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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 12: X.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

X.

Torniamo ai bimbi... Anche per essi dopo un anno, e avevano durato anche troppo, era cominciata la vice fatale del tempo. Quei due bimbi erano trovati già vecchi; il sorriso infantile di Stefanella cominciava a parere stereotipo, la posa di quel grano d’eroe a sentire il rancido. Il pubblico si diede a sbadigliare, a non guardare più, a infastidirsi, ad allontanarsi, a dar meno, a dare pochissimo.

A ciò si aggiunga che ci fu un’epoca torbida per la Francia. Eravamo poco lontani dall’elezione del presidente e dal colpo di Stato: la Francia era preoccupata ed inquieta e gli stranieri non erano sedotti a visitarla. Quindi molti pensieri nelle teste dei Parigini e pochi forestieri per le strade di Parigi, e dappertutto e in tutti quella trepida aspettazione d’una crisi, che tronca i nervi al lavoro, gela le ispirazioni all’arte, consiglia il capitale ad espatriare, il lusso a nascondersi e la società intera a sopprimere il superfluo, a ridurre il suo bilancio al puro necessario, a rinchiudersi insomma nella vita vegetale del giorno ed a non far più alcun conto dell’incerto avvenire.

Di questo torbo ed inquietante orizzonte, se ne dovevano risentire l’Opéra come i cantastorie da trivio, e l’associazione de’ Petits italiens doveva soffrirne quanto e più d’una società di strade di ferro o di miniere.

Infatti verso i principii di novembre il Consiglio esecutivo della piazza Maubert notò una grande diminuzione di introiti e ordinò esso pure un’inchiesta. E l’inchiesta disse che le partite di Stefanella e di Carluccio erano quelle che avevano ribassato più rapidamente. I sei franchi giornalieri erano scesi a tre: nientemeno che il 50% di perdita. Il fatto era grave sopra tutto e meritava uno studio singolare. Non si tralasciò di ordinare una più rigorosa vigilanza dei due fratelli; molto meno si dimenticò di chiamarli al redde rationem e di rammentar loro i doveri sociali con la consueta perorazione dello scudiscio e delle pedate. Carluccio col suo solito piglio rispondeva che «non aveva colpa se in Parigi non ci erano più nè soldi nè minestre». Stefanella invece non rispondeva nulla e piangeva in silenzio dietro di lui....

— Ci sono pochi soldi perchè ci sono troppe minestre — strillò dal crocchio degli ascoltatori una voce di femmina.

— Cosa vuoi dire tu Tredici?... — chiese il direttore dello stabilimento che avremmo voglia di chiamare il capo aguzzino, volgendosi con un sorriso di iena innamorata alla interlocutrice.

— Gracchia più chiaro, Pica scordata — replicò Carluccio apostrofandola col soprannome che tutto il collegio le aveva imposto per la grande rassomiglianza di voce e di muso che aveva con quell’animale.

— Parlerò a tempo e luogo.... e con chi si deve — ribattè la Pica.

— Parlerai con me, non è vero? — e voi altri zitti... o guai! — disse il capo aguzzino facendo chioccare la frusta dalla parte di Carluccio.

Ora è mestieri dire che la fortuna rapida e insolita dei due calabresi aveva destato nella maggioranza del collegio di piazza Maubert tutti i vermi dell’invidia fanciullesca, la quale, sebbene piccina e innocente di forme, è qualche volta non meno temibile dell’invidia degli adulti. Ora, fra coloro che avevan preso più forte a odiare i due fratelli, la più arrabbiata e maligna era la Pica scordata.

Costei, ributtante impasto di giallo e di cenere, brutta proprio come l’invidia, avendo già oltrepassati i quattordici anni, contava fra le più anziane dell’istituto, ed ormai la si poteva dire tramontata per quell’industria che consisteva tutta «nel mettere in mostra l’infanzia che soffre». Tuttavia ella avea una abilità tutta sua; imitava a perfezione il mal caduco, e con quest’arte, resa più interessante dalla sua laidezza, ella era sempre riuscita a razzolare più quattrini che non le sue compagne colle loro grazie di canti, di suoni o di bellezza che ella, certa di non le poter mai uguagliare, ferocemente abborriva.

Ma la Pica, non contenta di avere la sua parte di guadagni e di favori, agognò entrare nelle grazie dell’amministrazione. Impregnata d’odio, gelosa di tutti i meriti altrui e specialmente di quelli delle sue compagne, fatta per assorbire e respirare a pieni polmoni i miasmi pestilenti dell’ambiente in cui viveva, essa aveva sentito il bisogno di fare il male per il male, e dopo averne per molto tempo cercato il modo più sicuro e lucroso, si pose ai servigi della polizia segreta dell’associazione. Perocchè, giova dirlo subito, anche quella società di piccoli miserabili sentiva il bisogno d’una sbirraglia e di uno spionaggio. Ed ecco una fanciulla a 14 anni spia dell’innocenza e della miseria. In verità il genio del male non aveva mai trionfato più completamente in un’anima umana.

Naturalmente ella aveva veduto con ira la gloria dei due calabresi e giurò vendicarsene. Aveva notato che nei primi mesi Carluccio e Stefanella, oltre che di soldi, erano colmati di doni e che qualche generoso, oltre al pane ed alla minestra, era persino arrivato al desinare ed ai confetti. Quei due fanciulli adunque, invece di patire come era loro dovere, minacciavano ingrassare, e l’associazione era frodata. Quale capo d’accusa per l’invidia in agguato!

Però, quando il direttore chiamò in segreto la Pica a dargli spiegazione delle sue parole del giorno prima, ecco quel che essa rispose:

— Stefanella e Carluccio, invece di chieder soldi per la società, chiedono pane per sè. E siccome molti dànno più volentieri un pane che un soldo, ecco perchè da un mese essi non portano nella cassa più nulla. Sono egoisti che pensano soltanto a sè; essi impinguano e la società patisce.

La delazione bugiarda della Pica era materia più che sufficiente per un processo. Il direttore credette o finse credere, e ordinò il processo il quale non potea essere che sommario come là si costumava. Laonde, aspettati a casa i due accusati, e annunziata la sua presenza con una fischiata di scudiscio, il direttore incominciò così:

— Quant’è l’introito d’oggi?...

— Quattro franchi, fece Carluccio; pioveva a secchi e per le strade c’era nessuno.

— D’ora innanzi pioveranno di queste — urlò l’aguzzino facendo strisciare il frustino sulle guancie di Carluccio che ne illividì.

— So perchè l’introito scema; perchè, invece di cercare denaro, cercate da pranzo... Silenzio... ghiottoni... io lo so e basta. D’ora innanzi decreto: tutte le volte che vi offriranno da mangiare.... ricuserete. Tutte le volte che porterete a casa meno di sei franchi doppia razione di frusta e digiuno assoluto.... Quando porterete sei franchi, vi lascerò tre soldi per desinare... e ce ne sarà d’avanzo. Avete capito?... a letto, scoiattoli.

Il lettore comprende che per eseguire alla lettera quest’ordine Carluccio e Stefanella rischiavano restare senza pranzo tutte le volte che la busca era minore di sei franchi; e che anche quando li raggiungeva o li superava dovevano aspettare fino a sera a pranzare... con tre soldi! In verità la legislazione della fame non era mai stata più sapiente.