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La tratta dei fanciulli cover

La tratta dei fanciulli

Chapter 13: XI.
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About This Book

The work portrays the trafficking of children from a poor Calabrian village to outside markets, combining evocative local scenes with testimonies and moral argument. Through episodic narratives of kidnapped youngsters and the suffering of their families, the author interweaves reportage, social analysis, and a direct appeal to public conscience and political responsibility. Prefatory remarks register frustration at official indifference even as debates and commissions circulate, while the text alternates vivid landscapes and domestic tragedy with calls for reform and charity, aiming to expose systemic causes and to rouse readers to practical intervention.

XI.

Il primo pensiero che dovea naturalmente venire era quello di deludere la legge, giacchè il proverbio italiano: Fatta la legge fatto l’inganno, è universale a tutti i luoghi e a tutte le età. Però Carluccio tutte le volte che gli si parava il destro, non esitava ad accettare il pane che gli veniva regalato; ma non così Stefanella; essa era troppo timida per osarlo e forse troppo buona per pensare un inganno anche legittimo. Che se qualche volta le veniva offerto un pane, essa con voce tremante diceva: «Signore, non lo posso prendere, datemi un soldo» e siccome il signore si credeva in diritto di sospettare subito in quella domanda un’avidità di denaro, così se n’andava spesso borbottando senza dar nulla, e la povera Stefanella se ne restava a borsa vuota ed a bocca asciutta. Era naturale che essa come più debole dovesse soffrir di più di quella umana ingiustizia e che la fame rodesse in quel suo misero stomaco con dente più acuto. Molte volte, specialmente nelle giornale fredde dell’inverno, era accaduto che la colletta non raggiungesse la cifra decretata e che i due orfani fossero condannati a coricarsi interamente digiuni.

Una sera la Stefanella tornando a casa non potè più resistere allo strazio della fame e cascò esausta di forze e quasi di respiro sul lastricato della via. Quando la raccolsero la trovarono bruciante di febbre e la portarono allo spedale. E lo spedale, sgomento di tutti quelli che hanno una casa, un letto, una pentola al loro fuoco, un sorriso di parente al loro capezzale, era per quella bimba, foglia morta strappata dal suo ramo e gettata in quell’oceano, senz’altro nome che un numero, senz’altro asilo che l’angolo d’un sotterraneo, senz’altri conoscenti che l’aguzzino, senz’altra legge che la fame, senz’altra vita che il dolore; lo spedale colla sua carità misurata, la sua medicina ufficiale, il suo servidorame indifferente, il suo comunismo indecente, era ancora per lei una reggia, una benedizione, un pezzo di cielo. Essa da quel giorno non ebbe che un rammarico: «esser divisa da Carluccio» e non ebbe che una paura, il presentimento di dover tornare o tosto o tardi alla sua orrenda Gemonia.

E vi tornò diffatti. Un agente dell’amministrazione presentatosi come il padrone dell’operaia andò a reclamarla. Lo spedale trovò che le carte erano in regola e che esso avea finito il suo cómpito e la restituì. La carità pubblica ha di queste lacune: il brefotrofio non riconosce l’asilo infantile, l’asilo non ha a che fare colla scuola primaria, l’orfanotrofio non c’entra collo spedale, e il carcere, che dovrebbe essere un luogo di correzione e di miglioramento, si sente indipendente da tutti. E finchè le anella delle istituzioni filantropiche non saranno tenute insieme da un’unità di concetto e di scopo; finchè il miserabile non troverà in tutte le età e in tutte le condizioni una provvidenza continua ed organizzata su queste tre parole: Luce, Lavoro, Pane; finchè la Ruota non metterà capo al Collegio, e la Prigione non si confonderà colla Chiesa, una parte del problema sociale resterà sempre insoluta.