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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 10: VIII.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

VIII.

Con questa ignorata ma certa prospettiva davanti i 48 deportati della Volpe entravano dieci giorni dopo la loro partenza da Paola, nel porto della Canabière di Marsiglia.

In quale stato appena può immaginarsi. Il mal di mare in quella stipa senz’aria e senza moto aveva fatto strazio di quei poveri stomacucci vuoti, e alcuno non aveva potuto resistervi. Una bambina era morta per viaggio e il mare se l’era inghiottita assieme alle immondizie del bastimento: due altri erano così disfatti che potevano appena reggersi in piedi e appena deposti a terra svennero, probabilmente per non svegliarsi mai più. I restanti 45 erano stati consegnati agli agenti della succursale di Marsiglia e dopo una notte di riposo e di ristoro — quale riposo e quale ristoro! a piccoli drappelletti di quattro o cinque, per le due diverse strade di Dijon e di Tolone erano spediti alla sede metropolitana di Parigi.

Dopo altri dieci giorni, trascorsi ballando, cantando, limosinando, camminando sempre, Carluccio e Stefanella arrivavano finalmente in Parigi ed erano condotti difilati allo stabilimento centrale in piazza Maubert, che era reputato il migliore dell’associazione, ma che non era altro che un ammasso di catapecchie comunicanti fra loro per mezzo di cortili che parevano pozzi e di anditi che parevano sotterranei.

Usciti dall’antro di Ritorto, le caverne di Parigi non avrebbero dovuto sorprenderli.

Tuttavia, quando videro quella bocca nera, lunga, buia dalla quale ventava un tanfo di sepoltura e dentro cui formicolava confusamente uno sciame di piccoli spettri, si arretrarono e fecero per tornare indietro. Fu quello il loro primo atto di resistenza, e fu l’ultimo.

L’uomo che li accompagnava, pedagogo di quel triste collegio, appena vide l’atto dei due nuovi arrivati:

— Oh il 301 e 302 A (venendo a Parigi avevano cambiato di numero e la lettera alfabetica significava la sezione), meno smorfie, o ci sarà un paio di stivali da provare, e accompagnando col gesto la parola infilò i due meschini con due terribili pedate e li scaraventò dentro il sotterraneo. Andarono a cascar addosso ad un fascio di compagni dormienti, i quali destati dalla caduta di quei due ignoti oggetti presero a ballonzolarseli tra pugni e graffi finchè, stanchi del giuoco, li ricacciarono lontani da loro in mezzo alle tenebre.

Così fu festeggiato l’ingresso di Carluccio e Stefanella nell’istituto dei Petits italiens.

In quell’ora, non essendo ancora suonato il segnale del sonno, la camerata, così era chiamata con dantesca ironia, pareva un pandemonio di nani. Chi urlava, chi piangeva, chi fischiava, chi suonava la tromba, chi imitava il miagolio dei gatti innamorati, o il ringhio dei cani arrabbiati, chi cantava un osceno ritornello, e chi faceva la caricatura d’un predicatore o d’un saltimbanco udito la mattina. Coloro che non dicevano nulla, o dormivano, o si grattavano, e non giova dirne il perchè, o ruzzavano in lotta coi vicini, o... rubavano.

Non parrà vero, ma era così. Anche in quel consorzio di piccoli miserabili c’era il furto organizzato: anche in quel letamaio c’era qualche cosa di agognato, di appetito, di sottratto; la nudità rubava al cencio, lo sfinimento alla fame, e tutte le notti una manuccia nera e scarna si allungava dentro la tasca, nera come la mano, del vicino addormentato per rubarvi una crosta di pane pietrificata, un bottone d’osso, un muzicotto di sigaro, un nulla, colla stessa agilità, colla stessa ansia con cui il provetto borsaiuolo dei teatri e dei boulevards penetra nella tasca di un inglese per farne sparire la borsa riboccante di sterline.

I due nuovi arrivati si trovarono come perduti in quel baccanale della notte e non sapevano dove farsi una nicchia per sdraiarsi e dormire. E avevano sonno poveretti: oh se avevano sonno! Ad un tratto un lungo fischio si fece udire all’imboccatura della camerata, e quasi per incanto, come uno stormo di colibrì al fischiare del crotalo, tutto quello sciame di colibrì umani, chiusa la bocca, non fiatò più, non si mosse, e la camerata diventò silenziosa come una stanza mortuaria. Stefanella e Carluccio restarono stupiti e spaventati del silenzio, come prima lo erano stati del tumulto, e vinti dalla stanchezza e dal sonno, trovato verso la porta un angolo, dove nessuno voleva stare per il freddo che vi soffiava, vi si accovacciarono insieme, e strette al collo le loro braccia per proteggersi e riscaldarsi, vi si addormentarono.

Alla mattina al suono di un altro fischio tutta la camerata svegliossi. Rizzandosi Stefanella si accorse che le era stata rubata la medaglia del santo di Paola, memoria di sua madre, e Carluccio non trovava più un troncone di lima che aveva raccattato per istrada da Marsiglia a Parigi, e che teneva come un tesoro. I due derubati non potevano darsi pace, e quando comparve sull’uscio il pedagogo della sera antecedente corsero da lui singhiozzando a denunziare la loro gran disgrazia, e chiedendo Carluccio di ricuperare la sua lima, e Stefanella la sua medaglia.

I compagni fattisi intorno ai querelanti si guardavano incerti se dovessero canzonare la loro dabbenaggine, o stupire della loro innocenza, mentre il pedagogo scoppiando in una sghignazzata rispose loro:

— Oh che credete che qua sia una Corte d’Assisie? Se vi hanno rubato non c’è che impattare. Rubate anche voi altri.

La camerata battè fragorosamente le mani. Stefanella e Carluccio restarono come di sasso, e quella morale applaudita fu il viatico offerto a quei due innocenti per entrare nel labirinto della vita.

Appena giorno, i petits italiens dovevano essere al lavoro, giacchè anche quell’ora mattutina aveva i suoi clienti e spesso i più generosi.

L’operaio che esce al lavoro ancor caldo del bacio dei suoi pargoletti lasciati a trastullarsi in una tiepida cuccia fra le braccia vigilanti d’una madre, è misericordioso per l’orfanello quasi nudo e tremante di freddo che gli si affaccia sulla via e gli chiede in nome della sua mamma lontana «un soldo per amor di Dio»; la trecca è presto commossa da due lagrime di bimbo, e il villano non può tenersi nella pelle vedendo i lazzi «di due scimiotti calabresi» che ballano la tarantella sopra un’aria un po’ biricchina.

Nel collegio poi ci sono tutte le specialità, tutte le perizie, tutte le parti come in una compagnia di comici. Chi riesce bene nel suono e chi nel ballo; l’uno è un pagliaccio a cui nessuno resiste e le sue boccaccie fanno crocchio, l’altro è un saltatore maraviglioso ed ogni sua capriola incassa un franco; l’uno non ha eguali nel pianto, l’altro è una balestra di motti e di proverbi; chi è abilissimo a fingere il freddo, chi a simulare i dolori di corpo, chi sviene a meraviglia, chi imita a perfezione l’epilettico e chi è capace di gettarsi a capofitto nella Senna a pescarvi il soldo gettatovi dalla folla e ritornare a galla trionfante.

Quindi la cura principale dei maestri, direttori, pedagoghi, ecc., è di adattare le specialità ai quartieri ed all’indole della gente che li frequenta, come farebbe un comico adattando le sue rappresentazioni al pubblico ed al teatro.

Però alle barriere, dove fluttuano continuamente le brigate allegre che vanno e vengono dalle merende o gli ingenui ortolani dei dintorni, gente che ama trovar tutto gaio sulla sua via e che è disposta a ridere di nulla ed a meravigliarsi di tutto, la squadra dei saltatori, dei giullari, degli sbofonchiatori; nelle taverne invece, dove comincia o finisce un’orgia, il covo dei canterini osceni e dei baccanti sbracati. In faccia ai caffè di lusso, presso le porte delle chiese i più gentili e tapini, quelli che sanno cantar con più grazia, piangere o svenire con verità, come sui ponti della Senna i nuotatori famosi e sui boulevards gli arrampicatori indemoniati.

Vi sono però quelli che non hanno alcuna arte singolare, ma che in ricambio si singolarizzano per beltà o per grazia, e per quel non so che di misterioso e di attraente che esce dalla bocca e dagli occhi d’un fanciullo che vi parla e vi guarda con familiarità come se foste sempre vissuto con lui e voi foste parte della sua famiglia. A codesti più privilegiati era lasciata la crema della società; i davanti del Tortoni e del caffè Inglese, i dintorni dell’Opéra e gli accessi del bosco di Boulogne.

Poteva accadere, anzi era accaduto che qualche libertino in isciopero, o qualche nonno elegante lasciasse cadere lo sguardo su qualche piccina dagli occhi neri e, provvido Mecenate, la slanciasse, con un solo atto del suo favore sulla via della fortuna; poteva accadere ancora che qualche Aspasia arricchita in ritiro adottasse, per riscatto dei trascorsi di gioventù, il calabresello abbandonato, che la sua pariglia volando a furia sulla passeggiata, gettò mezzo sanguinoso ed esanime in mezzo alla polvere dello stradone.