grosse difficoltà per tutti. Che le riparazioni stiano a cuore ai francesi, agli italiani, ai belgi e a tutti i popoli devastati, si capisce. Ma le riparazioni appartengono al regno della materia; e noi dobbiamo ricostruire in Europa, oltre le case ed i muri, anche l’ordine. Badiamo, per la fretta di rifare le case e i mobili, di non distruggere l’ordine per un secolo: chè allora non solo le case e i mobili distrutti dalla guerra non sarebbero rifatti, ma correrebbero il pericolo di essere distrutti anche quelli che dalla guerra sono scampati!
Appena arrivato, corsi, come al solito, da M.....[7] Lo trovai nel suo ufficio: un meraviglioso salone d’oro, fulgente delle più belle eleganze di Luigi XV. Gli chiesi non senza una certa trepidazione, come andava il Congresso della pace. Il suo viso si rannuvolò.
«La conferenza non va — mi disse — perchè non crede in nessun principio e manca di direzione. Il solo che tenta di trovare questa direzione, è Wilson; ma è solo, è combattuto aspramente, conosce poco l’Europa, ha idee confuse, non vede chiaro egli stesso nel suo pensiero e nei suoi principî, e perciò non può far molto o almeno non può far tutto ciò che sarebbe necessario. Negli affari dell’Europa, — Reno, Austria, Boemia, Polonia e via dicendo — l’Inghilterra è assente, mezzo assonnata, senza opinioni chiare e ferme, come se si trattasse di un altro pianeta. Quando non c’è di mezzo un porto, uno stretto, un canale, una linea di navigazione, su cui mettere le mani, l’Europa non esiste. E poi Lloyd George deve correre tutti i momenti a Londra, per qualche affare interno. Uno sciopero dei suoi ferrovieri lo mette in ansie e lo tiene in pensiero più che i confini della Polonia o la sorte dell’Austria. Anche l’Italia è taciturna e passiva. Resta la Francia... Non avendo voluto accettare i principî di Wilson come un abbozzo per chiarirli, svolgerli, precisarli con le dottrine politiche che la Francia difende da più di un secolo; non avendo voluto o saputo infondere loro la chiarezza del nostro pensiero, la nostra esperienza, lo spirito costruttivo di cui una volta eravamo dotati, gli uomini che rappresentano la Francia sono stati costretti a ripiegare, più o meno consapevolmente, per trovare delle direttive, sulle tradizioni della politica francese: mescolo, come lei sa, di Antico Regime, di Rivoluzione e di Impero. Ma Wilson ha in orrore queste tradizioni. Onde lunghe e accanite discussioni, in cui Clemenceau e Wilson disputano, senza intendersi, perchè parlano un linguaggio diverso, e delle quali è spesso arbitro Lloyd George, che ha assistito alla discussione distratto, senza capir bene nè l’uno nè l’altro, pensando all’Egitto, all’Irlanda, ai ferrovieri, che ogni tanto gli giuocano un tiro birbone. Wilson spesso ha ragione, ma non sa quasi mai difendere bene il suo punto; e alla fine cede all’avversario, che, più esperto delle cose europee, più agile e pronto, lo mette all’impiccio, gli strappa una dopo l’altra le concessioni e le transazioni, imaginate troppo spesso da Lloyd George, che hanno la virtù di scontentar tutti. I piccoli popoli hanno capito a volo la discordia dei grandi, e tirano l’acqua al loro mulino, senza scrupoli. Aggiunga la questione dell’indennità, che imbroglia ancor più le faccende...».
Lo interruppi per accennare a quell’ossessione dell’indennità, di cui lo spirito pubblico mi sembra schiavo; e gli dissi che mi pareva di scorgere in quell’ossessione un pericolo.
«Ha ragione — mi rispose. L’avvenire dell’Europa dipende dal prezzo del riscatto che il Congresso imporrà alla Germania. Se il Congresso si sbaglia ed eccede, l’Europa sarà prima o poi chambardée da capo a fondo. I tedeschi firmeranno il trattato, ma poi studieranno ogni astuzia per non eseguirlo, e faranno il possibile e l’impossibile per buttar tutto all’aria».
Gli chiesi che prevedesse.
«Potrebbe anche accadere che il Congresso si sciogliesse, senza aver conchiuso la pace. Speriamo di no, perchè sarebbe una calamità spaventosa. Ma anche se arriverà a conchiudere la pace, che stento sarà! L’Europa, non può fare la pace, perchè non sa quello che vuole. Io mi domando a volte, se non incomincia in Europa una guerra di cento anni!»
***
Da due settimane ogni giorno ha confermato le previsioni dell’amico. Questo Congresso è la Torre di Babele rifabbricata ai piedi di Montmartre. Da due settimane mi pare di penetrare tutto quanto, con il corpo e con la mente, nel più intimo e profondo senso filosofico del racconto biblico. Ogni giorno odo le lingue del genere umano confondersi ai piedi della torre, che l’orgoglio e la leggerezza umana hanno edificata.
Non mi ero, purtroppo, ingannato punto, quando avevo visto nel discorso di Clemenceau sulla pace un segno di stanchezza — sua e della Francia. L’antico trionfa sul nuovo; il passato risorge dalla tomba per strangolare in culla l’avvenire. Povera Lega delle Nazioni! Qui a Parigi tutti, inglesi e francesi, ce l’hanno a morte con Wilson. Si accusa il presidente americano d’essere tenero della Germania, di non rendere giustizia alla Francia, e ai suoi sacrifici, di guastare, impacciare e paralizzare il Congresso, con le sue ideologie di professore e di protestante, di voler imporre all’Europa la Lega tra le Nazioni, che è una utopia ridicola; di essere un ignorante, un visionario e un primaire. A volte mi domando se è questa la città che poco più di due mesi addietro intesseva per il presidente Wilson tante ghirlande. È mutato il vento dell’opinione popolare? O quelli che oggi lo vituperano tacevano allora?
Si sente nell’aria che forze occulte e potenti hanno agito sull’opinione pubblica per irritarla contro il presidente. Napoleone, scoperchiata la tomba degli Invalidi, presiede la conferenza, mentre Wilson si nasconde ormai esautorato e impotente nel suo palazzo della Place des Etats-Unis. Sul Reno e nell’Europa la pace porterà il sigillo dei Bonaparte. Wilson riuscirà ad imporre qualche addolcimento: quanto basterà per imputare a lui, di qui a qualche anno, tutte le delusioni di questa pace in ritardo.
Si cercherà di disarmare la Germania, come Napoleone tentò di disarmare la Prussia, togliendole le armi che ha e proibendole di fabbricarne delle nuove. Si cercherà di minare sotto sotto, se sarà possibile, la sua unità. Si cercherà di creare sul suo fianco orientale una forte Polonia, una forte Boemia, una forte Rumania, una forte Jugoslavia, come se la forza di questi stati dipendesse dal volere e dall’interesse delle grandi potenze che hanno vinto la Germania e che vogliono mettersi al sicuro dalle sue vendette; come se nessuno di questi stati, dopo essersi fatto, con il nostro aiuto, le ossa e i muscoli, non potesse tradire i suoi protettori e passare al nemico. Si studieranno insomma delle combinazioni più o meno artificiose di forze, simili a quelle in cui si ostinò si illuse e si suicidò il grossolano empirismo di Napoleone; e a cui dovrebbe servire di ragione l’interesse degli stati che le fanno. Come se uno stato potesse esistere soltanto per il comodo e l’utilità d’un altro!
«Ma crede lei — mi accade di ripetere quasi ogni giorno a questo e a quello dei numerosi artefici della pace, maggiori e minori, che mi vien fatto di incontrare — crede proprio che i tedeschi, i ruteni, i lituani, condannati ad arrotondare a loro dispetto i territori della nuova repubblica polacca; o i tedeschi, gli ungheresi, i ruteni che la Boemia riceverà in dono, e tutti gli altri allogeni che la Conferenza vuol consegnare ai nuovi stati dell’Europa orientale senza una carta, senza uno statuto, senza una garanzia e per nessun’altra ragione, se non perchè così torna comodo a questi stati e alle Potenze che oggi compilano il trattato di pace, obbediranno? Un Governo si regge parte per la forza e parte per il consenso, per un sentimento sincero del grande numero, che riconosce come legittimo il comando e doverosa l’obbedienza. Questi due elementi — forza e consenso — devono incontrarsi ed integrarsi, perchè ciascuno è impotente da solo. Il consenso cederebbe presto, anche nei popoli più docili, all’istinto della rivolta, se la forza non stesse all’erta pronta a reprimerlo appena leva il capo. Ma neppur la forza sola, senza l’aiuto del consenso spontaneo, non riesce a governare. Nessun stato può mettere un gendarme a fianco di ogni uomo, il quale non si riconosca obbligato ad obbedirgli, perchè professa una religione diversa, perchè parla un’altra lingua o perchè ha la pelle tinta di un altro colore. Crede lei, per citare solo questo esempio, che i tedeschi di cui il Congresso vuol far dono ai polacchi e ai boemi riconosceranno per legittima e si sentiranno in coscienza obbligati ad obbedire alla repubblica del professore Masaryk e del pianista Paderewski?
«L’ordine che il Congresso di Vienna impose all’Europa non ha durato che 44 anni; e qualche strappo, come nel Belgio per esempio, l’aveva già ricevuto prima del ’59. Eppure un secolo fa il prestigio delle Corone era così grande, che in ogni paese un re, quali fossero le sue virtù o i suoi vizi, poteva farsi riconoscere per un sovrano legittimo, mandato da Dio. Tanto è vero che, per indurre i popoli a gettare quelle Corone nella Neva, nella Sprea e nel Danubio, c’è voluto un secolo di lotte e di guerre, il risveglio del sentimento nazionale, il fermento delle idee liberali e democratiche, l’incredulità quasi universale, un immenso rivolgimento della ricchezza e una rovina apocalittica. Ma oggi? Oggi il solo crisma che abbia forza di attribuire ad un Governo il carattere sacro di autorità legittima è lo spirito nazionale. Il Congresso non è il Papa del Medio Evo: può assegnare dei territori; non può dispensare patenti di legittimità. I polacchi ed i boemi obbediranno al proprio Governo: non i tedeschi, gli ungheresi, o i ruteni al Governo, per essi straniero, dei polacchi e dei boemi. Di fronte ai popoli allogeni i nuovi stati non avranno che un titolo di autorità: la forza».
«Nè basta: siete poi sicuri di quello che fate? Anche ammesso che questi sudditi incorporati a forza irrobustiscano davvero la gracile complessione dei nuovi stati, resteranno poi tutti fedeli al giuramento di odiare fino all’estremo sospiro il nome tedesco?
«Gli umori dei popoli, come le inclinazioni degli stati, non sono eterni: esempio, il Piemonte. Il Congresso di Vienna aveva sprangato con il Piemonte le porte d’Italia in faccia alla Francia. Anzi perchè la spranga fosse più robusta, la aveva saldata con i territori della repubblica di Genova: quella astuta e intraprendente repubblica, che nel seicento e nel settecento aveva sempre fatto parte a sè; che era stata l’alleata e il banchiere della Spagna nella guerra dei trenta anni. E il calcolo riuscì. Per trentatrè anni il Piemonte fece la guardia sulle Alpi, sentinella vigile della Santa Alleanza contro la Francia. Ma un bel giorno, nel ’59, la sentinella invece di chiudere le porte d’Italia alla Francia, le aprì, e lasciò passare un esercito francese, perchè l’aiutasse a scacciar l’Austria dalla valle del Po e a diroccare l’ordine di cose costituito dalla Santa Alleanza in Europa».
«Non sarebbe savio far tesoro di questo insegnamento? Riordinare il mondo cascato nel caos, creare stati nuovi, dire ad uomini, che sino a ieri furono un gregge di sudditi: «da questo momento siete un popolo, levatevi e governatevi», non è forse esercitare sulla terra un frammento della potenza divina? Ma un popolo non diventa da un giorno all’altro Dio o Semidio solo gonfiandosi nel suo orgoglio, o ripetendo sino a ubriacarsi: «Noi siamo i vincitori, i vincitori... i vincitori». Uno stato non può sussistere per la sola virtù della forza; gli occorre anche un’anima: o una tradizione, o una dottrina politica, o un principio giuridico, o una fede religiosa, o una passione nazionale. I due scalpelli che deve maneggiare lo scultore di stati sono la spada e la penna. Con la spada sola e con la sola penna non si scolpisce che qualche sgorbio....».
Fiato sprecato! Questi discorsi sono avidamente ascoltati e capiti solo dagli estranei al Congresso. Quando li tengo a qualche membro, illustre od oscuro, della Conferenza, mi pare di discorrere, io nella mia lingua ed egli nella sua, con un tibetano. Entrando in quella che chiamerei la zona del Congresso, mi pare di trovarmi come isolato in un vuoto, in cui del mondo troppo lontano non giunge più che qualche rumore affievolito. È una illusione mia? O costoro sognano, e impostano sotto forme di stati nuovi delle ipotesi, che il tempo rovescierà?
Ma non è questo il peggio. Il Congresso brancola e tasta la strada col bastone, come il cieco, proprio là dove dovrebbe veder più chiaro e procedere più risoluto. La Francia ha vinto la Germania, ma con l’aiuto di una coalizione mondiale. A sua volta la Germania, se è stata vinta da una coalizione mondiale, ha distrutto l’impero russo; e se non si vuole o non si può smembrarla, a lei spetteranno le spoglie opime di questa vittoria sul grande impero slavo: il primato del numero. La Germania, restando unita, sarà la nazione più numerosa dell’Europa, sinchè la Russia non risusciti, anche se non riuscirà a incorporare in sè i tedeschi dell’Austria. E poichè la Germania ha provato di saper adoperare la forza del numero molto meglio della Russia, neppure questa terribile guerra ha tolto via dal centro dell’Europa quello squilibrio di forze, che fu lo spavento e il tormento della nostra generazione. Alcuni vogliono persino che l’abbia accresciuto. E il Congresso che siede appunto per restaurare questo equilibrio, che cosa pensa di fare? Vengon i brividi a pensarlo!
Vuole innanzi tutto ricorrere al grossolano empirismo di Napoleone, disarmando la Germania con una ingiunzione unilaterale, sorretta da un diritto perpetuo di vigilanza sullo stato tedesco. Sembra incredibile, eppure è vero. Francia, Inghilterra, Italia, America, Giappone insieme non hanno saputo trovare altra garanzia di pace fuorchè questo rozzo e screditato espediente, il quale fallì già clamorosamente più di un secolo fa! Eppure chi non lo vede? Le amputazioni territoriali e le taglie di guerra possono fare strazio del corpo e della carne di uno stato: il disarmo unilaterale e la sorveglianza ledono l’autonomia e l’indipendenza, feriscono l’anima. Costretta a rendere l’Alsazia, la Lorena, la Polonia, e financo ricacciata sulla sponda destra del Reno, la Germania sarebbe sempre uno stato, eguale a tutti gli altri stati europei. Disarmata in mezzo ad una Europa padrona delle proprie armi e vigilata, degraderà a stato protetto, come la Persia o poco meno. E c’è al governo del mondo gente così stolta da credere che un popolo in armi fino dagli albori della storia, che la più formidabile potenza guerresca di tutti i secoli deponga umilmente e per sempre la spada, solo perchè i signori Clemenceau, Lloyd George, Wilson e Orlando hanno fatto un cenno?
Bisogna riconoscere che i calzolai del 1815 conoscevano il mestiere meglio dei ciabattini del 1919! Nel 1814 l’Europa doveva sciogliere un nodo simile a questo. La Francia era stata vinta da una coalizione; ma era pur sempre la prima lama del mondo, poichè avrebbe potuto sconfiggere, da sola a sola, tutti i suoi nemici, che soltanto insieme e a fatica l’avevano debellata. Che cosa fecero gli uomini, anzi i tiranni della Santa Alleanza? Imaginarono forse di fare protetta e ancella dell’Europa, la nazione, che per tanti anni era stata l’arbitra? No: si intesero per mantenere la pace e per difendersi, reciprocamente, in caso di attacco, dando però nel tempo stesso l’esempio della moderazione, rinunciando alle ambizioni pericolose, limitando gli eserciti; e inclusero in questa intesa la Francia, incatenandola senza umiliarla. Senza aver troppo l’aria di mischiarsi nelle sue faccende interne, l’aiutarono a ricostituire un governo, il quale dovesse sperare più dalla pace che dalla guerra. Riuscirono a mettere di guardia al trattato di pace se non la Francia tutta, una parte almeno; e proprio quella che per più di trenta anni tenne il potere.
Così bisognerebbe fare adesso, anche se sia più difficile. Ma chi ci pensa? Chi vuol sentir parlare di coteste utopie? L’Inghilterra è persuasa che, tolte le armi alla Germania, non avremo da temere più nulla. La Francia invece è più scettica; non vuol affidarsi al solo disarmo e chiede una giunta: la garanzia fisica del Reno.
In che cosa dovrebbe consistere questa «garanzia fisica» del Reno? Seguendo i consigli del maresciallo Foch, il governo francese ha rifatto sua e illustrato in parecchie memorie l’antica dottrina romana: che il Reno è la difesa di tutta l’Europa meridionale e occidentale contro i Germani; che la Germania minaccerà non la Francia sola, ma l’Italia e l’Inghilterra, sinchè possegga sulla riva sinistra del Reno un ampio e popoloso territorio, in cui preparare vaste imprese di guerra a mezzogiorno e ad occaso; che i ponti del Reno sono le porte di casa nostra — di tutti noi, abitanti dell’Europa meridionale. Di questi principî, che la storia e l’arte militare riconoscono veri, il governo francese non si fa forte, come dicono molti, per esigere la riva sinistra del Reno. Quale governo oserebbe chiedere all’Europa per proprio scudo, alla fine di una così terribile guerra, un’Alsazia-Lorena ingigantita e a rovescio? Il governo francese propone che il trattato di pace stacchi dalla Germania i territori tedeschi posti sulla sinistra del Reno, li costituisca in uno o più stati indipendenti, e vieti loro di conchiudere con la Germania trattati di alleanza e di unione doganale.
Ma l’Inghilterra e l’America non vogliono sentir parlare di questa «garanzia fisica»; ed hanno ragione, come i francesi hanno ragione di non fidarsi troppo della «garanzia militare» del disarmo. Che l’Europa meridionale sarebbe sicura, il giorno in cui la Germania rivalicasse il Reno, chi può dubitarne? Da Ariovisto in poi, tutta l’Europa meridionale è stata inquieta e in pericolo, quando ai tedeschi è riuscito di metter piede sulla riva sinistra del Reno. «Non oltrepassare il Reno, ma difenderlo a oltranza»: aveva raccomandato Augusto, morendo, ai suoi successori; i quali avrebbero fatto bene a non dimenticare mai, per venti secoli, il solenne consiglio di colui che fu forse il più grande dei Romani. Ma poichè l’hanno dimenticato troppe volte, è venuto proprio adesso il momento di rinfrescare nella memoria degli uomini e dei governi d’Europa, quel canone di antica sapienza? Basterebbe separare con l’inchiostro, in un trattato, i tedeschi di qua e i tedeschi di là del Reno, per cancellare dalla storia quell’oblìo e le sue conseguenze?
Molti francesi pensano oggi che la Francia sarebbe sicura in aeternum se le frontiere occidentali della Germania fossero tracciate al Reno. Ma ho paura che anche questa sia un’altra allucinazione della nostra epoca. Se ci fosse domani una repubblica renana indipendente, essa sarebbe dilaniata da due partiti: uno favorevole al nuovo ordine di cose, l’altro avverso e legato con il pangermanesimo. I due partiti si farebbero asprissima guerra con la parola, con la penna, con le bombe; cercherebbero di far leva con tutte le passioni e tutti gli interessi; e la Francia sarebbe inquieta per la malsicura fedeltà della repubblica, che dovrebbe farle da scudo, come è inquieta oggi per i torbidi umori della Germania tutta.
Il Reno sarebbe un baluardo inespugnabile di Roma e di tutti i suoi figli, se le popolazioni rivierasche volessero far corpo con noi, ed essere l’avanguardia dell’Europa meridionale contro le invasioni germaniche; o se noi fossimo in grado di costringerle con la forza ad essere la nostra avanguardia. Ma chi può illudersi, in tanta esaltazione delle passioni nazionali, che le popolazioni tedesche vogliano fare la guardia al Reno contro il germanesimo; o che noi possiamo costringerle a difenderci, neppure con il disperato espediente di una annessione? Sinchè il principio nazionale regnerà così forte, una repubblica tedesca sarà, contro la lancia acuminata del germanesimo, un povero scudo di cartone.
Purtroppo, con la rivoluzione francese e con il movimento nazionale che essa ha generato, i tedeschi hanno riconquistato, nel secolo XIX, la riva sinistra del Reno, che i loro antenati avevano conquistata e colonizzata nei secoli della grande rovina romana!
Mi sbaglierò: ma per riconciliare la Francia e la Germania entro il rifatto consorzio europeo non ci sarebbe che un mezzo: tentare una specie di Santa Alleanza dei popoli, o, per parlare un linguaggio meno mistico, tentare un sistema universale di mutue garanzie e di reciproci controlli, nel quale la Germania fosse inclusa a condizioni pari. Wilson ha buttato sulla carta un abbozzo di questo sistema. Ma della Lega o Società delle Nazioni tutti ridono! Più pratico questi restauratori del mondo o architetti di Babele — come chiamarli non so — più mi sbalordisce la singolare allucinazione, in cui sono fissi. Nel considerare la guerra e la pace, essi non tengono conto che degli elementi favorevoli. Chi non sa che in tutte le cose umane non c’è mai bene senza male, vantaggio senza inconvenienti, attivo senza passivo; e che l’uomo di stato deve saper fare la differenza? Questi allegri computisti fanno invece il loro bilancio sommando soltanto i crediti e cancellando i debiti!
La caduta dell’impero d’Austria libera l’Italia da un vicino potente, ma ci obbliga ad assestare le cose adriatiche diversamente dai nostri piani antichi. Niente affatto: noi vorremmo goderci tutti i vantaggi della sparizione dell’Austria e stabilirci sulle due rive dell’Adriatico, come se sulle rovine dell’impero degli Absburgo non fosse sorto uno stato slavo, nazionale di forme e di spiriti. La caduta della monarchia in Germania è l’ultimo e più clamoroso trionfo della rivoluzione francese; ma rafforzerà l’unità tedesca, perchè il particolarismo in Germania si è sempre immedesimato con il principio dinastico. I vincitori non ci sentono da questo orecchio, e sognano che la sconfitta distrugga l’unità tedesca, perchè così fa comodo a lor signori! Noi abbiamo vinto la Germania, ma la Germania ha vinto la Russia. Eppure qui nessuno ci pensa. Ragionano tutti come se la Russia posasse ancora il suo pesante stivalone sul petto della Turchia. Senza la Russia forte in Asia, potremo noi tenere Smirne?