XV.
Madama Mouchard aveva relazione con tutti i clubs, i circoli, i saloni della società equivoca, di quel demimonde che ormai è divenuto forse due terzi del mondo parigino, ma fino allora non vi aveva mai condotta Stefanella per l’unica ragione che non voleva fosse sussurrato all’orecchio della giovine il pericoloso consiglio di «fare da sè».
Ma vedendo che l’aspettata avventura del principe indiano o del bascià turco tardava a venire, e che il giovane che non si poteva toccare continuava a passeggiare, decise giuocare l’ultima posta, e ricevuto l’invito al ballo della baronessa Flaviani, una Susanna d’Ange qualunque di quella società, lo accettò senz’altro e vi condusse Stefanella.
Il ballo era in costume e l’occasione non poteva essere più propizia per mettere in mostra tutte le grazie native della giovinetta nel suo ricco costume calabrese. La spesa, è vero, era grande, ma l’amministrazione l’incoraggiò; d’altronde dovea essere l’ultima.
Il salone era pieno; tutto v’era falso, le tinte come le treccie, i nomi come le gemme, i blasoni come i valletti; ma tutto luccicava. Però si sa che in mezzo a quelle esposizioni di cristalli di rocca c’è sempre frammisto un grano di diamante puro che è lo scopo e la morale della rappresentazione. E in mezzo a quei conti senza contea, a quei banchieri senza credito, a quelle dame senza nome, a quelle vedove che non hanno mai avuto marito, e a quelle fanciulle che l’hanno già avuto, c’era un personaggio vero, autentico, con un passaporto suo, un titolo suo, danari suoi: v’era un Norvegiano legittimo figlio d’un pescatore di balene e di merluzzi, borgomastro di Bergen, sei o sette volte milionario e mandato a fare dal padre il così detto viaggio di istruzione, il quale di solito col pretesto che non resta nulla da apprendere più oltre, nè di bello, nè di brutto, comincia e finisce a Parigi.
Il pescivendolo Norvegiano che doveva necessariamente chiamarsi Oscar era dunque il diamante incastonato nel similoro; egli il così detto merlo da spennacchiare, e ognuno era venuto coll’idea di strapparne almeno una penna: il falso banchiere e il falso gentiluomo coll’idea di vincerne i danari al giuoco; le false dame coll’idea di farne un amante, un marito od un protettore. Però ognuno veniva a posare davanti a lui come al re della festa; egli era il bersaglio di tutti i discorsi, il centro di tutte le occhiate, la molla segreta di tutto il meccanismo.
Il Norvegiano a mezzanotte era già cotto. Tutti quei complimenti così fini, quelle gentilezze così squisite, quei motti così arguti, quelle facezie così amene, quegli epigrammi così salati, tutte insomma le batterie dell’inesauribile spirito francese scaricate per lui, l’avevano ubbriacato.
Egli non sapeva più cosa rispondere a quei discendenti de’ Duguesclin e dei Montmorency, che parlavano di Crecy e di Fontenoy dove non erano mai stati; a quelle dame che parlavano dei loro castelli aviti, che non erano che castelli in Ispagna, e a quelle fanciulle che sciorinavano la lunga schiera dei loro partiti, che non s’erano mai presentati; e in faccia a tutta quella fantasmagoria scintillante di ciarle, di dorature, di grazie e di nobiltà, falsa o vera che fosse, si sentiva abbagliato, stordito, vinto.
Era a questo punto quando al fianco di madama Mouchard, vestita di un velluto nero, un po’ spelato di giorno, ma lucentissimo di sera, accollato fino al mento, come voleva la sua parte di «educatrice delle donzelle uscite dalle più illustri famiglie d’Europa», comparve Stefanella nei suoi graziosi colori calabresi.
Quantunque quella non fosse che la prima festa a cui assisteva, vi era andata triste e svogliata per una ragione facile a intendersi: dove egli non era, era il deserto, e quella folla non faceva che popolare di fantasimi una solitudine.
Perciò ella avanzava come avvolta da una molle atmosfera di melanconia che la rendeva ancora più seducente. La legge dei contrasti è possente quando è armonica. Essa abbraccia ed esprime tutta l’arte; ora, nessuno di quanti erano là convenuti, dotti certo d’ogni umana attrattiva, aveva mai veduto contrasto più meravigliosamente artistico di quello che Stefanella rappresentava in quel momento da sè.
Il bruno pallido delle sue gote che la bianca luce dei doppieri rendeva ancora più tenue e gentile, era corretto e ritemprato, staremmo per dire, dalla rosea ombreggiatura di due labbra coralline che lasciavano intravvedere traverso i sorrisi e le parole una bianca schiera di piccolissimi denti; mentre la molle delicatezza delle linee e dell’espressione s’intonava e s’invigoriva nell’arco squisitamente disegnato di due ciglia lucide e nere come la piuma del corvo, sotto il quale due grandi occhioni, neri come le ciglia, or si alzavano, ora smorivano come la fiamma di due fari sopra un mare tranquillo.
Per compimento di tutta questa varietà di tinte, di idee, di toni, un covone di capelli dorati, ma di quella doratura cupa, a fuoco, che ne è, quasi direi, l’incarnato, e par scelto apposta per insegnare alla pittura l’intonazione della grazia e della vigoria armonizzata in un solo colore.
Le vesti erano una tavolozza di Paolo Veronese. Nessun pittore, senza lunghe ricerche, avrebbe potuto trovare un impasto di tinte più felice di quello che nella semplice e incolta fantasia trovò la donna calabrese quando ideò il pittoresco costume che doveva portare all’altare il dì delle sue nozze. La camicia bianca orlata di pizzi e di trine esce dal busto e avvolge in un fitto velo le grazie del seno e giù per le spalle scende fino alla metà delle braccia, che si muovono libere e ignude senza parere impudiche. Il busto che nel dizionario natio le calabresi chiamano la petticchia, è appena un cinto e stringe poca parte, ma è tutto azzurro e forma melodiosa transizione tra il candore della camicia e il rosso arancio della gonna. Ma la gonna poco oltre il ginocchio s’arresta e si ripiega per lasciare di nuovo apparire il lembo di un’altra gonnella azzurra, una calza candida ricamata di fiori e intrecciata dai nastri neri del sandalo. Vedete una calabrese bella giovane, pulita, vestita di nuovo in questi panni e non avrete ancora veduta Stefanella; essa aveva tutto quel che la natura poteva dare; e di più tutto quello che l’arte aveva aggiunto. La sua camicia era di battista fina come il velo di seta, la sua veste paesana era stata tagliata a Parigi e i suoi sandali non avevano calpestato che fiori e tappeti. Però a tutta questa beltà aveva ancora una rivale: la melanconia. Esse si contendevano il campo, e lo spettatore non sapeva a chi gettare il suo guanto. I suoi occhi incantavano, ma la sua voce commoveva; le rose delle sue labbra attraevano i baci, ma ogni sorriso che ne usciva era un raggio d’anima: i colori delle sue vesti erano un mazzo di fiori, ma il pallore di quel suo volto era la nube che contrasta col sole.
— Chi era? d’onde veniva?... Nessuno di quei presenti l’aveva veduta tranne una sola.... la padrona di casa.
— È la petite italienne? chiese questa a madama Mouchard.
— Zitta.... secondatemi.... ci sarà una provvigione.... rispose la Mouchard.
— Accettato — replicò la baronessa di princisbecco.
Allora le due donne insieme congiunte risposero in coro alle domande:
— Si chiama Cherubina; è la figlia d’un barone calabrese, famoso carbonaro, morto nelle carceri del re Bomba; suo padre non le lasciò nulla: ma da sua madre ereditò un piccolo patrimonio sufficiente appena per compiere la sua educazione e vivere decentemente. Essa per altro ha grandi parentele, a Napoli, in Ispagna, all’Avana, nella milizia, nel foro, nella diplomazia. L’ambasciatore al Perù don Jose y Pendaloza è suo zio.... essa è affidata alla direzione di madama Mouchard fin che abbia compiuta la sua educazione. Per altro i parenti di Napoli in segno della grande fiducia riposta nella sua istitutrice le hanno confidato facoltà illimitate che possono arrivare in certi casi fino al matrimonio.
Chi credette, chi dubitò, chi scrollò le spalle: solo il Norvegiano accordò tutta la sua fede e non ristette un istante dal contemplare Stefanella. Vedendo aperta la breccia, la baronessa Flaviani presentò il nordico Nababbo alla signora Mouchard ed alla giovinetta, e così s’intavolò il discorso. Il Norvegiano cercò metter fuori tutta la suppellettile del suo spirito polare e tutti i milioni delle paterne piscine, ma quanto a Stefanella ascoltò e rispose appena; quanto alla Mouchard ella lanciò l’âmo addirittura con queste parole:
— Il signore è nubile?...
— Nubile.
— Bella condizione! esclamò la Mouchard; bella.... a Parigi sopratutto, e per un giovane ricco come lei.
— Perchè mo?... fece il Norvegiano che non capiva troppo!
— Perchè un nubile vi può trovare tutti i piaceri e far tutte le follie che gli passino per il capo senza doverne rispondere ad alcuno.
— Vero.... vero... replicò il Norvegiano che non capiva niente.
— A trent’anni, continuò l’istitutrice, con dei milioni in tasca e colle fedi di stato libero, si può sposare oggi una principessa di casa regnante, se si vuole, o possedere.... anche una madre badessa, se ne viene il capriccio....
— Sposare?... oh sposare no, rispose secco il Norvegiano.
— No?... fece la Mouchard così sorpresa, che diede un colpo indietro contro la spalliera della seggiola.... Ma poi ripigliandosi.... — È forse un voto che ha fatto, signor Oscar?
— Presso a poco! Partendo da Bergen, mio padre ha voluto che gli promettessi che dovunque fossi arrivato nei miei viaggi, per quante seduzioni avessi incontrate, non avrei mai preso moglie, e mi sarei serbato libero per sposare una donna del mio paese, Norvegiana puro sangue.... ed una Norvegiana della stessa famiglia nella quale si sono sempre maritati gli Oscar... da mio bisnonno fino a mio padre.
— Ed ella non oserebbe mai rompere il divieto del padre.... chiese con un sorriso surrettizio la Mouchard....
— Oh mai!... sarei certo d’essere diseredato, rispose con un sospiro il signor Oscar....
— Pure, questo sospiro mi dice che ella sopporta mal volentieri questo patto!... insistè la Mouchard.
Il Norvegiano esitò un poco, guardò di traverso Stefanella, poi gittandosi, come suol dirsi, a mare, esclamò:
— Questo sospiro le dice quello che penso di quella creatura lì.
— Signore! fece la Mouchard, assumendo il cipiglio d’una Cornelia, — spero bene che ella non avrà guardato la fanciulla che io ho in custodia, se non col rispetto dovuto al suo nome ed al suo grado.
— Tolga Iddio che ne dubiti.... prova ne sia che la credo l’unica creatura per la quale si potrebbe rinunciare perfino a una eredità di otto milioni...
— Allora non varrebbe più la pena di andare in Norvegia, pensarono insieme quelle anime sorelle della finta istitutrice e della finta baronessa....
Il ballo era per finire; Stefanella e la signora Mouchard partirono per le prime, e tutti gli altri si apparecchiavano a seguitarle. Allora il Norvegiano, essendo andato dalla padrona di casa per congedarsi, la signora si abbassò al suo orecchio e gli disse:
— Quella fanciulla non è nè Cherubina nè baronessa, nè.... sposabile.
— Impossibile! gridò il giovinetto, dando uno scatto con tutta la persona.
— Glielo confermo.... venga domani da me alle tre: ci sarà anche la signora Mouchard e ne riparleremo.