IX.
L’arte rudimentale però, l’arte comune a cui nessuno poteva sottrarsi era di indovinare a colpo d’occhio l’indole delle persone alle quali il piccolo italiano doveva dirigersi. Perocchè uno sbaglio in questa prima parte del mestiere ne cagionava mille e comprometteva l’associazione. Però grande era la cura dei maestri e custodi perchè i piccoli industrianti si penetrassero bene delle regole fondamentali della scienza di Lavater applicata all’accattonaggio. Lezioni speciali erano date sovente nello stabilimento su questo tema chè i professori erano per solito i più anziani e provetti della corporazione. Allora non era raro il caso di vedere qualche sera, dopo la ritirata, uno di questi piccoli dottori in scienza fisionomica, montare sopra una panca apparecchiata in mezzo alla camerata, innanzi alla turba attenta dei neofiti e dei principianti, e schiccherare questo discorso:
«Il genere preferibile è il provinciale, e, regola sicura, ogni persona, uomo o donna, che sia ferma a guardare nelle bacheche delle botteghe, o a contemplare, la colonna di Luglio o la giraffa del giardino delle Piante, è un provinciale.
«Intorno ad ogni monumento ne troverete uno sciame e non bisogna abbandonarli, finchè non abbiano vomitato il loro dazio d’entrata. Con questi tutti i ferri del mestiere sono buoni meno le canzoni grasse e i calembours troppo astrusi.
«Vien subito dopo il genere stranieri da distinguersi bene dai provinciali per il modo di trattamento. Con essi bisogna essere servizievoli a oltranza, insegnar loro la strada anche quando la sanno, andare a pigliare la carrozza anche quando non la vogliono, offrire loro di portare il paletot anche quando piove. Con loro non c’è che un programma: essere importuni. Bisogna però badare a non urtare contro la flemma inglese; sarebbe tempo perduto contro uno scoglio insormontabile. Cogli inglesi però c’è un altro mezzo: cantare un’aria turca qualsiasi e dire che è italiana. Guardarsi bene invece dal parigino che ha fretta. Un uomo che corre per le strade è un uomo d’affari e non guarda ai petits italiens se non quando li getta per terra. Tenete d’occhio gli studenti e i soldati, i primi al principio del mese, i secondi al giorno di paga e specialmente quando portano al braccio le loro metà, le sartine o le cuoche. Allora essi amano mostrarsi generosi specialmente se voi saprete adattare una buona musica al proverbio tutto francese. «L’amour ne loge point sous le toit de l’avarice.»
«Non perdete un minuto solo colla gente che esce dalla Borsa o dalla chiesa: la prima ha dato tutto il suo cuore al diavolo e la seconda a Dio e non ne avrà per voi. Se trovate per istrada una signora sola che vada diritta senza voltarsi indietro corretele appresso e non lasciatela mai. Essa va per qualche contrabbando ed avrà bisogno di liberarsi di voi. Ma per ultimo consiglio guardatevi dalla gente che va in mezzo alla strada col capo nelle nubi: si chiamano poeti e sono un genere traditore. Essi si fermeranno a contemplarvi, vi offriranno una eloquente compassione, scriveranno per voi qualche ode, ma non vi daranno un soldo.»
Eruditi a questo modo dalle parole e dall’esempio, i due nostri calabresi divennero in brevi giorni i più esperti e fortunati della società.
Carluccio agile, snello come un camoscio non avea rivali nelle capriole. Stefanella, dotata d’una voce esile e gentile come il pianto d’un rosignolo, arrestava la folla dei più indifferenti coi suoi rispetti calabresi pieni di semplicità e di melodia. Inoltre Carluccio avea un pregio che nessun altro prima di lui avea mai posseduto: una fierezza d’accento, di posa e di sguardi che quando chiedeva la carità pareva dicesse: «Datemi un regno.» In quel momento coi suoi occhi neri scintillanti, col suo sorriso beffardo, colla mano tesa in atto più di minaccia che di preghiera, il corpo eretto, la fronte alta, era così bello che tutti, innamorati di quel piccolo miserabile col cipiglio principesco, si fermavano a guardarlo, e lo colmavano di doni. Accadde anzi più tardi che uno statuario, trovato il calabresello per la strada, lo volle nel suo studio e lo ritrasse al vivo nel suo nativo costume in un bozzetto di creta al quale pose nome: Amore brigante.
Stefanella al contrario era tutta grazia, umiltà, pudore. I suoi occhi non si alzavano mai sul passeggiero che per la preghiera, la sua voce era restia alle note gagliarde ed ogni parola dura ed invereconda moriva sulle sue labbra senza poterne uscire. Per questo, per quanti sforzi fossero fatti dai maestri e dalle compagne più arrendevoli, essa non potè mai imparare una canzone oscena quantunque non ne intendesse il significato. Per fargliela entrare in testa, per fargliela pronunciare fu minacciata, percossa e, cosa inaudita in quella corporazione dove ogni tenerezza era morta, blandita, e persino regalata. Tutto vano; la natura si ribellava; tutte le seduzioni della zingarella svanivano, quando la si costringeva a fare la baccante!...
I due fratelli erano stati destinati dapprima ai quartieri della barriera Saint-Denis, ma i padroni non tardarono ad avvedersi che non erano personaggi per quella scena troppo volgare e che il pubblico era inadeguato alla rappresentazione e il guadagno al capitale. Quei due aristocratici del vagabondaggio erano fatti per l’aristocrazia, però decisero cambiar loro quartieri e clienti, e furono arruolati nella squadra che doveva agire ai Champs Elisées e sul boulevard des Italiens.
In pochi giorni i due calabresi diventarono famosi anche in questa nuova scena e non c’era frequentatore di quel mondo, zerbino o magistrato, gran dama o crestaia, che non volesse aver udito cantare almeno una volta Stefanella e veduto saltar Carluccio come si fosse trattato dei trilli della Pasta o dei salti del signor Léotard. Nei caffè signorili dei boulevards, gli artisti ambulanti non possono entrare, o vi sono messi bruscamente alla porta. Ora, per intercessione d’una società d’allegri avventori, Stefanella e Carluccio avevano ottenuto privilegio d’ingresso al caffè Tortoni e in breve tempo per imitazione in tutti gli altri caffè dei dintorni.
Era là specialmente che Carluccio era fatto chiaccherare e Stefanella passata in più minuta rassegna.
Talvolta, mentre un pittore, uno scultore, un poeta qualsiasi prendeva da un tavolino remoto delle note e faceva de’ segni sul suo taccuino, la brigata dei giovinastri eleganti si serrava addosso alla zingarella incalzandola con domande, con motti, con occhiate, spesso con gesti tutti d’un tema facile ad indovinare che la facevano diventar rossa e bianca ad un tempo senza che nemmeno potesse dirne il perchè, intantochè il fratelluccio costretto a giuocare in un altro angolo della sala, vedendo la pena della sorella si mordeva le labbra e squadrava le fiche agli osceni motteggiatori. Ma, se talvolta la mano di qualche più audace si allungava per un’impudica carezza, allora si sarebbe veduto il giovinetto saltare, col lancio d’un tigrotto irritato, tavoli e panche, e piantarsi davanti alla sorella contro all’insultatore sfidandolo collo stesso piglio con cui un cavaliere della Tavola Rotonda sarebbe corso all’elsa in difesa della dama di cui portava i colori. Ed all’atto fiero del piccolo Baiardo era per tutto il caffè un fracasso di risate e di battimani, e spesso una pioggia copiosissima di soldi, di dolci, di franchi persino, che certamente nè la fame, nè la pietà avrebbe strappati a quegli sfaccendati in cerca d’emozioni nuove e di curiosità eteroclite.
La colletta de’ due fratelli, giunti a sera, stava ordinariamente fra i sei franchi al giorno; ma spesso saliva fino a 10 e qualche volta aveva toccata la somma inaudita e favolosa per tutta la corporazione di 20 franchi. Ma è noto che di tutto questo danaro ai fanciulli non restava un centesimo e che tutto andava versato nelle casse della società.
Però, quando la questua era abbondante, i questuanti non ne risentivano alcun vantaggio; quando invece era scarsa, una parte del danno andava a cascare sulle loro povere spalle sotto forma di frustate. Quindi indirettamente ognuno era interessato a far buona presa, non tanto per il lucro cessante, quanto per il danno emergente.
Ai fanciulli dell’associazione, l’abbiamo già detto, non restava per mangiare che quello che era loro regalato in natura dai clienti; in altre parole la crosta di pane stantìo, l’osso, la ciottola d’acqua e di minestra, il dolce, il bicchier di vino, ristoro rarissimo che la carità aggiungeva o sostituiva al soldo, erano lasciati dall’amministrazione ai questuanti in cambio della mercede o del pasto quotidiano che avrebbero loro dovuto somministrare. Così l’amministrazione aveva ridotto i suoi operai alla maggior semplificazione di regime immaginabile: allo stato d’una macchina che non mangia e non beve e produce tanto per giri e per ora.
Frattanto, finchè i nomi di Carluccio e di Stefanella furono una novità, il favor pubblico fu generoso tanto per la loro borsa che pei loro stomachi e la messe dei pani emulò quella dei soldi. Ma in Parigi, centro della mutabilità umana, nulla resiste all’aridezza di questa sentenza: «È giù di moda.» Un regno ha vissuto 18 anni? È vecchio, se ne vada: una rivoluzione si prolunga oltre un carnevale? È vecchia, chiuda bottega. Un predicatore è alla seconda predica del suo quaresimale; un cantante alla sua seconda stagione; un poeta al suo secondo dramma; Nadar alla sua seconda ascesa; gli ambasciatori del Taicun alla loro seconda comparsa?... ebbene, sono vecchi, vecchi come il cappellino, come la foggia, come l’acqua d’odore che si usa da una settimana. Non c’è merito, non c’è virtù, non c’è scoperta, non c’è idea, non c’è bizzarria, non c’è utopia, non c’è nemmeno delitto, quando esso sia scolpito dal suggello della novità, al quale il vento della moda non gonfi almeno per un giorno la vela ed a cui quel gigantesco Arcangelo della civiltà rifiuti di prestare le sette trombe della sua fama; ma non c’è moda, non c’è fama, che in quello smisurato oceano resista al soffio d’un’altra moda che sorge, d’un’altra fama che incalza, e gli aquiloni della sera che portano le tempeste sono salutati colla stessa gioia con cui lo furono le brezze del mattino che aveano fatta parer bella la calma. Babilonia, Atene, Roma, Parigi, Londra, forse, chi sa? domani New-York o Pietroburgo sono le grandi fornaci del progresso: esse tutto ingoiano, tutto divorano e tutto trasformano, e non lasciano al frammento che vi cade altra gloria che quella di avere contribuito a formare la immensa statua della civiltà.